IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


IL RUOLO DEL TERZO MONDO

CHE COS'È IL NEOCOLONIALISMO?

Ancora non è chiaro -neppure a certi ambienti della sinistra- che il concetto occidentale di "libero mercato" è relativo al concetto di "sfruttamento neocoloniale". Tale connessione risulta poco chiara per due semplici ragioni:

  1. l'Occidente capitalistico per più di un secolo ha dovuto sostenere le proprie posizioni contro il socialismo scientifico (che all'ovest si è manifestato in chiave soprattutto teorica, mentre all'est anche in modo pratico, per quanto il socialismo statale sia oggi in via di superamento a favore di un socialismo più democratico. Non dimentichiamo però che il crollo del socialismo reale oggi offre al capitalismo l'opportunità per ribadire il valore del proprio "libero mercato");
  2. il secondo motivo è che i Paesi del Terzo mondo ancora non riescono a far valere i loro diritti in ambito occidentale, cioè non riescono a dimostrare in quale rapporto di dipendenza sono costretti a vivere.

In tal modo, a noi occidentali il benessere pare la logica conseguenza del "libero mercato" e non ci rendiamo assolutamente conto che senza il corrispettivo "sfruttamento neocoloniale", le contraddizioni e i conflitti di classe nella nostra area geografica sarebbero enormemente superiori. Chi riesce a intuire, in qualche modo, la totale dipendenza del Terzo mondo dai nostri interessi, non arriva neanche a chiedersi: "Cosa possiamo fare?", perché a questa domanda pensa che non vi sia risposta (o che almeno l'uomo comune non possa darla). Siamo così abituati a ragionare in termini "occidentocentrici" che non riusciamo neppure a fare cose del tutto elementari, che potrebbero avere anche un grande effetto politico (ad es. se Israele opprime i palestinesi, smettiamo di comprare i pompelmi Jaffa; se in Sudafrica 18 milioni di neri non hanno peso politico, smettiamo di comprare oro e diamanti, e così via). Questi semplici collegamenti siamo tardi a farli a causa dell'ignoranza che ci caratterizza (non conosciamo i termini della questione neocoloniale), oppure per pigrizia (crediamo che altri ci penseranno o che debbano pensarci), o per scetticismo (pensiamo che in ultima istanza un boicottaggio economico servirà a ben poco), o addirittura per convenienza (atteggiamento, questo, che riguarda chi fa affari col Terzo mondo). E così, o non ci accorgiamo che la nostra ricchezza dipende per buona parte dalla povertà del Terzo e Quarto mondo, oppure, anche se ce ne accorgiamo, non facciamo niente per modificare questa situazione.

Da noi la borghesia è persino riuscita a convincere l'opinione pubblica che non siamo noi ad aver bisogno del Terzo mondo ma è il contrario. Siamo noi che inviamo i generi alimentari, i macchinari, i professionisti, che concediamo loro i crediti necessari... Le logiche dell'imperialismo e del neocolonialismo sfuggono completamente alla comprensione sociale ed economica del comune cittadino. Si pensi solo ai nostri tecnici e professionisti che vanno a lavorare in quei Paesi, soprattutto quelli petroliferi: essi si sentono autorizzati a chiedere, per il "disturbo", degli stipendi assolutamente esorbitanti. Le aziende che li inviano cioè si sentono in grado di pretendere qualunque cosa, ben sapendo che il Paese petrolifero non ha alternative (almeno fino a quando non fa una rivoluzione politica, come di recente è accaduto in Somalia, dove prima l'Occidente faceva affari sfruttando o dove adesso spera di poterli rifare minacciando di non concedere alcun aiuto a una nazione disastrata a causa della guerra).

