IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


L'ESTREMISMO POLITICO DI SINISTRA

L'estremismo politico e il terrorismo hanno oggi oltrepassato i limiti di molti paesi capitalisti avanzati e sono diventati uno dei fattori più drammatici della vita internazionale. Da qualche tempo anzi questo è un tema assai frequente negli attacchi degli ideologi borghesi contro il socialismo, contro la politica estera dei paesi socialisti e i movimenti di liberazione nazionale e, da quando è crollato il "socialismo reale", contro l'islam in generale.

L'estremismo politico di oggi non possiede una coerente concezione dei mondo rié una piattaforma politica unica, neanche se si considera solo quello di "sinistra". Se prendiamo anzi proprio questa corrente, ci si renderà facilmente conto che le sue concezioni ideologiche altro non servono che a giustificare i crimini commessi e che si vogliono commettere, ovvero il primato assoluto della prassi sulla teoria.

Il terrorismo può esistere - ha detto W. Laqueur - anche senza una dottrina precisa né una sistematica strategia. Se esistono delle concezioni teoriche, il più delle volte si tratta di elaborazioni sincretiche molto eterogenee e superficiali.

Il sociologo S. Acquaviva sostiene che i movimenti contemporanei di estrema sinistra sono alimentati da tre fondamentali correnti ideologiche: il neomarxismo, i movimenti di alternativa e il neocattolicesimo. In realtà il ventaglio delle correnti è molto più ampio: vi si possono trovare frammenti delle tradizionali concezioni del rivoluzionarismo piccolo-borghese (a cominciare dall'anarchismo), ma anche elementi dell'ideologia radicale della "nuova sinistra" (ispirata dalla teoria critica della società, della Scuola di Francoforte), per non parlare di alcune reminiscenze delle concezioni terzornondiste di F. Fanon e R. Debray, sino al trotskismo e al maoismo.

Ciascuna cri queste correnti viene utilizzata dagli estremisti di sinistra in un modo puramente pragmatico, nel senso cioè che essi si servono di volta in volta di quelle idee che meglio giustificano le loro azioni.

Già Engels aveva detto che gli estremisti elevano la loro impazienza al rango di teoria rivoluzionaria. In effetti, il loro compito principale - come ha sottolineato C. Zímmer - è quello di compiere "atti storici". Essi cioè vogliono sostituirsi alla storia, indicando a questa il percorso che deve fare in virtù delle loro azioni isolate.

Eppure questi estremisti ebbero una grande popolarità nel corso degli anni '70, dovuta probabilmente all'acuirsi della crisi economica del capitalismo e al peggioramento dello status sociale di quegli strati più deboli e quindi facilmente esposti alle promesse mirabolanti degli estremisti. I quali da un lato mostravano una visione particolarmente limitata delle loro idee, che si esprimeva nell'incomprensione o addirittura nella cosciente negazione della reale ripartizione delle forze in campo e dei legami di queste forze con partiti, sindacati ecc.; dall'altro invece erano propensi ad un'azione volontaristica e avventuriera.

Il deterioramento generale della situazione degli strati sociali non proletari della società capitalistica coincise, verso la metà degli anni '70, con l'acuta crisi della coscienza sociale piccolo-borghese, in particolare con la crisi dei radicalismo gauchiste che, sin dalla fine degli anni '60, era stato visto da quegli stessi strati sociali come il movimento culturale e politico più significativo per una nuova alternativa rivoluzionaria non comunista.

Si sa bene infatti che nella maggioranza dei paesi capitalisti il nucleo delle organizzazioni estremiste venne formato dai veterani dei movimenti della "nuova sinistra" scesa in lotta nel '68. Il terrorismo nasce in un certo senso dal fallimento del '68.

