IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


SOCIALISMO E TEORIE RIVOLUZIONARIE

Si tratta di capire se abbia un senso pensare a una revisione del marxismo e del leninismo che non comporti la fine dell'idea di una rivoluzione politica anticapitalistica, o se sia meglio pensare a qualcosa che superi decisamente il marx-leninismo e che nel contempo ponga le basi per un diverso superamento del capitalismo.

Che il capitalismo vada superato è cosa ovvia, che solo per "interesse" si ritiene "non ovvia". Si tratta appunto di capire fino a che punto ci si può servire di quelle teorie che in Occidente e nell'Europa orientale fino a ieri peroravano la causa di tale superamento.

Queste teorie infatti, col crollo del socialismo reale e del suo simbolo: il muro di Berlino, si sono altamente screditate, tanto che oggi paiono del tutto dimenticate. Si preferisce addirittura il peggior capitalismo piuttosto che pensare a un miglioramento di quelle teorie.

Bisogna quindi inventare una nuova teoria che prenda il meglio delle precedenti ma che si presenti come un loro superamento, non come un loro inveramento.

In tal senso vi sono alcuni aspetti fondamentali che vanno sviluppati, anche in considerazione del fatto che le teorie rivoluzionarie precedenti li avevano o taciuti o sottovalutati:

  1. la valorizzazione delle civiltà pre-borghesi, pre-capitalistiche e soprattutto pre-schiavistiche;
  2. il primato del valore d'uso sul valore di scambio, ovvero il riesame di tutti quegli aspetti economici che favoriscono l'autoconsumo, l'autogestione dei mezzi produttivi;
  3. l'esaltazione delle autonomie locali, del federalismo, della democrazia diretta e decentrata;
  4. il rapporto privilegiato che l'uomo deve avere con la natura, quindi ecologia, tutela ambientale, fine del rapporto di sfruttamento e dominio attraverso gli strumenti della scienza e della tecnica, posti al servizio del profitto;
  5. i valori umani non devono mai essere subordinati a quelli economici o politici;
  6. la questione femminile.

Occorre elaborare una teoria innovativa che si riconnetta a un passato in cui non esistevano contraddizioni antagonistiche di tipo borghese e che, nel contempo, non chiuda gli occhi di fronte alle contraddizioni antagonistiche non borghesi, in riferimento al pre-capitalismo.

Occorre una teoria che faccia tesoro non solo dei fallimenti del socialismo amministrato, ma anche degli aspetti positivi del socialismo democratico e scientifico, che riguardano anzitutto gli aspetti dell'economia e della politica.

Una teoria che si avvalga di tutti i contributi possibili provenienti dalla periferia neocoloniale dell'odierno capitalismo mondiale.

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Se si considerasse il materialismo storico-dialettico come il prodotto dell'evoluzione delle scienze borghesi, difficilmente si riuscirebbe a spiegare il motivo per cui esso nacque nel territorio più arretrato d'Europa, e cioè la Prussia, e meno ancora si riuscirebbe a spiegare il motivo per cui esso tentò la realizzazione storica più significativa in un paese ancora più arretrato, e cioè la Russia.

Se si accetta l'idea dell'evoluzione scientifica o naturale, sul piano ideologico, dalla filosofia borghese a quella socialista, allora bisogna anche aggiungere che i soggetti di tale evoluzione si trovarono in condizioni tali da dover rompere i presupposti fondamentali su cui si reggeva la tradizionale filosofia borghese.

Tali soggetti (prevalentemente gli intellettuali) possono aver pensato che la propria filosofia fosse una logica conseguenza di quella borghese, ma dal punto di vista della borghesia essi rimasero inevitabilmente dei "rinnegati", come furono considerati "eretici" i cristiani da parte degli ebrei.

Caratteristica principale della borghesia infatti è l'incoerenza fra teoria (che si pretende "umanistica" o "democratica") e prassi (che è di tipo "antagonistico"). La borghesia non vuole e, se vogliamo, neppure può superare l'antinomia di capitale e lavoro, poiché, se lo facesse, dovrebbe annullarsi come classe sociale.

L'evoluzione verso il socialismo scientifico implica quindi una rottura epistemologica che nessun filosofo borghese, volendo restare tale, sarebbe mai disposto ad accettare.

Un filosofo socialista infatti non potrebbe più porsi in maniera "filosofica" di fronte a quell'antinomia, ma dovrebbe per forza porsi in maniera "politica", poiché la politica è il luogo ove si pongono le fondamenta per la risoluzione dei conflitti.

La filosofia borghese fa "politica" solo nel senso che cerca una "mediazione" tra gli interessi del capitale e quelli del lavoro, non mettendo in discussione la realtà o l'inevitabilità di tale conflitto.

Ovviamente il fatto che un filosofo-politico socialista abbia ad un certo punto maturato la "rottura" nei confronti dell'ideologia borghese, non significa ch'egli non possa ricadere nella convinzione che il socialismo debba considerarsi solo come il frutto di un'evoluzione scientifica dell'ideologia borghese.

