IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


Liverpool
La sinistra laburista contro la Thatcher e Kinnock

There is no power in the world which could for a day resist the British working class K. Hardie, fondatore del partito laburista

1. Introduzione

Mai così tanti furono sfruttati così tanto da così pochi, si potrebbe dire parafrasando Churchill. Questa è l’essenza della nostra epoca e la contraddizione chiave che l’attanaglia, riflettendosi nella sua ideologia, nella sua scienza, nella sua cultura. La sconfitta politica e teorica dello stalinismo, principale nemico e carnefice della corrente marxista in seno al movimento operaio per settanta anni, è servita come scusa per l’abbandono di un qualsiasi riferimento a una società diversa dal capitalismo, dove, evidentemente, l’umanità sarebbe costretta a passare il resto della sua storia. I dirigenti socialdemocratici, sia quelli riformisti da generazioni, sia quelli da poco vinti alla causa del capitalismo, sono concordi nel ritenere loro unico scopo la gestione dell’esistente, considerando gli asili dell’Emilia Romagna l’unica utopia realizzabile nel mondo del dopo guerra fredda. Sebbene epoche di reazione ideologica ci siano sempre state nel capitalismo, questa ha la particolarità di basarsi sul crollo di quello che per molta parte dei lavoratori di tutto il mondo era un’alternativa allo stato di cose presenti. D’altra parte la critica marxista al cosiddetto socialismo reale era, ed è, patrimonio di una piccola avanguardia, e così, l’ideologia che recita la superiorità del mercato su ogni altra forma di vita celebra le sue orge.

In realtà, il capitalismo ha ammassato e ammassa tali e tante contraddizioni che ci vuole tutta la miopia di un riformista per non vedere gli inevitabili rivolgimenti futuri. Il “realismo” di questi personaggi è molto utile per continuare a frustrare i propri militanti, ma non ha nessuna giustificazione. Sono come geografi del quindicesimo secolo intenti ad attaccare Colombo per la sua folle idea sull’esistenza di un altro continente. Oggi chi si ricorda più dei nemici di Colombo che per “realismo” inveivano contro la sua spedizione? Eppure è gente come questa che per ora domina la scena.

Guardando a ogni parte del globo, si fa fatica a trovare anche un piccolo angolo tranquillo. Non certo l’Europa, non l’Africa, non le Americhe, non l’Australia, né infine l’Asia, dove il miracolo economico ha lasciato il posto alla disperazione e alla guerra civile, come sempre accade alle nazioni di recente industrializzazione. Naturalmente tutti quelli che additavano le “tigri” a modello per la vecchia e “rigida” Europa ora cercano un altro eroe, e i troppi disfattisti che gravano sui lavoratori con loro.

Probabilmente, in futuro, quest’epoca verrà guardata con una certa curiosità. Mai le risorse a disposizione dell’uomo sono state cosi colossali. Mai ne fu fatto un uso così scandalosamente irrazionale. Ci sono tutte le condizioni per far lavorare gli operai di tutti i paesi venti ore a settimana, ma una timida riforma che ne prevede, molto limitatamente, 35, scatena polemiche e strilli. Penso che in particolar modo in un futuro non lontano verranno ricordati con curiosità, mista forse a disprezzo, quegli strati dirigenti del movimento operaio disposti a difendere lo status quo nonostante le sue inaccettabili conseguenze. Il loro totale assoggettamento alle esigenze e, di conseguenza, alle teorie della classe dominante ne fa il peggior stato maggiore nella storia dei conflitti sociali, un monumento di come il passato possa soffocare il presente frenando il futuro.

Quanto detto andrebbe approfondito e argomentato ben più a lungo. L’intento che ci poniamo con questo breve lavoro è invece un altro. Intendiamo con esso esemplificare, con un caso unico, ma proprio per questo paradigmatico, le tesi sintetizzabili come segue: il tentativo di riformare l’esistente fallisce ovunque sotto i nostri occhi. Le conquiste del passato sono eliminate una ad una con l’appoggio entusiasta o almeno la complicità dei dirigenti riformisti. Questi stessi dirigenti, nonostante tutti i proclami sulla democrazia e il pluralismo, non sono disposti a mettere in discussione il proprio controllo del movimento, più di quanto i capitalisti lo sarebbero per le proprie fabbriche. Ma pur in mezzo a enormi difficoltà, è possibile costruire una visione e una pratica politica alternative, che sfidino l’ordine esistente e convincano le masse della necessità di trasformare la società prima di finire stritolati dalle leggi immanenti della modernizzazione capitalistica.

Liverpool è il luogo privilegiato per questa analisi. Quello che si cercherà di fare qui è una storia ragionata dell’esperienza della giunta laburista di Liverpool negli anni ‘80. Spero di riuscire a dimostrare che, nonostante le ovvie peculiarità locali e le unicità del caso, chiunque aspiri a una società diversa e migliore possa leggere in questo lavoro un de te fabula narratur.

2. Liverpool fino al 1945

Liverpool, una città ricordata da molti come patria dei Beatles, da altri per le gesta poco civili dei suoi tifosi, e infine, forse, da chi ripesca nella sua memoria scolastica, per l’associazione con l’infame deportazione di migliaia di africani come schiavi. Tutte queste cose saranno per altro tirate fuori nel corso delle polemiche politiche di cui andremo a parlare, come fossero le cause profonde degli scontri politici stessi di Liverpool. Indubbiamente, le specificità dell’area, come una disoccupazione “meridionale”, o un sistema abitativo più albanese che britannico, contribuiscono a spiegare la brutalità dello scontro che si svolse in quel periodo, ma in nessun modo la radicalità della lotta si può ridurre ad esse.

Cominciamo dunque con un breve cenno allo sviluppo della città nel raffronto con i principali avvenimenti della storia inglese.

Liverpool divenne una città in senso proprio con il commercio degli schiavi. Nel secolo della rivoluzione industriale si espanse per l’immigrazione di decine di migliaia di irlandesi, fuggiti dalla carestia. La presenza di una consistente minoranza cattolica ebbe un peso notevole almeno fino al dopoguerra. I lavoratori, come in Irlanda, erano divisi su linee religiose e non costituivano nemmeno organizzazioni unitarie. Tuttavia, proprio come in Irlanda, le necessità della lotta insegnarono ai lavoratori la necessità di combattere uniti. Alla vigilia della prima guerra mondiale, nella zona del Merseyside la classe operaia iniziò una serie di scioperi (portuali, trasporti ecc.). Già allora la zona si segnalava per una militanza particolarmente accesa. I sindacati vennero enormemente rafforzati e trasformati da queste lotte, le divisioni religiose lasciate cadere. Gli scioperi, nati con un carattere economico, si trasformarono rapidamente in una battaglia politica.

Il 13 agosto del 1911 la polizia aprì il fuoco su una manifestazione operaia. Seguirono altri scontri sanguinosi. Il 19 agosto c’erano 200.000 lavoratori in sciopero nell’area. Liverpool venne occupata militarmente, con navi militari alla rada. La guerra bloccò lo sviluppo del movimento, ma la rivoluzione bolscevica fece esplodere di nuovo le scintille della rivolta. A Liverpool il partito comunista venne fondato da John Braddock, un nome che ritroveremo in seguito. Nel 1919 scoppiò uno sciopero della polizia in tutto il paese. Si formò un sindacato che a Liverpool raccoglieva un incredibile 95% dei lavoratori in divisa. Le parole d’ordine del bolscevismo sembravano infettare perfino il cuore dello stato borghese, il suo apparato repressivo. Il governo concesse aumenti di paga, ma per evitare il consolidamento del sindacato fece passare una riforma con cui si creava una “associazione”, una sorta di sindacato giallo, vietando al contempo la presenza di veri sindacati. I parlamentari laburisti non si opposero. Il sindacato proclamò scioperi che nell’area di Liverpool furono totali, ma non ottennero la vittoria.

Il governo riuscì a sconfiggere questa lotta in due modi: isolando i poliziotti dalle altre categorie e creando una polizia “alternativa” con le migliaia di reduci della guerra. Il sindacato di polizia ne uscì completamente distrutto. Sempre a Liverpool, il sindacato di disoccupati guidato dai comunisti (National Unemployed Workers Movement) condusse battaglie importanti ed ebbe una forza notevole. La disoccupazione attanagliava la città e il ritorno a casa dei soldati dal fronte peggiorava solo le cose. Il movimento operaio di Liverpool era molto radicalizzato e il partito comunista vi occupava una posizione importante. Nelle elezioni comunali del 1919, come conseguenza delle lotte, il Labour Party ebbe una grande crescita.

Dopo qualche anno di stasi il movimento riprese con lo sciopero dei minatori del 1926. A Liverpool i minatori vennero sostenuti da tutta la classe che diede luogo a diversi scioperi generali. Come poi successe sessanta anni dopo, la direzione sindacale decise di lasciare i minatori combattere la loro battaglia da soli. I minatori persero. La loro sconfitta segnò le sorti del movimento per anni. Fu la più grave sconfitta operaia della prima metà del secolo. Nel Merseyside, ad esempio, l’iscrizione alle trade unions crollò del 25%. Con l’arrivo della depressione, Liverpool sprofondò nella disoccupazione di massa. Almeno il 30% della forza lavoro era disoccupata. Si susseguivano scontri tra polizia e movimenti dei senza lavoro. Il collasso del porto, da cui tutta la città dipendeva, ebbe effetti disastrosi. Nel 1932 si calcolava che ci fossero almeno 100.000 disoccupati nella zona del Mersey.

In quel periodo si concluse la parabola di stalinizzazione del partito comunista e si consumò il tradimento di Ramsay MacDonald, che da dirigente laburista passò allo schieramento borghese. Fu anche il periodo in cui nacque una corrente trotskista nel movimento operaio. Già prima della seconda guerra mondiale c’erano gruppi trotskisti sia nel Labour Party, sia nell’Independent Labour Party. Negli anni ‘40 il Rcp, di cui parleremo in seguito, ebbe una sua zona di forza nella città. La guerra, con lo sforzo sovrumano contro il nazismo di ogni lavoratore al fronte e in produzione, fermò lo sviluppo immediato delle lotte, anche per le politiche nazionaliste dei laburisti e del partito comunista stalinizzato.

Liverpool uscì dalla seconda guerra mondiale malconcia come dalla prima, sia per i bombardamenti, sia per la perdita delle commesse legate all’industria militare. La città si segnalava per un degrado abitativo terribile. La disoccupazione continuava a essere altissima. Nel 1945 Liverpool e l’Inghilterra consegnarono il governo ai laburisti.

3. Liverpool e l’Inghilterra, dal 1945 agli anni ‘80

Il periodo che va dalla prima alla seconda guerra mondiale, segnò il declino irreversibile dell’impero vittoriano. Da centro del mondo, l’Inghilterra si trovò gettata in seconda fila, dietro allo strapotere dell’imperialismo americano e della potenza crescente dello stalinismo. Facendo di necessità virtù, la borghesia inglese definisce da allora come “rapporto privilegiato” con gli Usa la propria totale prostrazione a un alleato infinitamente più forte. Questo cambiamento radicale della posizione del paese in seno all’economia mondiale aiuta a spiegare la profondità delle riforme necessarie e anche la scarsa opposizione che esse trovarono. Queste riforme, insieme al boom postbellico aiutarono la direzione del partito laburista a mantenere un saldo controllo sulla propria base.

Nel 1945, alla fine della guerra, i lavoratori mandarono al potere il loro partito. Come è noto, il Labour Party intraprese una politica di riforme abbastanza estese, per permettere al capitalismo britannico di rimettersi in sesto. Questo programma, elaborato dall’ala fabiana del partito, si incentrava sulla costruzione di un ampio stato sociale e soprattutto sul National Health Service, gratuito e universale. Le nazionalizzazioni, lungi dall’essere un danno per la classe dominante, la liberarono dalla gestione di infrastrutture costose e poco redditizie di cui pure vi era bisogno. Nel 1951 il Labour Party prese più voti che nel ‘45 ma, per il gioco dei seggi marginali, i conservatori tornarono al potere.

A Liverpool nel 1955, per la prima volta i laburisti controllavano il comune. In quel periodo la destra aveva una presa ferrea sul partito. Essa era rappresentata dai Braddock, i quali erano passati dal fondare il partito comunista all’essere l’ala destra del movimento socialista. Per evitare spiacevoli opposizioni, il partito rifiutava l’iscrizione a chi non avesse referenze sicure con la scusa che era “al completo”, quasi si fosse trattato di un cantiere, più che dell’organizzazione degli oppressi. Così nel 1955 un dirigente della tendenza marxista del partito venne selezionato come candidato per Walton (uno dei seggi di Liverpool), ma la destra lo cacciò. Fu questo il primo episodio del genere in quell’area.

Comunque, nonostante questa cappa quasi maccartista, l’influenza di idee marxiste cresceva, soprattutto in campo sindacale. Per esempio, nello sciopero degli apprendisti dell’industria, all’inizio degli anni ‘60, la direzione del movimento nell’area del Mersey era in buona parte marxista. Molto spesso, le correnti del movimento operaio che si rifanno al trotskismo hanno una composizione intellettuale e studentesca. Al contrario, in questo caso la base di questa tendenza era per lo più operaia, il che aiuta a spiegare la sua crescita nel sindacato e anche nel partito. Tuttavia, nonostante i successi, all’inizio degli anni ‘70 anche a Liverpool essa era ancora fortemente minoritaria.

Nel 1964 il partito laburista vinse le elezioni, quelle politiche e quelle locali. Ma sia il governo nazionale di Wilson che quello municipale di Sefton e altri imposero una politica reazionaria. Per esempio il consiglio comunale laburista propose un aumento della rent del 25%[1]. L’esplosione che ne seguì si riflesse anche nel partito. La sinistra, e in particolare l’ala trotskista, acquisirono sempre più influenza nell’area. Wilson, da parte sua, intraprese dopo il crollo della sterlina del 1966, una politica di rigore, con tagli selvaggi ai salari e ai servizi sociali. Utilizzò perfino MI5, il servizio segreto, per investigare sul presunto ruolo dei comunisti negli scioperi di alcune categorie. Tutte le promesse laburiste crollarono. Insieme a loro l’occupazione, i salari, la fiducia dei lavoratori. Come sempre accade, la delusione per le politiche della destra riformista condussero alla sconfitta elettorale. Così a Liverpool tornarono al governo i liberali, mentre Heath, leader dei tories, conquistò Downing Street.

