IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


IL SENSO DELLA DEMOCRAZIA DIRETTA
in rapporto al federalismo

Caricatura di Napoleone (Isola d'Elba)

Nella storia le tragedie avvengono soprattutto non quando si ha torto (come nelle dittature), ma quando si ha ragione e si pretende di averla (come nelle dittature che sostituiscono altre dittature). Cioè quando le proprie ragioni, che possono essere anche migliori di quelle altrui o di quelle precedenti temporalmente alle nostre, vengono imposte con la forza.

E' sotto questo aspetto singolare che chi ha ragione e pretende di averla, non s'accorge che se c'è una cosa che contraddice la verità è proprio l'uso della forza.

C'è solo un caso in cui la forza smette d'essere tale e diventa diritto: quando è la forza della stragrande maggioranza di una popolazione (o di un intero paese). In questo caso si è soliti dire che vi sono più probabilità che la ragione stia dalla parte della grande maggioranza, ammesso (e non concesso) che sia possibile stabilire effettivamente la volontà di questa maggioranza. Il "non concesso" è d'obbligo là dove si pensa di stabilire tale volontà limitandosi a quella parodia di democrazia che è l'elezione dei parlamentari.

Quando la popolazione avverte l'esigenza di esercitare la forza come un proprio diritto, significa che non si sente rappresentata da chi la governa, ovvero che al governo si sta usando la forza contro gli interessi della grande maggioranza della popolazione, si sta usando la forza per violare dei diritti generali, che a tutti bisognerebbe riconoscere.

E' a quel punto e solo a quel punto che alla forza di una risicata minoranza detentrice del potere, bisogna opporre la forza della grande maggioranza che lo subisce. Solo a quel punto la forza diventa violenza rivoluzionaria, avente cioè lo scopo di abbattere il governo in carica con una insurrezione popolare.

Tuttavia la storia ci dice che le tragedie avvengono proprio quando si è abbattuto il governo autoritario in carica. Infatti succede sempre che i trionfatori credono d'essere autorizzati a servirsi delle loro ragioni come occasione per imporre una nuova forza.

Col pretesto di dover abbattere tutti i nemici che ancora cercano di opporsi al nuovo governo, si impongono nuove servitù, nuove costrizioni, spesso peggiori delle precedenti. E il popolo, abituato a obbedire, ingenuamente le subisce, le accetta passivamente per il bene comune, pensando a una qualche "ragion di stato".

Tutte le rivoluzioni sono fallite proprio perché i vincitori finivano col comportarsi come i vinti. Persino quando le ragioni sono state di tipo "socialista", si è verificato questo fenomeno.

Bisogna dunque trovare il modo per scongiurare un'involuzione della democrazia. E l'unico non può essere che quello di affidare allo stesso popolo le sorti del proprio destino. Chi lo avrà guidato alla vittoria, dovrà riconoscergli la capacità di autogestirsi e di difendersi da solo contro eventuali nemici.

Il popolo deve sperimentare il significato della democrazia diretta, autonoma, localmente gestita, dove l'esigenza di affermare una qualche forma di centralismo può essere determinata solo da un consenso preventivo, concordato e motivato da parte delle realtà locali, che possono stabilire un patto tra loro al fine di realizzare un obiettivo specifico.

La democrazia o è diretta, locale, autogestita, o non è. La democrazia delegata, centralizzata, nazionale o sovranazionale ha senso solo se è temporanea e solo se le prerogative sono ben definite dalle realtà locali territoriali.

Se si escludono i momenti particolari delle guerre contro un nemico comune, occorre affermare il principio che vi è tanta meno democrazia quanto più chi la gestisce è lontano dalle realtà locali.

Ecco in tal senso è possibile usare l'idea di "federalismo" per spingere la democrazia verso obiettivi più significativi di quelli attuali, che non possono certo essere quelli di rendere il capitalismo più efficiente, né quelli di scegliere, come contromisura al rischio di una disgregazione sociale, di aumentare i poteri dell'esecutivo (che alcuni vorrebbero trasformare in "presidenzialismo").

Per conservare l'unità nazionale non c'è bisogno di alcun presidenzialismo. Se le realtà locali (federate tra loro) sono democratiche, è la democrazia stessa, è la sua intrinseca forza etica e politica, a tenere unita la collettività nazionale e internazionale.

