IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


L'ERRORE DEL COMUNISMO

L'errore più grande del comunismo è stato quello di far coincidere Stato e popolo, considerando quest'ultimo un oggetto di quello. Tutti gli abusi provengono da questa arbitraria, perché forzata, identificazione.

Non esiste e non esisterà mai, in un sistema democratico, uno "Stato di tutto il popolo", a meno che non si voglia fare della demagogia.

L'unica vera democrazia è l'autogoverno del popolo.

Sotto questo aspetto il comunismo può essere considerato -almeno per come si è realizzato- una variante politica del capitalismo di stato, ovvero il tentativo di gestire in maniera politico-partitica i processi economici, accentuando le funzioni dello Stato in maniera dirigistica e burocratica, in quanto lo Stato aveva il compito di controllare l'intera società civile, inclusi tutti gli aspetti produttivi.

Questa forma di idolatria nei confronti dello Stato, che pur in Stato e rivoluzione di Lenin viene del tutto sconfessata, è stata possibile a motivo del fatto che nei paesi est-europei e asiatici il capitalismo non aveva ancora prodotto, sul piano etico e culturale, i guasti profondi causati in occidente, dove la medesima idolatria si stava verificando, col nazifascismo, proprio per motivi opposti, cioè in forza della diffusione di quei guasti.

I danni sono stati così gravi che oggi qualunque discorso intorno al comunismo viene rifiutato a priori. D'altra parte lo stalinismo è riuscito a eliminare l'intera generazione che aveva partecipato alla rivoluzione bolscevica: non sarà facile dimenticare un genocidio di 20 milioni di sovietici. Né sarà facile dimenticare che il medesimo stalinismo ha contribuito non poco allo sterminio di altri 20 milioni di sovietici da parte dei nazisti.

Ci vorranno delle catastrofi ambientali o dei conflitti sociali acutissimi prima che si ritorni a parlare di esigenza del comunismo. E sicuramente un'esigenza del genere sarà più sentita nei paesi del Terzo mondo che non in Europa, e dovrà essere sentita soprattutto dalle forze intellettuali, poiché il popolo, istintivamente, non produce che reazioni spontanee, male organizzate e inconcludenti.

L'accentuata importanza attribuita allo Stato rientra nell'assolutismo ideologico tipico delle filosofie idealistiche più mature, che per molti versi fu ereditata dal marxismo.

La filosofia borghese è stata individualistica fino a quando le istituzioni risultavano politicamente governate dalle forze clerico-feudali e, in tale individualismo, la borghesia è stata relativamente progressista, in quanto rivendicava valori più democratici di quelli, sostanzialmente aristocratici, delle classi nobiliari.

Tuttavia, quando la borghesia ha compiuto le proprie rivoluzioni politiche, essa stessa è diventata una forza retriva, che ha cominciato a predicare il principio della ragion di stato, cioè l'equivalenza tra interessi di classe e interessi di stato, fatti passare, quest'ultimi, come interessi neutrali, interclassisti.

Oggi, anche quando la borghesia chiede la privatizzazione totale dell'economia, la non ingerenza dello Stato nell'economia ecc., non si mette mai in discussione che, per tutto quanto non riguarda il profitto privato, lo Stato deve continuare a svolgere un controllo assoluto sulla società in nome del capitale.

Paradossalmente esiste oggi più statolatria nei paesi avanzati dell'occidente che non in quelli post-comunisti dell'Europa orientale.

La forza dello Stato rimane tale, anzi tende ad accentuarsi, per chi non è capace di iniziativa privata, e come tale lo Stato continua ad avere il compito di fare gli interessi della borghesia anche quando questa rivendica un'autonomia sempre più grande nella gestione dei propri affari. Insomma la borghesia fa dello Stato quello che vuole.

Nel socialismo reale invece la pretesa o l'illusione era quella di superare, in nome dello Stato, gli interessi privati di una classe. Il risultato è stato quello di aver trasferito il "privilegio" da una classe economica a una burocratica.

I paesi comunisti est-europei (ma si pensi anche ai paesi asiatici) avevano assunto il compito di diventare paesi avanzati, industrializzati, partendo dalle loro origini contadine, senza diventare capitalisti. I tentativi, più o meno fallimentari, stanno andando avanti.