In Italia il '68 andò avanti almeno sino al '75-76, poi, a partire dal '77, si trasformò in terrorismo, raggiungendo l'apice nel '78 col delitto Moro. La caduta della popolarità degli ideologi radicali di sinistra all'interno dei movimenti sociali di massa portò a una crisi manifesta della loro ideologia e all'evidente fallimento delle speranze di un sollevamento del proletariato nella lotta per le trasformazioni rivoluzionarie. Per molti di questi ideologi la perdita di ascendente sulle masse, soprattutto sui giovani e sugli studenti, comportò la loro trasformazione "in generali senza esercito" e il ritorno nel ghetto dei gruppuscoli rivali e litigiosi, afflitti da tutti i complessi delle minoranze grigie e disperate.

Il ruolo di Marcuse

H. Marcuse occupò senza dubbio un posto a parte fra gli ideologi di sinistra di allora. I suoi scritti ottennero una larga diffusione fra la gioventù universitaria euroccidentale e il suo personale carisma venne in un certo senso creato e attivamente mantenuto dalla costante attenzione che gli prestava la stampa borghese. I giovani simpatizzavano volentieri con le sue appassionate analisi critiche dirette contro le società fondate sull'oppressione e lo sfruttamento dell'individuo, sulla loro crescente burocratizzazione.

La popolarità di Marcuse era dovuta anche al fatto che egli aveva dichiarato di sentirsi vicino al marxismo: cosa che gli permetteva di accostare, molto facilmente, la gioventù che simpatizzava per la sinistra o che vi militava attivamente. L'elaborazione teorica di Marcuse seduceva i giovani anche perché attribuiva una particolare importanza agli strati sociali marginali, considerati "rivoluzionari" in sé e per sé. Plaudendo al radicalismo studentesco, Marcuse scriveva che gli studenti formavano una minoranza combattiva che, in virtù del suo alto livello di coscienza e del fatto ch'essa era abbastanza libera dai condizionamenti aggressivi della società capitalistica, sarebbe stata in grado di agire come una specie di avanguardia, soprattutto sul piano della "consapevolezza critica", ma anche in quello della pratica politica.

Queste idee, che appartenevano non solo a Marcuse ma anche a tutta la Scuola di Francoforte, fatte passare dalla pubblicistica occidentale per una corrente "neomarxista", costituirono una delle fonti principali dell'attuale estremismo di sinistra. Viste da vicino, le concezioni di Marcuse, di W. Benjamin, di T. Adorno e M. Horkheimer, hanno in realtà ben poco a che fare col marxismo. Essi infatti rifiutavano categoricamente la concezione marxista della storia e del processo rivoluzionario, e sostenevano che non i cambiamenti rivoluzionari da un modo di produzione a un altro, da una struttura sociale a un'altra, bensì le trasformazioni psicologiche degli individui erano alla fonte del vero processo rivoluzionario della storia.

Per i rappresentanti di questa scuola la rivoluzione sociale, collettiva, era il trionfo delle possibilità della mitologia e dell'immaginazione sulla realtà profana dei mondo. Sui piano ideologico essi contaminavano il movimento di protesta radicale di sinistra con un rivoluzionarismo piccolo-borghese, lontano da una prospettiva socialista vera e propria e limitato altresì dal carattere distruttivo degli orientamenti di "rifiuto totale".

Non stupisce quindi che la maggioranza dei movimenti radicali di sinistra, che nel '68 avevano senza dubbio avuto un carattere di massa, già nella seconda metà degli anni '70 s'erano trasformati, dopo aver perso la loro audience in gruppi poco numerosi, privi di qualsiasi credibilità. Tale processo si manifestò sia negli Stati Uniti che nell'Europa occidentale.

Fu per l'appunto l'isolamento di questi gruppi radicali autonomisti che portò all'uso della violenza terroristica. La generazione europea e americana dei radicali democratici cedette il posto a un nuovo personaggio sociale, il radicale "ribelle", che era praticamente il vecchio radicale democratico ora disperato e pieno di rancore. Lla perdita di fiducia nelle possibilità rivoluzionarie delle masse indusse centinaia di rivoluzionari piccolo-borghesi a impegnarsi sulla via del settarismo e del terrorismo individuale. Furono gli "anni di piombo".

