IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


IDENTITA' UMANA E NATURALE

Il problema principale dell'identità umana è quello di come vivere un'esistenza naturale, cioè non forzata da circostanze che inducono a fare scelte non umane. Tra umanità e naturalità la differenza dovrebbe essere minima.

Se gli esseri umani vivessero secondo natura, non sarebbero costretti a cercare nell'eccesso, nell'estremo o nel paradosso il significato della loro vita. Infatti la cosa più sintomatica di questa mancanza d'identità è proprio la ricercata diversità con cui si vuol vivere. L'ansia di protagonismo, cioè il voler essere disperatamente qualcuno, è indice di sicura alienazione.

Se gli sforzi che si fanno per affermare il proprio individualismo fossero indirizzati verso la preservazione dello stile di vita comunitario, probabilmente non esisterebbero contraddizioni antagonistiche, ma solo problemi da risolvere.

La tragedia dell'uomo civilizzato è quella di non riuscire a essere se stesso, è quella di cercare continuamente un modo per affermare la propria individualità contro l'individualità degli altri. Il risultato è che ognuno si trova a vivere un ruolo che le circostanze gli impongono. Per poter emergere si finisce con l'assumere dei comportamenti innaturali, eterodiretti, troppo eccessivi per essere veri.

Gli uomini non hanno ancora risolto il problema di come superare questa alienazione tipica delle civiltà antagonistiche. Probabilmente perché non hanno risolto alla radice problemi come il dominio della proprietà privata, lo sfruttamento del lavoro altrui, il saccheggio delle popolazioni tecnologicamente e soprattutto militarmente più deboli, l'esigenza di scatenare guerre senza fine quando l'affermazione di sé viene messa in forse.

L'uomo deve imparare a sentirsi libero di fronte alle cose e soprattutto deve imparare a lottare per salvaguardare il senso di umanità che è in lui e il contesto naturale che è al di fuori di lui. Qualunque opera di ricostruzione dell'identità umana che non tenga conto delle esigenze della natura, è destinata sicuramente a fallire. L'uomo è parte della natura, è un soggetto di natura e tutto ciò che viola le leggi della natura mina la stabilità del consorzio umano.

Quando usiamo il concetto di "storia" in riferimento alla sola "storia delle civiltà", considerando la "preistoria" con distaccata superiorità, non ci rendiamo conto che la storia è solo la storia di vari tentativi in cui i fallimenti sono infinitamente superiori ai successi, mentre la preistoria è la storia di una realtà.

Bisognerebbe convincersi che il problema dell'identità umana può avere solo due vie percorribili: o esiste un'unica storia dell'uomo in cui risulta chiaro che i modelli di vita sono sempre stati basati su due uniche alternative: proprietà collettiva o proprietà privata, condivisione o separazione dei beni ecc., con conseguenze ovviamente diverse, per cui, nella consapevolezza di ciò, gli uomini sono tenuti ad assumersi determinate responsabilità; oppure è meglio precisare subito che la storia di cui si parla è soltanto quella di una determinata civiltà, basata sull'antagonismo e sulla sperequazione dei beni, ovviamente secondo forme e modi differenti, e che il concetto di "preistoria" è stato elaborato da queste civiltà per indicare uno stile di vita rozzo e primitivo.

Se si ponessero dei paletti del genere forse comincerebbe ad avere un senso la storia come "scienza dell'uomo". Studiare la storia infatti dovrebbe voler dire analizzare le condizioni in cui l'uomo può essere se stesso e cercare di capire le motivazioni per cui spesso preferisce non esserlo o non gli riesce di esserlo (cioè a prescindere dalla consapevolezza che può avere del problema).

Lo studio della storia dovrebbe partire da un'esigenza morale e politica, strettamente legata al presente, in quanto qualunque studio della storia che non aiuta a capire e a migliorare il presente, non serve a nulla. Il passato va visto in funzione del presente, anche se il presente non può pretendere, solo perché presente, di essere migliore del passato o di poterlo giudicare. Oggi anzi siamo assolutamente convinti che il presente debba recuperare qualcosa che si trova nel passato e che i nostri ritardi rendono sempre più lontana.