Il governo conservatore non riuscì però a piegare la resistenza dei lavoratori, che anzi non erano disposti a cedere come avrebbero fatto con un governo “amico”. L’escalation degli scioperi arrivò al culmine, cosa usuale nel Regno Unito, con la lotta dei minatori. Il loro sciopero del 1972 fu un successo e costrinse il governo Heath alla resa.

Nell’area di Liverpool, anche in questo frangente, le lotte furono estese e determinate. I lavoratori della fabbrica della Fisher Bendix decisero di occupare l’impianto contro la sua chiusura nel ‘71, l’anno dopo i loro compagni della CAV Lucas li imitarono. Il governo, minacciato da nuovi scioperi, scelse le elezioni con il famoso slogan “who runs the country”, e perse duramente la scommessa. Wilson tornò così al governo nel mezzo di una grave crisi economica. Se possibile, il suo secondo gabinetto fu ancora più impopolare e frustrante del primo. Nel 1979 questa delusione condusse alla vittoria della Thatcher.

Il governo Thatcher, da un punto di vista operativo, non dovette che proseguire sulla strada dei tagli iniziati dai laburisti, ma la strategia dietro a questi tagli era ben diversa.

4. L’Inghilterra dalla Thatcher a Tony Blair

La signora di ferro, ammaestrata dalla cocente sconfitta di Heath, si preparò con molta cura allo scontro sociale. Innanzitutto, si concentrò su un solo obiettivo alla volta, in modo da isolare un piccolo contingente del nemico per annientarlo. In ciò fu aiutata dal prezioso aiuto della direzione sindacale, ben attenta a non unificare le varie lotte in corso. Lo scontro decisivo, quello contro i minatori, venne preparato dal governo con mesi di anticipo. Soprattutto, a differenza di quanto accade nelle dispute sindacali ordinarie, il governo non faceva nessuna valutazione costi-benefici dello sciopero. L’azione della Thatcher non era diretta ad avere vantaggi economici ma solo a punire i minatori, costringerli alla resa come segnale per tutti gli altri. I costi sociali e finanziari dello sciopero dei minatori, che durò oltre un anno, furono ben maggiori del beneficio immediato. Ma il risultato finale politico valeva la candela.

Di fronte a un nemico che non faceva nessun ragionamento di costi, ma mirava solo all’annientamento, l’unica risposta non poteva che essere politica e generale. Invece la direzione sindacale si impegnò in una parodia delle trattative Chamberlin-Hitler. Anche allora l’illusione di poter fermare la reazione con i pezzi di carta costò alla Gran Bretagna anni di sofferenza. Il paragone sembra eccessivo. D’altra parte l’utilizzo che il governo conservatore fece dei mezzi repressivi, di leggi spesso coniate per l’occasione e così via, ha davvero pochi paragoni. Inoltre lo scopo che il governo Thatcher si poneva era distruggere l’influenza del movimento operaio, proprio come il movimento fascista. Solo che si trovava costretto a ricorrere a una controrivoluzione in forma democratica, dato che un’eventuale guerra aperta non avrebbe avuto affatto un esito certo. Proprio come le dittature fasciste degli anni ‘30, la Thatcher ricorse alla classica diversione dell’attenzione su un nemico esterno: l’Argentina.

La guerra delle Falkland aiutò senz’altro la vittoria dell’83, così come la defezione di parte della destra del partito. Ma le ragioni della peggior sconfitta laburista del secolo non furono solo legate all’avventura militare. I governi Wilson avevano dato una dimostrazione lampante delle idee “riformiste” del Labour Party. Quando il partito dei lavoratori fa una politica di destra, vengono meno le ragioni per cui i lavoratori lo votano. La delusione di due governi laburisti che portavano avanti politiche di austerità non poteva essere invertita solo grazie a un programma a parole molto radicale, come quello dell’83. Fatto sta che la Thatcher ebbe altri quattro anni per completare la sua “campagna”. Per prima cosa partì all’attacco dei minatori. Alcune zone del paese si trasformarono in quartieri di Belfast o Derry. Migliaia di poliziotti e soldati vennero impiegati contro i minatori e le loro famiglie. Mano a mano vennero vietate le azioni sindacali più comuni, come i picchetti o perfino la raccolta di fondi a favore degli scioperanti.

Fu veramente la rappresentazione della lotta di classe allo stato puro. Il partito laburista sostenne a parole i minatori ma evitò qualsiasi azione concreta. Lo sciopero fu un esempio di resistenza e solidarietà con pochi eguali nella storia contemporanea. Per oltre un anno i minatori sostennero l’attacco continuo della repressione più brutale, la violenza fisica e politica dello stato e degli organi di informazione più “imparziali” che mai. Ma alla fine la sconfitta fu netta. Ed era solo la prima. Negli anni ‘90 i minatori saranno di nuovo sotto attacco, e di nuovo combatteranno con la loro consueta audacia. Comunque, da allora, il clima sociale subì un’inversione decisa in tutto il paese. O quasi. Nello stesso periodo, il comune di Liverpool era l’altro grande nemico del governo tory. Ma fedele alla tattica del divide et impera la Thatcher aspettò di sconfiggere i minatori prima di rivolgere l’attenzione al Mersey.

Dopo l’episodio dello sciopero dei minatori, la vita politica inglese si svolse come su un piano inclinato. Inclinato dalla parte dei conservatori. Il partito laburista si convinse che le politiche governative fossero sempre più apprezzate e adottò la tattica del “me-tooism” consistente nel colorare un po’ di laburista, ma sostenendoli, i capisaldi della politica tory. Faceva parte di questo spostamento l’eliminazione di ogni posizione non moderata nel corpo del partito. E' una tattica che ebbe poco successo. Kinnock perse le elezioni anche nell’87. John Smith, seguendo la stessa linea, fece la stessa fine nel 1992. Ci vollero altri cinque anni di vandea tory per far diventare la quantità qualità. Quando Blair prese in mano un partito ormai quasi del tutto “disinfestato”, non doveva che accelerare il ritmo dello spostamento a destra cominciato oltre dieci anni prima. Ovviamente, i colonnelli ben vestiti del New Labour si prendono il merito della più grande vittoria laburista di tutti i tempi, quella del primo maggio 1997. Ma non sarebbe esagerato dire che dopo sedici anni thatcheriani, gli inglesi avrebbero votato anche per un branco di scimpanzé, se gli avesse assicurato la vittoria laburista. E ora? Ora che Blair mostra così efficacemente la totale vacuità del riformismo di fine millennio che cosa faranno gli inglesi? Soprattutto, come reagiranno i lavoratori organizzati, che hanno mandato i laburisti al potere per rifarsi di un’epoca di devastazione? I fatti che racconteremo dovrebbero aiutare a formulare una risposta per queste domande.

5. Le correnti politiche del movimento operaio

In ogni paese che cade nell’orbita della produzione capitalistica sorge una classe di produttori privi di mezzi di produzione che ben presto comincia a costruire un movimento che la difenda dalla brutalità del lavoro salariato. Questo movimento viene incarnato nei sindacati. Quando i lavoratori fanno il salto di coscienza necessario a spingersi oltre il limite di rivendicazioni difensive, creano delle organizzazioni politiche. In un certo senso esse sono l’espressione politica delle necessità del movimento sindacale, anche se il rapporto è profondamente articolato e complesso. Questa complessità è ben visibile nella storia del movimento operaio britannico che è la più lunga del mondo. La lotta tra le diverse tendenze politiche all’interno delle trade unions inglesi ha riflettuto, in questi secoli, le vicende alterne della lotta di classe, l’assalto al cielo da parte degli oppressi, le sanguinose sconfitte, le ritirate parziali, i successi momentanei della classe operaia. Spesso si sente dire che il sindacato alle sue origini non era politicizzato, ma è un’idea sbagliata. Come i partiti dei lavoratori sono legati ai sindacati, così i sindacati riflettono le tendenze politiche in seno alle masse. Così, la prima centrale sindacale della storia la Grand National Consolidated Trades Union, nata nel 1833, era di ispirazione owenista.

Alla fine del secolo scorso, i sindacati decisero di costituire un proprio partito, il partito laburista[2]. Da allora, il Labour Party è un’emanazione diretta dei sindacati, per quanto la politica yuppista di Blair e soci tenti di farlo dimenticare. I legami tra sindacato e partito sono dunque più espliciti e diretti che altrove, si pensi all’Italia, dove pure, naturalmente, esistono. Il partito trae la maggior parte del suo sostentamento dai sindacati, i quali hanno un peso notevole nella sua vita interna, potendo utilizzare nei congressi i blocchi di voti dei propri iscritti.

Sin dalla sua origine il Labour Party è stato scosso da lotte tra tendenze politiche diverse e opposte, come per altro accade a tutti i partiti operai. Il Labour Party però ha la particolarità di non aver mai avuto dei seri rivali. L’Independent Labour Party, il partito comunista britannico ecc., non hanno mai avuto nemmeno lontanamente la forza e il radicamento del partito laburista. Anche se in occasioni e zone specifiche, il tradimento di Ramsay MacDonald, i minatori e la Scozia, queste organizzazioni hanno assunto un certo peso. Data la preponderanza secolare del partito, le lotte tra riformisti e rivoluzionari sono passate dunque attraverso lo spostamento del partito su posizioni radicali o moderate, piuttosto che per scissioni dello stesso, come è invece capitato per esempio al partito socialista in Italia (Pcd’i, Psiup ecc.). Si può dire che le scissioni dal partito, almeno dal dopoguerra a oggi, hanno rappresentato un sintomo di disperazione e frustrazione e mai un episodio di reale spaccatura del movimento operaio.

Nel 1918 il partito introdusse l’affiliazione individuale. Già allora, erano presenti nel partito tendenze organizzate che si rifacevano apertamente al marxismo (il British Socialist Party ecc.). L’effetto della rivoluzione bolscevica fu naturalmente sconvolgente anche in Gran Bretagna. Il partito introdusse la famosa “Clause IV” sulla socializzazione dei mezzi di produzione[3]. In quel periodo nacque il partito comunista, che seppur piccolo, ebbe un’influenza profonda in settori importanti del movimento operaio. Durante il periodo del “fronte unico”, quando i dirigenti bolscevichi consigliavano ai giovani partiti europei di cercare l’unità d’azione con i vecchi e radicati partiti riformisti, il partito comunista cercò l’affiliazione con il Labour Party. Questa gli venne rifiutata, ma la penetrazione delle idee rivoluzionarie non ne venne troppo ostacolata.

Successivamente, seguendo la politica suicida del socialfascismo voluto dalla direzione staliniana, i partiti comunisti si autoisolarono dal movimento operaio. In Germania questa politica non fece meno danni, dato che contribuì alla vittoria dei nazisti, ma almeno aveva una base nella forza oggettiva del partito. In Gran Bretagna era semplicemente patetica. La lotta che gli eredi storici del bolscevismo condussero in Urss contro Stalin si diffuse in tutti i partiti comunisti del mondo che per altro vi reagirono tutti allo stesso modo, seguendo l’esempio di Mosca. In Urss, alle discussioni accese ma fraterne tipiche del partito bolscevico di Lenin, si sostituirono le espulsioni e le fucilazioni. Il partito comunista russo venne epurato, l’opposizione di sinistra guidata da Trotskij venne emarginata e poi sterminata. In tutto il mondo nacquero dei gruppi, spesso molto ridotti, di comunisti fedeli alle idee del bolscevismo, che si considerarono l’opposizione dell’Internazionale Comunista fino al 1933 e il nucleo di una nuova Internazionale successivamente. Pur erede storico delle tradizioni rivoluzionarie del bolscevismo e del socialismo in genere, questo movimento non fu aiutato dalla proprio litigiosità e dalla capacità di frammentarsi. L’Inghilterra non fece e non fa eccezione.

6. Il trotskismo in Gran Bretagna

Il trotskismo nacque in Gran Bretagna e altrove alla fine degli anni ‘20, come opposizione alle politiche imposte da Mosca. A differenza che in altri paesi, soprattutto mediterranei, dove la presa dello stalinismo sul movimento operaio ha tenuto gli eredi dell’Ottobre per lo più fuori gioco, in Inghilterra il peso numerico e soprattutto politico del trotskismo è stato fin dagli anni ‘40 piuttosto notevole. Senza pretendere di fare una storia di questa influenza, possiamo qui citare tre episodi chiave. Il primo avvenne durante la guerra, quando il Rcp (Revolutionary communist party) che riuniva tutti i militanti trotskisti britannici, ebbe un impatto poderoso nelle lotte sindacali e perfino tra le truppe di Sua Maestà, contrapponendosi alle scelte “patriottiche” di laburisti e comunisti. Il secondo episodio è per l’appunto la giunta di Liverpool. Infine il terzo è la battaglia contro l’odiosa Poll Tax introdotta dal governo Thatcher alla fine degli anni ‘80. Questa battaglia, condotta dall’Aptu (Anti poll tax union) sfociò nella disobbedienza fiscale di 14 milioni di persone e nelle dimissioni a cui la signora di ferro fu costretta. Anche in questo caso la lotta venne guidata dalla tendenza trotskista del movimento operaio, con i dirigenti ufficiali del partito piuttosto freddi a simili metodi di lotta “illegale”.

Come detto, il movimento trotskista nacque come opposizione alla linea ufficiale del partito comunista. Una volta esclusi dallo stesso, i trotskisti in Inghilterra e altrove, scelsero due strade. La prima consisteva nella creazione di organizzazioni autonome, gruppi rivoluzionari, ancorché spesso deboli, con programmi socialisti da contrapporre alle organizzazioni ufficiali. La seconda consisteva nel penetrare in tali organizzazioni, agire come tendenza rivoluzionaria in seno alle stesse e costruire il partito rivoluzionario partendo dalla base del movimento operaio ufficiale[4]. In questo non si trattava che di imitare il proprio nemico di classe, il quale si è sempre servito di una propria corrente in seno al movimento operaio[5]. Se si esclude la breve vita del Rcp, il movimento trotskista britannico si è sempre trovato diviso su quale delle due tattiche adottare.

Questo ha significato che sin dagli anni ‘30 è stata presente, nel partito laburista, almeno una tendenza di ispirazione trotskista. Negli anni ’60 le varie organizzazioni trotskiste, originatesi dalla frattura del Rcp, lavoravano nel partito laburista. La più influente, nota come “The club”, controllava la gioventù laburista[6]. Quando il partito lanciò una purga contro le correnti radicali negli anni ‘60, tutti i gruppi trotskisti abbandonarono il lavoro entrista e crearono organizzazioni autonome. Rimase solo una tendenza, allora molto ridotta, intorno al giornale Militant. In qualche anno, questa tendenza conquistò la maggioranza della gioventù laburista e nel corso degli anni ‘70 rafforzò notevolmente il suo peso all’interno del partito.