Se le nazioni del Terzo mondo rifiutano la nostra "collaborazione" rischiano, per come vivono adesso, di piombare nella rovina più totale (tutta la loro produzione è finalizzata alle esigenze del mondo occidentale); se però continuano ad accettarla non usciranno mai dal circolo vizioso della dipendenza neocoloniale, poiché in ultima istanza chi detiene le leve del potere economico mondiale è l'Occidente. Il Terzo mondo non può conservare gli attuali rapporti di dipendenza sperando di emanciparsi economicamente: basare un'economia prevalentemente sull'export significa camminare sul filo del rasoio. Basta vedere cosa è successo al Brasile, che oggi ha raggiunto il settimo posto nella classifica mondiale dei paesi sviluppati e che ha ben 130 milioni di poveri! Da cosa dipende la ricchezza di una nazione: solo dal PNL o anche da un'equa distribuzione dei profitti?

In tantissimi Paesi del Terzo mondo si esporta solo quello che l'Occidente è disposto a comprare. Ciò comporta l'enorme estensione delle monocolture (tipo caffè, cacao, zucchero, tè, soia, ecc.). Il paradosso del Terzo mondo è diventato di questo tipo: quanto più si esporta tanto più aumenta la povertà per molti e la ricchezza per pochi. L'export infatti, per essere competitivo, deve appartenere a grandi aziende, le quali, tutte private e dotate di grandi mezzi, tendono a inghiottire i piccoli appezzamenti, pagando dei salari da fame ai loro dipendenti. I contadini hanno poco o niente da mangiare, o perché non hanno la terra in proprietà o perché ne hanno in misura insufficiente (quella che coltivano -di proprietà dei latifondisti- produce beni alimentari destinati all'export e non al loro fabbisogno alimentare), oppure perché i salari che ottengono come braccianti agricoli sono troppo bassi per poter comprare gli stessi prodotti alimentari al mercato urbano o altri prodotti occidentali importati. Ecco da dove proviene il nostro benessere, ecco come si regge in piedi il concetto di "libero mercato".

Bisognerebbe popolarizzare il concetto di sfruttamento neocoloniale mostrando che per sfruttare una nazione si fa più uso della finanza, della tecnologia, della professionalità che del "cannone". Bisognerebbe rendere accessibili queste perverse logiche al cittadino comune, partendo ad es. dalla quotidianità: zucchero, caffè, cacao, riso, cotone... da dove provengono? Quanto paghiamo questi prodotti? Il prezzo è giusto? Rispecchia effettivamente la quantità e la qualità del lavoro svolto? In quali condizioni hanno vissuto i lavoratori che li hanno prodotti? Cosa vendiamo al Terzo mondo? A quali condizioni? A quali prezzi? e così via.

Oggi il neocolonialismo è molto sofisticato, ma questo non può impedirci di conoscerlo nei dettagli. In fondo se oggi in Occidente il peso di certe contraddizioni non è così esplosivo, dipende anche dal fatto che l'abbiamo trasferito in altre aree geografiche. Le contraddizioni del capitalismo oggi, che è imperialistico, stanno soprattutto nei suoi legami organici con la periferia, più che al suo interno. Sono questi legami che gli permettono di sopravvivere.

QUALE "NUOVO ORDINE" TRA OCCIDENTE E TERZO MONDO?

Uno degli aspetti più inquietanti della storia del genere umano è il fatto che le azioni ingiuste, come le guerre di conquista, gli omicidi per interesse politico o economico, i saccheggi per pura cupidigia, in una parola tutte le oppressioni di carattere sociale, politico, economico, morale sono state compiute in nome o della giustizia o della libertà, assai raramente sono state compiute manifestandone le reali motivazioni. Chi fa qualcosa che oggettivamente va contro la dignità dell'uomo, spesso è convinto d'essere nel giusto, cioè di fare cose che tutelano proprio questa dignità (come quando si sterminarono le civiltà pre-colombiane per affermare quella europea). Questo, se vogliamo, dimostra la naturale disposizione dell'uomo al bene, poiché nessuno si preoccuperebbe di dimostrare che i suoi crimini sono per un fine positivo se il bene e il male fossero unanimemente posti sullo stesso piano.

