IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


LA PARTECIPAZIONE POLITICA
NELLE TEORIE BORGHESI DELLA DEMOCRAZIA

La polemica ideologica sui destini della democrazia, che oppone attualmente in occidente i neo-conservatori ai liberali e ai socialdemocratici, diventa particolarmente acuta quando è in gioco la partecipazione politica. Secondo G. Almond e S. Verba è l'ordinary man, desideroso di diventare un citizen influente, che partecipa a questo processo. S. Verba, N. Nie, J. Kim e altri ricercatori sostengono che la partecipazione politica è affare di cittadini upright, cioè particolari, che cercano di esercitare una certa influenza sulle azioni dei politici scelti dagli elettori.

Come noto, nelle democrazie occidentali vige il principio del governo maggioritario, secondo cui più vi sono cittadini coinvolti nel processo politico e più il potere viene considerato come legittimo rappresentante degli interessi popolari. La partecipazione è misura della lealtà nei confronti delle istituzioni e valori politici esistenti. Ciò naturalmente con delle precisazioni. Molti infatti non ritengono che l'estensione della partecipazione politico-democratica alle elezioni sia un mezzo sicuro per legittimare il potere politico, per limitare la concorrenza fra i diversi partiti, per eliminare la violenza dalla regolazione dei problemi socio-politici. Ma, al contrario, sostengono che un'eccessiva partecipazione costituisce una minaccia per le istituzioni democratiche. A loro avviso, gli strumenti decisionali devono essere gestiti dalle persone meglio informate, ovvero da persone capaci di difendere più efficacemente i valori democratici.

I limiti di queste impostazioni sono evidenti. Negli anni 1958-67, così come nel '67-76, la violenza s'è manifestata più spesso nei paesi con un basso livello di partecipazione politica, anche se resta indubbiamente vero che quanto più è elevato il livello di partecipazione degli elettori, tanto più è instabile il governo al potere.

In occidente le teorie utilitariste che ponevano l'individuo aldilà dei limiti dei gruppi o strati sociali, sono state messe seriamente in crisi dalla partecipazione politica delle masse in questi ultimi 150 anni. I teorici della democrazia arrivarono a capire che gli individui acquisiscono idee, valori e motivazioni proprio in virtù dei gruppi sociali cui appartengono. Tuttavia, nelle democrazie rappresentative la partecipazione del soggetto s'è manifestata unicamente sulla base della mediazione dei partiti politici. I sostenitori delle teorie democratico-pluraliste affermano che il comportamento politico d'un cittadino isolato riveste un carattere irrazionale o spontaneistico, per cui solo i partiti rispondono adeguatamente alla natura dell'uomo. Ma la partecipazione politica attraverso i meccanismi di partito non sono stati concepiti perché i cittadini, usando le loro facoltà intellettuali, sappiano operare una critica distinzione fra i programmi e le posizioni dei diversi partiti e candidati.

Gli elettori non hanno mai la possibilità di controllare efficacemente né l'attività dei dirigenti politici eletti, né l'organizzazione dell'intero sistema politico. Peraltro la partecipazione politica vera e propria è patrimonio di ben poche persone, quelle più ricche, con più tempo a disposizione, le meglio istruite, con un lavoro socialmente qualificato, ecc. In una parola, proprio coloro che hanno meno bisogno - come dicono Verba e Nie - dei vantaggi che può procurare tale partecipazione. La democrazia in occidente, continuando a rimanere puramente parlamentare, senza cioè trasformarsi in sociale diretta attiva, continua a restare meramente formale. Gli elettori, in genere, hanno scarsa competenza politica, sono psicologicamente influenzati dai mass-media gestiti dalla borghesia e s'illudono, con ilo loro voto, di poter fare veramente delle 'scelte'. Essi cioè sostanzialmente non si rendono conto che nel sistema parlamentare borghese le differenze fra i molti partiti si riducono a ben poca cosa. E' solo frutto d'immaturità l'idea che la presenza di più partiti sia di per è indice di vera democrazia politica. Non a caso fra gli elettori americani si trovano tantissimi che pur dichiarandosi apertamente conservatori, ammettono l'ingerenza dello Stato nella sfera socio-economica, il che rispecchia gli orientamenti del liberalismo.

Questo spiega perché i teorici della democrazia élitaria (vedi ad es. Schumpeter) chiedono una restrizione dell'accesso delle masse al processo politico: per loro le masse hanno tendenze anti-democratiche, hanno una concezione vaga dei valori e principi democratici, nonché una inclinazione a lasciarsi manipolare dai demagogisti. In realtà, le masse non sono affatto istintivamente antidemocratiche: soffrono piuttosto d'una mancanza di educazione alla politica, subiscono le ineguaglianze economiche e non riescono a intervenire efficacemente sul processo politico. Sotto questo aspetto la teoria classica della democrazia del XVIII sec. (vedi Rousseau, Smith e Bentham) era molto più ottimistica: si parlava di potere popolare diretto sulla cosa pubblica e non di potere mediato dai partiti, i quali poi decidono il tipo di governo. Una democrazia che si presenti soltanto come libera concorrenza fra taluni candidati al seggio per ottenere i suffragi dell'elettorato, è una democrazia che può andare bene a dei politici professionisti ma che non ha nulla a che vedere con le reali esigenze delle masse. Naturalmente un potere popolare diretto, per essere efficace, dovrebbe essere bene organizzato, ma questo fino ad oggi è stata una prerogativa soltanto dei partiti politici.