La storia del Labour Party e delle sue correnti aiutano a comprendere l’abisso di posizioni politiche rappresentate in seno al partito, nonché l’astio anche personale tra dirigenti nazionali, una cosa abbastanza inusuale altrove. Queste diverse posizioni, negli ultimi decenni, si sono cristallizzate in due correnti ben distinte: una destra blandamente riformista con posizioni più o meno omogenee, di cui Blair è l’espressione più moderna e brutale; una sinistra piuttosto variegata, con, al suo interno, una “soft left” facilmente incline a passare dall’altra parte e una “sinistra della sinistra” radicale e di stampo marxista. I rapporti di forza in seno alla sinistra hanno deciso delle posizioni di tutto il partito nel corso degli anni. In particolare la spaccatura della sinistra “trendy” o “soft” ha fatto riguadagnare alla destra la maggioranza dell’organizzazione dopo un lungo periodo.

7. Sinistra e destra nel partito laburista

Negli anni ‘50 e ‘60, le correnti radicali nel Labour Party erano ridotte, anche se avevano un certo appoggio nella gioventù, la LPYS. La ripresa delle lotte operaie negli anni ‘70 cambiò decisamente le cose. La parabola politica di Tony Benn ne è un buon esempio. Da ministro moderato del governo Wilson, Benn si spostò, sotto la pressione delle lotte, sempre più a sinistra, divenendo un dirigente riconosciuto della sinistra negli anni ‘80. Nel 1972, l’anno dello sciopero dei minatori, al congresso del partito venne approvata una risoluzione che recitava la necessità di socializzare i mezzi di produzione[7]. Il Times, come conseguenza di questa risoluzione, scrisse: “The Labour Party must not complain at being described as under the influence of Marxist ideas” (cit. in Taaffe P., The rise of Militant, p.80). Tuttavia non si deve credere che la sinistra del partito fosse un blocco granitico né che avesse le idee chiare. Al suo interno c’erano vecchi stalinisti, e anche moderati che seguivano la corrente per fare carriera. Ma c’erano anche dirigenti sinceramente interessati a lottare per la classe operaia, come Scargill, Benn ed Heffer.

Questi processi raggiunsero Liverpool prima e con più forza. Già nel ‘78 il Militant aveva qui un peso decisivo nella base laburista e nei sindacati.

Questo spostamento dei rapporti di forza all’interno del partito preoccupava la borghesia. Andare allo scontro con i minatori, con i laburisti così a sinistra poteva significare perdere e perdere molto pericolosamente. Vennero così esercitate le pressioni più velenose sull’ala del partito che sembrava decisiva: il ventre molle della sinistra, moderati per vocazione e radicali per necessità. Si cominciò con la scissione dei socialdemocratici (SDP, presto ridenominato Soon Defunct Party), che non riuscì a scalfire la forza del partito, ma ottenne il risultato di fargli perdere le elezioni dell’83. Si proseguì con Kinnock, che in qualità di capo della soft left, ruppe con la sinistra. Così nel 1982 la destra riconquistò la maggioranza nel Nec, il comitato esecutivo nazionale (19 voti contro 10). Il momento decisivo per far scattare questo rimescolamento fu la notizia che la tendenza marxista del partito aveva guadagnato dei deputati, uno dei quali a Liverpool. Lo spettacolo, veramente penoso per i difensori dello status quo, di un marxista che attacca il governo e il capitalismo dai banchi dell’opposizione di Sua Maestà fece scattare il campanello d’allarme[8].

Così si lanciò la grande purga, che durò dieci anni e che riuscì a eliminare buona parte dell’ala radicale del partito, in una discreta replica dei processi di Mosca in terra anglosassone. Attualmente la sinistra laburista è senza dubbio indebolita. Sia nel partito che nel sindacato la sua influenza è molto bassa. Ma di nuovo, i fatti di Liverpool sono un monito a non fare i conti senza l’oste, una abitudine inveterata in chi per mestiere difende l’esistente.

8. La sinistra laburista a Liverpool

Nessun dirigente riformista si lascia sfuggire l’occasione di notare, dopo una sconfitta alle elezioni, che il programma del partito era troppo radicale e ha spaventato i ceti medi. Questa sorta di spiegazione, davvero universale, non regge a un confronto anche superficiale con la storia politica britannica, ma qui interessa vedere come si adatta alla storia di Liverpool. Nel periodo tra il 1978 e il 1982 la sinistra del partito e in particolare la tendenza marxista presero la maggioranza prima nella base laburista e poi nelle elezioni comunali. Già nel ‘78, sette sostenitori del Militant sedevano in consiglio comunale e cominciavano a scontrarsi con l’ala destra del partito, che accettava le indicazioni nazionali sui tagli alle spese.

La zona del Mersey restava una delle più depresse del paese. Si sperimentavano misure simili ai contratti d’area e altri interventi di flessibilizzazione del mercato del lavoro, ma nessuno sembrava intenzionato a investire in una zona così disagiata e per giunta ribelle. La politica delle giunte liberal-conservatrici non aiutava certo. Non solo continuava la chiusura di fabbriche e l’incuria della situazione abitativa (che di fatto costringeva molti cittadini a scappare dalla città), ma soprattutto impoveriva nel lungo periodo Liverpool. Da una parte il governo riduceva sistematicamente il bilancio delle città che avevano i deficit di bilancio maggiori. Dall’altro, per evitare questo, i comuni tagliavano le spese, in tal modo ”dimostrando” di aver bisogno di meno fondi per il futuro. Così, quanto più erano parsimoniosi, quanto meno fondi ricevevano.

La situazione della città era orribile. Nel 1981, a Toxteth, un quartiere particolarmente degradato, scoppiò una rivolta. La polizia, intervenuta con modalità “irlandesi”, uccise un giovane. Da allora, per anni, nessun agente potrà mai più avvicinarsi all’area. La Thatcher naturalmente incolpò i “rossi” dei disordini. Ma non ci voleva un sociologo per capire le cause di simili scoppi di rabbia. Nel periodo che va dalla fine degli anni ‘70 all’82, si susseguirono giunte laburiste e conservatrici-liberali, indistinguibili per la politica portata avanti. La delusione della base laburista si vedeva nel continuo mutare di maggioranza. Anche nel 1982 la giunta laburista ebbe vita effimera. Venne sostituita da una giunta conservatrice-liberale che aveva come asse del programma la privatizzazione dei servizi comunali. La controffensiva sindacale e laburista la costrinse alla resa.

Nello stesso periodo la direzione laburista, tornata in mano alla destra grazie alla defezione del gruppo di Kinnock, decise di aprire un’inchiesta sulla infiltrazione del Militant nelle file del partito. L’accusa era puramente organizzativa, all’inizio, quella di costituire un partito separato all’interno del partito laburista. Tuttavia, mano a mano che l’inchiesta procedeva, si faceva sempre più politica. Organizzativamente, i sostenitori del Militant non erano distinguibili delle varie conclavi segrete della destra, o della sinistra moderata, come i sostenitori della rivista Tribune. Quello che non andava giù alla direzione, che cercava di darsi una veste moderata, era il programma rivoluzionario che la tendenza marxista proponeva ai militanti del partito. L’inchiesta andrà avanti per anni. Avrà una sua prima conclusione nel 1983, quando al congresso verranno espulsi cinque dirigenti del Militant facenti parti del comitato di redazione del giornale. Ma l’affaire Liverpool riaccenderà inevitabilmente la polemica.

Nel 1983 il partito perse le elezioni, anche grazie alla defezione della “banda dei quattro”, come vennero definiti i socialdemocratici dalla base laburista. Ma a Liverpool i tories non guadagnarono nemmeno un seggio e fra i deputati laburisti che Liverpool portò a Londra, c’era anche un marxista, per la prima volta nel dopoguerra. Il partito aumentò i voti del 50%.

9. Nasce la giunta laburista di sinistra

Nel 1982 la forza della corrente marxista del Labour Party era già così significativa, che la campagna elettorale della giunta uscente, liberale, si basava proprio su una caccia alle streghe anticomunista. Il partito liberale cercò di terrorizzare la popolazione preconizzando scenari di guerra civile e anche servendosi dell’inchiesta che la direzione del partito, proprio in quel torno di tempo, stava conducendo sul Militant. Il fiasco fu completo. Non solo il Labour Party aumentò i suoi voti, ma soprattutto mutarono i rapporti di forza all’interno del partito, e non solo a Liverpool. La destra, già in minoranza, venne duramente colpita dalla scissione dei socialdemocratici. Il successo laburista andava contro ogni previsione e contro lo schieramento dei media. Vi aveva contribuito uno stile di condurre la campagna elettorale del tutto diverso da quello classico, puramente di immagine, che anche i dirigenti laburisti ritenevano vincente.

Si scelse invece di andare casa per casa a distribuire e discutere del programma del partito per la città. In questo modo si riuscirono a dissipare le menzogne dei media e i dubbi dei lavoratori del Merseyside. I laburisti ottennero comunque solo una vittoria parziale, con 42 seggi, non sufficiente a governare. Il District Labour Party[9] decise così di non formare un governo locale di minoranza, facilmente ricattabile da liberali e tories. Tutto ruotava sulla necessità di tagli al bilancio. I tagli ai comuni costituivano un argomento vitale di scontro politico nell’Inghilterra del tempo. Esclusi dal governo centrale, i laburisti, ancorché in modo molto disomogeneo, si opponevano all’annientamento della spesa sociale richiesto da Londra. Questo apriva continui confronti e scontri tra comuni e governo. Liverpool fu il punto nevralgico di questa battaglia, per l’importanza della città e la volontà della giunta di utilizzarla come esempio di una politica alternativa allo scempio dei conservatori.

Il senso della società che i tories stavano costruendo in Gran Bretagna in questi anni lo da un piccolo episodio. Nell’estate del 1982 in un quartiere operaio della città, Croxteth, genitori, insegnanti e studenti della scuola locale decisero di occupare l’istituto contro la minaccia di chiusura. La giunta riteneva qualche migliaio di sterline d’affitto uno spreco, per mantenere aperta l’unica scuola di un quartiere in cui il 98% dei ragazzi tra i 16 e i 19 anni era disoccupato. Questi episodi erano endemici. Scuole, fabbriche, comunità locali si ribellavano contro lo schiacciasassi della controrivoluzione thatcheriana, ma senza nessun coordinamento. Così la rabbia e la determinazione si disperdevano in mille rivoli, mille piccole esplosioni, mille occasioni sprecate. Ma quando la giunta liberal-tory cercò di licenziare 2.000 lavoratori comunali nell’82, ci fu un sussulto di rivolta e venne sconfitta.

La vittoria laburista fu anche il risultato di queste lotte. La giunta laburista si formò giusto in tempo per salvare il complesso scolastico di Croxteth dalla chiusura e i lavoratori comunali dal licenziamento. La situazione comunque, non era affatto facile. Il comune aveva un enorme deficit e Londra pretendeva nuovi massicci tagli. Guardando la situazione da un punto di vista contabile, e prendendo per buoni i vincoli dettati dal governo, ogni politica sociale era esclusa. Si trattava di aumentare enormemente le tasse o licenziare un terzo della forza-lavoro comunale, 10.000 lavoratori su 30.000, in una città con decine di migliaia di disoccupati, ovvero applicare la politica thatcheriana anche a Liverpool.

La direzione laburista consigliava un mix di queste soluzioni in attesa di una vittoria laburista che avrebbe invertito la situazione. Ma, come ci hanno insegnato le vicende del trattato di Maastricht e l’intervento del Fmi in Asia, ormai sono organismi internazionali a dettare legge ai governi nazionali e come il governo Blair dimostra oggi, la vittoria laburista non avrebbe invertito di per sé la rotta. Ormai la Gran Bretagna o l’Italia sono delle Liverpool rispetto alla banca centrale europea. Il recente “patto di stabilità” conferma che la sovranità dei governi nazionali, anche di paesi di primo piano nell’economia mondiale, è uno sbiadito ricordo. La politica economica viene decisa dai banchieri centrali. Non c’è dunque proprio niente da fare? Le risposte, sono in realtà già implicite nelle domande.

Se si accetta la spiegazione che i capitalisti danno ai debiti degli stati, non si può che accettarne anche le conseguenze. Ma allora a che serve un partito dei lavoratori? Quello che tentò di fare la giunta di Liverpool fu di mostrare, con esempi molto concreti, le falsità e le distorsioni dietro alle necessità “oggettive” dei tagli. Quanto era costata per esempio la guerra delle Falkland[10]? Quanto costava mantenere un piccolo esercito nelle zone minerarie da usare contro i picchetti dei minatori in sciopero? E, soprattutto, l’esempio che fece più scalpore, quanto costava ripianare i debiti delle società finanziarie in fallimento?

Tuttavia questi esempi potrebbero essere confutati da chi accetti la logica della politica thatcheriana. Se si considera il capitalismo l’orizzonte della vita umana, quanto più lo si spinge al fallimento, tanto peggio. Meglio non fare promesse che questa società non può mantenere. Da questo punto di vista le finalità dei riformisti e di chi mira a trasformare la società non possono essere più diverse, pur utilizzando apparentemente gli stessi mezzi. I riformisti implementano politiche che migliorano le condizioni di vita dei lavoratori, danneggiando l’accumulazione capitalista, e colpendo così la borghesia.

Paradossalmente, tanto più radicali sono le riforme, tanto prima irriteranno la classe borghese, portando allo scontro e alla loro invariabile ritirata. Per i marxisti, le politiche progressiste servono proprio a dimostrare l’impossibilità di riformare il capitalismo. Questo era anche lo scopo ultimo della giunta laburista. Questa totale differenza di impostazione può aiutare a comprendere le incomprensioni prima, e lo scontro aperto poi, tra la direzione nazionale del partito e la giunta di Liverpool. Aiuta anche a spiegare perché in tutti i momenti decisivi, Kinnock si trovò dalla stessa parte della Thatcher.

10. Tagliare o lottare?

La vittoria alle elezioni dell’83, completamente inattesa, portò al governo della città un partito laburista fortemente radicalizzato. Nel programma elettorale si trovavano rivendicazioni come le 35 ore a parità di salario, la riduzione della rent, la creazione di 1.000 posti di lavoro nei servizi sociali. Ma la giunta liberale aveva lasciato in eredità tagli imprecisati per 6 milioni di sterline su 212 di bilancio[11]. In totale, c’era un gap di 25 milioni tra entrate e uscite comunali, oltre il 10%. La giunta e la base laburista decisero che questo buco doveva essere colmato dal governo, che in quattro anni aveva tagliato fondi alla città per una cifra undici volte superiore. La direzione del partito, scettica, spiegava che se non era riuscito l’esercito argentino a piegare la Thatcher, non ci sarebbe riuscita Liverpool.