Solo nella misura in cui l'uomo ha consapevolezza che il suo "benessere" dipende dal "malessere" altrui, può scattare nella sua coscienza il senso di colpa. Il quale -come spiega la psicanalisi- non può sussistere oltre un certo grado d'intensità o un certo limite di tempo, per cui s'impone la necessità di rimuovere l'angoscia irrisolta con motivazioni di ordine ideologico (ad es. l'indio va sfruttato perché appartiene a una razza inferiore).

Qui però il discorso potrebbe farsi sociale e proseguire in due direzioni: 1) l'angoscia suddetta riemerge nella coscienza occidentale ogniqualvolta chi subisce l'oppressione rivendica i propri diritti, interessi, valori, bisogni ecc.; 2) al cospetto di tali rivendicazioni, la coscienza occidentale ha bisogno di darsi delle giustificazioni sempre più sofisticate per continuare a opprimere.

Ci si può chiedere: perché l'Occidente si è sempre comportato, a partire dall'impero romano, in maniera così innaturale? La risposta a questa domanda andrebbe ricercata nelle motivazioni che hanno portato al fallimento tutti i progetti di liberazione dall'ingiustizia e dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Quando un progetto fallisce, le generazioni seguenti ereditano il desiderio di un'emancipazione condizionato dal precedente fallimento. Ciò significa che col passare del tempo l'esigenza di una vera liberazione si fa sempre più forte, ma che non meno forte sarà il condizionamento per impedire che tale esigenza venga soddisfatta.

Vediamo l'Occidente contemporaneo: perché si comporta in maniera così perversa nei confronti del Terzo mondo? perché non cerca collaborazione, vantaggi reciproci, scambi equivalenti, intese multilaterali...? E' semplice: 1) perché se concedesse troppo spazio agli interessi del Terzo mondo, sarebbe poi costretto a rinunciare a molta della propria opulenza; 2) perché fino ad oggi esso ha sempre creduto di aver realizzato la migliore civiltà possibile.

Questo modo di ragionare è controproducente, a lungo andare, anche per l'Occidente, poiché un benessere basato sullo sfruttamento altrui provoca guasti ad ogni livello, non solo a chi lo subisce ma anche a chi ne beneficia, sebbene ovviamente con diversa intensità. Quando si spezza un equilibrio, tutti ne pagano le conseguenze, chi più chi meno, chi un modo chi in un altro. L'odierna immigrazione dei terzomondisti verso le aree metropolitane dell'Occidente non sta forse a dimostrare che se non si risolvono i problemi del neocolonialismo e dell'imperialismo, l'Occidente stesso vi resterà travolto? Per non esserlo, dovremo forse aspettarci altre guerre?

Per quanto riguarda la convinzione d'essere i "migliori", va detto che proprio il sottosviluppo del Terzo mondo attesta il limite fondamentale del capitalismo occidentale, il quale si è sempre ben guardato dal portare il Terzo mondo ai suoi livelli tecnologici e scientifici. Il Terzo mondo infatti non è sottosviluppato tanto perché "arretrato" quanto perché "sfruttato". Nell'arretratezza non ha mai patito la fame come nello sfruttamento: anzi, quando sono iniziate le scoperte geografiche c'era molta più fame nell'evoluta Europa, dominata da rapporti di classe, che non negli arretrati Paesi extra-europei, prevalentemente caratterizzati da rapporti tribali e comunitari (per quanto non mancassero in certe aree geografiche rapporti schiavistici o di casta). L'Occidente in sostanza ha approfittato di un'arretratezza tecnologica per imporre un rapporto di sfruttamento economico e di soggezione politica, culturale e militare.