Il disprezzo totale delle leggi dell'evoluzione sociale e delle condizioni oggettive nelle quali si svolge la lotta di classe, l'ipertrofia del fattore soggettivo, il ricorso alla lotta armata come ultima chance per realizzare finalmente una società più giusta: queste le regole che gli estremisti si erano dati per "giocare alla rivoluzione".

L'approccio al terrorismo fu determinato da fattori più psicologici che politico-ideali. Peraltro gli strati sociali che i terroristi si proponevano di "liberare" rivestivano un ruolo sempre meno importante nella loro strategia: le masse diventavano oggetto, non soggetto della lotta armata.

Se all'inizio gli estremisti tedesco-occidentali - ha scritto H. Munkler - poterono contare sull'appoggio di una parte della popolazione da loro considerata come un soggetto potenzialmente rivoluzionario, in seguito essi furono costretti a rinunciare a questo appoggio proprio perché intrapresero la lotta armata, nella convinzione d'essere gli unici veri rivoluzionari.

Alcuni ideologi estremisti, nel momento del loro più acuto pessimismo, pensarono addirittura che sarebbe stato meglio volgere i propri interessi e le proprie speranze verso le esperienze di lotta armata di liberazione nazionale e anticoloniale dei popoli d'Asia, Africa e America latina. Così, ed es. l'ideologo della Rote Armee Fraktion, H. Mahler, spiegando i motivi dell'assenza di un potenziale rivoluzionario nei paesi capitalisti avanzati, sosteneva che la risposta andava cercata nella coscienza corrotta del proletariato industriale, relativamente privilegiato, della Repubblica Federale Tedesca, per cui l'unica giustificazione possibile della propria azione rivoluzionaria stava in quella lotta armata contro l'imperialismo che i popoli proletari conducevano nei paesi sottosviluppati (pur in condizioni completamente diverse da quelle occidentali).

A. Geismar, un leader dei gauchistes francesi, definiva questi estremisti come dei "rivoluzionari senza rivoluzione". Numerosi terroristi euroccidentali, prendendo a modello l'esperienza del movimenti di liberazione di taluni paesi sudamericani, si misero ad elaborare proprie concezioni di guerriglia urbana, nel senso cioè che la guerriglia presente in quel continente, sorta per motivi del tutto specifici, veniva considerata come un metodo rivoluzionario universale, utile soprattutto alle forze rivoluzionarie ancora deboli (vedi il manifesto dei tupamaros uruguayani pubblicato da R. Debray, le esperienze dei guerrilleros urbani e rurali, dei montoneros argentini e altri gruppi simili).

Avversari del socialismo

Quando si ascolta parlare gli estremisti di sinistra o si leggono le loro pubblicazioni si ha l'impressione, con tutte quelle organizzazioni "proletarie", "comuniste", "operaie", "rosse" e di "sinistra" di cui si vantano, che il marxismo non abbia seguaci più fedeli che fra i gruppi estremisti e terroristi. Quest'ultimi in realtà possono essere considerati degli avversari del marxismo e del socialismo. Ciò lo si nota soprattutto nella sfera ideologica, perché è qui che l'estremismo di sinistra rende alla politica imperialista dei servizi particolarmente importanti.

Il fatto che gli estremisti di sinistra facciano largo uso nei loro "manifesti urlati" di proclami aventi una terminologia marxista, serve, come noto, da pretesto alla propaganda borghese per identificarli con i comunisti. Molti estremisti si prestano a questa strumentalizzazione involontariamente, ma tale inconsapevolezza può trovare delle attenuanti solo in presenza dì una debole alternativa marxista. Normalmente comunque essi si servono del marxismo solo per giustificare le loro posizioni ideologiche e interessi politici.