Per ottenere i fondi, la giunta non andò a implorare a Londra, ma innanzitutto cercò di spiegare alla cittadinanza del Merseyside la situazione. Si tennero decine di assemblee nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle sezioni sindacali e di partito, in cui si spiegò il programma della giunta e la necessità di vincere la battaglia contro il governo. Alcuni dirigenti sindacali locali si opponevano a questa “politicizzazione” della crisi, ritenendo forse che i tagli al bilancio fossero dettati dalla contabilità anziché da precise scelte politiche. Può forse far sorridere, ma questi dirigenti erano invariabilmente di due schieramenti: laburisti di destra e membri del partito comunista. Il 19 novembre del 1983 si tenne una manifestazione abbastanza cospicua in favore della politica sociale del comune. Il corteo, a cui seguirono altri cortei nei mesi e anni a venire, era veramente inusuale. Una parte importante della popolazione si riversava nelle piazze in sostegno del proprio comune contro i tagli al bilancio. La mobilitazione era la cosa più fastidiosa per la Thatcher.

La politica, per questa gente, è una cosa da discutere a bassa voce in una stanzetta segreta, la gente dovrebbe considerarla come una punizione divina che piomba dal cielo. Invece a Liverpool c’era un ambiente di fermento inaudito. Anche chi non aveva votato laburista discuteva, si appassionava di politica, voleva contare. Si percepiva una visione della politica come la risposta alle esigenze della gente, anziché un insieme di affari loschi. Per mesi, dalla fine dell’83 fino al marzo dell’84, quando era fissata la discussione sul budget, questo ambiente andò crescendo, anche grazie allo sciopero dei minatori. La giunta aveva deciso di intraprendere la sua politica. Una politica che aveva un sostegno molto vasto, ma che avrebbe condotto inevitabilmente a un deficit. La prospettiva del deficit non era qualcosa da prendere a cuor leggero. Innanzitutto i consiglieri comunali sono responsabili illimitatamente dei debiti del comune, dei quali rispondono col proprio patrimonio, inoltre, la ragione più importante, sarebbe stato chiaro ai lavoratori e agli attivisti del partito di tutto il paese perché Liverpool aveva deciso un simile passo?

L’establishment non prendeva sotto gamba la sfida. La determinazione della giunta ridava fiato a tutti gli strati più oppressi, e l’area di Liverpool divenne così un susseguirsi di scioperi, proteste, lotte. L’esempio di Liverpool risultava anche contagioso per altri comuni, infine lo sciopero dei minatori, se si fosse saldato a un crescente fermento della base laburista avrebbe potuto provocare dei seri problemi. D’altra parte il “contagio” era solo parziale. Infatti Kinnock rifiutava l’appoggio del partito e anzi si apprestava a spedire ispettori per vederci chiaro nella situazione del partito a Liverpool, inoltre la maggior parte dei consigli laburisti ribelli erano guidati dalla sinistra “morbida”, da cui d’altronde proveniva lo stesso Kinnock, e non era disposta a condurre la lotta fino alle conseguenze illegali.

Nella primavera dell’84 il consiglio comunale si costruì un appoggio popolare consistente con cui contrastare le spinte del governo centrale. La manovra riuscì. Alla fine il governo cedette e concesse, o meglio, restituì a Liverpool almeno una parte dei milioni di sterline drenati nell’ultimo periodo. L’ambiente della città era totalmente sfavorevole ai tories. Questo non preoccupava i conservatori locali. La loro insignificanza gli permetteva di non fare vere proposte alternative. Diversa era la situazione del partito liberale, l’unica opposizione ai laburisti. La radicalizzazione di Liverpool costringeva perfino questo partito ad opporsi ai tagli che pure aveva condotto fino a pochi mesi prima. Ma prima che dagli avversari politici il comune doveva guardarsi dagli scontri nel partito laburista. Anche se la sinistra del partito aveva la maggioranza, vi erano sette consiglieri, appartenenti all’ala socialdemocratica non fuoriuscita con la “banda dei quattro” che si dichiararono non disposti a infrangere la legge, seppur quella del nemico di classe. L’appoggio che veniva a questa minoranza “legalista” da parte di Kinnock era scontato.

Ben diverso era il peso che aveva nella base. In particolare, sempre nel periodo precedente alla votazione sul bilancio dell’84, si tennero una serie di meeting presso le sezioni sindacali del partito. I militanti del partito non avevano dubbi sul da farsi: lottare per piegare il governo. Per inciso, il comportamento della destra del partito, disposta a votare con i tories contro il volere della stragrande maggioranza dei propri militanti e votanti la dice lunga sulla concezione di democrazia e disciplina che pure questi signori invocano, brandendola contro le correnti più combattive del movimento operaio.

Comunque, lo scontro sul bilancio dell’84 doveva ricevere un’immediata valutazione da parte della città: le elezioni comunali. In maggio si votò e il verdetto fu inequivocabile. Non solo i laburisti stravinsero, ma in particolare l’ala marxista del partito venne premiata per la sua politica[12]. I risultati abbastanza scadenti del partito altrove sembravano dimostrare palesemente che gli elettori avevano premiato proprio la specifica politica condotta dal consiglio comunale, contrariamente alla “legge” di cui abbiamo parlato, tirata in ballo dopo ogni sconfitta dai dirigenti socialisti di tutta Europa.

Come detto, alla fine il governo concesse a Liverpool praticamente tutto quello che aveva chiesto. La stampa borghese era inferocita da questa ritirata, e parlava di “ritirata vergognosa”, “capitolazione” ecc. L’idea che la lotta di un’intera città potesse costringere il governo a cambiare strada era sconvolgente, peggio, coinvolgente. Chi avrebbe impedito la nascita di cento Liverpool?

11. La giunta al lavoro

Colpisce, analizzando lo scontro di cui trattiamo, la modestia delle rivendicazioni laburiste a Liverpool. In realtà, possono definirsi un inizio di politica keynesiana e neppure molto radicale. In altre nazioni, nello stesso torno di tempo, proposte parzialmente simili venivano avanzate da socialisti moderati e perfino da politici borghesi[13]. Come poteva esserci una battaglia politica su questioni come l’eliminazione di bidonville dalla periferia della città? La giunta poneva al primo posto del suo programma i bisogni della popolazione. Questo era di per sé uno scandalo, agli occhi del governo. Lo scontro non nasceva dalle rivendicazioni in sé, ma dall’atteggiamento della giunta. Il governo, la stampa, la direzione laburista avevano scoperto, con loro sommo dispiacere, che la giunta usava queste rivendicazioni solo come antipasto di un progetto di trasformazione, almeno prospettico, per tutto il paese. Liverpool doveva essere solo l’esempio di come si ottengono le riforme anche quando al governo c’è una come la Thatcher. I marxisti che guidavano il partito a Liverpool facevano loro la famosa espressione di Engels secondo cui “accettiamo tutto quello che ci concede il governo solo come un acconto, per il quale non ci sentiamo debitori della minima riconoscenza”.

Era il progetto complessivo che i nemici del comune socialista di Liverpool volevano stroncare. Per far questo, ogni concessione, fosse la più insignificante e giustificata (come evitare che nelle case del comune vivessero più topi che uomini!) doveva passare per una richiesta esorbitante, da sognatori. Per le ragioni esposte, il cuore della politica sociale del comune, e dunque dello scontro, era la politica abitativa. Nell’84 il comune lanciò un piano definito Urban Regeneration Strategy. Lo scopo di questo piano era di cominciare, almeno, lo smantellamento degli slums. In alcuni anni si costruirono 5.000 nuove abitazioni, si costruirono parchi, scuole e centri sociali, soprattutto nelle zone più derelitte della città. Si trattava del più grande progetto di rilancio urbanistico del paese.

Peraltro, le case nuove non avevano nulla a che vedere con quei mastodontici palazzoni così efficaci nel segnalare cosa pensano gli architetti della gente che dovrà abitarli. Al contrario le case erano al massimo di due piani, con persino un giardino. L’effetto diretto e indiretto del piano urbanistico sull’occupazione fu notevole (si calcola che nel settore privato ci fossero state almeno 6.500 assunzioni come effetto dell’URS). La stampa, improvvisamente, si ricordò delle condizioni abitative infami in cui molta parte dei cittadini di Liverpool doveva vivere. Un giornale notò che al ritmo dei lavori che si aveva, ci sarebbero voluti 900 anni per mettere a posto la situazione[14].

Il secondo punto su cui lo scontro si incentrava era il rapporto tra lavoratori comunali e loro datore di lavoro. Per un comune che si definiva socialista era ovvio avere un atteggiamento collaborativo con i sindacati. La giunta, e la tendenza marxista che la guidava, si trovarono in una situazione curiosa, strette tra i tagli imposti da Londra e le rivendicazioni che la stessa tendenza, con i suoi delegati sindacali, portava avanti. La situazione era ancora più ingarbugliata se si pensa che molti dirigenti sindacali erano dei pilastri della destra del partito. Così si trovavano a trattare con un datore di lavoro ben più radicale di loro, anche loro schiacciati tra l’incudine della combattività della base e il martello dell’obbedienza alle leggi, economiche e giuridiche, del capitalismo. Ovviamente il peso dato ai sindacati venne usato dalla stampa come prova della volontà della giunta di assumere solo amici e conoscenti. L’abbassamento dell’orario di lavoro a 35 ore e la fissazione di un minimo salariale non vennero invece considerate notizie degne di diffusione. Anche l’appoggio dato dal comune ai minatori impegnati nelle fasi più concitate del loro lungo sciopero non mancò di provocare ululati di sdegno su tv e giornali.

Il terzo punto del contendere fu la completa riorganizzazione del sistema scolastico. I flussi migratori della popolazione avevano del tutto sproporzionato l’affluenza alle scuole, con distretti scolastici stracolmi e altri semi-vuoti. Il comune decise la creazione di 17 comunità locali della scuola secondaria. Il piano venne portato avanti con l’adesione di tutti i sindacati coinvolti e soprattutto con un dibattito serrato e appassionato con i genitori. Ci furono riunioni con 500, 600 persone che discutevano animatamente e calorosamente del futuro dell’istruzione dei propri figli.

Di nuovo, la partecipazione dal basso, in prima persona, di centinaia di persone. Fu con questa discussione di massa che il piano venne formato e poi approvato, l’esatto contrario di quanto dovrebbe essere una riforma scolastica “normale”, una tegola che colpisce figli, genitori e insegnanti come fosse l’ira degli dei. In cima a questa riforma, si pose la costruzione di sei nuovi asili. I riformisti emiliani, fieri dei propri asili, sarebbero stati per una volta fieri anche dei marxisti di Liverpool. Non così i loro omologhi britannici che avevano progetti un po’ diversi: dove la giunta laburista era dominata dalla destra del partito, gli asili venivano chiusi[15].

Così l’esempio di Liverpool non si diffuse come la sinistra laburista avrebbe voluto. Per esempio in molti comuni la giunta laburista e i sindacati dei dipendenti comunali erano ai ferri corti. Tuttavia, la stessa direzione del partito riconobbe l’importanza delle conquiste ottenute: il principio che è la lotta e non l’elemosina, l’arma per vincere contro i tories aveva fatto breccia anche a Walworth Road. Così al congresso dell’84 le mozioni presentate in difesa della giunta vennero per lo più approvate. D’altra parte, persino comuni guidati da laburisti molto moderati erano costretti a scontrarsi con il governo, data la vastità dei tagli imposti. Per queste ragioni, nell’autunno dell’84 si formò una sorta di coordinamento tra i comuni a guida laburista “rate-capped” dal governo[16]. In questo coordinamento si scontrarono le due visioni presenti nella sinistra laburista.

Da una parte la sinistra moderata guidata da Livingstone e altri consiglieri della zona di Londra. Essi proponevano una politica di ”no rate”, ovvero si rifiutavano di fissare un aumento delle tasse che pareggiasse il bilancio. Dall’altra parte, Liverpool e la sua giunta radicale, che proponeva l’approvazione di un bilancio in deficit. Secondo i dirigenti di Liverpool la politica del ”no rate” aveva due inconvenienti: lasciava l’iniziativa nelle mani del governo e non unificava le lotte, dato che le diverse amministrazioni avrebbero finito i soldi in tempi diversi. L’approvazione di bilanci in deficit invece avrebbe messo tutti i comuni nella stessa situazione. Comunque, nonostante le divergenze, si decise di adottare la tattica del ”no rate”. L’attacco selvaggio alle condizioni di vita dei lavoratori aveva effetti non solo a Liverpool. A Londra scioperi e manifestazioni, che si richiamavano esplicitamente all’esperienza di Liverpool, mostravano che l’“unicità” del Mersey non risiedeva in qualcosa di ancestrale, ma solo nella volontà della direzione laburista locale di andare fino in fondo.

12. Il bilancio in rosso

All’inizio del 1985 le politiche sociali del comune si scontrarono con i tagli del governo. Dai dati del bilancio della città emergevano alternative devastanti, come licenziare un quinto della forza lavoro comunale o raddoppiare le tasse. Come ormai era divenuta tradizione, i consiglieri comunali discussero di queste scelte in una manifestazione pubblica di massa. In quel caso al Philarmonic Hall. L’idea era quella di porre contro il governo decine di città, anche molto importanti, con una mancanza cronica di fondi, di modo che fosse difficile mandarle in rovina in blocco. Ora, quando un esercito avanza, la prima fila fa affidamento sul fatto che le altre camminino compatte dietro a lei.

E’ piuttosto spiacevole accorgersi in mezzo al campo di battaglia di avere il vuoto alle spalle. Se poi alcuni distaccamenti delle file arretrate si mettono a sparare sulla prima fila, il morale di quest’ultima potrebbe risentirne. In questo frangente la prima fila, Liverpool, contava sull’appoggio di tutti gli altri consigli comunali contro la Thatcher. Ben presto si vide che purtroppo la prima fila era isolata. Il governo lo capì e applicò una tattica molto semplice: aspettare. La paura della bancarotta avrebbe automaticamente separato il cammino dei radicali da quello dei moderati. Di fronte al baratro, la sinistra moderata sarebbe scesa a patti, permettendo al governo di isolare le giunte veramente di sinistra.

