STORIA DELLE RELIGIONI


LA FIGURA DI ABRAMO

Il sacrificio di Isacco, Caravaggio, Galleria degli Uffizi, 1594-1596

Se diamo per scontato che la figura di Abramo sia leggendaria (la personificazione di una distinzione tribale), dobbiamo comunque chiederci perché questa figura ebbe così tanto successo presso il popolo ebraico. Io penso che, anche prescindendo totalmente dalla cornice religiosa che avvolge questo personaggio, Abramo rappresenti una sorta di desiderio di liberazione da qualcosa di opprimente, cioè l'evoluzione di una consapevolezza della dignità umana.

Quando, nel XVIII sec. a.C., lasciò la terra di Ur (Bassa Mesopotamia, dominata dai Sumeri) non era un poveraccio, poiché apparteneva a un'importante tribù di allevatori, guidata dal padre Terah. Il motivo della dipartita probabilmente era di tipo politico: una contestazione nei confronti dell'accentramento del potere monarchico ("Regno antico di Babilonia"), fondato su uno schiavismo non meno insopportabile di quello egizio, allora coevo.

L'emigrazione dovette comportare la rinuncia a una relativa sicurezza economica, per sperare di avere in cambio maggiore autonomia politica. Ecco perché la Bibbia dice che "Abramo ebbe fede": lasciava il certo, non amato, per l'incerto, ancora da amare.

Che poi, detto questo, si sia favoleggiato sulla "santità" di quest'uomo, è altro discorso.

Quando Abramo, colpito dalla carestia nella terra di Canaan, decise di recarsi in Egitto, trasformandosi da allevatore a mercante di sua moglie, nel senso che facendola passare per sua sorella la rese disponibile al faraone, come una sorta di prostituta di lusso a tempo indeterminato, non fece certo mostra di particolare "santità", per quanto quella scelta non possa essere capita senza un'adeguata contestualizzazione storica, non solo relativa alla coscienza etica in generale, di quel tempo, ma anche in riferimento alla scarsa considerazione in cui allora si teneva l'onore della donna. (Da notare però che i testi lasciano trasparire l'idea che il sacrificio della dignità di Sara era dipeso dal rischio che, a causa della sua bellezza, potessero sottrarla con la forza al marito, anche uccidendolo).

Comunque sia, in cambio del favore i testi biblici non hanno remore nell'affermare che Abramo ricevette "greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asini e cammelli" - in una parola diventò un ricco mercante.

Singolare resta il fatto che l'esegesi sia ebraica che cristiana abbiano sempre giustificato un comportamento del genere. Abramo non passa soltanto per persona timorata di Dio, ma anche per uno il cui fiuto per gli affari non si pone in antitesi alla fede religiosa.

Abramo infatti richiese la moglie solo dopo essere diventato ricco al punto giusto, cioe' al punto in cui il faraone non avrebbe potuto negargli la richiesta senza incorrere in spiacevoli conseguenze. Abramo -dice la Bibbia- era diventato molto ricco in "bestiame, argento e oro" e il faraone lo fece espatriare "insieme con la moglie e tutti i suoi averi". Sembra qui di vedere non solo il capostipite del popolo ebraico ma anche l'antesignano dell'astuzia semitica.

Ritornato nel Negheb e nel paese di Canaan, ebbe un colpo di genio: dare al nipote Lot le terre migliori della valle del Giordano pur di non farselo nemico. E quando questi pagò il suo amore per la bella vita cadendo prigioniero degli Elamiti, Abramo, pur potendolo evitare, decise di liberarlo e, liberandolo, non ne approfittò per dominarlo, non pose alcuna condizione né a Lot né ai re che con Lot aveva liberato nelle città di Sodoma e Gomorra.

Insomma un uomo astuto senza essere avido: una virtù davvero rara per quei tempi.

Finché, ormai anziano, venne il giorno in cui si rese conto che aveva assolutamente bisogno di un discendente per evitare che tutti i suoi beni si frantumassero, alla sua morte, in mille rivoli. Occorreva un altro escamotage e lo trovò col consenso della moglie Sara: fare un figlio con la schiava Agar.

Non era il massimo dell'onorabilità, ma questo avrebbe scongiurato lotte intestine tra i clan per la successione.

Senonché, dal giorno in cui rimase incinta, Agar smise di servire Sara e prese a farla da padrona. Il saggio Abramo permise a Sara di cacciarla, ma Agar si pentì del suo ribellismo e tornò sottomessa alla padrona, nella consapevolezza che quello era l'unico modo per garantire un sicuro avvenire al figlio che avrebbe avuto.

