IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


LENIN E LA PERESTROJKA

Per la perestrojka eurorientale sono soprattutto le ultime opere di Lenin che bisogna rileggere, al fine di capire il senso del socialismo democratico. All'occidente progressista invece dovrebbero interessare di più le opere del giovane Lenin, quello dell'Iskra, l'organizzatore di un nuovo partito rivoluzionario, il Lenin di Che fare?.

Ciò anche in considerazione del fatto che in occidente è impossibile realizzare la perestrojka senza rivoluzione politica. Da noi non ha alcun senso parlare di autogestione sociale o di autofinanziamento, poiché tutto il mondo produttivo trainante è nelle mani di pochi imprenditori. Sono loro (e i loro managers) che si autogestiscono e finanziano le loro imprese coi soldi dei lavoratori.

La perestrojka non può portare l'occidente al socialismo, in modo pacifico, progressivo, senza che avvenga una rivoluzione politica. E' impossibile che gli imprenditori rinuncino spontaneamente ai loro monopoli. Anzi, la perestrojka, indirettamente, promuove la conservazione dello status quo in occidente, in quanto, dal punto di vista economico-commerciale, essa tende a favorire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa anche al capitalismo.

Al massimo la perestrojka potrà servire a dimostrare che le crisi del capitalismo dipendono dal capitalismo stesso (e non p.es. dalla “guerra fredda”), oppure che il socialismo, volendo, può anche diventare una società democratica. Più di questo la perestrojka non può fare per l'occidente.

Se essa ha rinunciato a riaffermare il valore della lotta di classe, l'ha fatto nella convinzione che tale prassi non può essere teorizzata secondo i crismi della ineluttabilità, della indispensabilità. Alla lotta di classe il socialismo si piega per necessità, dopo aver maturato la certezza che tutti gli altri mezzi per sanare le contraddizioni si sono rivelati inefficaci. Anzi la perestrojka sta facendo di tutto perché i conflitti ideologici non impediscano la collaborazione sul terreno socioeconomico (in politica interna, fra le diverse categorie sociali, ed estera, fra i diversi Stati).

Questo modo “umanistico” di fare politica non è in contraddizione con quello leninista: gli è però necessario come complemento, poiché una politica leninista che non tenga conto della perestrojka si trasforma facilmente, almeno in occidente, in una politica estremista, settaria, neo-stalinista.

La perestrojka potrà anche aiutare il capitalismo a superare temporaneamente certe sue difficoltà economiche, ma la contraddizione tra capitale e lavoro tenderà inevitabilmente a riprodursi, specie se il Terzo mondo si opporrà con efficacia al rapporto neocoloniale. Ecco, in questo senso la perestrojka vuol togliere al capitalismo l'occasione di affermare che il socialismo è causa ultima delle crisi del capitalismo stesso.

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Lenin, per poter superare Marx, dovette assimilare il netto disincanto nei confronti del capitalismo. Ancor prima di Che fare? (che segna l'inizio di tale superamento), Lenin aveva capito che il capitalismo era la formazione sociale più forte, cioè ch'esso si sarebbe inevitabilmente imposto sulla società agricola in via di dissoluzione, contro le teorie dei populisti. E aveva capito che il capitalismo non era assolutamente riformabile in senso democratico, essendo una formazione sociale fortemente divisa in classi (contro l'opinione dei marxisti legali, degli economisti ecc.). Lenin non riconobbe mai alla borghesia alcuna funzione positiva, neppure quella d'aver accelerato la fine del servaggio, poiché in Russia l'introduzione del capitalismo comportò un netto peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.

Quando Lenin pensò a cercare la strada per superare Marx, non la trovò tanto sul campo della teoria economica del capitalismo (sebbene il testo dell'Imperialismo sia un necessario complemento del Capitale), quanto piuttosto su quello del metodo politico per rovesciare il regime capitalistico.

Lenin comprese una cosa d'importanza fondamentale (che Marx aveva trascurato): il primato della politica sull'economia, ovvero l'esigenza di darsi una forte organizzazione partitica, in grado di mobilitare un vasto movimento popolare, col quale abbattere il potere costituito. Fu così che Lenin riuscì a conseguire sul terreno pratico ciò che Marx aveva acquisito solo sul terreno teorico.