E’ superfluo narrare del contorno di colpi bassi e bassissimi, di storie inventate e di tutte le altre armi classiche che la stampa borghese tira fuori dal suo arsenale in simili frangenti. Se sarebbe superficiale dire che queste armi non funzionarono, la borghesia è poco incline a buttare via i soldi, sarebbe altrettanto superficiale ridurre gli esiti della lotta politica a questo universo di notizie distorte. Solo delle concezioni e dei metodi politici errati permettono alle calunnie di divenire un fattore determinante nella battaglia politica. I risultati delle elezioni di questo periodo dimostrano che i cittadini di Liverpool sapevano comprendere la vera situazione della città, pur sotto un inaudito bombardamento di invenzioni maligne.

Nei mesi di febbraio e marzo dell’85 si entrò nel vivo della battaglia. Il governo aveva chiarito la propria intenzione di lavarsi le mani della faccenda. A Liverpool la situazione era incandescente. Il partito era in pieno subbuglio. La destra, piuttosto isolata, si appellava alla direzione nazionale per riportare l’ordine. I sindacati partecipavano attivamente alla vita del partito, dando un appoggio pressoché unanime alle politiche della giunta. E come succede, quando un partito dei lavoratori si sposta a sinistra, una sorta di selezione automatica faceva emergere una combattiva leva di giovani, spesso simpatizzanti o sostenitori del Militant, visto come il cuore della giunta socialista, pronti a rimpiazzare funzionari e delegati del partito che ormai rappresentavano poco altro che se stessi.

Il 22 febbraio la giunta colse di sorpresa il governo annunciando l’accordo con un pool di banche francesi che avrebbe permesso di aggirare i tagli[17]. L’idea venne subito copiata altrove, tanto che il governo approvò a luglio una legge che la vietava.

All’inizio di marzo il coordinamento dei consigli comunali “ribelli” si sfaldò. Livingstone e gli altri consiglieri di Londra dichiararono che avrebbero votato un bilancio legale. Gli altri comuni si allinearono presto.

Ad aprile si verificò la tragedia dell’Heysel, in cui morirono decine di inermi cittadini italiani in uno stadio senza forze dell’ordine ma pieno di hooligan ubriachi. Quale migliore occasione per dimostrare a tutto il mondo che razza di animali abitavano il Merseyside? La giunta socialista ne era la degna rappresentante[18]. Ma sempre ad aprile di quell’anno, si verificò un incidente, certo meno noto e pubblicizzato, ma significativo. Durante una visita della Thatcher in Indonesia, un gruppo di studenti dell’Università di Bandung accolse la signora di ferro inneggiando a Liverpool[19]. Sicuramente, alla Thatcher non serviva una simile accoglienza per ricordarsi di Liverpool.

Secondo tutti i suoi collaboratori del tempo, Liverpool era sempre in cima ai suoi pensieri, e non si trattava presumibilmente di pensieri cordiali. In compenso il governo aveva vinto la battaglia contro i minatori ed era finalmente privo di altri fronti di guerra. Poteva concentrarsi su Liverpool che non aveva ancora un bilancio legale e, sebbene ormai da sola, continuava la battaglia. All’inizio di giugno, anche le ultime due città che ancora non si erano arrese, Camden e Southwark, si ritirarono. Ma il semplice ritardo espose i consiglieri comunque al rischio di multe colossali e processi penali. La stampa e il governo si lasciavano andare alla previsione di una rapida capitolazione da parte della giunta ribelle. Si scommetteva sull’aumento delle tasse cui sarebbe stata obbligata la giunta e così via.

Il 13 giugno, il DLP decise un aumento del 9%, pari al tasso d’inflazione. Durante il meeting in cui fu presa la decisione, nessuna voce si alzò per criticarne l’illegalità, la base del partito non lo avrebbe tollerato. Il comune approvò il bilancio in due ore. Un simile passo significava che la città avrebbe finito il denaro a disposizione nel giro di qualche settimana. Questo era noto alla giunta, al governo e ai cittadini di Liverpool. Il governo considerò anche l’idea di utilizzare l’Attorney General per fissare un “rate” legale, nonché l’invio di un commissario dal centro, come se Liverpool fosse in mano ai pirati. Kinnock rimase attonito della scelta, non meno del governo. Lui e i suoi dicevano alla giunta che le cose si sarebbero potute fare senza infrangere la legge.

A queste richieste i consiglieri rispondevano chiedendo a Kinnock la lista dei 6.000 dipendenti comunali da licenziare. Andando contro tutte le mozioni votate al congresso del partito pochi mesi prima, Kinnock dichiarò che non avrebbe mai appoggiato le giunte ribelli. A questo punto, la giunta di Liverpool si trovava isolata su due fronti: le altre giunte laburiste si erano arrese al governo, e la direzione del partito stava costruendo una specie di processo contro i ribelli, in particolar modo contro i sostenitori del Militant, rei di appoggiare apertamente un programma rivoluzionario, veramente impresentabile per una direzione riformista.

L’8 Settembre, il District Auditor, una sorta di corte dei conti, multò i 49 consiglieri laburisti per 106.000 sterline l’uno. In seguito descriveremo brevemente la logica dietro a questa condanna. Si trattava palesemente di una scelta politica. La risposta fu parimenti politica. Il partito si impegnò a Liverpool e non solo a raccogliere la folle cifra che un tirapiedi del governo aveva imposto a chi aveva osato difendere le condizioni di vita della classe operaia.

13. Lo scontro decisivo e la ritirata

Settembre 1985 si rivelò un mese decisivo per Liverpool. La strategia della giunta era imperniata sull’idea di fornire un esempio di “come si lotta” e ancor prima della necessità stessa della lotta. A prescindere dalla bontà intrinseca delle riforme condotte localmente, solo l’estensione del “metodo” di Liverpool avrebbe potuto assicurare una vittoria duratura. Tutto ciò non avvenne. Come per i minatori, la direzione del partito laburista si guardò bene dall’unificare i vari conflitti. Aspettò invece che Liverpool rimanesse da sola per scomunicare definitivamente ogni “illegalità”. Che fare a questo punto?

Era solo una questione di settimane prima che la magistratura locale chiudesse il comune per bancarotta. La giunta cercava un’escamotage, tipo l’accordo con le banche francesi che aveva evitato i tagli mesi prima. In un certo senso, dato l’isolamento, si trattava solo di scegliere con che musica suonare la ritirata. Purtroppo, la musica scelta si rivelò la peggiore possibile. La giunta decise infatti di ricorrere a questo trucco: spedire lettere di licenziamento ai 30.000 lavoratori comunali. Infatti, essendo ormai autunno, grazie a una sorta di cassa integrazione, i licenziamenti non sarebbero entrati realmente in vigore prima dell’anno finanziario successivo, quando Liverpool avrebbe ricevuto nuovamente i fondi. In tal modo, i lavoratori comunali non avrebbero perso nemmeno un giorno di stipendio.

L’idea avrebbe anche potuto funzionare, astrattamente, ma non funzionò. In primo luogo non funzionò con i dipendenti comunali che temevano la vendetta di una nuova giunta. Magari l’anno prossimo il comune avrebbe riassunto 30.000 persone. Ma chi assicurava che sarebbero state le stesse 30.000 fittiziamente licenziate? E se, per punire gli alleati della giunta precedente, quella nuova avesse assunto altre persone? Così i sindacati comunali si spaccarono e nella riunione decisiva del 7 settembre il piano dei licenziamenti venne rifiutato per 51 voti contro 48. La stampa colse ovviamente l’occasione di dimostrare a cosa portano le folli idee del socialismo: una giunta che ha sì creato oltre mille posti di lavoro ma ne minaccia 30.000.

I liberali, che hanno in Liverpool una delle loro poche roccaforti, vedevano la possibilità di tornare al potere, anche se grazie ai giudici anziché agli elettori. Infine, Kinnock poteva utilizzare questo errore per portare un attacco totale alle tendenze radicali in seno al partito. Confusi e demoralizzati, i dipendenti comunali, vera spina dorsale della giunta, erano divisi. I sindacati si scontravano l’un l’altro: insegnanti contro autisti, white collar contro blue collar. L’idea di utilizzare uno sciopero generale cittadino per aiutare la giunta in difficoltà venne rifiutata da alcuni sindacati e si decise di rinunciare all’idea[20]. Ma i lavoratori manuali decisero comunque di scioperare alla fine di settembre.

All’inizio dell’autunno, l’epoca dei congressi politici in Gran Bretagna, Liverpool dominò la scena dei congressi di tutti i partiti. Dai liberali ai conservatori ai socialdemocratici si alzava un coro unanime: Kinnock espelli i marxisti. Il congresso laburista vide uno scontro frontale tra le diverse anime del partito. Quando Kinnock attaccò nel suo discorso di apertura ”il grottesco caos” causato dalla giunta, Eric Heffer, dirigente storico della sinistra laburista e deputato della zona di Liverpool, si alzò e se ne andò dalla conferenza, mentre nella platea scoppiavano tumulti quasi calcistici.

Perfino i deputati della destra del partito, ma eletti nel Merseyside, dovettero condannare il discorso del leader. Kinnock disse anche che un futuro governo laburista non avrebbe condonato le multe inflitte ai minatori e ai consiglieri ribelli. Ma il congresso approvò comunque una mozione che impegnava il partito al condono. La stampa era soddisfatta, finalmente Kinnock dimostrava il volto presentabile del partito, quello dove il rosso si scolorisce fino a divenire rosa stinto. Ora sì che il partito avrebbe attirato i voti moderati fuggiti per paura dei rossi.

Purtroppo per Kinnock le elezioni mostrarono una realtà ben diversa. Tolta Liverpool, il partito continuò a perdere. In ottobre Kinnock visitò la città per dare il via alla campagna di eliminazione delle tendenze di sinistra nel partito. Esperti dei sindacati e del partito, coordinati da Maurice Stonefrost, ex funzionario comunale di Londra, elaborarono un rapporto in cui si facevano proposte per salvare Liverpool senza ricorrere all’illegalità. Per la direzione laburista il rapporto era la prova che la scelta della giunta era viziata ideologicamente. Il rapporto però, prevedeva il licenziamento di migliaia di lavoratori comunali e un aumento delle tasse quasi triplo rispetto a quanto fissato dalla giunta. Il DLP rigettò il rapporto, così come i sindacati locali. Ancora una volta si scontravano due visioni opposte del ruolo del partito laburista.

Per i riformisti la crisi era assolutamente incomprensibile, bastava tagliare qui e là per aggiustare tutto. Ovviamente i tagli avevano sempre una natura astratta. Dire chi doveva essere mandato a casa era più difficile. Questa posizione ricorda un po’ quella dell’imperatore austriaco che rimproverò Mozart, perché in una sua opera, da lui appena ascoltata, c’erano “troppe note”. Alla richiesta di Mozart di indicare quali fossero queste note di troppo, il sovrano decise saggiamente di tacere. Allo stesso modo Kinnock e i dirigenti sindacali non osavano mai indicare nome e cognome di chi avrebbe dovuto pagare il prezzo dei tagli. E sebbene le direzioni nazionali delle trade unions facessero pressioni feroci sui funzionari e i delegati locali, era difficile far passare l’idea dei tagli alla base sindacale.

Kinnock comunque dichiarava che avrebbe appoggiato qualsiasi iniziativa del governo susseguente alla bancarotta, compreso l’invio di truppe. Mestamente, Liverpool si preparò alla ritirata. Alla fine di novembre il DLP votò un piano di sostanziale riequilibrio dei conti con 694 voti contro 12. Il giorno dopo una riunione di delegati sindacali approvò il piano con una maggioranza simile. Era una sconfitta e non si poteva nascondere. Il piano era formulato in modo da eliminare buona parte delle riforme previste per il futuro. In più, vi era un prestito di 30 milioni da parte di banche svizzere. I giornali fecero non poche ironie sulla strana alleanza di gnomi di Zurigo e trotskisti del Merseyside. Un lord notò che Lenin aveva passato molto tempo a Zurigo. Forse il prestito era una sorta di complotto internazionale[21]!

14. La vendetta di Kinnock

Piegata la resistenza della città, almeno parzialmente, il terreno sembrava pronto per evitare simili sconcezze per il futuro. Si infittivano gli inviti, sempre più pressanti, alla direzione laburista perché si decidesse a liberarsi del Militant. Ma la campagna era molto più generale. I media riversavano un torrente di insulti, calunnie e altre delicatezze del genere sulla sinistra del partito, su Benn, Scargill e gli altri. L’espulsione dell’ala dichiaratamente marxista era come l’antipasto di una mutilazione più vasta.

Questa campagna fu poco edificante sotto ogni aspetto e farebbe dubitare a qualunque osservatore esterno del carattere neutrale della civile stampa britannica. Merita invece di essere ricordato un episodio minore, anche divertente dopo tutto, per rendere l’idea di quanto non si lasciasse nulla di intentato. All’inizio di dicembre tutti i media riportarono le dichiarazioni di Paul McCartney che, ormai ben lontano fisicamente e moralmente dalla sua città, espresse condanna per le violenze dei minatori, per gli scioperi degli insegnanti e per la malgestione di Liverpool[22]. Fosse stato vivo John Lennon non c’è da dubitare che avrebbe risposto per le rime al suo ex compagno.

I giornali potevano permettersi ogni sorta di nefandezza, ma la direzione laburista doveva fornire una giustificazione politica della svolta moderata. Le opinioni erano diverse e in realtà molti dirigenti erano scettici sulla possibilità di poter utilizzare argomenti politici per espellere qualcuno dal partito. Tipica in questo senso l’espressione di Tom Sawyer, poi divenuta celebre, durante una riunione dell’esecutivo nazionale del febbraio 1986: “sfido chiunque a dirmi come andare a Liverpool e sconfiggere il Militant con argomenti”[23]. Ad ogni modo la svolta venne facilitata dall’evaporazione della sinistra del partito ben rappresentata dal destino di Tribune, rivista simbolo della sinistra, paragonabile forse a una sorta di Manifesto britannico, se non fosse per la sua ben maggiore forza parlamentare, sempre più allineata alle posizioni neomoderate di Kinnock.

La battaglia cominciò per la selezione dei deputati. Durante le primarie per la scelta del candidato, la sinistra soft votò sistematicamente con la destra per sconfiggere candidati marxisti e della sinistra in genere. La battaglia fu particolarmente aspra a Liverpool, come c’era da attendersi. La direzione dovette smantellare il DLP, il cuore del partito locale, per poter far eleggere elementi di destra. Nel novembre 1985, per facilitare il golpe a Liverpool, l’esecutivo nazionale decise un’inchiesta sul partito locale e sul Militant a livello nazionale. L’idea che le purghe fossero causate da questioni organizzative venne presto meno:

“Mr Kinnock seems adamant that Mr Hatton and Mr Mulhearn in particular should be expelled from Labour in the interests of the party’s image to the electorate at large”(The Daily Telegraph 2/12/1985).

