IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


DEMOCRAZIA SOCIALISTA

Nelle democrazie borghesi la concezione dello Stato è analoga a quella che della divinità si aveva nel periodo feudale. Lo Stato borghese è una sorta di divinità laicizzata.

Esso appare come un'entità astratta che, proprio perché astratta, si deve presumere sia oggettiva, indipendente dalla volontà dei singoli uomini o classi sociali cui appartengono.

Lo Stato borghese si pone come Stato etico che regolamenta la vita sociale in maniera più o meno diretta. Anche quando taluni gruppi borghesi rivendicano più libertà di mercato, meno controlli statali, di fatto essi non mettono mai in discussione il potere regolamentativo e normativo dello Stato, perché appunto sanno che lo Stato è uno strumento per controllare le masse.

Lo Stato borghese vuole porsi in maniera etica, cioè equidistante dagli interessi egoistici dei gruppi sociali. E' uno Stato "super partes", l'incarnazione politica della giustizia.

Viene attribuito questo senso etico allo Stato perché esso è separato dalla società civile, che per la borghesia è il luogo del conflitto sociale, mentre lo Stato è quello della mediazione.

L'eticità dello Stato borghese è il frutto di un'astrazione, cioè di una separazione politica resa giuridicamente e, prima ancora, filosoficamente astratta.

Lo Stato è filosoficamente un'entità metafisica, giuridicamente al di sopra di ogni interesse o esigenza che gli uomini possono manifestare. E' "umano" proprio in quanto "non umano". L'umano infatti è contraddittorio di natura, lo Stato lo è per un difetto di contingenza.

Hegel direbbe che lo Stato si pone come una "necessità esterna", tant'è che "la ragione di Stato" è superiore a ogni altra ragione, tant'è che un'azione criminosa condotta secondo questa ragione viene fatta passare come del tutto legittima.

Lo Stato è così superiore al giudizio che gli uomini possono farsi di lui ch'esso ha addirittura la pretesa di porsi come "scopo immanente" o "finale" della stessa società civile, che in sé non ha che determinazioni conflittuali o egoistiche.

Che cos'è in realtà lo Stato? Lo Stato è la risposta che una classe sociale, la borghesia, ha dato alla domanda di giustizia che le poneva il suo opposto, il proletariato; è una risposta astratta a una domanda concreta; è una risposta illusoria a un'esigenza reale.

Lo Stato è il tentativo di dimostrare che le soluzioni alle contraddizioni sociali causate dalla proprietà privata, possono essere ricercate in un terreno non sociale ma politico, e qui, non nell'ambito della democrazia diretta ma solo in quella delegata.

Continuerebbe ad esistere la borghesia se non avesse lo Stato? Certo, ma il suo potere sarebbe infinitamente minore e soprattutto sarebbe minore il potere ch'essa ha di mistificare le cose, in quanto sarebbe visibile a tutti che la radice del conflitto sociale sta nella proprietà privata.

Lo Stato infatti è uno strumento che usa le risorse delle masse popolari per rivolgerle contro queste stesse masse. E' per questa ragione che chiunque non metta in discussione il presunto ruolo equidistante dello Stato, non può mai sviluppare una coscienza rivoluzionaria.

Il punto di partenza per un'opposizione di principio alla società borghese è infatti la constatazione che lo Stato è uno strumento della borghesia e non uno strumento del popolo, che il popolo può usare contro gli interessi della borghesia.

Lo Stato non è uno strumento che il proletariato può usare contro la borghesia. Se il proletariato fa questo, trasforma il socialismo in un'esperienza burocratica - il socialismo diventa un socialismo amministrato di Stato, dove la classe dirigente è composta di intellettuali e funzionari di partiti, schiavi di un'ideologia precostituita, e dove la violenza ch'essi usano non è meno forte di quella che nel sistema capitalistico usano i capitalisti e i loro rappresentanti istituzionali.

Lo Stato va progressivamente smantellato. Il socialismo deve porre le basi, sociali e politiche, per una progressiva esautorazione dei poteri dello Stato.

Se gli intellettuali pensano che per combattere la borghesia, occorre rafforzare la struttura dello Stato, essi hanno già tradito la causa del socialismo.