Ma perché questa democrazia non sia una mera formalità della politica, occorre che da essa si passi al "socialismo", cioè alla gestione comune delle risorse vitali, alla socializzazione dei mezzi produttivi, in cui il primato economico passi dal valore di scambio al valore d'uso.

PER UNA DEMOCRAZIA COMPIUTA

E' possibile farsi una rappresentazione della democrazia compiuta? O bisogna limitarsi a considerarla una semplice aspirazione da realizzarsi in un futuro imprecisato? Se partissimo dal presupposto che per una democrazia compiuta non ci può essere alcuna evidenza che s'imponga da sé, forse il futuro potrebbe iniziare da subito.

Dovremmo cioè partire dall'idea che non c'è nessun obbligo da rispettare se non quello della libertà di coscienza, che non è neppure un dovere ma un piacere. Se tutti amassero rispettare la coscienza, sapendo che questa è la fonte di ogni libertà, avremmo posto la pietra più importante dell'intero edificio della democrazia.

Il potere di fare le cose, di crearle o di trasformarle, dovrebbe essere messo in relazione alla capacità di rispettare la libertà di coscienza. La scienza dovrebbe essere completamente subordinata alla co-scienza, e questa non dovrebbe essere soltanto una prerogativa dell'individuo singolo, ma anche un fenomeno collettivo, come quando nel Medioevo chiedevano al popolo di confessare pubblicamente le proprie colpe, per essere assolto come popolo.

Infatti la migliore coscienza delle cose è quella che si manifesta in un collettivo, all'interno del quale ci si può confrontare. Questa è la prima regola fondamentale della democrazia: rispettare collegialmente la libertà di coscienza.

Il modo migliore per rispettare questa libertà è quello di compiere delle azioni di cui si è personalmente responsabili. Non può esistere, in campo etico e sociale, la delega di ruoli e funzioni, se non in casi eccezionali e per un tempo molto limitato. Noi dovremmo avvertire con ansia la mancanza di democrazia e non limitarci a opporre all'autoritarismo dei governi in carica il nostro anarchico individualismo.

Il singolo dovrebbe sentirsi direttamente responsabile delle proprie azioni non solo come singolo, ma anche in quanto appartenente a un collettivo. Dovrebbe diventare una nostra seconda natura il principio per il quale quando un singolo sbaglia, sbaglia l'intero collettivo, poiché il collettivo ha dimostrato di non saper prevenire gli errori. Ognuno quindi dovrebbe essere responsabile delle proprie azioni due volte: come singolo e come membro di un collettivo.

Tuttavia un collettivo è davvero responsabile solo se è in grado di autogestirsi, cioè solo se è padrone delle proprie risorse, e non dipende da risorse altrui o da altri collettivi. Se c'è dipendenza, dev'essere reciproca e non sulle cose essenziali, quelle che permettono di vivere.

Se un collettivo non è in grado di autogestirsi, va aiutato e messo nelle condizioni di poterlo fare. Non si può utilizzare la scienza per sottomettere quei collettivi che non ne dispongono allo stesso livello. In una democrazia compiuta lo sfruttamento delle risorse altrui dovrebbe essere considerato vietatissimo, proprio in quanto costituisce, immediatamente, una violazione della libertà di coscienza.

Ora, che succederà nei casi in cui risulterà poco chiaro se la coscienza è stata o no violata? Se ogni decisione viene presa da un collettivo, all'interno di questo le persone più autorevoli sono necessariamente quelle con più esperienza. Non ci sono altri criteri. Il secondo criterio infatti lo conosciamo già: "nessuno è insostituibile".

Ma il problema più complesso è un altro. In un sistema come il nostro, dove la libertà di coscienza non può essere adeguatamente rispettata, che ruolo può giocare una formazione politica che voglia realizzare la democrazia compiuta?

Una formazione del genere dovrebbe agire soltanto nell'ambito della società civile, al fine di rispondere ai bisogni della gente comune. Non dovrebbe neppure sedere in Parlamento. Dovrebbe cioè porre le basi non per acquisire un potere prossimo venturo, quando le contraddizioni esploderanno, ma per esautorare progressivamente questo potere di tutte le sue funzioni.