La virulenza della campagna di stampa rivelava una comprensione della natura della tendenza marxista. Le prove che tale tendenza fosse decisa ad andare fino in fondo costringevano la stessa burocrazia ad andare fino in fondo nell’isolarla. La tendenza sotto attacco, raccolta attorno al Militant, era divisa su come rispondere alla purga. Il vicesindaco Derek Hatton, noto per la sua avventatezza, riteneva che l’autorità che il DLP si era conquistato nel periodo precedente avrebbe permesso ai ribelli di respingere l’inchiesta. Qualcuno parlava di formare un partito laburista alternativo con forse oltre 10.000 iscritti. La cosa sarebbe stata anche possibile, a costo di separare i lavoratori più coscienti e attivi dalla massa del partito ancora fiduciosa nella direzione nazionale. Ma la maggior parte dei dirigenti del Militant riteneva un grave errore questa scissione, almeno all’epoca. Le purghe avrebbero danneggiato le idee radicali, ma non avrebbero sradicato il marxismo dalla base laburista. Meglio perdere una battaglia, ritirandosi in buon ordine, che accettare la provocazione e perdere la guerra.

Intanto l’inchiesta proseguiva, con le ispezioni di alcuni funzionari del partito a Liverpool. Questi raccolsero in decine di pagine lamentele politiche, personali, episodiche che messe assieme formarono un dossier in grado, a loro dire, di fornire le prove per espellere i dirigenti del DLP. Scargill, Benn, Heffer e pochi altri si schierarono contro le purghe. Ma gran parte dell’ex sinistra del partito si era unita a Kinnock. In questo senso il congresso dell’85 segnò la definitiva spaccatura della left wing laburista. Nell’82-’83, quando si cominciò a parlare di espulsioni, la sinistra compattamente le valutò come un residuo di barbarie stalinista. Nella rivista teorica del partito, il New Socialist, vi erano editoriali che ricordavano la lunga tradizione di correnti marxiste all’interno del partito[24]. Ora la posizione era ben diversa. E per attaccare il Militant era ben più efficace utilizzare la sinistra morbida rispetto a elementi dichiaratamente di destra con uno scarso appeal nella base. Invece alcuni dirigenti che avevano una fama di “sinistri” potevano fare più presa. In fondo lo stesso Kinnock, e prima di lui Michael Foot, avevano avuto questa stessa evoluzione.

All’inizio dell’86 mentre il dossier anti-Militant si andava infoltendo, il DLP chiese alla direzione rassicurazioni in merito alla procedura dell’inchiesta. In particolare chiese che ogni persona posta sotto inchiesta avesse il diritto di difendersi davanti a quella sorta di tribunale che si andava allestendo. La direzione rifiutò la richiesta. Non si concedeva nemmeno quello che vale per la giustizia liberale: il diritto alla difesa. La sinistra del partito organizzò manifestazioni in tutto il paese che raccolsero complessivamente 50.000 persone. Un successo che rafforzava la necessità di espellerli quanto prima. Iniziarono le “udienze” dell’esecutivo nazionale. Il modo intimidatorio usato da taluni dirigenti fece dire a Eric Heffer, che fungeva da difensore di Hatton e altri, “come ex dirigente del dipartimento dell’organizzazione ho condotto varie inchieste di questo tipo, ma non ho mai visto un simile comportamento.

E’ stato disgustoso, un’inquisizione maccartista”[25]. Le udienze produssero pochi risultati. Inoltre la squadra di investigatori si spaccò e due membri, Wise e Beckett, produssero un rapporto di minoranza che si pronunciava contro le espulsioni. Comunque la prima fase dell’inchiesta si concluse con l’invito del team investigativo a risentire 16 membri del partito e a sospendere il DLP. Data la natura “movimentista” di questo organismo, in cui la direzione locale doveva sempre tener conto della base, presente in forza alle riunioni, era chiaro che nessuno spostamento a destra del partito era possibile senza smantellarlo[26].

La mattina del 26 febbraio, di fronte a Walworth Road, dove si sarebbe dovuta tenere la riunione dell’esecutivo nazionale per prendere le decisioni sulla prosecuzione dell’inchiesta, mille attivisti del partito, per lo più sostenitori del Militant, protestavano contro la destra e la minaccia di espulsioni. A quella riunione Sawyer fece la dichiarazione veramente memorabile già citata. Dopo ore di un dibattito aspro tra sordi, 19 elementi contro 10 votarono perché il segretario del partito Larry Whitty prendesse le misure per espellere sedici membri del partito. I media si fregavano le mani nel vedere il partito spaccato e diviso. Parlando a nome della base del partito, almeno quella di Liverpool, Heffer disse a Kinnock “non dimenticherò mai quello che hai fatto al mio partito a Liverpool”[27].

15. Espulsioni

I sedici divennero, per ragioni un po’ oscure, dodici. Di nuovo, la direzione confermò che non sarebbe stata ammessa una difesa legale per gli inquisiti. Il fatidico giorno delle espulsioni doveva essere una festa per i dirigenti kinnockiani. Ma gli elementi di sinistra dell’esecutivo uscirono dalla riunione, appellandosi alla decisione di una corte britannica che aveva, il giorno prima, respinto il modo con cui l’inchiesta veniva condotta e così facendo tolsero il quorum alla riunione. Qui si vide uno dei tanti paradossi di questa storia, con un tribunale dello stato capitalista che respinge le modalità con cui i riformisti si liberano dei rivoluzionari. Kinnock era ovviamente furioso. Aveva dimostrato di essere troppo ostacolato, nelle sue manovre, dalla sinistra del partito e i giornali borghesi lo notarono maliziosamente: “Neil, you’re still not fit to govern” (Mail on Sunday, 30/6/1986). Anche l’uscita dei “magnifici sette” come ironicamente vennero chiamati i dirigenti della sinistra che abbandonarono la riunione dell’esecutivo, non mancò di destare strepiti e insulti nella stampa. Alcuni commentatori proposero semplicemente di espellere anche loro[28].

L’esito della riunione del Nec di marzo, i consigli dei giuristi del partito convinsero la direzione a buttare il rapporto che pure era costato alle casse del partito decine di migliaia di sterline. Se il Labour Party avesse passato un momento di finanze floride, nulla da dire, ma se si pensa che stava licenziando svariate persone, queste spese suonano piuttosto male. Evidentemente erano considerate un buon investimento. D’ora in poi l’inchiesta si sarebbe incentrata sul materiale politico (volantini, documenti) prodotto dal DLP di Liverpool e agli accusati fu persino concesso di portare testimoni a propria difesa. Per un momento al Nec sembrò aver trovato la giusta formula: chi avesse parlato a una riunione organizzata dal Militant, sarebbe stato passibile di espulsione. Purtroppo si scoprì presto che lo stesso Kinnock aveva parlato a una riunione del Militant, all’Università di Swansea, qualche anno prima. Lo spostamento a destra del partito si vedeva anche nei simboli, come la bandiera rossa, sostituita da fiori o altro. D’altronde la svolta botanica ha colpito anche i partiti operai italiani (garofani, querce).

Il 21 maggio la riunione del Nec riconsiderò per la decima volta il caso di Tony Mulhearn, il più noto sostenitore del Militant di Liverpool. Dopo sette ore di discussioni, e dopo 23 anni di militanza, Mulhearn venne espulso. Seguirono nei giorni successivi le espulsioni degli altri accusati. Il partito, a Liverpool, rifiutò con maggioranze bulgare le espulsioni, ma inutilmente. Semplicemente le espulsioni si tramutarono in decimazioni e intere sezioni vennero disconosciute. D’altra parte non c’era altro modo per purgare il partito da certe idee e ciò dimostrava se non altro che tali idee non erano affatto un corpo estraneo al partito stesso. Per espellere i nove iscritti accusati di essere sostenitori del Militant e che avevano 141 anni di militanza tra loro, la direzione spese 250.000 sterline.

Al congresso dell’86, nonostante tutto, la metà circa dei delegati delle sezioni (non cioè i voti in blocco dei sindacati) si schierò contro le espulsioni. Ma la sinistra era decisamente in ribasso, tanto che alcuni dei suoi dirigenti, come Heffer, persero il loro posto nell’esecutivo nazionale.

I consiglieri espulsi dal partito dovevano affrontare anche il giudizio dello stato borghese, dopo quello avverso dell’apparato riformista. Questo stesso apparato forniva un tappeto rosso, forse sarebbe meglio dire rosa, per l’intervento dei giudici contro i consiglieri ribelli, negandogli ogni aiuto. Nel settembre del 1985 i consiglieri di Liverpool e di Lambeth, “ritardatari”, vennero multati per oltre 100.000 sterline l’uno[29]. Si è già notato come sia nei congressi dell’83 e dell’84, sia in dichiarazioni ufficiali del Nec, la direzione laburista si fosse impegnata a indennizzare i propri eletti costretti all’illegalità dai tagli del governo tory. Si è anche già detto che la direzione rinnegò le proprie decisioni l’anno in cui dalle dichiarazioni si passò ai fatti.

Da un punto di vista tecnico può essere divertente descrivere la motivazione della multa. Poiché il governo trasferisce concretamente i fondi al municipio solo dopo la fissazione del bilancio, la scelta di non fissare il bilancio ritardava l’arrivo dei fondi e dunque faceva perdere alla città gli interessi su questi fondi. Un osservatore potrebbe notare che questi interessi entrano comunque nel bilancio del governo nazionale e non sono dunque persi per la collettività. Non si tratta di soldi sperperati in opere inutili, o di tangenti. Si tratta di soldi che il comune perde a favore del governo! Ci vuole davvero molta fantasia giuridica per considerare questa una “malgestione” dei fondi pubblici. Ma non è certo la fantasia che manca ai giudici nell’esercizio delle proprie funzioni repressive.

A Liverpool, il partito organizzò manifestazioni pubbliche per raccogliere il denaro delle multe. L’anno successivo i liberali riusciranno a far approvare una legge per vietare simili sconcezze. Il legame tra il ”socialist council” e la popolazione si vide anche in occasione dei mondiali di calcio dell’86. I tifosi inglesi provenienti da Liverpool avevano striscioni a sostegno della giunta comunale, una cosa che non si vede spesso negli stadi.

I consiglieri provarono a portare il caso davanti alla Court of Appeal. Le speranze di un giudizio imparziale si possono sintetizzare con questo fatto: uno dei tre giudici, Lawton, era stato un candidato fascista alle elezioni. Non sorprende che i giudici decisero, con la sentenza del 31 luglio, che il District Auditor aveva trattato ”in a fair fashion” i consiglieri. Ma il corso della giustizia non era finito. I liberali chiesero alla camera dei Lord di cacciare i 47 consiglieri laburisti di Liverpool. Questa perla di democrazia, un organo formato per discendenza familiare che smembra un organo eletto dal popolo, fu realizzata all’inizio dell’87. Oltre a ciò, i Lord aumentarono enormemente la multa. Il tutto risultava così irritante alla città di Liverpool, che perfino i vescovi cattolico e protestante dichiararono la multa un grave errore e una azione senza precedenti[30].

16. La fine della battaglia

Con la cacciata dei 47 laburisti dal consiglio comunale, tory e liberali presero la maggioranza ad interim. Molto ad interim, perché dopo poche settimane si svolsero le elezioni comunali. Nel loro breve regno, i liberali reintrodussero la carica di mayor, che venne occupata dalla moglie del loro capo, e altri aspetti vitali per la popolazione, come la sfilata dei cavalli e lo scettro, simbolo del potere. Più seriamente, la breve giunta minacciò di sospendere i programmi laburisti, come l’URS, ma i sindacati, pure non gentili verso il consiglio ”socialista”, minacciarono la rivolta contro simili propositi.

Nel periodo che va dalla fine dell’85 al maggio dell’87 Kinnock e i suoi advisers erano ossessionati dalla necessità di disfarsi dei ribelli di Liverpool. Ogni altro obiettivo vi era subordinato. Spesso Kinnock non si presentava nemmeno in parlamento durante il question time, quando si può attaccare il governo di fronte a tutto il paese su problemi centrali nella vita politica. In un primo momento, la direzione non aveva compreso il legame profondo tra la tendenza Militant e il movimento operaio di Liverpool. Procedendo con le purghe, si rese conto che si richiedeva un’amputazione sempre più profonda.

Il sacrificio di spaccare il partito a qualche mese dalle elezioni era considerato accettabile nell’intento di sradicare idee di sinistra dal partito. Se almeno i laburisti avessero perso a Liverpool, si sarebbe potuto dimostrare la nocività di certe idee. Purtroppo, proprio nei cinque anni peggiori del dopoguerra per il Labour Party, a Liverpool il partito prese maggioranze schiaccianti. Il 1986 non fece eccezione. Alla consueta campagna ostile della stampa, quell’anno si unì l’attacco della direzione del partito. Perché gli elettori avrebbero dovuto votare per dei politici che la stampa aveva dimostrato essere più o meno selvaggi, che il proprio partito espelleva e per giunta che rischiavano la galera? Ogni spiegazione è ben accetta, ma la più semplice è probabilmente la migliore: gli elettori di Liverpool condividevano la politica della giunta. L’Echo, il giornale capofila nella guerra al Militant, dovette riconoscerlo:

“However experts may analyse the votes, there is not a shadow of doubt that Liverpool’s town hall election results were a success for Militant...no scouser could have been under any illusion that a vote for Labour in this city yesterday was a vote for Militant.” (Liverpool Echo, 14/5/1986)

I conservatori vennero distrutti alle elezioni, a vantaggio dei liberali. Kinnock commentò: “Senza il Militant penso che la nostra forza sarà anche maggiore”[31]. Il ministro dell’ambiente Baker noto che quello era “un triste giorno per la democrazia”. Evidentemente, questa gente è abituata a misurare il grado di democrazia dall’apatia degli elettori e soprattutto dei lavoratori. Molta partecipazione per loro equivale a scarsa democrazia.

Come si è visto, la vittoria non salvò i consiglieri ribelli, che vennero espulsi dal partito e multati. I consiglieri espulsi accettarono di farsi da parte. Quello che interessava loro era salvare l’autorità conquistata dalla giunta in quel periodo, non la propria carriera. Questa “disponibilità” verso le decisioni della neo-destra di Kinnock venne rimproverata al Militant dai vari gruppetti di estrema sinistra. Ma si trattava di vedere con quale orizzonte si intende costruire un’organizzazione rivoluzionaria.