L'uomo deve ritrovare, nella consapevolezza del male che lo caratterizza, la cosiddetta innocenza perduta. Questo compito, di una complessità eccezionale, può essere affrontato e risolto solo con la sforzo congiunto di tutti gli uomini.

Forse qualcuno può obiettare che non c'è bisogno di studiare il passato per risolvere i problemi del presente. Certo, il passato, di per sé, non può (e non deve) offrire la soluzione dei problemi del presente, tuttavia gli uomini non possono fare a meno della memoria storica (tradizione, senso comune, valori...), che si trasmette attraverso le generazioni. Pensare di poter fare a meno di questa linfa vitale, significa condannarsi a ripetere sempre gli stessi errori.

IL CONCETTO DI INNOCENZA

E' difficile dire che cos'è l'innocenza. Se guardiamo i bambini dovremmo dire che è mancanza di consapevolezza del male. Ma questo non significa che il male non venga compiuto.

I bambini agiscono d'istinto, in maniera analoga agli animali, e solo se c'è qualcuno che insegna loro la differenza tra bene e male, riescono ad acquisirla. Capiscono la presenza del male dal fatto che a causa di talune loro azioni, prevalentemente connesse all'uso delle cose, altri, come conseguenza, soffrono. In tal modo associano bene a piacere e male a dolore. Ma non riescono certamente ad associare piacere individuale a male quando tale piacere è fonte di dolore altrui.

L'etica dei bambini ha senso quando il dolore altrui è momentaneo o quando al dolore si possono trovare facilmente delle alternative. Infatti, nel momento stesso in cui l'adulto interviene per insegnare come comportarsi, allora l'etica dominante non è più quella infantile. D'altra parte è impossibile che esista un'etica infantile senza la presenza di un'etica adulta.

E' comunque molto difficile dare una definizione positiva di innocenza, poiché si è sempre compartecipi, a vario titolo, lo si sappia o no, di processi i cui meccanismi regolatori spesso ci sfuggono o non riusciamo a controllare come vorremmo.

Si può soltanto parlare di gradi diversi di colpevolezza, e anche di gradi diversi di consapevolezza della colpa. Come noto, infatti, la colpa è soggettiva e oggettiva (che non è la stessa cosa di volontaria e involontaria: oggettivamente, in quanto appartenente all'Europa occidentale, io partecipo allo sfruttamento del Terzo mondo, e vi parteciperei anche se aderissi, soggettivamente, al commercio equo e solidale, proprio perché esistono dei processi industriali e commerciali di dipendenza che non vengono modificati dalla mia volontà personale).

Il processo meno oneroso, alla lunga, è quello di ammettere una parte di colpa: se tutti sono capaci di autocritica è più facile risolvere i problemi. Dichiararsi sempre innocenti e scaricare su altri la parte delle proprie colpe, porta a incancrenire i problemi, poiché nessuno è in grado di sopportare un peso eccessivo di colpa. Distribuire i pesi della colpa: ecco il senso della democrazia.

Resta comunque singolare che mentre nel mondo infantile la stragrande maggioranza dei casi di conflitto dipenda dall'uso delle cose, nel mondo degli adulti, oltre al problema dell'uso, c'è anche quello della proprietà.

Nei bambini uso e possesso sono equivalenti, nel senso che uno presuppone l'altro; nel mondo degli adulti invece il possesso diventa proprietà, sicché uso e proprietà sono reciprocamente indipendenti.

Il concetto di proprietà privata ha sconvolto i rapporti umani e sociali. Da quando sono nate le civiltà possesso non è equivalente a proprietà; il possesso permette l'uso del mezzo di lavoro, ma chi detiene la proprietà del mezzo, può togliere possesso e uso. Chi non ha proprietà usa le cose come se gli fossero date in prestito, senza garanzia di possederle fino alla morte.

La proprietà è dunque la conseguenza principale di un rapporto di forza, che da un lato assomiglia all'arbitrio di un bambino, ma che di fatto viene compiuto da un adulto.