Tuttavia, il leninismo venne ben presto tradito dallo stalinismo, come il marxismo era già stato tradito dai revisionisti della IIa Internazionale. In tal senso la perestrojka va interpretata come un tentativo di recuperare il leninismo all'interno di una nuova consapevolezza politica (che è anche sociale e culturale): quella del primato dell'uomo sulla politica.

Perché la perestrojka tarda così tanto a realizzarsi?

  • Perché, per poterla capire adeguatamente, occorre assimilare tutto Lenin, non solo a livello intellettuale (come un manuale da studiare), ma anche e soprattutto a livello operativo, mediante un impegno politico personale (cosa che sotto lo stalinismo e la stagnazione era impossibile);
  • perché la scoperta del primato dell'uomo implica uno sforzo maggiore di comprensione, di adeguamento personale delle proprie convinzioni e della propria vita alla nuova scoperta: uno sforzo assai superiore a quello che fece Marx di scoprire la vera natura del capitalismo, o a quello che fece Lenin di scoprire il valore della politica rivoluzionaria.

Finché gli uomini, dal basso, a partire dalla vita quotidiana, non vivono l'esperienza dell'umanesimo integrale, la perestrojka, dall'alto, non potrà mai realizzarsi.

Lenin aveva perfettamente ragione quando diceva che la politica è la sintesi dell'economia. Senza la politica rivoluzionaria, le cose non si trasformano a vantaggio delle masse se il sistema in cui vivono è dominato dall'antagonismo. La vera politica -diceva Lenin- è quella fatta dalle masse guidate da un partito: se la politica si limita alla mera competenza di pochi professionisti, fatalmente essa si trasforma in uno strumento per la dittatura di qualche ceto o classe.

Marx, in un primo tempo, rifiutò la politica perché non aveva saputo scorgere un'alternativa reale al modello para-feudale del sistema prussiano; poi capì che tale alternativa andava cercata nelle masse, soprattutto nel proletariato. Sarà però Lenin a intuire che tale politica spontanea delle masse va guidata da un partito di intellettuali consapevoli, disciplinati e organizzati.

Le masse devono quindi riappropriarsi della politica, e gli intellettuali devono mettere al servizio delle masse la loro competenza. Se manca questa responsabilità, si tenderà sempre a scaricare sul governo o sul sistema le cause di tutti i mali sociali, si arriverà a pretendere cose impossibili, si assumeranno atteggiamenti irrazionali... Ma così la politica inevitabilmente si trasforma in un gioco competitivo (spesso dagli esiti drammatici) tra opposte fazioni che ambiscono solo a spartirsi il potere.

Il leninismo e l'odierna perestrojka hanno questo di utile da insegnarci:

  • che senza una politica consapevole delle masse, non avviene alcuna significativa trasformazione della società;
  • che nessun'altra “scienza” è in grado di compiere tale trasformazione;
  • che la trasformazione è veramente significativa solo se la politica si unisce alle esigenze più democratiche delle masse, espresse a tutti i livelli;
  • che nessuna democratizzazione della vita sociale è possibile, in profondità, se le masse non vi si sentono attivamente coinvolte;
  • che l'importanza della politica non si esaurisce con la trasformazione rivoluzionaria del sistema, poiché questa non può avvenire una volta per tutte;
  • che il vero scopo della politica è quello di umanizzare la società, poiché solo così l'esigenza di ricorrere a una politica rivoluzionaria perderà il suo senso.

* * *

Una qualunque rivoluzione politica, senza una parallela rivoluzione sociale e culturale, porta inevitabilmente a realizzare gli ideali opposti a quelli originari. Questo perché mentre all'inizio della lotta politica occorre essere democratici per ottenere un certo consenso, in seguito, conseguito l'obiettivo politico-rivoluzionario, l'ideale rischia sempre d'essere tradito se si vuole conservare il potere a tutti i costi.

Tale processo avviene anche involontariamente, inconsapevolmente (almeno fino a un certo punto), in quanto il tradimento è proprio una conseguenza della mancata rivoluzione sociale. Lenin si accorse di questo pericolo alla fine della sua vita e cercò con tutti i mezzi di porvi rimedio, ma il partito, dopo la sua morte, preferì accentuare l'autoritarismo della politica.