E’ vero che il Militant avrebbe potuto guidare una scissione dal partito. Ma il fatto che Liverpool fosse rimasta isolata nel momento decisivo era una dimostrazione del fatto che la situazione nazionale non era come quella locale. Per riprendere l’analogia esposta prima: isolare la prima fila dell’esercito dal resto, come insegna la fine del generale Custer, non è mai una buona idea. Inoltre, il radicamento delle idee marxiste non è mai stato legato esclusivamente a questioni formali come l’espulsione decretata da una direzione senza autorità.

Il governo Thatcher, pur godendosi tutta la scena, non rimaneva certo con le mani in mano. Alla fine dell’86 la privatizzazione dei trasporti municipali provocò il raddoppio delle tariffe in molte aree. Scioperi e proteste dei lavoratori dei trasporti, ma anche delle telecomunicazioni, punteggiavano il periodo. La direzione laburista era troppo occupata nelle purghe per occuparsi di simili scaramucce.

Alla fine di tutto questo processo, nel maggio dell’87, le elezioni comunali diedero l’ennesimo strepitoso successo al partito laburista di Liverpool. L’epitaffio delle scelte dell’esecutivo laburista può essere dato da un editoriale di The Economist:

“The three point rise in Labour’s share of the votes since last year suggests that most of Liverpool’s working-class voters have accepted Militant’s explanation of Liverpool’s financial crisis. The continuing collapse of the Tory vote - only 9.5 per cent of Liverpudlians now vote Tory - shows that the government’s version has been rejected by Liverpool’s middle-class too.” (The Economist 10/5/1987)

Se solo si fosse potuta scrivere una cosa simile dopo le elezioni politiche nazionali! Purtroppo invece, la campagna elettorale fu un disastro totale, se possibile peggiore di quella dell’83. La batosta fu quasi completa. Quasi. A Liverpool il partito guadagnò un altro 10% rispetto all’83. A Walton Heffer ottenne il 65% dei voti. Questa netta differenza avrebbe dovuto fare giustizia, almeno nelle menti libere da pregiudizi, della pretesa che le idee rivoluzionarie spaventano gli elettori.

I liberali erano attoniti dei risultati delle elezioni comunali. Sul Times il loro capo, Trevor Jones, si lasciò andare a un simile commento: “L’unico modo per distruggere il dominio del Militant a Liverpool è abolire il partito laburista in questa città”[32].

Alla prima riunione del nuovo consiglio, Tony Byrne, uno dei pochi ribelli ancora non espulso, espose i meriti della giunta: la costruzione di 5.400 nuove case, la creazione di almeno 10.000 posti di lavoro. Ma le purghe avevano avuto il loro effetto. Nel consiglio sedevano molti rappresentanti della destra del partito ben poco propensi a infrangere la legge solo per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori di Liverpool. Per consolidare questo nuovo corso continuarono alcune pratiche inusuali, come l’eliminazione di intere sezioni del partito, il rifiuto di nuove iscrizioni ecc. Tutto ciò indebolì fortemente il partito, ma anche il Militant. Dall’87, la destra riprese il controllo del partito e del consiglio. Venne ripagata dagli elettori con una sconfitta elettorale dopo l’altra.

L’esito della battaglia e in genere il dipanarsi degli avvenimenti che abbiamo riassunto qui giustificano la posizione dei laburisti di Liverpool, della tendenza Militant? La risposta sta nelle stesse finalità dei consiglieri ribelli. Il loro scopo era utilizzare l’esperienza di Liverpool, le vittorie e le sconfitte, come un mezzo per educare i lavoratori sulle battaglie del futuro. Nessuno può dubitare che questo scopo sia stato raggiunto. Ovviamente la destra del partito e i media a loro totale malincuore.

Liverpool ha dimostrato, da una parte, che una direzione coscientemente rivoluzionaria può attingere alla riserva inesauribile della combattività dei lavoratori. Dall’altra, che non basta conquistare qualche buona posizione in alcune città o nei sindacati. Occorre costruire un’alternativa complessiva alla corrente riformista nel movimento operaio o qualsiasi vittoria sarà solo un episodio in una sequenza di ritirate senza fine. Questa sequenza, cominciata nel periodo da noi preso in esame, non è finita nemmeno con la vittoria laburista del ‘97, dato che la politica di Blair renderebbe orgoglioso un redivivo Ramsay MacDonald.

17. Gli ultimi anni

Alla fine degli anni ‘80, per le ragioni esposte, la sinistra laburista entrò in un profondo declino. La sfida di Benn ed Heffer nell’88 contro Kinnock fu il canto del cigno di quella generazione. Nel 1988 La Thatcher, dopo un decennio di vittorie, si sentì abbastanza sicura per attaccare il nemico tutto assieme. Così lanciò la poll tax. Per sperimentare la reazione della gente, la introdusse prima in Scozia, anche per vendicarsi del trattamento elettorale riservato dagli scozzesi ai tories. La tassa produsse rivolte, scontri, scioperi. Fu un fallimento totale, come dimostra lo stesso fatto che viene ricordata per il nome datogli dai suoi avversari (appunto “poll tax”, testatico).

La tendenza Militant, che in Scozia aveva una influenza importante, decise di promuovere la costituzione del sindacato nazionale anti-poll tax (Aptu). Il sindacato si estenderà all’Inghilterra con il tentativo di estendere la tassa verso sud. La sconfitta della Thatcher fu netta. La direzione laburista, che sostanzialmente boicottò la lotta a una tassa odiata dalla stragrande maggioranza del suo elettorato, continuava invece la sua politica di automutilazione. Nel 1990 venne smantellata la federazione giovanile (per le stesse ragioni per cui si era distrutto il partito a Liverpool).

Il successo contro la poll tax e le oggettive difficoltà di lavorare nel partito spinsero i sostenitori del Militant a interrogarsi sul futuro. L’autorità conquistata a Liverpool, nelle lotte sindacali ecc., sembrava minacciata dai mille divieti che la destra imponeva. Come già era successo altre volte, si trattava di scegliere tra una ritirata di breve periodo e un cambiamento radicale della propria strategia. Nel ‘91-’92, la maggioranza dei sostenitori del Militant scelse la seconda via e si costituì come organizzazione aperta. Gli altri rimasero a portare avanti il lavoro di sempre come ala marxista del partito laburista.

L’uscita fu originata, oltre che dal successo delle campagne indipendenti, da una provocazione, a dire il vero scandalosa, che la direzione laburista compì a Liverpool. Successe che Heffer si ammalò gravemente e vennero indette le elezioni suppletive per Walton. Walton era ed è un collegio sicuro per il partito, ed Heffer vi prese maggioranze sino a due terzi. E’ anche una roccaforte storica della sinistra laburista. Kinnock decise di candidare Peter Kilfoyle, un oscuro burocrate noto alla base laburista di Liverpool solo come principale responsabile delle purghe. In particolare Kilfoyle era un nemico acerrimo del Militant e di Heffer. Dal letto d’ospedale dove passava gli ultimi suoi giorni Heffer pregò la direzione di ripensare a questa decisione, inutilmente.

Le sezioni del partito respinsero la candidatura ma evidentemente ci sono principi più importanti, per una direzione riformista, della democrazia, come eliminare i propri oppositori politici. La base del partito scelse Leslie Mahmood, ma il candidato ufficiale del partito restò Kilfoyle. Il Militant e altre tendenze della sinistra del partito decisero di andare avanti lo stesso. Alle elezioni vinse ovviamente Kilfoyle, anche se di una stretta maggioranza. Il Militant, nonostante il candidato della base avesse preso solo 2600 voti, decise di estendere questa scelta a tutto il paese. La provocazione era riuscita, Walworth Road poté da allora cessare di preoccuparsi che qualcuno gli portasse via il partito.

18. L’eredità del thatcherismo

Gli anni del governo conservatore hanno lasciato un’impronta profonda nella scena politica inglese, nella sua composizione sociale e anche nella sua produzione artistica. Non si capirebbero film come “Riff Raff” (e in genere Ken Loach) o come i più recenti “Full Monthy” e “Grazie Ms. Thatcher” senza conoscere la devastazione industriale lasciata dai tories[33]. La Gran Bretagna degli anni ‘90 è un paese squassato dal conflitto di classe[34]. Un conflitto di classe strisciante, spesso poco eclatante, ma pervasivo, universale. E l’esempio di Liverpool fa capolino nei posti più impensati. Le Spice Girls, l’insulso gruppo pop creato a tavolino per arraffare soldi agli adolescenti più ingenui, ha fatto spesso dichiarazioni a favore della Thatcher. Eppure una delle cinque cantanti ha dovuto dichiarare che, in quanto proveniente da Liverpool, “dove tutti sono socialisti”, è una fervente laburista[35]. Ma dove il lascito dei quindici anni thatcheriani pesa di più è proprio all’interno del partito.

Se la Thatcher ha imparato dall’esperienza del governo Heath, Blair cerca di imparare dall’esperienza del governo Wilson, e da quando è andato al governo non promette assolutamente nulla, anzi tratta a pesci in faccia le trade unions, per mettere le cose in chiaro. D’altro canto, come ricordato, la sinistra del partito appare veramente debole. La grande ondata che si raccolse attorno a Tony Benn è dispersa. Scargill e i suoi sono andati via, per formare un insignificante Socialist Labour Party, che nel ‘97 ha raccolto, perfino nelle circoscrizioni dei suoi minatori, solo le briciole.

Allo stesso modo, per le ragioni prima spiegate, buona parte della tendenza che si raccoglieva attorno al giornale Militant è uscita per formare l’ennesimo inutile Socialist Party, lasciando il campo libero alla controrivoluzione della destra di plastica dei Blair. Ma qualsiasi illusione questa nuova destra si faccia sulle proprie idee, la vittoria assegnatale dagli elettori nel ‘97 significava innanzitutto mettere la parola fine ad anni di distruzione sistematica dell’industria e del sistema sociale. In molte zone del paese i conservatori non esistono più. Per esempio in Scozia, nel Galles.

A Liverpool, nelle elezioni comunali, i tories avevano una solida maggioranza ancora negli anni ‘60. Gli anni ‘80 hanno visto, come spiegato, l’estinzione dei tories come forza politica. Nel ‘95 i conservatori prendevano due seggi, nel ‘96 uno e nel ‘98...nessuno! Ma lo stesso vale in città come Manchester o Sheffield, dove la maggioranza laburista è ancora più schiacciante e i tories appaiono un partito-panda, degno delle attenzioni del WWF.

Non è difficile prevedere che il governo Blair non avrà vita molto facile in futuro. La sinistra del partito, soprattutto all’interno dei sindacati, dovrà rimettersi in piedi. Già nei recenti scontri sulla candidatura a sindaco di Londra si vedono le avvisaglie di future turbolenze che attanaglieranno il partito.

Liverpool continua intanto il suo declino pluridecennale. Aveva oltre 600.000 abitanti nel 1971; ne aveva circa 500.000 quando la giunta laburista prese il potere nell’83. Ne ha già persi un altro 10%. Nonostante i “miracoli” della flessibilità thatcheriana, la disoccupazione, intorno al 10% negli anni ‘70, è raddoppiata in quel decennio e si è mantenuta oltre il 20% fino agli anni ‘90 inoltrati. Se poi si considera che oltre un quinto della forza lavoro è part time (quasi la metà, se si considerano le lavoratrici), si vede come la situazione della città non abbia guadagnato molto dalle politiche liberiste.

Le giunte laburiste o liberali che si sono succedute alla giunta ‘83-’87 non hanno potuto che continuare a considerare il problema abitativo come centrale. Così, ancora adesso esiste un Urban Renewal Service. Per altro, le giunte laburiste “ordinarie” non hanno entusiasmato i cittadini del Merseyside. Così nelle elezioni del ‘98 hanno vinto i liberali, che hanno preso 52 consiglieri, contro i 31 laburisti. Ma questa sconfitta è innanzitutto causata dalla disaffezione dei votanti laburisti. Infatti l’affluenza non è giunta al 30%, nemmeno due terzi di quella media del periodo ‘83-’87[36].

Insomma, la popolazione di Liverpool non vede una grande differenza tra le politiche condotte dai liberali e quelle portate avanti dalla destra laburista. D’altra parte, la tradizione di lotta della città non è persa. Lo dimostra lo sciopero dei dockers, che è proseguito per mesi, attirando la solidarietà dei lavoratori di tutto il mondo, dall’Australia all’Asia, dagli Stati Uniti al Sudafrica.

Infine può essere istruttivo vedere che fine hanno fatto i protagonisti di questa breve stagione di un’esperienza così intensa.

Il governo Thatcher è stato distrutto dalle mobilitazioni contro l’odiata Poll Tax ed è stato sostituito da Major, che ha continuato, grazie all’impagabile aiuto della destra laburista, il programma politico tory.

Kinnock è divenuto commissario europeo dei trasporti e vaga indefessamente per i paesi membri dell’Unione Europea per costringerli a privatizzare tutto e subito, finalmente libero di portare avanti la politica in cui realmente crede.

Kilfoyle, il tagliatore di teste, è stato premiato, come detto, nel ‘91 per la sua opera di pulizia politica andando a sostituire Heffer, ormai morente all’ospedale, nel collegio sicuro di Walton.

Hatton, il battagliero vice sindaco, si guadagna da vivere come intrattenitore di serate eleganti. Se volete assumerlo potete andare nel suo sito Internet http://www.user.globalnet.co.uk/~dave/derek.htm.

Infine la classe lavoratrice del Merseyside, che ha appoggiato l’unico “socialist council” dal dopoguerra, continua a pagare per le politiche liberiste dei tory e dei laburisti di Blair. Sta ancora aspettando di capire in che cosa ha sbagliato quando osò combattere per la difesa dei propri diritti, della propria dignità e del proprio futuro.

Bibliografia

  • Crick M., The March of Militant, Faber, London, 1986
  • Grant T., The Unbroken Thread, Fortress, London, 1989
  • Lin Chu, The British new left, Edinburgh University Press, Edinburgh, 1993
  • Seyd P., The rise and fall of the labour left, MacMillan, London, 1987
  • Taaffe P. e Mulhearn T., Liverpool, a city that dared to fight, Fortress, London, 1988
  • Taaffe P, The Rise of Militant, MP, London, 1995
  • Webb S., Storia del movimento operaio inglese, Editori Riuniti, Roma, 1976,

In un’epoca in cui l’unica politica possibile, anche per un partito che si dichiari di sinistra, sembra quella di distruggere lo stato sociale e tagliare le condizioni di vita dei lavoratori, ci sono esempi in cui si è cercata una strada alternativa? Uno di questi esempi è la giunta laburista di sinistra che ha guidato Liverpool nel periodo 1983/1987. Quale conclusioni possiamo trarre da quella esperienza? E' proprio vero che i programmi radicali “spaventano gli elettori”? Perché i dirigenti nazionali del partito laburista furono spaventati da quell’esperienza? Perché preferirono allearsi con la Thatcher piuttosto che con i lavoratori di Liverpool? Perché alla destra laburista non rimase che espellere intere federazioni del partito per non perderne il controllo?