Ma c'è anche un altro aspetto molto importante da sottolineare. Noi parliamo di sottosviluppo del Terzo mondo riferendoci anche alla sua "arretratezza tecnologica", ma se consideriamo il concetto di sviluppo in maniera più globale e qualitativa, ci accorgeremo che l'Occidente, sul piano dei rapporti umani, ovvero della capacità di vivere il valore delle cose, non è molto più sviluppato del Terzo mondo. Noi facciamo coincidere "sviluppo tecnologico" con "civiltà", ma avendo strettamente collegato (per motivi storici) la tecnologia col capitalismo, non abbiamo fatto altro che produrre altissime forme di inciviltà (razzismo, schiavismo, colonialismo, ecc.). Ciò significa che il Terzo mondo non ha meno diritti dell'Occidente d'inserirsi nel processo storico della civiltà.

Il problema che a questo punto si pone è il seguente: dobbiamo avere a che fare, in futuro, con un Terzo mondo sempre più intenzionato a imitare i modelli occidentali, oppure vi sarà la possibilità di costruire, a livello mondiale, un qualcosa di diverso, un vero "nuovo ordine"? Cioè a dire il Terzo mondo ha in sé la forza sufficiente per creare questo "nuovo ordine" o dovrà avvalersi del contributo delle stesse forze occidentali che lo sfruttano?

SUL DOMINIO POLITICO DELL'IMPERIALISMO

Il futuro dell'Occidente rischia di essere caratterizzato, se non interverranno fattori che promuovano lo sviluppo della democrazia, da una sorta di "dominio politico" dell'imperialismo. Infatti, la decolonizzazione ha saputo eliminare il dominio politico di singole potenze imperialiste (Francia, Inghilterra, USA, ecc.), ma non ha potuto eliminare, se non limitatamente, il dominio economico di queste potenze, tanto è vero che ad un certo punto è sorto il neocolonialismo, il quale si è sviluppato sulla base delle ultime rivoluzioni tecnico-scientifiche, nonché sulla base di nuovi rapporti commerciali e finanziari di dipendenza.

Il capitalismo occidentale, per sopravvivere, ha assolutamente bisogno di questo neocolonialismo. Esso cioè è stato disposto ad accettare la decolonizzazione politica del Terzo mondo negli anni '50-'70, appunto perché sapeva che la propria egemonia economica sui mercati internazionali non sarebbe stata intaccata granché. Se avesse avuto questa paura sarebbe scoppiata subito una terza guerra mondiale, come rischiò di avvenire durante la nazionalizzazione egiziana del canale di Suez, durante la guerra di Corea, la rivoluzione cubana e la guerra in Vietnam e da ultimo la guerra nel Golfo Persico. Non è forse sintomatico che il grande sviluppo delle multinazionali e il fortissimo indebitamento estero del Terzo mondo si siano verificati non prima ma dopo la decolonizzazione politica?

Oggi il capitalismo occidentale, che è diventato di nuovo assai potente sul piano economico e che ha potuto costatare il fallimento del socialismo statale, ha il timore che la profonda crisi economica del Terzo mondo possa scatenare delle rivoluzioni anti-capitalistiche. Ecco perché ha l'assoluta necessità di affermare un dominio politico dell'imperialismo, su scala mondiale, diretto formalmente da organismi internazionali (come ad es. l'ONU) e di fatto da un unico vero centro, gli Stati Uniti, coadiuvati da Europa occidentale e Giappone, che sono le sue propaggini più significative.

La nascita dell'imperialismo politico-istituzionale sta avvenendo in quest'ultimo scorcio di secolo ed è probabile che si svilupperà per molto tempo, in quanto la forza bellica dell'Occidente è ancora grandissima. Tale imperialismo dovrà necessariamente essere gestito da forze che si richiamano alle idee del socialismo, poiché senza una compatta organizzazione, interna ed esterna, senza il richiamo a idee di giustizia e uguaglianza, è impossibile realizzare tale progetto. Un progetto così impopolare avrà bisogno di grandi giustificazioni teoriche e ideologiche.