Ogni decisione di non voler riporre nel popolo piena fiducia, rischiando anche che lo stesso popolo si serva di questa fiducia in maniera irrazionale, porta inevitabilmente all'affermarsi di quelle correnti autoritarie che non credono nelle capacità democratiche delle masse e che sanno però sfruttare molto abilmente le debolezze di chi vuole la democrazia ma non è capace di volerla sino in fondo.

Le migliori idee non sono quelle più democratiche di altre, ma quelle che intendono il concetto di democrazia in maniera pratica, In tal senso, a un filosofo progressista ma isolato, è sempre preferibile un filosofo che rinuncia, in parte, a esprimere tutte le sue concezioni progressiste, al fine di poter avvicinare meglio le masse ad alcune sue concezioni progressiste, pensando di elevarle, con pazienza, al suo livello di consapevolezza.

Un filosofo che non conosce la pedagogia o la psicologia sociale (ovvero che in politica non conosce la tattica), è un cattivo filosofo, poiché il valore delle sue teorie non riscatterà il disvalore della sua pratica.

La pratica -si è sempre detto- è in ultima istanza il criterio della verità: in realtà lo è anche in prima istanza, nel senso che lo scontro fra verità opposte si decide sempre sul terreno della prassi. Dire “in ultima istanza” significa presumere che dal momento in cui inizia lo scontro al momento in cui si conclude, sia passato un certo tempo. Dire invece “in prima istanza” significa che già in questo tempo ci si deve misurare sul terreno della prassi.

Se proprio si vuole continuare ad usare la definizione engelsiana di “in ultima istanza”, la s'intenda solo in questo senso, che, dovendo scegliere fra una verità teorica e una pratica, è preferibile scegliere, “in ultima istanza”, quella pratica. Cioè è sempre meglio garantire una verità operativa, anche se non piena, piuttosto che una piena verità senza i mezzi per sostenerne gli effetti.

La rivoluzione politica, senza rivoluzione sociale, non fa che rinviare nel tempo la liberazione dell'uomo. E siccome ad ogni rivoluzione politica le masse s'illudono ch'essa sia l'ultima, spesso accade che proprio a causa del fallimento degli ideali rivoluzionari, le condizioni sociali delle masse invece di migliorare peggiorino.

In Europa, a partire dalla civiltà greca, ma anche prima, da quella etrusca o da quella fenicia, è sempre accaduto che ogni volta che le classi meno abbienti di un determinato territorio (città, regione, ecc.), hanno rivendicato e ottenuto taluni diritti, soltanto dei diritti, senza cioè mettere in discussione, alla radice, il problema dello sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, è sempre accaduto che le classi più agiate hanno cercato di recuperare i privilegi perduti, cominciando a sfruttare quelle stesse classi lavoratrici con mezzi e metodi più sofisticati, oppure sfruttando altre popolazioni di altri territori.

Questa legge della storia delle società antagonistiche la si può vedere applicata non solo nell'Europa occidentale ma anche in quella orientale del socialismo amministrato, ove l'antagonismo aveva assunto la forma di una lotta tra Stato e società civile, tra partito e cittadini.

Il fatto che il socialismo scientifico non abbia saputo fare in occidente neppure la rivoluzione politica ha comportato, come conseguenza, che il capitalismo acquisisse, desumendoli proprio dal marxismo, quegli accorgimenti tecnici e organizzativi che gli hanno permesso di riprodursi come tale.

E così, il capitalismo monopolistico è stato il tentativo di risolvere, con mezzi para-socialisti, una crisi interna al capitalismo concorrenziale, e quello monopolistico di Stato ha svolto lo stesso ruolo nei confronti del precedente capitalismo. In entrambi i casi il capitalismo ha saputo adattare delle idee socialiste ai propri interessi, rafforzandosi ulteriormente.

Con questo naturalmente non si vuole sostenere che le rivoluzioni politiche non devono essere fatte, né che non devono essere fatte senza rivoluzione sociale: semplicemente che, facendole, bisogna portarle alle loro conseguenze più logiche sul piano sociale, altrimenti esse si trasformeranno, inevitabilmente, in una situazione di privilegio per pochi e di condanna per molti.