* * *

La crisi del "socialismo reale" non è la crisi dell'idea di socialismo, ma solo la crisi del socialismo burocratico e amministrato, quello dove la base riceve ordini dai vertici e dove si presume che la proprietà, solo perché "statale", debba essere gestita nel migliore dei modi.

La crisi di questa forma di socialismo non può assolutamente implicare la fine della "prassi politica rivoluzionaria", perché di questa prassi nessuno potrà mai stabilire una "fine". Come vedi, le rivoluzioni, quando riguardano la "mentalità", sono possibili e a volte necessarie persino là dove non esistono interessi antagonistici fra classi contrapposte (che poi l'antagonismo, a livello politico, cioè di potere, di carriera, di nomenklatura, ecc., la perestrojka ha dimostrato essere possibile anche all'interno di una medesima classe o comunque all'interno di una società socialista: ad es. fra burocrati, alti dirigenti e amministratori da una parte, e operai, contadini e impiegati medi dall'altra).

Per quanto riguarda l'idea di "comunismo", mi pare che si sia finalmente capito che nessuno può anticiparne arbitrariamente la venuta, né a livello pratico né, tanto meno, a livello teorico. Il comunismo è una mèta del futuro, oltre che un'esigenza vitale di tutti gli uomini, ne siano essi coscienti o no. La sua realizzazione non dipenderà da uno sforzo di volontà dei partiti comunisti, i quali anzi, "quel giorno", neppure sussisteranno, in quanto la politica come "scontro di classe", come scontro di interessi di potere conflittuali, sarà incompatibile con la società comunista. La sua realizzazione dipenderà dalla maturità etica, organizzativa e sociale dei rapporti umani dell'intera collettività.

Se la perestrojka non avanza è appunto perché chi vorrebbe trarne beneficio pretende che i mutamenti fondamentali avvengano per imposizione dall'alto, esattamente coma avveniva prima, a partire da Stalin. Le lentezze della perestrojka attestano appunto che il socialismo amministrato non favoriva la libera espressione dell'uomo e del cittadino. La perestrojka è la fine del rapporto gerarchico unilaterale, quello cioè in cui i dirigenti non vengono mai posti sotto controllo dalla base o da chi li elegge, ed è quindi l'inizio della responsabilità personale dei singoli individui.

Non è stata essa che ha "scatenato una conflittualità sociale imprevedibile e inimmaginabile": essa ha soltanto "permesso", come una valvola di sfogo, che il conflitto emergesse più facilmente. E questo conflitto non era "imprevedibile", poiché proprio la sua presenza (latente ma non per questo meno reale) ha stimolato il fenomeno della perestrojka, che non può essere nata dal nulla e che non sarebbe mai nata se le disfunzioni avessero riguardato cose di secondaria importanza. La perestrojka insomma ha permesso che il conflitto emergesse senza scoppiare in maniera catastrofica.

E' vero, i nazionalismi sono forti, esasperati, ma perché forte ed esasperato era l'egemonismo inaugurato dallo stalinismo nei loro confronti. Si può forse, in nome dell'internazionalismo (che pur senza dubbio è superiore a ogni nazionalismo), imporre una determinata ideologia?

Perché dunque così tanta ostilità nei confronti della perestrojka? Non solo perché molti si attendono la soluzione dei loro problemi come la "manna dal cielo", non solo perché, ovviamente, non tutti vogliono perdere i poteri acquisiti, gli schemi mentali consolidati, ma anche perché si considera il conflitto di classe superiore a qualunque forma di collaborazione col cosiddetto "nemico borghese". Questo modo di vedere le cose è ormai diventato terribilmente primitivo, anche facendo astrazione dalla necessità di una coesistenza pacifica nell'epoca nucleare. Il "nemico" è una realtà che si impone da sola, di volta in volta, non è un soggetto da definire o catalogare. Anche perché la sua presenza, la sua "collocazione" non è mai così univoca come sembra.

Si può forse definire "nemico" del socialismo chi sostiene la perestrojka solo per trarne un vantaggio materiale o economico (come i nostri businessmen borghesi)? E che dire del politico occidentale che la appoggia solo perché si illude ch'essa porti alla fine del socialismo? Se questi soggetti non hanno capito o rifiutano di accettare l'idea che la perestrojka è soltanto una ulteriore democratizzazione del socialismo, si deve per questo considerarli dei "nemici"?