In pratica avremo in tutto l'Occidente, se non interverranno fattori contrari, una sorta di neocapitalismo di stato in nome del socialismo. Di quale socialismo? Non esattamente quello stesso che i paesi est-europei hanno rifiutato, ma una sua variante, mentre quegli stessi paesi, se non si lasceranno abbacinare dai miraggi del capitale, svilupperanno una sorta di socialismo democratico e autogestito, cioè una forma più avanzata del socialismo amministrato.

Nei prossimi decenni dunque saranno gli Stati Uniti l'oggetto di studio più interessante degli intellettuali occidentali. Questa nazione s'imporrà sempre più agli occhi del mondo per le sue qualità politiche, culturali, artistiche, non ovviamente in riferimento alle istituzioni, al governo, allo Stato, che anzi conosceranno regressi e involuzioni autoritarie sempre più marcati, quanto piuttosto in riferimento alle esperienze di opposizione al sistema. La forza militare degli USA sarà sempre più "dimostrata" e non solo a livello locale o regionale ma anche globale. Se gli USA applicheranno la loro forza militare su vasta scala (come ad es. nel Golfo Persico, sotto il patrocinio dell'ONU), ciò verrà percepito come un esempio dimostrativo per tutto il mondo.

L'Occidente, dal canto suo, non potrà più addebitare ai paesi socialisti la causa della propria insicurezza o instabilità; non si potrà più accusare l'URSS di voler destabilizzare il mondo intero. Fino ad oggi gli USA ci avevano insegnato a comportarci così, cioè a scaricare su un nemico esterno le tensioni che si accumulano all'interno. Ora però all'Occidente la paura dovrà per forza nascere dall'interno, in conseguenza del fatto che il potere di una nazione, gli USA, viene ad aumentare in modo spropositato. Tutto il mondo occidentale dovrà temere gli Stati Uniti come nel corso della II guerra mondiale l'intera Europa temeva la Germania nazista. Ora finalmente l'Europa occidentale dovrà affrontare da sola i grandi condizionamenti che si accingono ad imporle con la forza gli Stati Uniti, i quali, naturalmente, preferiscono avere a che fare con un'Europa sotto l'ombrello della NATO, docile ai media americani, divisa e soggetta al potere del dollaro, che non un'Europa unita, senza NATO, autonoma su tutti i piani e legata all'ECU.

I Paesi socialisti non potranno fare molto, proprio perché saranno gli USA a decidere quale peso essi avranno sulle relazioni coll'Occidente. Gli USA non vogliono perdere la loro leadership mondiale: per questo non possono vedere di buon grado le relazioni amichevoli dell'Europa occidentale e del Giappone col sistema socialista (oggi tollerano questi rapporti commerciali perché tale sistema è in crisi, ma prima o poi esso supererà la propria crisi istituzionale e si trasformerà in senso democratico, diventando ancora più "pericoloso" per il capitalismo occidentale. Prima infatti la "concorrenza" si poneva più che altro a livello ideologico, in quanto il socialismo reale presumeva d'essere se non un sistema più ricco e più avanzato tecnologicamente, almeno un sistema più giusto. Oggi, scoperto che la giustizia sociale realizzata era alquanto relativa, tale sistema, se vorrà sopravvivere, dovrà puntare non solo sulla superiorità ideologica ma anche su quella qualitativa del benessere sociale). In ogni caso gli USA non possono stare a guardare: una cosa infatti è servirsi dell'influenza del Giappone e dell'Europa occidentale in funzione anti-socialista (e anti-terzomondista); un'altra è vedere sviluppare l'economia di questi alleati, che hanno saputo riallacciare le relazioni economico-commerciali coi Paesi est-europei; un'altra ancora è costatare che, in virtù di tali progressi socio-economici, sale l'influenza politica dei partners occidentali, quell'influenza che potrebbe minacciare la supremazia militare e ideologica americana in tutto l'Occidente.