Secondo i teorici della élite democracy, l'individuo isolato deve avere un ruolo passivo anche nell'ambito del partito, in quanto le decisioni più importanti spettano, secondo loro, unicamente ai leaders che si sono costituiti attraverso la ferrea legge dell'oligarchia. I partiti politici borghesi di massa, frutto di coalizioni di forze sociali molto eterogenee, con un vago orientamento ideologico, rispondono perfettamente a questo sistema politico parlamentare. Per il sistema la vittoria di questo o quel partito è del tutto irrilevante. Se ci sono dei contrasti, apparentemente anche forti, più che altro è per motivi contingenti, soggettivi. La litigiosità può anche dare l'impressione di una diversità di posizioni di fondo, ma è solo un'impressione.

Si discute molto oggi sulle cause della crisi del sistema partitico occidentale. Una di queste è senz'altro l'incapacità dei partiti di reagire rapidamente alla gravità di certi problemi: di qui il formarsi di numerosi movimenti sociali sorti al di fuori del sistema partitico. Un'altra causa va ricercata nella cosiddetta "americanizzazione" dell'attività politica dei partiti europei, secondo cui è preferibile concentrare l'elettorato attorno a due o al massimo tre partiti (o coalizioni di partiti). In tal modo il potere ottiene due risultati: omogeneità interpartitica (cioè assenza di conflitti di classe) e rappresentanza pluralistica di classi e gruppi sociali all'interno di ogni singolo partito.

Numerosi partiti socialdemocratici (fra cui il nostro Pc), dopo aver abbandonato le idee rivoluzionarie marxiste e coinvolto un numero assai ampio di gruppi sociali, hanno cominciato a passare dalla sinistra al centro, sia negli orientamenti di fondo che nei programmi concreti, perdendo gradualmente il carattere di partiti esprimenti interessi di classe determinati. Quasi tutti i partiti borghesi e socialdemocratici, in occidente, si presentano alla public opinion come partiti 'populisti'. Le piattaforme politiche sono diventate imprecise, amorfe, vuote di contenuti. A questo punto se i partiti non ci fossero sarebbe quasi meglio: il loro scollamento dalle reali preoccupazioni della società lo hanno ad es. dimostrato di recente in merito al disegno di legge antidroga, col quale invece di colpire i trafficanti si vuole criminalizzare il consumatore. E' vero che in Europa, a differenza degli USA, il numero dei partiti è molto elevato, ma - come giustamente osservano T. Dye, L. Green e G. Partemos - in Europa la coalizione è un'alleanza di partiti, in America è un'alleanza all'interno dei partiti.

La crisi della governabilità, la gravità dei problemi ambientale e delle risorse energetiche, il militarismo, la droga e altri problemi ancora, hanno fatto nascere nuovi movimenti sociali, nuovi valori e priorità, che vanno aldilà del quadro organizzativo e ideologico dei grandi partiti moderni orientati verso la conservazione dello status quo. Oggi questi movimenti, dopo essere stati per molto tempo snobbati, vengono guardati con molta simpatia dai grossi partiti, non senza, è ovvio, mire strumentali. Ciò comunque riflette la crisi del sistema 'americanizzato'. Se aumenta la partecipazione politica di questi movimenti, i partiti possono rischiare di fallire.

Naturalmente il fenomeno di per sé non ha nulla di rivoluzionario. Molti di questi movimenti o partiti 'specializzati' su una sola questione, non mettendo in causa il sistema politico ed economico esistente, in definitiva non fanno che rafforzarlo. Essi infatti possono essere usati per illudere che quel determinato problema, di cui si fanno carico, e non senza impegno, sia risolvibile anche senza mutare lo sfondo in cui si colloca. Lo dimostra ad es. il fatto che tantissimi militanti di questi movimenti continuano a restare dentro i tradizionali partiti. Ma lo dimostra anche il fatto che oggi i grossi partiti hanno assunto molte delle problematiche cosiddette 'movimentistiche', senza per questo modificare la loro struttura e dinamica interna.