Ciò inoltre comporta che oggi, per abbattere il capitalismo o il socialismo di stato, gli sforzi della democrazia dovranno essere molto più grandi di quelli che si dovevano sostenere nel passato. Anche perché le reazioni del capitale o della burocrazia saranno sicuramente più forti. Le contraddizioni irrisolte tendono col tempo ad acutizzarsi, ad approfondirsi e anche a estendersi. La loro soluzione richiede praticamente l'impegno di tutti i singoli cittadini.

La rivendicazione del “benessere” (socioeconomico) dovrebbe essere fatta sulla base della convinzione che un benessere “assoluto”, “totale”, garantito al 100%, è profondamente nocivo: non solo perché esso viene “pagato”, di regola, dalle innumerevoli sofferenze della maggioranza di una determinata popolazione, ma anche perché esso porta con sé, inevitabilmente, la decadenza dei costumi, la corruzione morale, il degrado ambientale, il disfacimento della civiltà.

Più che di “benessere”, gli uomini dovrebbero occuparsi di “giustizia”, di “uguaglianza” (nella diversità e nella libertà), di “equità sociale”. Non dovrebbe però trattarsi di una “giustizia verso il privilegio” (cioè verso l'alto), bensì di una “giustizia verso l'uguaglianza” (cioè verso il basso).

Bisogna rifiutare l'idea di dover rivendicare gli stessi privilegi di chi sta al potere (politico ed economico): questa forma di “giustizia” comporta sempre un'ingiustizia nei confronti di chi non è in grado di fare le stesse rivendicazioni. E non si dica che anche costui trarrebbe un vantaggio personale dalle richieste di “giustizia verso l'alto” fatte dai gruppi sociali di medio benessere. I fatti hanno sempre dimostrato che nella realtà del privilegio allargato, gli egoismi corporativi, se soddisfatti, difendono ancor più tenacemente i loro interessi, proprio perché sanno quanto fatica costi farli valere nell'ambito della competizione antagonistica.

Viceversa, la democrazia verso il basso significa obbligare chi dispone di potere politico e/o economico, ad accontentarsi del minimo indispensabile. Il problema che a questo punto si pone è però il seguente: chi può obbligare a questa sobrietà senza rischiare di trasformarsi, egli stesso, in un dittatore? La risposta a tale domanda contiene anche la spiegazione del motivo per cui sono crollati i regimi est-europei.

Una democrazia verso il basso non può essere imposta con la forza dello Stato o di un partito, altrimenti si trasforma in una dittatura. Qui è il popolo che deve agire in maniera sovrana. E nessun popolo, ovviamente, può essere disposto ad accettare un tenore di vita essenziale, sobrio, moderato, senza avere in cambio la piena libertà di pensare e di agire, nel rispetto dell'altrui pensiero e azione. Ci si può sacrificare sul piano materiale in nome di un ideale, non ci si può sacrificare quando i primi a tradire l'ideale sono proprio coloro che dovrebbero meglio rispettarlo.

Il politico dovrebbe unicamente avere come scopo della sua vita quello di realizzare, con l'aiuto delle masse, determinate idee di giustizia e di equità sociale. Soldi e potere dovrebbero essere finalizzati a questo obiettivo, e per essere sicuri che il loro uso sia equo, bisognerebbe ridurli al minimo. Ciò significa che un politico, dotato di pieni poteri, non dovrebbe governare che su un territorio molto ristretto. Quanto più il territorio s'allarga, tanto più “simbolico” (non reale) dovrebbe essere il potere del politico.

Il politico “nazionale” o addirittura “sovranazionale” dovrebbe avere un potere esclusivamente morale, che è quello basato sul suo esempio personale. L'unico vantaggio che un politico merita di godere è, in pratica, il consenso delle masse. Un politico nazionale potrebbe dirsi “nazionale” solo nella misura in cui vaste masse popolari (attraverso i mass-media, che però dovrebbero gestire direttamente) si riconoscono nella sua personale posizione (etica e politica). Chi non ha un grande ideale non può diventare un grande politico. Nessun politico legato al potere o al denaro ha mai avuto idee veramente originali sul piano della democrazia e del socialismo.

La cosa che desta maggiore interesse nella storia dell'Europa occidentale è che i protagonisti principali nella formazione della realtà dell'imperialismo (romano, feudale, borghese), sono stati non i partiti conservatori o aristocratici, bensì quelli democratici, che pretendevano d'essere progressisti.