Se gli USA potessero usare il loro potenziale bellico con maggiore tranquillità, senza dover rendere conto a nessuno, sarebbero in grado di controllare meglio non solo quella parte di Terzo mondo strettamente legata all'Occidente, ma anche lo stesso Occidente. La guerra contro l'IRAK è forse servita per dimostrare al mondo intero -se qualcuno ancora non l'avesse capito- chi "comanda". In quei pochi mesi è apparso chiarissimo che tanto l'Europa occidentale quanto il Giappone erano alle strette dipendenze degli USA. Con questa guerra gli USA hanno chiuso un capitolo della loro storia, quello degli scrupoli che impedivano di compiere una guerra sino in fondo, usando qualunque mezzo necessario. Quegli scrupoli (che nel conflitto col Vietnam raggiunsero l'apice) determinati dalle proteste dell'opinione pubblica, alimentate dai mass-media, in un clima di contestazione generale al sistema.

Ora le cose sono cambiate. Già con l'invasione di Grenada e di Panama si era capito chiaramente che gli USA non vogliono più essere minimamente influenzati, quando sono in atto le loro operazioni belliche, né dalla stampa (che anzi cercano di corrompere come meglio possono: basta vedere il ruolo della CNN), né dalla public opinion (che dai media dipende moltissimo, soprattutto negli USA). Ecco perché hanno messo sordine e censure su tutto. La guerra contro Noriega a Panama e Bishop a Grenada è stato solo il preludio di questa grande offensiva contro l'IRAK, che abilmente l'amministrazione americana è riuscita a condurre con il patrocinio del consiglio di sicurezza dell'ONU. Anche da questo punto di vista si è trattato di una assoluta novità: per la prima volta gli USA sono riusciti a legalizzare il loro imperialismo servendosi d'istituzioni internazionali. L'atteggiamento dell'URSS nel corso della guerra contro l'IRAK è stato chiaramente ingenuo, in quanto ci si è voluti fidare che il governo americano avrebbe rispettato alla lettera il contenuto delle 12 risoluzioni dell'ONU contro l'IRAK, ovvero che non sarebbero andati al di là del mandato ricevuto.

In realtà con questa guerra l'URSS è uscita, e speriamo definitivamente, dal suo ruolo di "superpotenza alla pari", lasciando -si potrebbe malignare- ampi margini di manovra all'imperialismo americano, ma -si potrebbe aggiungere- mettendo così alla prova le capacità rivoluzionarie delle masse popolari dell'Occidente, che fino a ieri delegavano per intero all'URSS il compito di contrastare lo strapotere americano. L'URSS, prima nazione al mondo, ha capito che l'imperialismo statunitense non poteva essere fermato col deterrente nucleare, poiché l'uso del nucleare comporta la morte anche del vincitore, ovvero il suicidio collettivo, l'autodistruzione dell'umanità. Ora essa spera che le nazioni comprendano che con la logica della forza, della minaccia, della guerra o comunque della violenza, non si ottiene alcun vero beneficio. L'URSS, che è sembrata uscire sconfitta dal confronto con gli USA, forse può tornare a vincere sul terreno della pace, cui non vi sono alternative. Una vittoria sul terreno della pace non sarebbe la vittoria di una nazione sola ma del mondo intero.

Gli USA rappresentano l'essenza più pura e più sofisticata del sistema economico capitalistico, la punta più avanzata: lo sono in maniera globale, non settoriale (come ad es. il Giappone, che finanziariamente è ricchissimo ma che non ha una goccia di petrolio). L'Europa occidentale e il Giappone hanno vissuto nel passato troppo feudalesimo per poter aspirare a una tale "purezza". Occorreva una nazione "vergine", che provenisse sì dall'Europa, ma solo geograficamente. Questo spostamento del centro gravitazionale del mondo economico e politico occidentale dall'Europa agli Stati Uniti non è stato ancora percepito dagli europei in modo chiaro e distinto. Essi infatti ancora s'illudono di poter essere dei protagonisti della storia o di poterlo sempre più diventare, in futuro, grazie soprattutto all'Europa unita. Ma se l'Europa riuscirà ad unirsi gli USA non staranno a guardare. Essi non sopportano concorrenti di sorta, se non quando sono più o meno sicuri di vincere o di poter ottenere una facile rivincita, per cui faranno di tutto per togliere all'Europa del futuro la sicurezza di cui essa ha bisogno. E forse un giorno l'Europa capirà che per fronteggiare l'imperialismo americano occorre essere uniti anche con la parte orientale del proprio continente.