Infatti, socialismo vuole anzitutto dire "democrazia diretta", che è esattamente l'opposto della democrazia delegata. Lo Stato borghese tollera un'unica forma di democrazia, quella delegata, indiretta, rappresentativa, parlamentare...: la democrazia istituzionale, non sociale.

Espressioni come "democrazia sostanziale" o "diretta" o "autogestita" o "partecipata", termini come "autogoverno" o "governo locale" suonano come eresie e vengono tollerate fintantoché restano nei limiti della "legalità".

Ora, per quale motivo il proletariato ha rinunciato a lottare per la democrazia diretta? Il tradimento del proletariato è stato soprattutto il tradimento dei suoi leaders, che si sono venduti per il classico "piatto di lenticchie".

Dal canto suo, la borghesia è stata capace di offrire questo piatto perché essa ha saputo svolgere a livello internazionale un massiccio sfruttamento delle risorse umane e materiali (si pensi solo al sottoproletariato delle colonie terzomondiali). Senza questo supersfruttamento non ci sarebbe stato l'imborghesimento del proletariato occidentale.

Oggi tuttavia le cose stanno cambiando. Alcuni paesi del Terzo mondo si stanno progressivamente capitalizzando, pur all'interno di incredibili contraddizioni. L'occidente mostra il suo assoluto primato solo nella tecnologia, il cui impiego prevalente è a livello militare: senza il contributo fisico e intellettuale del proletariato occidentale, la borghesia non potrebbe dominare il mondo. E oggi lo può dominare al punto che molte industrie preferiscono esportare le loro tecnologie proprio in quei paesi dove il costo del lavoro è minore rispetto a quello dei paesi occidentali.

Gli ex-paesi del socialismo reale non riescono a diventare capitalisti come in un primo tempo l'occidente e loro stessi avevano sperato. Cioè pur avendone i mezzi e le possibilità, non hanno la necessaria forma mentis, per cui restano alla ricerca di una "terza via".

I paesi che dispongono di risorse naturali giudicate "essenziali" per l'occidente (p.es. il petrolio) stanno maturando la consapevolezza di dover agire non in maniera separata, ma come un'organizzazione internazionale.

Molti paesi emergenti stanno sviluppando l'idea di creare dei mercati autonomi, in grado di sottrarsi dal peso dell'influenza dei meccanismi economici dell'occidente.

All'emancipazione politica, molti paesi del Terzo mondo vogliono far seguire quella economica, sociale e culturale.

In questo momento qualunque azione, anche la più benefica, che l'occidente voglia fare in favore del Terzo mondo, sembra tradursi automaticamente in un danno, proprio perché i legami che uniscono le metropoli del capitale con le colonie dello sfruttamento sono così oggettivi e strutturali da far risultare le necessità del profitto prioritarie su tutto.

L'unico vero modo di aiutare il Terzo mondo è quello di lottare in occidente contro il capitale.

PER UN'EUROPA SOCIALISTA

Se l'Europa protestante non si fosse trasferita in America, creando la superpotenza statunitense, a quest'ora, dopo la disfatta del nazifascismo, tutta l'Europa sarebbe socialista. Ma di quale "forma" di socialismo? Il problema infatti è proprio questo.

Prima della perestrojka gorbacioviana il socialismo dominante era quello autoritario, amministrativo, burocratico. Dopo lo stalinismo era subentrata la stagnazione, che non portò alcun significativo miglioramento alla democratizzazione del socialismo.

Lo stesso stalinismo era già fortemente in crisi all'inizio degli anni Trenta, e ne uscì, relativamente parlando, sia con le terribili purghe della fine degli anni Trenta, che portarono alla decimazione dei protagonisti della rivoluzione d'Ottobre, sia con l'entrata in guerra, a fianco di americani, inglesi e francesi, contro la Germania nazista.

Si può in un certo senso dire che Hitler, invadendo la Russia, favorì indirettamente la prosecuzione dello stalinismo, sia durante l'occupazione che in seguito alla sconfitta nazista.