Ed ebbe Ismaele.

Pensando non fosse sufficiente, per tenere unito il popolo alla sua morte, l'aver avuto l'erede universale (il cui sangue mezzo schiavo a tutti era noto), Abramo escogitò un'altra trovata: imporre al suo popolo la circoncisione, proprio per distinguerlo da tutti gli altri della terra di Canaan.

La circoncisione veniva a supplire la mancanza di sangue puro, non schiavo, nei discendenti di Abramo. Con la sua istituzione tutti potevano riconoscersi in un'unica comunità: "l'alleanza sussisterà nella carne" - si legge nel Genesi.

Tutto ciò ovviamente andrebbe interpretato. E' probabile che Abramo ad un certo punto si sia reso conto che i legami tribali si stavano sfaldando e che abbia cercato di porre rimedio a questa crisi sociale con misure che in quel momento potevano apparire dei palliativi ma che un popolo poco istruito avrebbe anche potuto considerare efficaci.

Tuttavia, il vero dramma di Abramo, quello di carattere politico e insieme personale e che in un certo senso lo pone ai vertici della dignità umana, scoppiò quando Sara concepì Isacco.

Egli infatti si rese subito conto che Isacco, essendo di sangue puro, andava favorito rispetto ad Ismaele, ma che né questi né Agar né forse una parte del popolo l'avrebbe tollerato.

Con la nascita del vero erede e successore Sara non voleva più tenere con sé né Agar né Ismaele: "ora che sono piccoli giocano insieme, ma da grandi che succederà?", diceva.

Abramo si convinse che Sara aveva ragione e, suo malgrado, relegò i due in una remota località.

L'angoscia tuttavia colse Abramo proprio nel momento in cui sembrava che l'interesse politico fosse salvo: l'angoscia d'aver abbandonato nel deserto un figlio che amava.

Per punire il suo gesto decise di compiere un atto riparatore: sacrificare Isacco sull'altare dell'equità, di nascosto del suo popolo.

Senonché, proprio nel momento cruciale del sacrificio, Abramo ebbe un nuovo ripensamento: la morale personale non può essere superiore agli interessi di un popolo. La coscienza della colpa individuale non può avere la meglio sulla realizzazione di un ideale collettivo. Isacco non può essere sacrificato non tanto perché innocente quanto perché dalla sua vita dipende il futuro di un intero popolo.

Isacco, "colui che ride", il down avuto in tarda età sarebbe stato il suo legittimo successore.

Abramo questa volte pose una condizione a Isacco: che sposasse una donna della terra di origine, di Ur. Il suo sangue non doveva mescolarsi con quello straniero dei cananei, come invece sarebbe accaduto per la sua tribù.

E così Isacco, sulla cui vita quasi nulla si sa, sposò la cugina Rebecca, figlia di un fratello di Abramo, dalla quale ebbe Esaù e Giacobbe (almeno così dicono i testi, ma è probabile che Abramo abbia imposto quella condizione proprio perché sapeva che Isacco non avrebbe potuto fare figli normali e nessuno del popolo cananeo sarebbe andato a verificare a Ur di chi era l'effettiva paternità di Esaù e Giacobbe).

Noi sappiamo soltanto che con Isacco la Bibbia inizia a parlare del passaggio dall'allevamento all'agricoltura.

Interessante è l'episodio in cui Isacco si permette di usare la moglie Rebecca nella stessa maniera strumentale di Abramo nei confronti di Sara. Egli si giustifica dicendo che temeva di morire, a causa della bellezza di lei, ma il sacerdote lo riprende severamente. Questo probabilmente a testimonianza del fatto che i costumi erano mutati e che Isacco rappresentò una mezza figura nella storia del popolo d'Israele.

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Kierkegaard, in Timore e Tremore, si è servito del dramma di Abramo (di cui non ha capito l'intreccio tra colpa morale e interesse politico) per giustificare la sua rottura col mondo sociale e l'insegnamento.

Abramo - secondo Kierkegaard - non può essere capito dalla massa perché vive un rapporto speciale con l'assoluto. Apparentemente sembra un assassino, invece egli compie soltanto un sacrificio che gli viene richiesto da dio.

Il dramma di Abramo è che non può comunicare a nessuno la sua angoscia. Kierkegaard si identifica in Abramo come nell'Angoscia lo farà con Adamo, ma in entrambi i casi stravolgendo completamente il senso dei racconti.

