IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


OTTIMISMO, PESSIMISMO E POLITICA

I CITTADINI ATTENDISTI

Spesso, coloro che difendono le istituzioni dello Stato contro quanti invece preferiscono lo sviluppo dell’iniziativa privata, non lo fanno con la convinzione che tali istituzioni possano e debbano funzionare al meglio (grazie anche al loro contributo), ma lo fanno semplicemente perché nei confronti delle istituzioni (e dello Stato in particolare) nutrono un atteggiamento fatalistico, in quanto si pongono continuamente in attesa che il decisionismo statuale supplisca alla loro mancanza di attiva responsabilità e solerte iniziativa.

A questo punto lo Stato viene difeso proprio in quanto Stato, pur nella piena consapevolezza ch’esso sia di per sé fonte d’incredibili disagi e frustrazioni. Lo Stato assume la veste di un “padre-padrone” agli occhi di quel cittadino che si sente “figlio” e “suddito”.

Ciò è paradossale: proprio mentre si difende lo Stato, pensando di tutelare meglio la democrazia, contro coloro che vogliono smantellarlo, ripristinando la legge della jungla, di fatto si fa il gioco dell’autoritarismo, della conservazione inerte dei meccanismi obsoleti del passato.

Queste persone attendiste non riescono ad immaginarsi che fra l’istanza autoritaria dello Stato e quella infima del capitalista privato, vi possa essere quella del cittadino che si organizza autonomamente in maniera collettiva.

Abituati a obbedire o a far finta di obbedire veramente, questi cittadini attendisti temono di restare schiacciati, emarginati dalla nuova società fondata sul primato delle privatizzazioni. Essi non vogliono affrontare con responsabilità, con senso della concretezza i problemi della quotidianità che li affliggono, i problemi inerenti alla loro condizione socio-professionale, quei problemi che spesso fingono di non vedere, proprio perché non sanno come affrontarli personalmente, avendo da troppo tempo atteso una loro risoluzione da parte dello Stato.

OTTIMISMO, PESSIMISMO E POLITICA

Il difficile, in questa società, è conservare l'ottimismo di credere possibile una reale alternativa al sistema, pur nella piena consapevolezza della grande corruzione del potere politico-istituzionale. Tale corruzione infatti fa scattare, in molte persone, dei meccanismi per i quali, in un modo o nell'altro, si tende a giustificare il qualunquismo come prassi e il pessimismo come filosofia nei confronti dell'uso del potere in particolare, e della politica in generale. Nel migliore dei casi si assiste a una reazione istintiva, individualistica o estremista.

Il pessimista, che non crede in una modifica sostanziale della realtà, in direzione della qualità della vita, è fondamentalmente un individualista, cioè una persona che vorrebbe cambiare o veder cambiare le cose ma che, nel contempo, ritiene di non avere le forze sufficienti per poterlo fare, né che altri le abbiano. Il pessimista ha fiducia di poter sopravvivere dignitosamente in questo sistema di cose, di cui però scorge, in maniera superficiale, la decadenza, la volgarità. Egli cioè è convinto di poter vincere da solo la sua lotta contro i meccanismi duramente selettivi della società borghese.

Il pessimista non crede nella possibilità di un cambiamento perché non crede negli altri e di conseguenza neppure in se stesso e, quel che è peggio, non vuole neppure che gli altri credano in loro stessi. Egli è conservatore per scelta e fa del proprio idealismo o del proprio perfezionismo un alibi per non impegnarsi a livello politico o sociale, o comunque per non impegnarsi a favore della transizione. Il pessimista, se cinico, s'impegna moltissimo sul piano economico, per fare affari; se invece è un moralista o un intellettuale, s'impegna nella dialettica sofistica, nei ragionamenti filosofici, nelle disquisizioni che portano a un vicolo cieco o a giustificare le proprie posizioni, salvo poi, nel peggiore dei casi, lasciarsi andare in una vita dissipata, inconcludente e senza significato.

