IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


RIFONDARE L'ONU

D'accordo sulla necessità di rifondare l'ONU, onde sottrarre questo organismo alle strumentalizzazioni delle cinque potenze del Consiglio di Sicurezza, ma a quali condizioni? Il concetto di ONU come "governo sovranazionale" è già passato, seppure temporaneamente, con la guerra del Golfo (1). I risultati sono ancora sotto i nostri occhi (basta vedere il problema kurdo). Quello che gli USA non potevano più fare come "USA", sono riusciti a farlo per mezzo dell'ONU. Il loro governo "sovranazionale", a livello economico, nell'area capitalistica, sono riusciti a legittimarlo anche sul piano giuridico. E' stato come se l'imperialismo americano si fosse trasformato, per un momento, da "economico" a "politico", da "di fatto" a "di diritto".

In realtà un governo sovranazionale non può essere amministrato né da una né da cinque nazioni. Non è singolare, in tal senso, che per far scoppiare una guerra regionale in piena regola, il Consiglio di Sicurezza non abbia avvertito il bisogno d'interpellare l'Assemblea Generale? Ammesso peraltro, e non concesso, che anche interpellando la suddetta Assemblea, l'ONU possa essere autorizzato a servirsi della guerra per risolvere le controversie internazionali. Non si capisce infatti per quale ragione le popolazioni (come ad es. la nostra) che contemplano nelle loro Costituzioni il divieto di servirsi della guerra come strumento di diritto, debbano considerare non valido questo principio quando se ne fa carico un organismo internazionale come l'ONU. E' possibile che in nome di un'istanza superiore si possa derogare a un principio così fondamentale?

Fin dal primo art. la Carta dell'ONU indica come fine primario quello di "mantenere la pace e la sicurezza internazionale". E' vero che in base all'art. 42 del suo Statuto l'ONU può intraprendere azioni militari circoscritte, dirette a mantenere o ristabilire la pace (le quali devono svolgersi sotto il diretto controllo di tutto il Consiglio di Sicurezza): il che significa che una guerra gestita dall'ONU dovrebbe avere un carattere limitato, particolarmente contenuto e controllato. Ma anche sulla legittimità di una guerra del genere -se vogliamo parlare dell'ONU, cioè di un ente di pace e di diritto- occorrerebbe cominciare a riflettere seriamente.

A mio parere, l'unica "forza" di cui l'ONU dovrebbe disporre è quella politica e morale: al massimo si può pensare a quella delle sanzioni economiche, benché pure questa, senza iniziative di pace e di giustizia collaterali, rientra nell'uso del mero concetto di forza. In effetti, anche se in luogo della guerra si fosse applicato un rigoroso embargo, fino a mettere in ginocchio l'IRAK, senza offrirgli altra possibilità che la resa (e lo si poteva fare), noi non avremmo fatto un passo avanti in direzione del concetto di "non-violenza" (o del concetto di "pace con giustizia").

Per vincere la violenza, il torto, il sopruso non basta usare l'isolamento e l'emarginazione, poiché spesso sono proprio queste cose che producono violenze torti e soprusi. Occorre affrontare alla radice le cause che scatenano certi fenomeni. Bisogna allenarsi a questo atteggiamento, a questo stile di vita, che deve diventare quotidiano, generalizzato. Dobbiamo cioè abituarci ad affrontare i problemi con risolutezza e tempestività nel momento in cui nascono, per non trovarci impreparati quando essi si acuiscono o addirittura esplodono a causa della nostra indifferenza e trascuratezza.

La scelta estrema della guerra per risolvere il conflitto IRAK-KUWAIT è stata chiaramente, sin dall'inizio, il frutto di una precisa non-volontà di risolvere i problemi più urgenti di quella regione. Problemi alla cui origine vi è sicuramente il colonialismo e il neocolonialismo di nazioni capitalistiche come Gran Bretagna, Francia e soprattutto STATI UNITI, ma anche Germania, Giappone e Italia. I paesi petroliferi del Medioriente (ma anche quelli non petroliferi) sono sottoposti da vari decenni a un saccheggio sistematico: vi contribuiamo tutti, incluso il professionista che accetta di andare a lavorare in KUWAIT per 10 milioni al mese, incluso l'automobilista che pur lamentandosi dell'alto costo della super non sa quanta parte delle sue 1500 £ finiscono nelle tasche del paese-OPEC da cui essa proviene, né sa dell'esistenza di paesi produttori di petrolio costretti a importare benzina. Finché i problemi dello sfruttamento neocoloniale non saranno affrontati (si potrebbe cominciare ad es. con una Conferenza internazionale sul Medioriente), anche la semplice minaccia di espellere dall'ONU uno Stato arabo aggressore rischia di diventare un mero atto di forza. Là dove non si affrontano i problemi della giustizia, il diritto che si usa è sempre un pretesto per nascondere azioni di forza: in questo senso un governo sovranazionale potrebbe offrire alle nazioni imperialistiche una buona occasione perché sopravvivano meglio e più a lungo.