Chiunque difenda la proprietà lo fa per difendere un interesse privato. Non ci può essere innocenza in questo.

L'unica proprietà difendibile è quella pubblica, ma una proprietà pubblica è una non-proprietà, è un patrimonio comune, a disposizione di tutti, come dovrebbe essere per le risorse della terra, il cui proprietario è il nostro stesso pianeta, di cui noi siamo ospiti a tempo determinato.

Solo in presenza di una proprietà comune esiste la libertà del possesso e dell'uso. Il concetto di proprietà privata rende di per sé sbagliato l'uso delle cose. Il fine, nell'uso delle cose, non è l'interesse comune, ma quello privato o individuale.

Una proprietà è comune quando appartiene a una collettività locale, in grado di controllare che nessuno trasformi una parte di essa in proprietà privata.

In presenza della proprietà privata, qualunque istituzione (Stato, esercito, scuola ecc.) fa interessi privati, anche quando dice o appare il contrario. Infatti, quanto più forti e diffuse e diversificate sono le forme della proprietà privata, tanto più si cerca di mistificarle con istituzioni che di pubblico hanno solo la parvenza, la forma esteriore.

In realtà tali istituzioni servono soltanto, nel migliore dei casi, a difendere la piccola proprietà privata contro la grande. E in genere la grande tende sempre a ridurre gli spazi di manovra della piccola, proprio servendosi delle stesse istituzioni. Dipende, dei due piatti della bilancia: Stato e Mercato, quale si vuol far pesare di più.

ESSERE QUEL CHE SI E'

L'evoluzione sembra di per sé escludere un "cominciamento" specifico per l'essere umano. Ed è per questo che viene particolarmente osteggiata dai credenti, i quali però oggi non negano che i passi biblici relativi alla creazione non possano essere interpretati alla lettera. Oggi per fortuna non ha più senso la diatriba su come interpretare la famosa creazione in sei giorni del Genesi.

Resta tuttavia aperto il problema (tant'è che anche la scienza parla di "anello mancante") su come sia stata possibile un'evoluzione dal mondo animale a quello umano. Infatti, anche guardando l'evoluzione delle scimmie e, anche considerando che tra il nostro e il loro Dna le differenze si riducono soltanto al 2%, resta difficile credere che l'essere umano provenga completamente da questo genere di animale. Basta guardare il semplice fatto che le scimmie hanno una grande paura dell'acqua, mentre noi invece ne siamo attratti in maniera irresistibile.

Più che discendere da un'unica specie, quella umana sembra essere la sintesi di molte specie animali. La scimmia, p.es., non desidera volare come gli uccelli; noi sì. I pesci non desiderano uscire dall'acqua; noi sì. Questo per dire che se anche diamo per scontata l'evoluzione, i conti alla fine non tornano perfettamente.

C'è qualcosa di troppo diverso tra l'uomo e l'animale. E questa cosa non può essersi formata semplicemente sulla base di progressivi mutamenti di forma, cioè sulla base di molteplici determinazioni quantitative. Oggi, p.es., diamo per scontato che l'essere umano proviene da un unico ceppo, nonostante svariate differenze somatiche.

Infatti, se guardiamo gli abitanti di una qualunque parte del pianeta, ci accorgiamo che sono sostanzialmente uguali, cioè tutti sono di gran lunga superiori a qualunque tipo di animale. Tutti, previo addestramento, sono in grado di fare tutto.

Per quale ragione non esiste una specie animale simile a quella umana? Cioè per quale ragione l'evoluzione dalla quantità alla qualità ha riguardato solo una delle tante specie animali? Certo, dai felini più feroci della preistoria, la natura è arrivata a produrre il gatto, ma le differenze sono rimaste di forma: l'evoluzione non ha riguardato cambiamenti di sostanza. Pur essendo passati milioni di anni, le cose che sa fare un felino sostanzialmente sono le stesse: cacciare, dormire, leccarsi, riprodursi ecc.