Infatti, se anche una tale formazione operasse nel solo ambito della società civile, lavorando per risolvere le contraddizioni sociali, il giorno in cui andasse al potere, stante l'attuale sistema, inevitabilmente si corromperebbe. Gli uomini hanno creato un sistema che corrompe a prescindere dal livello di eticità della loro coscienza.

Questo mostruoso Moloch si chiama "delega istituzionalizzata". Un partito per la transizione, che voglia realizzare la democrazia compiuta, è meglio che stia fuori dal Parlamento, proprio per dimostrare che la politica del sistema non solo non risolve alcun problema ma addirittura li crea.

Andare o non andare a votare, in tal senso, conta assai poco. La democrazia rappresentativa o delegata è un altro di quei problemi da risolvere, per il quale la medicina è una sola: la democrazia diretta o autogestita.

COSA VUOL DIRE "ESSERE UMANI"?

Il criterio della democrazia non può essere soltanto quello di poter essere quel che si vuole nel rispetto della volontà altrui. Non è detto che la volontà altrui debba meritare d'essere rispettata, neppure quando viene espressa da una maggioranza di persone, altrimenti si dovrebbero giustificare molte dittature volute dalle masse popolari.

Il vero criterio da stabilire è quello relativo all'essere. Cosa vuol dire "essere umani"? Una cosa infatti è l'essere umano (un individuo biologico con le sue relazioni sociali); un'altra invece è l'essenza di questo essere.

Mentre si può stabilire a priori cosa sia un essere umano (tutto ciò che non è animale, vegetale o minerale), non si può farlo con la sua essenza. Astrattamente cosa voglia dire "essere umani" non lo sappiamo. Può essere stabilito solo da un'esistenza comune, condivisa, dell'essere, che faccia sentire umani tutti quelli che la vivono.

Chi vuole sentirsi umano, deve poterlo fare liberamente. Non può esistere qualcosa che glielo impedisca, se non la sua stessa volontà, in quanto nessuno può essere costretto né a essere libero né a non esserlo. E' solo l'esperienza del momento (il qui e ora) che ci fa capire se stiamo vivendo un'esperienza autentica dell'essere. Una qualunque definizione dell'essere lo viola ipso facto.

L'unica definizione che possiamo dare dell'essere è che è eterno nel tempo e infinito nello spazio. Le forme di questo essere mutano di continuo, ma la sua sostanza è come l'acqua chiusa in un pugno, l'aria che respiriamo. Dell'essenza umana possiamo soltanto dire che "è ciò che è".

Chi non riesce ad essere se stesso, non è, e per essere se stessi bisogna guardare non solo dentro di sé ma soprattutto al di fuori di sé, poiché l'essere è anzitutto "relazione". L'essere è un tema di cui possiamo porre, in astratto, solo le premesse. Lo svolgimento è azione, "atto puro", direbbe Gentile.

Se noi dicessimo che la democrazia o l'essere umani, l'essenza umana dell'essere, è poter essere ciò che si vuole, dovremmo aggiungere che questa regola deve essere valida per tutti. Non basta aggiungere che per poter essere umani, bisogna rispettare la volontà altrui.

Democrazia non vuol dire soltanto cercare di realizzare i propri desideri rispettando i desideri altrui (ovvero realizzare continui compromessi, continue mediazioni), ma vuol dire anche cercare di capire quali possono essere i desideri migliori, quelli più confacenti alla natura umana, e per questo, come minimo, occorre un atteggiamento di disponibilità, di ascolto, di confronto aperto e sincero. Noi sappiamo chi siamo solo vivendo in comunità, in uno scambio reciproco e costante di esperienze.

E' evidente però che se ci poniamo questi obiettivi significa che non sappiamo più cosa voglia dire "essere umani": è bene che lo sappiano le generazioni future. Dobbiamo riscoprire noi stessi. Non ha alcun senso rispettare la volontà altrui, se questa volontà non ci aiuta a essere noi stessi, cioè umani. L'unica volontà che meriti d'essere rispettata è quella che ci aiuta a essere noi stessi.

Il fatto però di non sapere a priori cosa sia l'essere, ci obbliga a verificare gli effetti di ogni volontà. La storia ha appunto questa funzione: indurci a sperimentare tutti i tipi di volontà, al fine di poter scegliere la migliore.