La visione dei marxismo che questi ideologi sedicenti di sinistra hanno è generalmente improntata alle affermazioni diffuse dagli ideologi borghesi, secondo cui il marxismo, non basandosi sulle leggi del mondo ma anzi volendole piegare arbitrariamente alle esigenze di certi schemi ideologici, sarebbe costretto a fare ricorso alla violenza politica. Ecco perché questi estremisti di sinistra, che professano un soggettivismo esasperato, considerano il marxismo come un mezzo per imporre le loro concezioni ideali e la loro dittatura minoritaria a tutta la società.

L'ideologo della RAF, H. MahIer, ma anche la terrorista U. Meinhof ritenevano possibile una rivoluzione solo nella misura in cui c'era qualcuno disposto a compierla. A forza di venerare la rivoluzione come un simbolo para-mistico, come uno spirito che può essere evocato con uno sforzo di volontà durante una seduta spiritica, gli estremisti dì sinistra si trasformano in sacerdoti d'un culto rivoluzionario e cominciano a vedere nella rivoluzione non un mezzo per risolvere i problemi sociali venuti a maturità, ma un fine a sé stesso.

In questo senso la grande differenza che esiste fra le loro concezioni piccolo-borghesi e il marxismo la si nota soprattutto quando si tratta di usare la violenza per dei fini politici. Mentre infatti i comunisti ammettono la possibilità e talvolta la necessità del ricorso da parte delle masse a metodi violenti contro il terrorismo esercitato dalle classi sfruttatrici, al potere o spodestate, per gli estremisti invece è solo il ricorso alle armi in grado di generare un vero slancio rivoluzionario e provocare lo scatenamento della lotta liberatrice delle masse.

Essi in pratica si rifanno alle vecchie dottrine anarchiche secondo cui ogni battaglia individuale, condotta in modo eroico, sveglia nelle masse lo spirito della lotta e del coraggio. La realtà però ha dimostrato che tali iniziative, isolate o di piccoli gruppi, possono soltanto provocare nell'immediato un'impressione superficiale, passeggera, non una vera mobilitazione delle masse, le quali vanno educate e si devono educare con un lavoro più paziente, più prosaico e meno spettacolare, affinché si formi e si sviluppi una matura, consapevole e attiva coscienza di classe.

L'universo settario del terrorismo

Secondo i profeti del terrorismo solo la violenza permette di compiere dei miracoli politici. Le azioni terroristiche e criminali, che in questi ultimi dieci anni hanno senza dubbio fatto numerose vittime, avevano come scopo quello di formare un esercito di "veri rivoluzionari" radicalmente ostili alle forme tradizionali della lotta politica. La violenza politica era considerata dai weathermen americani come il mezzo migliore per formare una coscienza rivoluzionaria nelle masse del loro paese.

Anche H. Mahler sosteneva che la guerriglia doveva diventare una scuola di pratica politica dei quadri rivoluzionari. Da questo punto di vista - affermava l'ideologo della RAF - una tecnica molto elaborata di rapine alle banche era praticamente in grado di rimpiazzare un appoggio politico di massa. Così pure si riteneva - citando Mao Ze Dong . che con un lancio di bombe contro gli apparati statali repressivi si faceva irruzione nel pensiero delle masse.

Sentendosi isolati dalle principali forze di classe della società, i teorici dell'estremismo e i suoi esecutori si sforzarono verso la seconda metà degli anni '70, per mezzo d'una violenza deliberatamente provocata, di porre in una situazione di rottura con la società il maggior numero possibile di giovani schiacciati sotto il peso delle contraddizioni capitalistiche.

Tuttavia i loro metodi di reclutamento ideologico e politico non servirono a colmare la marginalità dei gruppi giovanili nel contesto della società borghese, ma al contrario ad ampliarla. Non si cercò cioè un collegamento con la lotta politica delle masse, ma si volle affermare a tutti i costi, ciò anche a costo del terrore individuale, un'interpretazione settaria della lotta politica e sociale. In virtù di tale interpretazione furono colpiti non solo gli esponenti della reazione e i portavoce degli interessi dei capitale, ma anche tutte le forze democratiche e rivoluzionarie della società, incluse quelle comuniste.