Se non ci fosse stata l'invasione nazista, che indusse la popolazione russa ad anteporre alle questioni della democrazia politica e culturale, la difesa della patria, lo stalinismo probabilmente sarebbe crollato molto prima, per motivi endogeni, esattamente come fece la stagnazione nella seconda metà degli anni Ottanta, mentre il paese non era attaccato militarmente da alcun nemico esterno.

Fu il nazismo che, senza volerlo, tenne in piedi lo stalinismo, permettendo a Stalin di scomparire dalla scena politica per morte naturale e di far proseguire i suoi metodi autoritari, dirigistici, per altri 30 anni, seppur in maniera non così violenta come quando egli in persona governava il paese.

Contro lo stalinismo, fino alla perestrojka, non c'è mai stata in Russia una vera opposizione politica democratica: il trotskismo non è che una variante dello stesso stalinismo. Questo è stato possibile proprio perché, sul piano storico, lo stalinismo si presentava come il baluardo più forte contro il nazifascismo, quando, in realtà, il popolo russo sconfisse la barbarie nazista non grazie ma nonostante lo stalinismo. Stalin fu infatti l'artefice principale della disfatta dei russi nei primi mesi di guerra, il principale responsabile dell'assedio delle tre città più importanti di tutta la Russia: Mosca, Leningrado e Stalingrado.

Questo però significa che senza gli Stati Uniti, tutta l'Europa, dopo la disfatta del nazifascismo, sarebbe diventata socialista secondo una forma di tipo stalinista. Questa forma di socialismo avrebbe sicuramente incontrato, dopo un certo tempo, una resistenza più forte nell'area occidentale dell'Europa, non perché qui si fosse più abituati alla democrazia, ma al contrario, perché qui si era da tempo abituati al modo borghese e individualista del vivere sociale e civile. Le due Europe non si sarebbero più scontrate per motivi religiosi, ma per motivi politici e culturali.

Oggi invece la situazione è molto diversa. La parte est ha capito gli errori del socialismo autoritario e ha cercato di superarli imboccando però la strada del capitalismo. La parte ovest continua sulla strada della negazione della necessità di un'alternativa al capitalismo. In questa maniera noi abbiamo un'Europa che vive a rimorchio degli Stati Uniti, non avendo una posizione autonoma sul piano culturale e della riflessione politica.

IN CHE SENSO RECUPERARE IL LENINISMO?

Come noto la democrazia per noi occidentali è qualcosa di meramente teorico, che va conquistato sul piano pratico. Ne parliamo, ma siamo lontanissimi dal viverla, anzi forse quanto più ne parliamo tanto meno la viviamo. La democrazia borghese per noi è formale proprio nel senso che praticamente esiste solo un’oligarchia al potere. Anche i parlamentari di sinistra in fondo sono dei privilegiati rispetto alla stragrande maggioranza dei cittadini.

Questa situazione si trascina sin dai tempi in cui è nata la civiltà, che si è sempre configurata come scontro di classi antagonistiche. Ogni tentativo di superare questa conflittualità sociale ha prodotto nuove forme antagonistiche, nuovi rapporti di forza con cui, in un modo o nell’altro, sono sempre stati traditi gli ideali originari, quelli che avevano suscitano le lotte e persino le rivoluzioni.

Si è passati dallo schiavismo al servaggio, dal servaggio al lavoro salariato e dal lavoro salariato non si riesce a passare al lavoro libero.

Il passaggio dallo schiavismo al servaggio non è stato spontaneo, ma indotto da due fattori: le invasioni cosiddette “barbariche” e la sostituzione del politeismo pagano col monoteismo cristiano.

Anche il passaggio dal servaggio al lavoro salariato non è stato spontaneo, in quanto si sono dovuti distruggere il feudalesimo con le sue rendite, nonché le comunità di villaggio e l’autoconsumo, sostituendo il cattolicesimo-romano col protestantesimo.

A partire da Marx ed Engels (ma anche prima in verità) si è cominciato a dire che il capitalismo poteva essere superato solo con l’abolizione della proprietà privata e col superamento di ogni forma di religione.

La Russia e i paesi est-europei, ma anche altri paesi comunisti sparsi nel mondo, hanno però sperimentato che una proprietà collettiva statalizzata non rappresenta che un socialismo amministrato dall’alto, cioè una nuova forma di dittatura (più ideopolitica che economica).