Il fatto è semplice da spiegare. Lottando contro i ceti privilegiati, le masse democratiche non hanno mai saputo condurre la loro battaglia sino alle conseguenze più radicali sul piano sociale, ma si sono fermate sulla soglia della rivendicazione gius-politica.

Una volta giunto al potere, il partito che le rappresentava ha avvertito subito l'esigenza -restando inalterato il conflitto fondamentale delle classi- di risolvere tale conflitto allargando i confini geografici dello sfruttamento (colonialismo), mentre, in politica interna, il partito (democratico) avvertiva l'esigenza di affermare una durissima dittatura, in virtù della quale s'impedissero nuove sommosse.

Ciò sta a significare che il fallimento dell'idea di democrazia (o di socialismo), va imputata anche alla scarsa determinazione delle masse, che spesso preferiscono accontentarsi di ottenere qualche diritto, senza preoccuparsi di risolvere alla radice il problema della disuguaglianza, dell'alienazione sociale, dello sfruttamento economico ecc.

Ogniqualvolta le masse di un Paese avanzato rivendicano maggiori diritti, senza riuscire a realizzare un'effettiva uguaglianza sociale, si ha, presto o tardi, come minimo, un peggioramento (dovuto al colonialismo) delle condizioni di vita di qualche Paese più arretrato.

Nell'Europa occidentale la politica è sempre stata concepita in modo separato dall'etica. Tale separazione probabilmente è dipesa dal fatto che, vivendo in una società divisa in classi, l'uomo occidentale non può servirsi della politica per realizzare determinati ideali. Non è che “non voglia”, è che proprio “non può”: è il sistema stesso che glielo impedisce. Un politico che persegue un fine ideale è, per il popolo, un uomo da mettere alla prova, mentre per il potere conservatore è un cattivo politico, un ingenuo destinato ad essere sconfitto dal politico opportunista, cioè dal politico che divide la politica dalla morale e che lotta esclusivamente per il potere, per la salvaguardia di quel sistema che si preoccuperà di definire la strategia di tale politico con termini come “realistica”, “concreta”, “fondata” ecc.

Gli “ideali” che può perseguire il politico occidentale sono quanto di più astratto e generico si possa pensare, e il popolo che s'illude di vederlo agire con coerenza nella prassi, non s'accorge che con questo attendismo favorisce la progressiva corruzione del politico, che sa di poter agire senza essere veramente controllato. La politica, in questo senso, smetterà di essere divisa dalla morale quando il politico smetterà di essere diviso dalle masse.

Questo discorso vale per tutti i politici di professione, siano essi di opposizione o di governo. Le astrattezze e le incoerenze si riscontrano infatti in tutti i partiti, parlamentari e non: spesso anzi quelli che agiscono fuori delle istituzioni, invece di essere più vicini alle masse, sono ancora più settari e vittime delle loro ideologie.

Non che i discorsi dei parlamentari siano più comprensibili o più efficaci dei discorsi estremisti, ma essi per lo meno garantiscono ai ceti più benestanti una relativa partecipazione al potere, mentre certi partiti o movimenti extraparlamentari non riescono a garantire neppure un minimo di coinvolgimento alla lotta per il potere. Oggi è l'istituzione stessa del partito, a prescindere dal ruolo che ricopre, ad essere alienata e alienante, proprio perché privo di un movimento di base cui fare riferimento. Ma molti partiti (o movimenti) extraparlamentari, facendo un discorso meramente ideologico, non costituiscono alcuna alternativa (si vedano soprattutto quelli trotschisti, maoisti, bordighiani ecc.).

In Occidente ciò che più conta non sono le idee ma il profitto economico: è questo che, in ultima istanza, determina ogni scelta politica. Se una forza politica rifiutasse questo principio, dovrebbe anche rifiutare di fare una politica meramente parlamentare, poiché il parlamento è un'istituzione borghese che permette un elevato tenore di vita; mentre se rifiutasse il profitto svolgendo una politica settaria, resterebbe un'esperienza isolata, per pochi “eletti”.

C'è dunque solo un modo per cercare di anteporre al profitto il valore della persona, cioè l'interesse dei cittadini a vivere nella giustizia: quello di fare la politica in stretto contatto con le masse, misurandosi di continuo con le loro necessità, con i bisogni locali, prima di tutto. Se manca questo rapporto, qualunque partito, anche il più idealistico, è inesorabilmente destinato a corrompersi, anche dal punto di vista finanziario.