Per il momento, gli americani hanno solo un modo per minare la sicurezza degli europei, quello di privarli della loro risorsa energetica fondamentale: il petrolio. Gli esiti della guerra nel Golfo Persico, in futuro, potranno essere utilizzati anche a tale scopo. Qui infatti sono concentrate le maggiori riserve petrolifere del mondo occidentale o comunque quelle di migliore qualità e a più buon mercato. Se i Paesi dell'OPEC non potranno più smerciare il petrolio come prima (ad es. perché i pozzi dell'IRAK o del QUWAIT potrebbero essere distrutti, o perché l'Arabia Saudita potrebbe essere posta sotto stretto controllo americano, o perché l'IRAN e la Libia, che hanno un conto in sospeso con gli USA, potrebbero subire un attacco nucleare), sia l'Europa occidentale che il Giappone saranno costretti a rifornirsi di greggio presso gli americani, che così potranno usare questa materia prima come di un'arma per ricattarci. Essi cioè potranno piegarci con la politica dei prezzi sia che s'impadroniscano di tutto il petrolio mediorientale, sia che si servano del proprio dopo aver distrutto quello del Golfo. Il petrolio del Mare del Nord è infatti sufficiente solo per Inghilterra e Norvegia, e le risorse sono limitate, mentre quello del Venezuela o del Messico può essere controllato, volendo, dagli stessi americani.

I CONCETTI DI "MISSIONE" E DI "ASSISTENZA"

È assurdo andare a vivere all'estero volontariamente, allo scopo di sentirsi più importanti, per fare del "bene" agli altri. Come si può conoscere il "bene" di persone che non si sono mai viste né conosciute? Al massimo ci potrà essere una collaborazione temporanea, finalizzata a un determinato obiettivo, oppure ci potrà essere un gemellaggio, cioè uno scambio di esperienze alla pari. Al di là di questo, il concetto di "missione" appare come una mostruosità, in quanto non fa che riflettere l'esigenza di un imperialismo culturale, ideologico.

Chi pensa che nel Terzo mondo ci siano condizioni di vita che impongono alla coscienza morale una scelta missionaria, dimentica che quelle condizioni sono determinate, da secoli, nell'area occidentale del capitalismo. Se veramente si volesse fare del "bene" a quelle popolazioni, bisognerebbe modificare in Occidente questi rapporti di sfruttamento e dipendenza. In caso contrario il "bene" profuso non sarà altro che una forma di "assistenza", grazie alla quale, anche contro le migliori intenzioni di chi la pratica, non si farà altro che legittimare ulteriormente la realtà dello sfruttamento, poiché proprio con l'assistenza si tende a far credere che lo sfruttamento sia inevitabile o comunque sopportabile. E in ogni caso, anche se si volesse fare lo stesso dell'assistenzialismo, non ci sarebbe bisogno di andare in un qualche Paese del Terzo mondo: in Occidente i marginali (tossicomani, barboni, alcolisti, carcerati, zingari, immigrati...) sono tantissimi.