Qual è dunque la nuova forma di socialismo che possiamo e dobbiamo proporre per il presente?

Sicuramente non può essere quella pre-marxista, cioè quella del socialismo utopistico, perché se su una cosa il marxismo classico ha sempre avuto ragione, è stata proprio quella di ritenere impossibile costruire socialmente, economicamente il socialismo senza prima aver politicamente abbattuto i governi borghesi.

Questa lezione l’avevano capita teoricamente Marx ed Engels, e Lenin la mise anche in pratica.

Se consideriamo tutto il periodo del socialismo europeo e americano (da quello utopistico a quello scientifico), dobbiamo dire che si parla di “socialismo” da almeno 200 anni (negli Usa è addirittura vissuto il “socialismo”, pur senza che se ne parlasse in questi termini, presso tutte le tribù indiane, fino al loro quasi definitivo sterminio verso la metà del XIX secolo). E dobbiamo dire che anche in buona parte del Terzo Mondo pre-coloniale è esistita una forma di socialismo agrario, tribale, clanico ecc. che non ha saputo reggere l’impatto dell’imperialismo occidentale.

Eppure l’occidente non ha mai sperimentato praticamente alcuna forma di moderno socialismo, se si escludono brevissime, tragiche parentesi (più che altro dei tentativi) come la Comune di Parigi, la Repubblica di Weimar, il Biennio rosso italiano, la seconda Repubblica spagnola… Forse l’unico “socialismo” che in Europa abbiamo vissuto, incluso ovviamente quello pre-schiavistico, è stato quello feudale (altomedievale), che però conosceva servaggio e clericalismo.

Oggi in Europa occidentale il socialismo è tornato ad essere una mera quanto vaga ispirazione politica (il termine “ideologia” dopo il crollo del “socialismo reale” è diventato quanto mai desueto).

Anzi, molti partiti, avendo ereditato le migliori conquiste del socialismo passato, oggi si fregiano del titolo di “socialista” pur essendo dei partiti chiaramente borghesi.

Probabilmente gli unici progressi che in campo socialista sono stati fatti hanno riguardato la cultura, che è diventata più laica, se non addirittura più atea. Esperimenti di “socialismo cristiano”, dal punto di vista della cultura socialista, oggi sarebbero impensabili in Europa, essendo definitivamente tramontati tutti quei tentativi di conciliare socialismo e cristianesimo (catto-comunismo, cristiani per il socialismo, teologi della liberazione, ecc.).

Oggi abbiamo a che fare con un socialismo laico ma politicamente borghese, in quanto molto lontano dalla prassi rivoluzionaria di un partito leninista.

Tuttavia riproporre l’idea di un partito leninista, senza considerare che è passato un secolo dalla sua fondazione, non avrebbe senso.

Dunque con che cosa bisogna integrare il leninismo per renderlo ancora attuale? Se guardiamo l’uso che in Italia s’è fatto del gramscismo (dei Quaderni), in questi ultimi 50 anni, bisogna dire a chiare lettere che un uso eccessivo del gramscismo porta il socialismo al riformismo.

Il gramscismo va bene solo nel senso che oltre a una lotta politica bisogna condurre anche una lotta culturale, ma è fuor di dubbio che la lotta politica deve restare prioritaria, se si vuole realizzare il socialismo anticapitalista, e che una lotta culturale vera e propria è semmai un compito che può essere condotto efficacemente solo dopo la rivoluzione politica, non prima, nel senso che è ingenuo pensare che con la sola battaglia culturale si possa arrivare a una rivoluzione politica (o, peggio, si possa realizzare il socialismo senza alcuna rivoluzione).

E che di rivoluzione occorra tornare a parlare lo dimostra il fatto stesso che nell’ambito del capitalismo continua a non essere possibile realizzare alcuna forma di socialismo, neppure là dove il “comunismo” è al governo, come in Romagna, da più di mezzo secolo.

Questo per dire che l’odierno dibattito tra centro-destra e centro-sinistra non sfiora neanche lontanamente la questione di fondo. Costantemente infatti si fronteggiano soltanto due diversi modi di gestire il capitalismo: oligarchico e populistico, entrambi in nome della democrazia.