La seconda cosa di cui parlare è relativa al ruolo dell'URSS nella vicenda della guerra del Golfo. Mi pare che se si vuole parlare di "limiti" del governo sovietico, sia più giusto imputarli all'"ingenuità" e ai "condizionamenti interni". Ingenuità perché l'URSS, sopravvalutando il carisma internazionale di Gorbaciov, si è fidata che gli USA avrebbero rispettato alla lettera il contenuto delle 12 risoluzioni dell'ONU contro l'IRAK, ovvero che non sarebbero andati al di là del mandato ricevuto, compiendo un massacro. Quando il governo sovietico s'è accorto dell'errore, cioè della leggerezza dettata dalla "buona fede", ha cercato di recuperare il terreno perduto, puntando sulle armi diplomatiche, ma ormai era troppo tardi, per quanto, anche in seguito a tale lavoro diplomatico, l'IRAK si sia arreso più facilmente senza condizioni.

Il governo sovietico aveva probabilmente pensato (qualcuno direbbe: "con ingiustificato ottimismo") che la fine della guerra fredda (ovvero l'inizio del post-comunismo), il crollo del muro di Berlino e la riunificazione delle Germanie, la morte del Patto di Varsavia... (tutte cose impensabili fino a qualche anno fa) sarebbero state condizioni sufficienti per ottenere dall'Occidente fiducia, rispetto e collaborazione, Purtroppo i fatti hanno smentito queste aspettative, ma è sempre meglio subire degli smacchi mentre si persegue un fine giusto, che cercare di evitarli restando legati a principî sbagliati.

Il lato umano della perestrojka, questa volta, non ha sortito l'effetto sperato, ma la causa non va addebitata alla sola Unione Sovietica. Quello che è mancato è stato anche l'appoggio fermo e risoluto delle forze progressiste dell'Occidente. Il problema, in effetti, è che la perestrojka è avvenuta soltanto nei paesi est-europei. In quasi tutto l'Occidente è ancora la destra al potere. La perestrojka non ha avuto sull'Occidente gli stessi effetti ideali, umanitari, emancipativi che ha avuto nell'area socialista. L'opposizione ai nostri governi reazionari è ancora troppo debole. Molti s'illudono che l'Occidente non abbia bisogno di una "rivoluzione" del genere, altri sono convinti che la perestrojka segni la fine del socialismo tout-court: pochi hanno capito che la riproposizione dell'uomo al centro di tutti gli interessi politici, economici, sociali e culturali è una questione che non ha confini geografici.

Con la guerra del Golfo abbiamo comunque capito che l'URSS è finalmente uscita dal suo ruolo tradizionale di "superpotenza". Ora non possiamo più aspettare o pretendere ch'essa faccia da contrappeso all'imperialismo americano, cioè ch'essa si assuma la responsabilità di frenare tale imperialismo col deterrente nucleare. Non possiamo né dobbiamo giustificare la nostra incapacità a lottare contro la logica del capitalismo, delegando alle superpotenze la decisione finale dello scontro, col rischio che l'umanità si autodistrugga. E' vero, nel corso del conflitto persico, l'URSS sembra uscita sconfitta dal confronto con gli USA, ma si tratta -a ben guardare- di una sconfitta molto più grande, quella di tutto il mondo "pacifista e non-violento".

Se poi vogliamo credere che l'URSS di Gorbaciov ha ceduto alle pressioni americane, relative all'uso della forza, solo per un "piatto di lenticchie", allora c'è da credere: o che la perestrojka ha i giorni contati (e che il destino dell'umanità è quanto mai oscuro), oppure che i nostri pregiudizi sono così grandi che nessuna perestrojka potrà mai superarli.

(1) La prima guerra del Golfo, di Bush padre, nel 1991. (torna su)


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
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Aggiornamento: 23/04/2015