In tal senso, quanto più i partiti parlano di “questione morale”, senza però voler mettere in discussione i meccanismi che portano la politica a separarsi dalla morale e il politico dai cittadini, tanto più si deve pensare ch'essi vivano nella corruzione e che facciano di tale “questione” un'arma meramente propagandistica.

Il dilemma quindi non è quello se stare dalla parte di Guicciardini o di Machiavelli, ma quello di come superare il falso principio secondo cui per fare una buona politica non bisogna tener conto della morale.

Si può affermare un valore in politica e un disvalore in morale e viceversa? Normalmente lo si fa, da parte sia delle forze regressive che di quelle progressive. Le prime nascondono la loro politica corrotta temendo d'essere giudicate negativamente, ed ostentando una coerenza morale che in realtà non hanno, oppure affermando che la corruzione è di carattere generale, del “sistema” che va riformato ecc. Le seconde invece subordinano la morale alla politica, nella convinzione che così sia possibile realizzare meglio anche la morale.

Come mai le forze conservatrici vincono sempre in questo duello? Come mai le forse democratiche rischiano di trasformarsi nel loro contrario?

Il fatto è che le forze progressiste difficilmente riescono ad accettare l'idea che un valore affermato in sede politica possa trasformarsi in un disvalore in sede morale. La convinzione d'essere nel giusto in sede politica le porta a credere, in modo quasi automatico, d'esserlo anche in sede morale. Questo modo di vedere è tipicamente “ideologico”, ed è proprio anche di quei partiti che non professano esplicitamente alcuna ideologia.

Quando l'establishment s'accorge che l'opposizione “progressista” assume posizioni “anti-morali” (ad es. è favorevole alla violenza di classe, oppure copre un militante, colpevole di qualche reato, solo per non ledere gli interessi del partito), diventa relativamente facile, al governo in carica, dimostrare che anche la posizione politica di quel partito all'opposizione è antidemocratica.

Le forze progressiste devono dunque arrivare ad adottare il seguente ragionamento, per essere vincenti: politica e morale si condizionano a vicenda; ciò che è vero (o legittimo) per l'una lo è anche per l'altra; le ragioni dell'una sono in relazione a quelle dell'altra. Un qualunque dualismo porta a danneggiare gli interessi sia della morale che della politica, poiché trasforma l'uomo in uno strumento da utilizzare per l'acquisizione (o la conservazione) di un potere.

Paradossalmente oggi siamo arrivati alla conclusione che non è il perseguimento di un fine politicamente giusto, che può di per sé garantire la legittimità di quel fine. Occorre la conformità del fine politico ai valori umani universali, ed una conformità non solo teorica ma anche pratica. E' sempre preferibile una “piccola” pratica a una “grande” teoria.

Non c'è insomma alcuna tesi politica giusta che non possa essere condivisa moralmente, e nessuna posizione morale che non possa trovare una giustificazione politica. Senza questa unità di morale e politica, nessuna vera rivoluzione sarà veramente efficace, cioè destinata a durare nel tempo.

Gli illusi giudicano politicamente pessimista colui che non crede che il carisma democratico di singoli uomini politici possa trasformare qualitativamente il sistema parlamentare borghese, mentre il vero pessimista, in realtà, è colui che non crede nelle capacità organizzative delle masse, nella volontà politica della gente comune.

Il vero pessimista è colui che non vuole impegnarsi in una politica che non sia quella tradizionale, cioè quella dei partiti di sempre, o quella delle obsolete istituzioni politiche. Questo individuo maschera il proprio pessimismo nei confronti delle masse con l'illusione nei confronti di qualche partito che si proclama anti-sistema (ad es. le Leghe). Nel senso cioè che questo individuo s'illude che un partito, solo perché sta all'opposizione, possa essere migliore di un partito di governo, o possa comunque, una volta giunto al potere, governare meglio.

L'illusione sta appunto nel fatto che non si comprende la natura borghese di questo sistema, che tutto fagocita, strumentalizza e impoverisce. Questa democrazia è fatta su misura per gli ingenui.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
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Aggiornamento: 23/04/2015