L'arma della provocazione occupa un ruolo speciale nella tattica delle organizzazioni estremiste. A giudizio dei terroristi, gli atti di violenza non sono finalizzati a procurare dei risultati concreti nell'immediato, quanto piuttosto a dimostrare, a causa della inevitabile reazione repressiva dello Stato borghese, quanto sia autoritario quest'ultimo, e ad allargare di conseguenza la fase della protesta sociale.

A dire il vero, sin dagli avvenimenti del maggio francese, i leaders radicali di sinistra del movimento studentesco ritenevano che fosse un bene ogni scontro con la polizia che facesse almeno qualche vittima. Solo in seguito tuttavia si è cominciata a fare della vera e propria propaganda armata. Per giustificare le loro azioni, i terroristi - in stretta aderenza ad una vecchia tradizione dell'estremismo anarchico - invocavano la necessità della violenza armata individuale, considerata come una "reazione difensiva".

Gli autonomi italiani dichiaravano che la loro violenza rappresentava l'autodifesa della classe proletaria contro la violenza esercitata quotidianamente dallo Stato. Siccome la violenza dello Stato è ambigua e latente, bisognava secondo loro non soltanto denunciarla verbalmente ma anche costringerla ad emergere in superficie. In che modo? Spingendo appunto lo Stato, con delle provocazioni armate, a ricorrere all'uso della violenza e della repressione politico-giudiziaria.

In effetti i terroristi riuscirono a conseguire questo obiettivo: anche nel nostro paese sono aumentate le leggi speciali ed eccezionali, con le quali non solo si cerca di colpire il terrorista dichiarato ma anche quello presunto e in genere tutti quei cittadini che, per un motivo o per un altro, destino dei sospetti nei tutori dell'ordine pubblico (si pensi alle inique disposizioni da noi vigenti sulla carcerazione preventiva).

Purtroppo però i terroristi hanno ottenuto solo questo: sull'altro versante, quello dell'aumento della protesta sociale, della consapevolezza critica, della maturità politica contro lo Stato borghese, che certo resta repressivo, essi non hanno conseguito un solo obiettivo. Il terrorismo, in fondo, è fallito proprio per questa sua intrinseca contraddizione, e cioè che mentre lotta per l'abbattimento del sistema capitalistico, in ultima istanza non fa che rafforzarlo.

Lo schema terroristico del "tanto peggio tanto meglio" ricorda molto da vicino le tesi dell'anarchico russo S. Nechaev, secondo cui un forte sviluppo di "mali e disgrazie" doveva ad un certo punto far perdere la pazienza al popolo e costringerlo a insorgere. Tradotto nel linguaggio moderno delle Brigate Rosse questo significa che lo scopo delle azioni sovversive è di provocare da parte dello Stato una reazione di tipo autoritaria o fascista, alla quale si possa poi rispondere con la mobilitazione del popolo in una guerra civile. L'importante per le B. R. era che l'establishment fosse costretto a togliersi la maschera riformista, cioè l'involucro democratico-liberale usato in genere per illudere le masse. Di qui la costante ricerca di prove artificiali per evidenziare la natura repressiva dello Stato borghese contemporaneo.

Paradossalmente in questa ricerca gli estremisti di sinistra trovano un alleato "oggettivo" (anche se soggettivamente può non esserci alcun rapporto) proprio nelle forze ultrareazionarie dell'estrema destra, le quali da sempre sostengono di voler lottare contro il parlamentarismo, il riformismo e la democrazia borghese per l'affermazione di uno Stato autoritario e fascista, che tale però resti anche di fronte a una resistenza popolare. Non solo, ma i terroristi di sinistra perdono come potenziali alleati anche tutte quelle forze democratiche e rivoluzionarie che, come loro, vorrebbero il superamento del capitalismo.