Egli -se onesto- sarebbe anche disposto ad impegnarsi per la transizione sul terreno politico e sociale, ma lo farebbe solo a condizione di poter ottenere tutto e subito. Ben sapendo quanto ciò sia impossibile, ne deduce che l'impegno è inutile, è illusorio. E così la sua tendenza, anche senza volerlo, è sempre quella di giustificare il presente contro il futuro. Siccome però avverte o conosce, in qualche modo, le contraddizioni del presente, tende anche a idealizzare un passato che in realtà non è mai esistito, considerandolo come una sorta di "paradiso perduto".

Il suo affronto della realtà è astratto e intellettualistico, da persona isolata, che si concepisce in maniera individualistica, anche se vive in una trama di rapporti sociali. Il suo problema maggiore è che non ha fiducia che le masse possano rendersi consapevoli dei loro bisogni e lottare in direzione del socialismo. Per lui, ad es., il crollo del socialismo di stato va visto come una giustificazione del capitalismo; l'ottimista invece vi deve vedere un progresso verso il socialismo democratico e autogestito.

L'ottimista che s'impegna in modo responsabile non condanna la politica in sé, né il potere e tanto meno i singoli rappresentanti dell'uno e dell'altra. Condanna però il sistema che produce una certa politica e un certo uso del potere. Una lotta politica efficace, oggi, deve saper mettere in discussione tutto.

Lo scontro politico diventerà inevitabile se il sistema di potere cercherà d'impedire con l'uso della forza che la consapevolezza della generale corruzione porti a un rivolgimento politico-istituzionale. Molto, ovviamente, dipenderà dall'effettiva consistenza e organizzazione dell'opposizione. Il paradosso comunque resta: gli strumenti coercitivi adottati dal governo possono anche essere usati contro le intenzioni dello stesso governo, cioè per accelerare il momento dell'alternativa.

SULL'ESIGENZA DELLA PRASSI

Quando si leggono i testi di Marx e Lenin sulle esigenze della prassi rivoluzionaria si prova subito un certo imbarazzo, poiché forte è la consapevolezza di perdere del tempo prezioso, che potrebbe appunto essere impiegato per uno scopo rivoluzionario. Paradossalmente la scoperta di Marx circa il primato della prassi mette colle spalle al muro proprio chi vorrebbe realizzarla.

Lo studio dei classici, in questo e solo in questo senso, ha un valore relativo. Basterebbe leggersi un efficace sintesi del loro pensiero e avventurarsi subito dopo nei compiti della rivoluzione, ovvero nella partecipazione al movimento che deve portare gli uomini a prendere coscienza delle loro fondamentali contraddizioni e dei relativi metodi per risolverle.

Il marxismo, in pratica, ha scoperto che l'essenziale per l'uomo è vivere il suo presente, nel contesto delle proprie antinomie sociali. Soffermarsi troppo a riflettere su questo significa già essere fuori del marxismo. Anche Gentile l'aveva capito, a testimonianza che si può intuire il primato della prassi pur senza essere marxisti (cosa che non riuscì a capire Croce).

Il concetto di prassi rivoluzionaria è più importante di quello di dialettica, poiché questa poté essere colta con una riflessione intellettuale e rimanere -come nell'idealismo hegeliano- una speculazione filosofica. La prassi invece necessita del coinvolgimento personale, quello per cui il soggetto di sente autorizzato a parlarne, a chiederne la vivibilità anche da parte di altri, quel coinvolgimento che permette al soggetto di restare coerente coi principi della dialettica affermati in sede teorica. Senza prassi la dialettica, prima o poi, rinnegherà se stessa. La natura ha dotato l'essere umano della possibilità di anticipare colla mente delle verità eterne, ma non gli ha assicurato la sopravvivenza di queste verità in virtù del solo pensiero.