Interessante piuttosto è l'esigenza di questi movimenti di mettere in crisi i principi oligarchici di organizzazione e di decisione attualmente in vigore in occidente, e di porre sotto un controllo efficace dell'opinione pubblica non solo l'attività dei responsabili dei partiti, degli organismi amministrativi e legislativi del potere, ma anche del grande business e delle corporations. La nuova democrazia che si sta facendo strada è quella cosiddetta 'partecipata', sul modello della teoria classica della democrazia diretta del XVIII sec. Si pensi ai temi del decentramento politico-amministrativo, dell'autogestione, dell'autofinanziamento, della regionalizzazione, ecc. Temi molto sentiti all'est e all'ovest. Le masse, gli individui, i gruppi vogliono contare di più, e i partiti, a tale scopo, hanno ben poco da offrire.

Probabilmente in questi ultimi anni ciò che più ha contribuito ad alimentare l'illusione di una partecipazione diretta dei cittadini alla politica, sono stati i mass-media, specialmente la Tv, la quale ambisce a condizionare fortemente l'attività degli stessi partiti. La rivoluzione elettronica infatti ha sostanzialmente abolito la funzione mediatrice del partito. Fra l'elettorato e i candidati ora si pone la televisione. Le possibilità di un controllo effettivo del primo sui secondi si riducono ancora di più per la semplice ragione che la Tv in mano al 'potere' trasmette quello che vuole.

Negli USA persino le elezioni primarie rafforzano l'illusione di un'influenza del cittadino isolato sull'elezione dei candidati. In realtà le primaries sono come il raid di un commando politico. Il candidato e il suo entourage, accompagnati dai professionisti delle campagne elettorali e dagli specialisti del marketing politico, 'sbarcano' in questo o quello Stato, conducono una breve battaglia a colpi di parole e poi rapidamente spariscono. L'elettore non è altro che un oggetto manipolato. La partecipazione di massa non fa che legittimare il regime.

A. Huxley notava già alla fine degli anni '50 che i politici e i loro propagandisti si appellano quasi esclusivamente all'ignoranza e all'irrazionalismo degli elettori, sfruttando i sentimenti di angoscia e insicurezza, promettendo, sapendo di mentire, la soddisfazione di ogni bisogno, giocando il ruolo dell'uomo 'sincero', 'onesto'. L'unica cosa che ha veramente importanza è la personalità del candidato e il modo in cui viene presentata dagli esperti pubblicitari: il suo programma politico conta ben poco, anche perché non si differenzia molto da quello di tutti gli altri.

Gli uomini politici così eletti, liberi da ogni impegno nei confronti della direzione del loro partito e dei gruppi locali, acquistano una libertà totale anche nei confronti dell'elettorato. Essi devono il loro successo unicamente alla macchina del potere. L'elettore deve soltanto scegliere il candidato che vende meglio la sua 'merce politica'.

Tuttavia, benché la crisi dei grandi partiti occidentali sia oggi evidente, l'èra della fine dei partiti è ancora lontana. Sia perché in tutte le democrazie occidentali i governi si formano in forza di una lotta elettorale fra partiti, sia perché in rapporto agli Stati Uniti, i sistemi partitici di numerose democrazie europee offrono agli elettori dei programmi abbastanza diversificati, tali da suscitare ancora un relativo interesse. Infine, perché esiste una maggiore 'lealtà' dei politici eletti negli organi legislativi europei, nei confronti dei loro partiti: il candidato in Europa è selezionato dal partito ed eletto in quanto rappresentante del partito. Da noi spesso si vota non per il singolo candidato ma per l'intera lista presentata dal partito. Da nessuna parte esiste il sistema americano delle elezioni primarie aperte. Gli stessi partiti esercitano un controllo sui loro membri eletti negli organi legislativi assai superiore a quello che si verifica nel Congresso USA. Ciò significa che in Europa occidentale i partiti continueranno a giocare ancora per molto tempo un importante ruolo di mediazione fra i leaders politici e l'opinione pubblica.

Per concludere. Se i supporters della teorica pluralista-élitaria (ad es. T. Dye e L. Ziegler) sostengono che la responsabilità della sopravvivenza della democrazia spetta all'élite e non al popolo, gli advocates della democrazia partecipata sostengono invece che il rappresentante del partito deve essere un delegato dell'elettorato, per cui la sua opinione deve misurarsi con quella di chi lo elegge.

Sono sempre più numerosi gli elettori americani che si rendono conto di non avere nessun potere di controllo sugli eletti, nessuna influenza sui programmi dei loro partiti. Gli eletti al Congresso perdono assai rapidamente qualunque contatto con il popolo. I partiti non sono interessati che ai suffragi degli elettori, non alle loro opinioni.

Forse per queste ragioni si stanno proponendo forme miste di organizzazione politica della moderna società, che dovrebbero combinare elementi di democrazia diretta (alla base) e di democrazia rappresentativa (ai vertici). Le idee di C. Macpherson, J. Mansbridge, J. Wolfe, P. Green e B. Barber rientrano oggi in questa direzione. Quanto essa sia utopica o realistica saranno i tempi a deciderlo, ma è dubbio che nell'ambito del capitalismo si possa realizzare una democrazia diretta in modo pacifico ed evolutivo.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
 - Stampa pagina
Aggiornamento: 23/04/2015