Errori ed illusioni

Rivaleggiando con lo Stato nell'uso della violenza politica, gli estremisti aspirano ad essere considerati come un polo dell'influenza politica opposto alla classe dirigente: ciò che darebbe loro l'illusione di combattere politicamente lo Stato su un piede di parità. Tale contrapposizione bipolare in realtà non esiste negli schemi astratti degli ideologi estremisti: essa serve soltanto per eliminare di scena tutte le forze intermedie, tutti i rivali (specie i partiti e i sindacati della classe operaia) che, secondo loro, impediscono un duello diretto con lo Stato.

D'altra parte la specificità del terrore politico esige la personificazione dell'avversario da colpire fisicamente. Sfidando con arroganza lo Stato, il sistema e la società, gli organizzatori degli atti terroristici cercano di ridimensionare il loro grande nemico, lo Stato, identificandolo con una vittima scelta più o meno a caso, fra le migliaia che si vorrebbero colpire.

Un dirigente, un poliziotto, un politico, un giudice, un giornalista ecc.: persone come queste vengono unicamente considerate come simboli, mentre il sistema di potere esistente è visto come il frutto del complotto di un pugno di malfattori. Nel peggiore dei casi si compiono attentati senza una precisa destinazione, ma solo per seminare il panico, per screditare il governo, per scatenare la repressione o per darsi l'illusione della forza e dell'importanza politica.

In effetti i terroristi sono molto sensibili alla risonanza sociale che con i loro attentati riescono a ottenere; in questo senso è da escludere categoricamente che essi si accontentino di colpire singole vittime o di impaurire quei gruppi di persone che la vittima frequentava. Lo scopo è piuttosto quello di dimostrare che fra loro e lo Stato esiste una sorta di "guerra popolare permanente", della cui esistenza si deve rendere conto la maggior parte possibile della popolazione d'un paese.

Gli estremisti "rossi" tuttavia non hanno nulla a che vedere con questo o quel movimento di liberazione popolare. La violenza utilizzata da tali movimenti (p. es. nella lotta del popolo vietnamita o dalle forze insurrezionali sudamericane) è sempre stata diretta sia contro l'oppressore straniero, sia contro il regime tirannico locale, basandosi sull'appoggio (diretto o indiretto, occulto o palese) della popolazione. Al contrario, le azioni terroristiche non tengono in alcun conto l'appoggio delle masse. Esse avvengono parallelamente alla lotta di classe popolare.

Cercando di risolvere l'ovvia contraddizione fra la concezione ufficialmente proclamata di "guerra popolare" e la pratica di atti di sabotaggio perpetrati da gruppi isolati, H. Mahler affermò, basandosi sulla specificità della guerriglia urbana, che i terroristi possono fare a meno dell'aiuto della popolazione, in quanto a loro è molto più comodo restare nell'anonimato, utilizzando i molti "covi segreti" di cui dispongono nelle diverse città. Sotto questo aspetto - ha sottolineato il sociologo I. Fetscher - la lotta armata è per molti terroristi non un mezzo razionale per raggiungere un determinato scopo politico, ma piuttosto un'espressione "esistenziale", puramente soggettiva, dei loro sentimenti di disgusto e di odio per la vita.

Persone di tal genere difficilmente riescono a coltivare rapporti di amicizia, di amore, di parentela che non siano strettamente funzionali al desiderio di distruggere l'intera società. La loro fondamentale missione storica consiste appunto in questo, nel distruggere quello che c'è.

In genere gli estremisti evitano di formulare espressamente le loro idee riguardo alla fisionomia del futuro mondo, da loro "liberato". Quando lo fanno succede che ogni gruppo estremista, persino ogni leader di ogni singolo gruppo, sogna una propria versione del futuro "regno di libertà", una versione così astratta e schematica che non ha nulla da spartire con la realtà sociale. Ecco perché diventa praticamente impossibile, da parte di chi cerca di comprendere questo fenomeno, trovare una qualche coerenza fra le loro parole e i fatti concreti.