CHE COS'E' IL BERLUSCONISMO?

Personalmente faccio fatica ad attribuire un valore sicuro al giudizio di quegli analisti politici che vedono nel berlusconismo l’ultimo colpo di coda della prima repubblica.

Secondo me ci sono almeno due elementi che rendono questa modalità di governare assolutamente inedita rispetto alla prima repubblica: 1. l’uso fortemente politico dei mass-media (dei quali il più importante è la tv) per promuovere direttamente un determinato programma (a dispetto quindi dei congressi, dei convegni, del rapporto tra correnti interne al partito); 2. il rapporto diretto che il premier dice di avere col suo elettorato e che si sente titolato a usare in funzione anti-istituzionale.

Quindi secondo me il berlusconismo da un lato esprime la corruzione politica della prima repubblica (esplosa con “mani pulite” e riassorbita impunemente dal sistema), dall’altro però ha inaugurato uno stile che, pur privo di mezzi non violenti (dal punto di vista militare), sta creando le condizioni per una riedizione, riveduta e corretta, del passato fascismo.

Si tratta ora di capire se questo modello può trovare dei successori al “trono” (perché in fondo di una sorta di “monarchia” si tratta, seppur formalmente costituzionale), in grado di utilizzare i media con la stessa spregiudicatezza e di avere pari ascendente sul popolo, ovvero se per mantenerlo in piedi, in assenza di questa nuova figura carismatica, si sia costretti a ricorrere a mezzi più estremi e violenti (e dentro il pdl vi sono elementi che potrebbero benissimo farlo); oppure se i cittadini, resisi conto della demagogia populista del berlusconismo (che rischia di portare lo Stato alla bancarotta, non essendo in grado di tenere i conti sotto controllo, alla esasperazione dei conflitti sociali tra industria, sempre più delocalizzata, mondo finanziario indifferente alle sorti del paese e mondo del lavoro, non in grado di reggere il globalismo, il valore eccessivo dell’euro, i debiti ecc., fino alla rottura dei rapporti tra gli organi istituzionali dello Stato, ivi inclusi quelli tra centralismo statale, sempre più forte, e regionalismo, sempre più debole, e persino a una guerra ideologica tra credenti sempre più integralisti e laici sempre più in aumento, per non parlare del rischio di una guerra civile tra nord e sud, tra italiani e stranieri, tra ceti che in mezzo alle crisi s’arricchiscono sempre più e la dilagante miseria), a meno che dunque non vogliano, i suddetti cittadini, rivendicare maggiore democrazia.

A questo punto però il discorso da fare è tutto sul concetto di “democrazia”, in quanto se lo circoscriviamo entro il mero orizzonte politico (e i politici però altro non sanno fare), non usciremo mai dai rischi di una riedizione del berlusconismo.

Una democrazia che non sia solo politica ma anche sociale deve per forza essere vissuta su scala ridotta (locale), proprio perché si deve aver modo di rispettare la libertà di tutti. Oggi la politica è solo un’attività per i ceti benestanti e se anche il parlamentare non era benestante, quando ha iniziato la sua carriera, sicuramente (con gli stipendi e i privilegi che hanno) lo è diventato e diventandolo si è inevitabilmente distaccato dal vivere comune delle masse.

Io sono addirittura arrivato alla conclusione che una democrazia veramente “sociale” non possa essere vissuta all’interno di uno Stato o di una Nazione. Una democrazia politica statuale è inevitabilmente formale, fittizia. È la democrazia parlamentare della classe borghese, come sono “borghesi” i concetti di Stato e Nazione.

All’interno di uno Stato esistono le “istituzioni”, che rendono inevitabile l’esercizio della delega del potere e delle funzioni. Ma la democrazia o è diretta o non è, e se è diretta, deve esserlo a tutti i livelli: politico, sociale e culturale, e nella pienezza di tutti i suoi poteri.

È dunque evidente che una democrazia del genere implica che sul piano socioeconomico viga l’autoconsumo, che è l’unica modalità che garantisce piena autonomia a qualunque comunità.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
 - Stampa pagina
Aggiornamento: 23/04/2015