PASSATO, PRESENTE E FUTURO

Chiunque abbia lo sguardo rivolto o troppo al passato (lo storico) o troppo al futuro (il filosofo), non vive il presente o lo vive in maniera inadeguata. I suoi giudizi infatti saranno sempre poco attendibili, il suo impegno poco proficuo. La dimensione principale che l'essere umano deve vivere è il presente.

Passato e futuro possono pretendere d'avere un qualche significato solo se si vive il presente. Alcuni filosofi hanno detto che il presente non esiste; in realtà sono il passato e il futuro a non esistere. Essi esistono non in sé, ma solo nella coscienza dell'uomo. Invece il presente esiste, poiché il suo significato è in se stesso e compito dell'uomo è quello d'individuarlo.

Lo studio del passato può aiutarci a capire meglio il presente, ma solo fino a quando non ci accorgiamo che dobbiamo cercare da soli la soluzione ai problemi del nostro presente. Anche i progetti per il futuro possono aiutarci a sopportare meglio le difficoltà del presente, ma a condizione che siano praticabili, e questo può essere deciso solo dalla volontà che manifestiamo nel presente.

Il passato ci conserva la memoria, il futuro ci alimenta il desiderio, ma il presente ci fa vivere la vita, quella vita da cui dipendono sia la memoria che il desiderio. L'essere umano non è votato né al ricordo del passato né alla speranza del futuro, ma alla pienezza della libertà, senza la quale il ricordo si trasforma in nostalgia e la speranza in illusione.

LO SPIRITO DELL'EPOCA

Lo spirito di quest'epoca è "sospensivo", ambiguo, aperto alle soluzioni più diverse, più contrapposte. Si ha la netta sensazione che da un momento all'altro possa accadere qualcosa di decisivo, sia nel bene che nel male. Si attende che la frustrazione peggiori, ma anche che qualcuno sappia reagire con fermezza e decisione (di qui, ad es., il clamoroso successo delle Leghe). Il grave è che ci si limita ad "attendere"...: pochi s'impegnano concretamente.

Questa vita borghese e consumista ci ha allenato così tanto all'individualismo e al fatalismo che anche di fronte alle pur gravi contraddizioni del nostro Paese, l'esigenza di lottare in maniera collettiva stenta incredibilmente a nascere. La popolazione sembra essersi abituata a qualunque scandalo, a qualunque violenza, sopruso e frode. Quasi ci vantiamo della nostra capacità di sopportazione.

Pochi si rendono conto che l'indifferenza può essere vinta solo se si agisce in prima persona, solo se viene superata la tentazione di rassegnarsi (quella con cui ci allettano i vari individualisti e fatalisti). Non dobbiamo fare dell'altrui indifferenza un pretesto per giustificare la nostra.

Anche perché la rassegnazione dei più non tranquillizza affatto la criminalità organizzata (legale e illegale) che da tempo ci affligge. E' illusorio pensare che la criminalità possa accettare di agire entro quei limiti che l'indifferenza le concede o che è in grado di sopportare. Di fronte alla rassegnazione, la criminalità -essendo il frutto di acute contraddizioni sociali- diventa ancora più ostinata e caparbia, più crudele -se vogliamo-, proprio perché si sente più forte, più legittimata.

Invece di affrontare il disagio dei rapporti sociali ed economici con consapevolezza politica, con capacità di organizzazione e di resistenza, ci si lamenta che i poteri dello Stato sono inefficienti, quando lo stesso Stato è parte in causa della "criminalità nazionale". In questi ultimi 20 anni, gli scandali sono stati così grandi che se non ci fosse stata la rassegnazione dei cittadini, i nostri politici al governo o sarebbero stati rovesciati, oppure, nel tentativo di affossare ogni indagine, da tempo avrebbero portato l'Italia a una repubblica presidenziale. Oggi hanno intenzione di farlo perché gli scandali hanno raggiunto il colmo e perché sanno di non poter abusare all'infinito della nostra pazienza.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
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Aggiornamento: 23/04/2015