E' più facile analizzarlo da un punto di vista psicologico e sociale: qui infatti ci si rende conto di quanto mai contraddittorio sia l'universo settario dei terroristi. Manie di grandezza che convivono con complessi di inferiorità; l'affermazione di un mondo di combattenti per la "libertà universale" e nel contempo l'esigenza d'imporre tale libertà mediante l'instaurazione di una dittatura personale; un mondo di leader popolari "storici" che si tengono continuamente nascosti... Persino l'esiguità dei loro effettivi viene fatta passare per una garanzia di mobilità e di efficacia operativa.

I rapporti fra i diversi gruppi estremisti sono abitualmente segnati da discussioni e dissensi a non finire. Gli sproloqui pseudorivoluzionari in cui si cimentano i rappresentanti delle diverse frazioni non contribuiscono affatto a unire bensì a dividere. Ad ogni svolta determinata dagli avvenimenti della vita, i gruppi tendono a scindersi in gruppi ancora più piccoli. In formazioni di tal genere - ha scritto il sociologo americano K. Keniston - i semplici conflitti personali, le lotte per l'influenza politica, le divergenze d'opinione assumono proporzioni inverosimili, trasformandosi in questioni di vita o di morte.

Questo perché, avendo un atteggiamento ostile verso il mondo esterno, la cui influenza rischia sempre, secondo loro, di distruggere la setta, i terroristi temono qualunque atteggiamento o idea che metta in discussione i solidi muri eretti per restare completamente isolati. Di qui i continui reciproci sospetti, le accuse di tradimento o di concessione al nemico ideologico, nonché tutte quelle procedure per l'adesione dei nuovi membri o per la loro scomunica, che ricordano molto da vicino le sette religiose. I neofiti devono passare attraverso alcune prove, molto selettive: dalle azioni di piccola violenza a quelle determinate politicamente, fino al terrorismo vero e proprio. I capi esigono un'incondizionata sottomissione e la devozione fanatica alla "causa".

I tentativi degli estremisti di "giocare" alla rivoluzione e alla guerra civile non costituiscono una seria minaccia al regime capitalistico. Essi infatti combattono lo spirito borghese con i mezzi della società borghese. Questa violenza criminale e amorale pone a fondamento del proprio essere il principio machiavellico, anzi gesuitico, secondo cui "il fine giustifica i mezzi". Un principio che appunto rivela la debolezza del loro rapporto con le masse popolari, le quali, quando sono in procinto di compiere azioni rivoluzionarie, non hanno bisogno di ricorrere a mezzi ingiusti per conseguire un fine giusto.

L'esempio più clamoroso di cosa voglia dire proclamare determinati scopi politici e realizzarne altri completamente diversi, è stato offerto nel nostro paese in occasione del delitto Moro. Le B. R. rapirono lo statista democristiano per impedire il compromesso storico con i comunisti e per costringere il paese a una svolta autoritaria nei confronti della quale la popolazione avrebbe dovuto reagire in modo rivoluzionario.

Invece quella parte della Democrazia cristiana contraria al compromesso storico approfittò della situazione per convincere tutto il paese (o quasi) a non trattare con le B. R. e quindi a eliminare un leader scomodo come Moro. La parola d'ordine che la Dc lanciò e che ancora oggi si condivide fu: in nome della ragion di stato bisogna sacrificare la vita di un uomo. Forse che le B. R. riuscirono a dimostrare che lo Stato era antidemocratico, disumano nel volere la morte di un uomo mentre quest'uomo stesso chiedeva di trattare? E come avrebbero potuto riuscirvi se i mezzi di comunicazione erano tutti in mano a chi volle servirsi di loro per realizzare i propri progetti conservativi? Il massimo che riuscirono a fare fu quello di dimostrare allo stesso Moro di quale perfidia era caratterizzato il suo partito (ciò che si è chiaramente capito dalle sue lettere). Ma alle B. R. non poteva bastare una semplice vittoria morale: l'assassinio di Moro doveva servire per dare credibilità politica al movimento. In realtà quello fu l'inizio della loro fine.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
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Aggiornamento: 23/04/2015