Sarebbe davvero ingenuo pensare che la rottura teorico-pratica possa essere conservata solo dal punto di vista teorico.

Il socialismo non è solo il frutto di un'evoluzione teorica, ma è anche un'esperienza rivoluzionaria, che ha posto le basi per un'ideologia del tutto nuova.

E' vero, il Capitale di Marx risente di una certa impostazione evoluzionistica e, in tal senso, esso non rappresenta una novità maggiore del Manifesto o dei Manoscritti del '44, ma è anche vero che l'espressione più significativa del marxismo, il leninismo, nacque proprio in virtù della considerazione che non ci potesse essere alcuna continuità pacifica tra lo sviluppo borghese e la nascita del socialismo.

Nel Che fare? è chiarissima in Lenin la convinzione che l'operaio spontaneamente tende verso l'ideologia borghese (al massimo verso il sindacalismo) e non verso il socialismo, la cui necessità scientifica è patrimonio solo di una coscienza avanzata, tipica dell'intellettuale politicamente impegnato. Nel momento in cui Lenin scrisse queste cose, il movimento socialista pensava esattamente il contrario, e cioè che spontaneamente l'operaio tende verso il socialismo ma siccome gli intellettuali socialisti sono tutti figli della borghesia, la transizione verso il socialismo è in Europa un'impresa quasi impossibile, o comunque un evento che dovrà passare attraverso le istituzioni borghesi.

Lenin arrivò alla conclusione che non soltanto gli intellettuali socialisti erano borghesi ma anche gli operai, perché, di fatto, dall'atteggiamento di questi ultimi non era emersa l'esigenza di rimuovere il lato "borghese" di quegli intellettuali. La soluzione stava quindi nel puntare l'attenzione sulla consapevolezza dell'irriducibile contrasto tra capitale e lavoro: consapevolezza che avrebbe potuto avere sia l'intellettuale politicamente impegnato ("organico", lo chiamerà Gramsci) che l'operaio in grado di vedere se stesso come parte di un sistema che andava rovesciato.

Se si accetta unicamente l'idea evoluzionistica si finisce col cadere in soluzioni "utopistiche" o in tentativi di ammantare di socialismo una società sostanzialmente borghese.

In particolare il socialismo utopistico è stato il tentativo di poter costruire pacificamente delle "isole di socialismo" nel mare del capitalismo, nella speranza, rivelatasi poi illusoria, che la borghesia lo accettasse e lo lasciasse diffondersi a livello nazionale.

Sottovalutando la forza del capitale o sopravvalutando quella del lavoro, il socialismo utopistico aspirava a creare un'alternativa sul piano socio-economico, senza intraprendere alcuna vera lotta politica.

Il ruolo degli intellettuali

All'interno del capitalismo l'intellettuale è un alienato per definizione, in quanto il suo ruolo sociale è frutto di una separazione arbitraria tra teoria e prassi. L'intellettuale parla di cose che non vive e crede in valori che non può praticare, perché concretamente non fa nulla per realizzarli. Infatti è convinto che per viverli sia sufficiente parlarne.

Un intellettuale potrebbe essere abbastanza normale se fosse organico a un partito, ma i partiti parlamentari, in genere, non fanno nulla per cambiare qualitativamente il sistema, per cui un politico non solo è un alienato, ma anche un cinico, in quanto usa il potere per fini meramente personali.

Viceversa un intellettuale senza potere non è che un represso, un frustrato, un visionario senza speranze.

Anche il docente è un alienato, perché terribilmente isolato nel suo mestiere: lavora in una struttura del tutto separata dalla società, una struttura che riceve ordini dal Ministero, non avendo alcuna autonomia. E insegna cose che valgono solo all'interno di quella struttura, anche se tende a pensare che siano davvero utili alla società.

Anche il giornalista è un alienato, perché vede la realtà solo per la notizia che gli permette di trasmettere, sicché per lui, inevitabilmente, ogni realtà è equivalente a un'altra.

Tutti questi intellettuali sono così alienati che a volte pensano di trovare un senso alla loro vita andando a vivere in maniera rischiosa da qualche parte (p.es. in guerra).

L'intellettuale o si pone al servizio di un movimento preposto a ribaltare il sistema antagonistico che vive, o è meglio che rinunci a un'attività puramente teorica, astratta, e si metta a fare un lavoro concreto, pratico, che gli dia soddisfazione nel breve termine, poiché l'intellettuale è un insoddisfatto per natura e, per questa ragione, è meglio che non si crogioli troppo nei suoi pensieri fantasiosi, utopistici e sofistici.

L'intellettuale deve fare lavori utili alla collettività, se non è capace di fare il politico. E se proprio vuol fare l'intellettuale, rifletta anzitutto sul proprio ambiente di lavoro e cerchi di modificarlo al meglio, cioè in modo conforme a natura, rispettando e facendo rispettare i valori umani.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
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Aggiornamento: 23/04/2015