Fino adesso, in verità, l'unica forma dell'essere che ci ha permesso di vivere in maniera umana e democratica è stata quella pre-schiavistica, cioè quella del comunismo primitivo. Da quando abbiamo voluto rompere con questa esperienza, affermando volontà non-umane o non-democratiche, le conseguenze sono state devastanti.

Da quando s'è formato l'antagonismo sociale, non si è più riusciti a tornare indietro. Sono soltanto mutate le forme dell'odio tra ceti o tra classi sociali e anche tra individui dello stesso ceto o classe. Tutti i tentativi di superare definitivamente l'antagonismo sociale sono falliti.

ROVESCIARE LA PIRAMIDE

La differenza tra una politica "istituzionale" e una "popolare", cioè tra una politica che vuole gestire il potere e un'altra che cerca di difendersi dai suoi privilegi e dalla sua arroganza, sta nel fatto che quella istituzionale associa la politica all'etica in maniera del tutto formale, cercando di abituare i cittadini a fare altrettanto. Ecco perché in un paese come il nostro la corruzione, vista dall'esterno, sembra essere diffusa a livello nazionale, e non solo in estensione ma anche in profondità.

La popolazione è cioè indotta a credere che, anche quando rivendica dei diritti, è sempre meglio non uscire dal "sistema". Continuamente infatti ci viene detto che del sistema si possono cambiare singoli aspetti, ma non la struttura portante, proprio perché essa non ha alternative. In tal senso quando la politica istituzionale parla di "Repubblica parlamentare" o "presidenziale", di Stato "centralista" o "federato", sta parlando solo di forme, non di sostanza.

Quando lo scollamento tra forme e sostanza, ovvero tra politica ed etica, è molto forte, inevitabilmente si comincia a parlare di riforme. Ora, poiché il sistema offre un tipo di politica il cui legame con l'etica è solo apparente, le alternative che si presentano, quando si vogliono fare le riforme, sono soltanto due: o estendere i privilegi della casta politica ed economica a una fetta maggiore di popolazione, facendo pagare questo trasferimento di benefici agli strati sociali più deboli, interni e/o esterni ai confini di un determinato Stato; oppure fare dell'etica un motivo sufficiente per rovesciare il sistema, ponendo i presupposti per un nuovo stile di vita.

Nella storia degli ultimi 6000 anni si è scelta, in genere, la prima alternativa. Basta fare un esempio arcinoto: il passaggio dalla repubblica all'impero romano. Quella è stata una forma di presidenzialismo che, avvalendosi della democratizzazione degli eserciti e di una maggiore efficienza della burocrazia, voleva porre un argine allo strapotere dei senatori-latifondisti e che invece inaugurò un lunghissimo periodo di dittatura militare, che riuscì a crollare solo in seguito alle invasioni barbariche.

Dunque fino a che punto possono interessare alla popolazione le riforme istituzionali? È evidente infatti che una casta non può riformare se stessa. Quando la politica è sganciata dall'etica, qualunque riforma rischia solo di peggiorare le cose, anche se all'apparenza non sembra così. Il sistema infatti peggiorerà le cose proprio avvalendosi delle esigenze rivendicative di taluni ceti marginali, oppressi o discriminati. Sarebbe bene quindi sapere sin da adesso che cosa fare per ridurre al minimo il rischio d'essere beffati.

La società deve prepararsi a rovesciare la piramide. Cioè a far sì che sia pronta ad autogovernarsi, abolendo la separazione di etica e politica, eliminando progressivamente le strutture statali, a vantaggio delle autonomie locali, trasformando la proprietà dei mezzi produttivi da privata a pubblica, facendo della comunità locale il luogo fondamentale in cui far maturare la democrazia diretta.

La società deve riappropriarsi di se stessa, smettendo d'essere "eterodiretta", cioè gestita da corpi estranei, il cui funzionamento essa non è in grado di controllare, come per esempio gli Stati e i mercati.

Per realizzare un obiettivo del genere ci vogliono virtù che il potere, abituato alla corruzione, non conosce assolutamente. Queste virtù o saranno tragiche circostanze a farcele maturare o dovremo darcele da soli, anticipando i tempi, cioè videndole come se i tempi della transizione fossero già maturi. Al momento di sicuro sappiamo che, senza di esse, non si potrà far nulla di decisivo.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
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Aggiornamento: 11/12/2018