Come si vede le ambiguità non mancano né possono mancare. Se la verità delle cose fosse chiaramente percepibile da chiunque, non solo non esisterebbe alcun "nemico", ma non esisterebbe neppure il concetto di "verità" (da contrapporre a quello di "falsità"). La verità non è altro che un ricerca continua delle soluzioni migliori per il benessere dell'uomo. Contrapporsi a questa ricerca con frasi schematiche e astratte, senza neanche un atteggiamento di ascolto, di confronto aperto e sincero, quando attualmente, con la perestrojka, vi sono coinvolte milioni di persone, non è certo il modo migliore per chiarire le cose.

Per quanto riguarda il Pc, mi rendo conto che qui le ambiguità hanno ormai raggiunto un limite insuperabile (come quando ad es. si dice di aver anticipato la perestrojka di molti anni!). Non è singolare che i nostri dirigenti comunisti mettano sullo stesso piano una perestrojka fatta in un paese socialista con una fatta in un paese capitalista?

Ma perché le ambiguità del Pc evolvano in un senso (il riformismo borghese) o in un altro (il socialismo democratico), occorre ch'esse si confrontino con un'alternativa reale, non solo al governo ma alla stessa "finta opposizione": cosa che per il momento in Italia non c'è. All'est la perestrojka ha stimolato un forte movimento di idee politiche e sociali, una partecipazione degli individui e delle masse alla nuova mentalità. Da noi, con il consumismo che ci "mangia il cervello", non si vede ancora nulla. La tecnologia ci permette di superare l'est ma non ci dà automaticamente la capacità di contestare l'ovest. Essa tuttavia crea dei tali problemi, in questa società antagonistica, che per risolverli gli uomini dovranno lottare con non meno impegno che all'est.

CENTRALISMO E DEMOCRAZIA

Nella storiografia marxista spesso si notano dei giudizi positivi circa il fatto che lo sviluppo degli Stati borghesi implicò la fine delle autonomie locali e regionali, in quanto - si afferma - senza la centralizzazione dei poteri difficilmente la borghesia avrebbe potuto avere la meglio su feudatari e clero.

Tuttavia, la stessa storiografia, subito dopo aver costatato il successo della centralizzazione politica, afferma che proprio essa creò nuovi problemi, nuove contraddizioni antagonistiche, che finirono col danneggiare soprattutto gli interessi dei ceti non proprietari.

Questo modo di vedere le cose oggi può essere considerato superato, poiché una qualunque forma di centralizzazione dei poteri (anche la più progressista sul piano ideologico), senza una forte democratizzazione a livello locale e regionale, porta sempre a favorire gli interessi di una ristretta minoranza (anche se le intenzioni originarie andavano nella direzione opposta). Lenin si accorse subito di questo pericolo, ma non ebbe il tempo per scongiurarlo (il suo testamento politico, purtroppo, non venne neppure preso in considerazione).

La centralizzazione non può servire a giustificare il superamento più agevole del passato regime, se in tal modo si rischia di compromettere, anche nel breve periodo, l’interesse della maggioranza dei cittadini. Il socialismo sovietico fu favorevole (anche con Lenin) al centralismo, al fine di combattere meglio l’aristocrazia feudo-clericale e la borghesia, e pensò che nel lungo periodo -dopo la vittoria sulla controrivoluzione- le masse avrebbe beneficiato di una ricaduta positiva delle conquiste rivoluzionarie. Ma tale ricaduta, in realtà, non si è mai verificata, se non in termini molto limitati (relativamente alla situazione socioeconomica, poiché in quella delle libertà civili e politiche la ricaduta non ci fu per nulla).

Oggi bisogna affermare che il centralismo può essere condiviso solo a condizione che si affermi, nel contempo, un’ampia democrazia di base e che, in ogni caso, il centralismo ha senso solo se è funzionale alla democrazia e non questa a quello. Nessun centralismo può vincere l’antagonismo sociale e politico senza l’appoggio delle masse.

Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
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Aggiornamento: 11/02/2008