Il fatto però è questo: chi va nel Terzo mondo, spesso ha la consapevolezza di sentirsi superiore. Fare l'elemosina o l'assistenza in Occidente non stimola alcun sentimento di superiorità: al massimo può placare la "coscienza infelice" di chi si sente in colpa nel vedere tanta miseria umana e vuol fare qualcosa di concreto. Nel Terzo mondo invece le stesse azioni meritorie comportano immediatamente una valorizzazione di sé, non foss'altro che per la risonanza di questa scelta di vita fra gli amici e i parenti che si lasciano. Chi presta assistenza nel Terzo mondo sa subito di avere "ragione" rispetto a chi non fa nulla in Occidente e quando torna in Occidente per chiedere finanziamenti pretende d'essere ascoltato, anche se si limiterà a toccare i tasti della "coscienza morale", evitando di fare analisi di tipo economico e politico, in quanto teme che l'interlocutore non riesca più a commuoversi e a "scucire la borsa".

In Occidente fare o non fare assistenza, può sembrare equivalente: i mass-media non ne parlano mai volentieri, poiché hanno la preoccupazione di far vedere che tutto funziona, altrimenti l'opposizione al governo ne potrebbe approfittare per rivendicare maggiori poteri; agli amici, per "pudore", non lo si dirà neppure, e se verranno a saperlo, penseranno al fatto che, entro certi contesti comunitari, l'assunzione di questi ruoli o funzioni è doverosa (naturalmente per un periodo limitato, a meno che il soggetto, grazie alla sua attività, non riesca a produrre risultati socialmente rilevanti, come l'allestimento di una comunità terapeutica o di un centro assistenziale).

Il marginale, dal canto suo, non migliorerà di molto la sua condizione: è lo stesso carovita che glielo impedisce, quello stesso carovita che tiene molte famiglie apparentemente normali sul filo del rasoio. Inoltre l'assistenza, se anche viene percepita come indispensabile dal marginale, per essere efficace, in Occidente, essa ha sempre bisogno di continue sovvenzioni, pubbliche e private, per cui chi la presta deve spesso scendere a compromessi non del tutto onorevoli col potere politico ed economico. Il che può anche entrare in urto coll'esigenza di frequentare i marginali allo scopo di allontanarsi dalle dinamiche borghesi del vivere civile. Qui naturalmente non si prende neanche in considerazione chi si è servito del disagio per arricchirsi.

Nel Terzo mondo invece, anche se le condizioni di vita sono più difficili da sopportare, si avverte subito la consapevolezza d'essere una persona importante. Il fatto stesso che si cerchi continuamente d'imporre la propria cultura, religione, lingua... lo dimostra. Il missionario ha diritto d'essere finanziato proprio perché svolge anzitutto un servizio all'Occidente. Da noi non è raro il caso di vedere dei marginali divenuti tali proprio per aver rifiutato la mentalità dominante: difficilmente costoro sarebbero disposti ad accettare l'assistenza in cambio di una nuova religione o di nuovi modelli culturali. Se lo fanno, devono pensare che si tratti di una scelta, non di un'imposizione.

Nel Terzo mondo, essendo marginali, molto spesso, dalla nascita, si è più disposti ad accettare qualunque contropartita pur di sopravvivere. In questo senso è facile, per noi occidentali, provare sentimenti di superiorità. Non è però significativo che quando in quei Paesi scoppiano delle rivoluzioni sociali, vengono presi di mira anche i centri assistenziali da noi là edificati?

Un'ultima cosa. Spesso si va nel Terzo mondo anche perché si rifiuta l'idea borghese che l'assistenza debba essere delegata a un'istituzione. L'assistente (o chiunque faccia esperienza di volontariato sociale o civile) vorrebbe vedere impegnati tutti i cittadini del suo Paese d'origine, ma sa che ciò è un'utopia. Scegliendo invece di andare nel Terzo mondo, egli sa in anticipo che qui è più facile mobilitare un impegno collettivo. Ma in tal modo, inevitabilmente, egli si trasforma in una "istituzione assistenziale" dell'Occidente, cioè diventa l'alibi che la coscienza borghese si dà per non fare cose più impegnative e risolutive nei suoi rapporti col Terzo mondo.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
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Aggiornamento: 23/04/2015