L'essere umano è qualcosa di completamente diverso, nella sostanza, da qualunque essere animale. E quando diciamo "completamente" non lo intendiamo in riferimento all'aspetto fisico, benché anche qui le differenze non siano di poco conto (basta p.es. guardare l'andatura eretta o il volume del cervello), quanto piuttosto in relazione all'aspetto "meta-fisico", cioè a quanto va oltre l'aspetto visibile.

Oggi è difficile mettere in discussione l'idea di "evoluzione" o di "progresso materiale della natura", e tuttavia, guardando l'essere umano, vien quasi da pensare che l'evoluzione abbia trovato il suo compimento proprio in questa particolare "specie animale", nel senso che ogni ulteriore sviluppo delle cose materiali e formali sembra dover dipendere unicamente dallo stesso essere umano.

A tutt'oggi non c'è alcun altro animale che possa contrastare il primato dell'essere umano in natura. L'unico vero nemico dell'uomo, l'unico a poterlo distruggere, sembra essere l'uomo stesso. Solo con lo sviluppo dell'essere umano è sorto il rischio dell'autodistruzione. Una cosa di questo genere, che è sommamente innaturale, al punto che la stessa natura ne subisce le conseguenze e cerca di difendersi come meglio può, non può essere il frutto di alcuna evoluzione, né semplice né complessa (almeno non di quelle che comunemente conosciamo).

Nella specie umana sono presenti degli aspetti "meta-fisici" del tutto sconosciuti agli animali. Infatti, nessun animale ha mai avuto e probabilmente mai avrà il coraggio di sentirsi superiore alla natura. Dunque, per quale motivo quando noi avvertiamo questa sensazione, finiamo con l'autodistruggerci? Non è forse una contraddizione che mentre da un lato ci sentiamo superiori a qualunque tipo di animale e persino della stessa natura, dall'altro invece rischiamo di non riuscire ad essere neppure noi stessi?

La domanda cui oggi dovremmo cercare di rispondere è dunque la seguente: in che maniera possiamo sentirci superiori alla natura senza rischiare di distruggerla e senza rischiare di distruggere noi stessi?

Fino ad oggi infatti l'essere umano ha cercato di dimostrare la propria superiorità in maniera fisica o materiale: ha edificato costruzioni di ogni genere, ha costruito, distrutto e ricostruito, ha modificato radicalmente gli ambienti naturali, li ha devastati, desertificati, abbandonati a se stessi dopo averli spogliati di tutte le loro risorse.

Ora, c'è un modo di dimostrare la nostra superiorità rinunciando a comportamenti del genere? Il modo dobbiamo cercarlo in quel medesimo aspetto "meta-fisico" che fino ad oggi ci ha permesso di dominare usando la forza e la violenza. Questo aspetto è la coscienza. Dobbiamo sviluppare la coscienza interiore, e dobbiamo farlo in maniera collettiva, poiché l'essere umano è sociale per definizione.

Dobbiamo ridefinire il concetto di "umanità", partendo da un rapporto equilibrato con la natura. Se riusciamo a trovare l'equilibrio perduto, riusciremo anche a essere noi stessi, a vivere senza distruggerci.

Ma per fare questo occorrono almeno tre cose:

  1. vivere in mezzo alla natura, recuperando quindi le aree abbandonate dalle società antagonistiche;
  2. fare in modo, in maniera collettiva, che queste aree garantiscano la sopravvivenza, cioè l'autoconsumo;
  3. difendere queste aree dai condizionamenti esterni e mettere il significato e le modalità della loro gestione a disposizione di chi le vuole riprodurre altrove.

Quale scienza può esserci utile per realizzare questo progetto? Quella primitiva, quella anteriore alla nascita delle civiltà antagonistiche, quella che ancora oggi si trova nelle comunità meno accessibili all'uomo contemporaneo, schiavo della scienza e della tecnica, del profitto e dell'amministrazione statale, del potere dei partiti e delle religioni...

Tutto il resto non serve a nulla. Dobbiamo uscire dal concetto di "civiltà" per entrare in quello di "natura"; dobbiamo uscire dal concetto di "storia" per tornare alla preistoria. Solo così riusciremo a capire cosa significa "essere quel che si è".


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
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Aggiornamento: 05/04/2008