L’esperienza di Liverpool è istruttiva per tutti questi interrogativi e molti altri. Soprattutto è un inno a quella che è la ragione stessa del movimento dei lavoratori: la lotta per una vita migliore. Solo lottando si possono ottenere delle vittorie. Se si rinuncia a combattere, occorre anche rinunciare a qualsiasi aspirazione a una società migliore per la classe lavoratrice e per tutta l’umanità.


Note (il numero tra parentesi riporta al punto della nota nel testo)

[1]1 La “rent” è un elemento fondamentale nella politica sociale dei comuni inglesi. Essa è l’affitto che si paga per le case comunali. Data la cospicua proporzione di case pubbliche in Gran Bretagna, la fissazione della rent è di fatto uno strumento centrale della politica abitativa e sociale più in generale. L’altro è il “rate”, ovvero le tasse comunali.

[2]2 In questo saggio usiamo indifferentemente l’espressione “partito laburista” e “labour party”. La cosa curiosa è che però, per quasi tutti gli italiani, soprattutto i presunti esperti di scienze politiche, le due espressioni significano cose diverse. “Labour party” significa nient’altro che partito operaio. Mentre “laburista” ha, agli occhi di questa gente, un significato di moderatismo, di collaborazione di classe che non trova nessun riscontro nella storia reale del movimento operaio britannico.

[3]3 La famosa Clause IV recita:

“To secure for the workers by hand or by brain the full fruits of their industry and the most equitable distribution thereof that may be possible upon the basis of the common ownership of the means of production, distribution, and exchange, and the best obtainable system of popular administration and control of each industry and service”.

Questa formulazione, del tutto vaga, fu scritta dai Webb, capi della corrente riformista fabiana. Come molti altri riformisti, i coniugi Webb avversarono la rivoluzione bolscevica negli anni ‘20, mentre esaltarono la controrivoluzione di Stalin. Così scrissero il famoso libro “Soviet Communism: A new Civilization”, una delle opere più apologetiche del periodo.

[4]4 Storicamente, la tattica di costruire il partito rivoluzionario come tendenza dei partiti riformisti è nota come “svolta francese”, per il fatto che Trotskij la propose originariamente ai propri sostenitori francesi nel 1934. Dopo questo episodio, rapidamente imitato in Inghilterra, Stati Uniti e altrove, questa tattica divenne nota come ”entrismo”. Per altro i diversi gruppi che si richiamano al trotskismo hanno applicato questa tattica in modi così diversi da renderla abbastanza indefinita.

[5]5 Non intendiamo dire che vi sono tendenze del movimento operaio inclini all’opportunismo e quindi a cedere alle pressioni della classe dominante. Questo è ovvio e insieme astratto. Intendiamo dire che molti riformisti hanno dei legami organici con la borghesia di cui rappresentano una vera e propria quinta colonna. Non è difficile dimostrare questa affermazione. Un caso che colpisce è senz’altro quello di Turati, capo storico del riformismo italiano. In una lettera a un dirigente giolittiano, poco prima della rivoluzione bolscevica, Turati scrisse:

“…Si tratta di sapere se il governo è proprio deciso ad allearsi con gli elementi estremisti e leninisti del Partito socialista e delle masse operaie contro di noi che teniamo testa e siamo i moderatori. Io pongo a te e all’onorevole Orlando la questione molto nettamente. Noi siamo - lo sapete meglio di noi - in un periodo che si va facendo, per la stanchezza della guerra, ogni giorno più difficile. Nelle masse socialiste la tendenza sabotatrice, che fin qui potemmo contenere, con sufficiente fortuna, acquista vigore e decisione. Contro di essa - se non vi decidete a ricorrere ad anni di guerra civile - non avete altra difesa che la tendenza conciliante e media, rappresentata ad un dipresso dal Gruppo parlamentare.” (lettera a Corradini 14-8-1917, cit. in Spirano P., Storia del partito comunista italiano, vol. I p. 10, Einaudi, Torino, 1990)

Quello che è sorprendente è che nello stesso torno di tempo i dirigenti bolscevichi dicevano esattamente le stesse cose su questa corrente:

“Turati non è un volgare carrierista, ansioso di diventare ministro in un governo capitalista. Nella misura in cui lo conosco, ha una sua politica in cui ha piena fiducia e che vuole portare avanti…Posso immaginare una conversazione tra Turati e Giolitti. Giolitti dice a Turati: “Ecco un portafoglio, è suo”. Ma Turati risponde: “Non ha sentito, caro collega, i discorsi di Lazzari? Nel momento stesso in cui accettasi il portafoglio, gli darei un elemento che non esiterebbe a sfruttare. Sarei espulso dal partito e una volta espulso non conterei più niente per lei e per il mantenimento dello Stato capitalista” (Trotskij L., Problemi della rivoluzione in Europa, Mondadori, Milano, 1979, p. 186)

Questa citazione sembra quasi una parafrasi della lettera di Turati!

Per la Gran Bretagna basti ricordare lo scandalo del deputato della destra laburista D. Healey scoperto a prendere fondi dalla Cia proprio mentre si accingeva ad accusare la sinistra laburista di finanziamenti illegali.

[6]6 E’ interessante notare come la direzione del partito laburista, nel corso della sua storia, si sia dimostrata incapace di respingere le idee marxiste soprattutto in seno alla propria organizzazione giovanile. Così ha dovuto far ricorso, molte volte alla sua eliminazione e ricostituzione. Nel 1936, nel 1940, nel 1955, nel 1964 e infine nel 1990 la gioventù laburista è stata sciolta perché caduta sotto il controllo di correnti marxiste.

[7]7 Questa risoluzione, proposta dai sostenitori del giornale marxista Militant recitava:

“to formulate a socialist plan of production based on public ownership, with minimum compensation, of the commanding height of the economy”

Come si vede, qualcosa di ben più specifico della vecchia Clause IV di ispirazione fabiana. Lo stesso fatto che nel 1972 il giornale della tendenza marxista del partito passasse da mensile a settimanale e conquistasse la maggioranza del comitato esecutivo della gioventù laburista, dimostra quale spostamento a sinistra stesse sperimentando il partito.

[8]8 Tanto più se si considera che Terry Fields e Dave Nellist, i deputati in questione, avevano fatto una campagna con rivendicazioni rivoluzionarie, coronata dallo slogan “a workers’ MP on a workers’ wage”, del tutto inaccettabile per chi considera il parlamento il mezzo per arricchirsi anziché per difendere la propria classe.

[9]9 Il District Labour Party era negli anni ‘80 l’istanza fondamentale di gestione della vita politica del partito a Liverpool. Di fatto era una specie di comitato centrale di delegati del partito della zona. Da ora lo citeremo come DLP.

[10]10 Solo per fare un esempio, il governo forniva ai 2.000 abitanti delle isole Falkland 1 milione di sterline al giorno negando al contempo la restituzione di 30 milioni a Liverpool, una città trecento volte più numerosa.

[11]11 Da qui in avanti, le cifre si riferiranno, se non specificato, alle sterline.

[12]12 Il partito guadagnò sette nuovi consiglieri. Nell’82 aveva ricevuto 54.000 voti che divennero 90.000 nell’84, un aumento del 60% in due anni. Socialdemocratici e conservatori vennero annientati, dato che il voto di opposizione si concentrò sui liberali, che pure persero due seggi.

[13]13 Nel suo noto libro I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, che costituisce la summa del pensiero riformista e un attacco a tutto campo al marxismo, Bernstein dedica un capitolo alla politica municipale nel quale espone progetti ben più radicali. Inoltre sostiene idee portate avanti proprio dal socialist council di Liverpool. Dice per esempio che è fondamentale l’idea “di utilizzare la municipalità come leva della prassi riformista socialista” (I presupposti..., trad. it., Laterza, Bari, 1974, p. 230), che “il comune deve adoperarsi per estendere continuamente la sfera delle sue competenze” (cit., p. 233) e infine che “il socialismo municipale è una leva indispensabile per lo sviluppo e la realizzazione di un diritto democratico del lavoro” (cit., p. 236). Leggendo quel capitolo si potrebbe avere l’impressione che il socialist council applicasse più Bernstein che Marx. Ma ancora una volta più delle proposte in sé occorre valutare l’orientamento generale in cui si inseriscono. Bernstein scrisse il libro per giustificare l’abbandono di un programma rivoluzionario. La giunta ribelle tentava di riportarlo all’ordine del giorno. La cosa notevole è che le rivendicazioni di Bernstein, nel periodo dell’ascesa del capitalismo, erano del tutto compatibili con esso ed al capo dei riformisti sembravano la quintessenza della moderazione. Un secolo dopo, nel periodo di declino di questa società, le stesse proposte erano inaccettabili agli occhi dei riformisti e facevano parte del programma di una giunta radicale.

[14]14 Liverpool Echo, 19/2/1985.

[15]15 E’ il caso di Wakefield.

[16]16 “rate-capped” è un termine che si riferisce all’obbligo del bilancio in pareggio. In pratica il governo costringeva i comuni ad alzare le tasse o ridurre le prestazioni sociali.

[17]17 L’accordo era il seguente. La città aveva venduto nel periodo precedente 7.000 case pubbliche per ordine del governo. Il comune cedette alle banche francesi, capofila il Paribas, le rate dei mutui fino alla loro scadenza in cambio di una somma unica immediata, di 30 milioni. Di nuovo, notiamo come questo accordo non sia dissimile dal comportamento dei moderatissimi sindaci dell’Ulivo che creano buoni del comune e cose simili. Il problema è la finalità dell’accordo in questione, esattamente contraria allo spirito delle privatizzazioni.

[18]18 Vale la pena notare che quella tragedia non fu affatto opera del caso. Non solo lo stadio e la polizia erano totalmente inadeguati, ma soprattutto gli hooligan erano molto meno ubriachi e più politicizzati di quanto potesse ritenersi. Nei giorni successivi all’episodio, venne scoperto che il British National Party, il partitino neofascista britannico, aveva organizzato una spedizione allo stadio, addirittura distribuendo materiale fascista all’imbarco per il continente. La giunta laburista reagì al fatto recandosi immediatamente a Torino per portare le scuse e la solidarietà dei lavoratori di Liverpool. Ma se avesse avuto un minimo di dignità, il governo conservatore avrebbe dovuto chiedere scusa a tutta Europa per le sue politiche antisociali, vere cause dell’imbarbarimento di vaste zone del paese e dunque del comportamento spaventoso dei tifosi.

[19]19 Liverpool Daily Post, 12/4/1985. Giova forse ricordare che la Thatcher, questo modello della democrazia occidentale, non andava in Indonesia per aiutare contadini, studenti e lavoratori indonesiani a combattere la sanguinosa dittatura di Suharto, del quale hanno potuto liberarsi solo anni dopo, ma per l’appunto a sostenere tale dittatura. La stessa Thatcher definì Mandela e l’Anc un gruppo di terroristi che il governo di Pretoria giustamente combatteva ed eliminava. Quando Tony Blair dice di ispirarsi, almeno nei “modi”, alla Thatcher, forse dimentica questi simpatici episodi.

[20]20 Per la precisione il voto era diviso così: 7284 per lo sciopero, 8152 contro.

[21]21 L’audace si chiamava Lord Beloff, Financial Times, 12/12/1985.

[22]22 The Sun, 9/12/1985.

[23]23 “I defy anyone to tell me how you can go to Liverpool and defeat Militant by argument”.

[24]24 Si veda per esempio New Socialist settembre-ottobre 1982.

[25]25 “As a former chair of the Organisation Sub-Commitee, I have never seen anything like this person’s behaviour. It was disgusting, nothing but a McCarthyite inquisition.” (cit. in Liverpool, a city...)

[26]26 Può rendere l’idea del tono che aveva nel periodo la stampa, questo editoriale (Daily Express, 24/2/1986): “If the National Executive Comitee decides on Wednesday that Liverpool’s Militants should be hanged in public, I will be in the queue for tickets.”, purtroppo per John Akass, autore di questa prodezza, la destra dell’esecutivo non era ancora pronta ad andare così avanti!

[27]27 “I shall never forgive you for what you’ve done to my party in Liverpool”.

[28]28 Quanto alla stampa interessasse l’argomento Militant lo dimostra questo episodio: Peter Phelps, giornalista del Liverpool Echo, vinse il British Press Award ‘85 e 1000 sterline per i suoi articoli di “inchiesta” sulla giunta e sulla tendenza Militant.

[29]29 Può essere interessante notare come il Financial Times osservò, in un articolo, che il principio delle multe poteva avere effetti disastrosi se applicato a livello nazionale. Si pensi cosa succederebbe se si dividesse il debito pubblico italiano per il numero dei parlamentari. Su ognuno graverebbe una multa di circa 2.000 miliardi! Così scriveva il Financial Times:

“It is not unreasonable that those elected are responsible for their actions, but the electorate’s sanctions (except in the case of fraud) should surely be limited to non re-election...if the principle of surcharge were to applied to MP’s would they be as quick to accept responsibility for their actions?” (cit. In Liverpool, a city... p. 438).

[30]30 Liverpool, a city... p. 436.

[31]31 “With the absence of the Militant element I think our strenght will be even greater” (The Guardian, 6/5/1986).

[32]32 “The only way to end Militant rule in Liverpool is to abolish the Labour Party in this city” (The Times, 8/5/1987).

[33]33 In particolare si ricorderà che in Riff Raff l’esperienza di Liverpool viene esplicitamente e positivamente ricordata.

[34]34 In uno speciale di The Economist del 27 settembre 1997 si conclude che “class divides have sharpened” citando anche un sondaggio secondo cui l’81% degli intervistati pensa che ci sia lotta di classe in Gran Bretagna (era il 60% negli anni ‘60).

[35]35 “A sentirmi etichettare come tory ho provato la peggiore umiliazione della mia vita…sono sempre stata laburista…ma i nuovi laburisti mi sembrano parenti prossimi dei vecchi conservatori” cit. in “Spice girl contro spice girl”, L’Espresso, 25/9/1997. Come si può notare, Mel C, la spice girl in questione, non è una laburista e basta, ma anche una critica della destra di Blair!

[36]36 Si veda “The name game”, The Economist 18/4/1998.

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Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
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Aggiornamento: 23/04/2015