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L'interpretazione ufficiale della chiesa cattolica di questo racconto è assolutamente inadeguata. Abramo è stato messo alla prova da dio, che misteriosamente voleva verificare se amasse più Lui di tutto il resto.

Per verificarlo con certezza gli è stato chiesto di sacrificare la cosa che aveva più cara: il figlio. In tal modo Abramo non è un assassino, ma un credente con una fede perfetta.

Quest'immagine della divinità è a dir poco veterotestamentaria (il dio geloso, vendicativo ecc.). Il finale relativo al cervo con le corna impigliate non giustifica la richiesta. Cioè l'esegesi cattolica non può sostenere che la richiesta di dio era legittima in quanto non avrebbe permesso ad Abramo, in ultima istanza, di uccidere Isacco. Abramo diventa un burattino nelle mani di dio.

* * *

Anche nei racconti greco-classici relativi al mito di Ifigenia è palese il leit-motiv della ragion di stato, ma vi è una certa differenza dal racconto biblico del sacrificio di Isacco. Il dio di Abramo non è capriccioso e vendicativo come Artemide; lo stesso Abramo non è crudele e cinico come Agamennone, anzi, è un uomo pieno di scrupoli, l'antesignano dell'uomo di coscienza, che fa valere la forza della ragione sulla ragione della forza. La ragione di stato è relativa alla "conservazione" di un popolo, alla sua salvaguardia nel tempo, non implica lo sterminio di un popolo nemico (i troiani per gli achei). Il destino di Isacco ha una coloritura politica: il figlio dovrà sostituire il padre nella guida del popolo. Ifigenia invece diventerà sacerdotessa di Artemide (il che può far pensare che sia stata effettivamente sacrificata). Abramo infine fu solo nel prendere la sua decisione di coscienza; Agamennone invece era circondato da losche figure, tra cui spiccava Ulisse.

SINTESI DI ALCUNE RISPOSTE DATE AI COMMENTI SULL'ARTICOLO "LA FIGURA DI ABRAMO"

Abramo era sicuramente una persona legata agli affari, ma aveva anche la percezione che lo schiavismo imperante in Mesopotamia aveva raggiunto livelli inaccettabili. Probabilmente come Mosè avrà tentato in patria una riforma delle istituzioni e avrà scelto l'esilio come extrema ratio. Le due tribù di Abramo e Mosè in fondo costituiscono le due uniche e documentate alternative (o forse potremmo dire le alternative che nella storia scritta sono risultate più significative) alle civiltà schiavistiche che allora caratterizzavano un territorio geopolitico come quello della Mezzaluna fertile.

Noi non possiamo tralasciare questo, altrimenti non riusciamo a capire il motivo per cui un semplice mercante è diventato il capostipite di ben tre grandi religioni.

Nella vicenda di Abramo ci sono questioni etiche che vanno oltre quelle semplicemente economiche, questioni che la religione ha poi deformato come meglio ha creduto, ma di cui noi non possiamo non tener conto, ancorché vadano interpretate in maniera laico-umanistica.

C'è qualcosa nella personalità di Abramo che appare abbastanza singolare rispetto ai tempi in cui è vissuto. In un certo senso egli rappresenta la coscienza della necessità di superare lo schiavismo in un periodo storico in cui ormai lo si considerava fondamentale per lo sviluppo delle strutture delle civiltà.

La sua storia non è semplicemente legata al doppio esodo dai due regimi schiavistici (babilonese ed egizio), ma anche a un tipo di coscienza etica che per quel tempo doveva apparire del tutto eccezionale.

Quanto alla nascita di Isacco, c'è anche chi sostiene che sia stato adottato e che la sua sindrome di down sia apparsa solo raggiunta una certa età, ma dai testi si evince ch'egli nacque da una donna che non aveva mai potuto avere figli e che ormai non ne avrebbe più potuti avere. (Da notare che gli anni che si attribuiscono nella Bibbia ai vari personaggi non hanno molto senso storico e bisogna interpretarli). Forse Sara rimase incinta durante il periodo della menopausa, quando gli sconvolgimenti ormonali avrebbero potuto renderla improvvisamente gravida: Isacco, quindi, sarebbe stato il frutto di un incidente di percorso, di una gravidanza indesiderata. Che poi gli esegeti biblici, riscrivendo l'A.T., abbiano stravolto le cose, questo è del tutto comprensibile.

Sarebbe invece interessante sapere se Abramo pensò di sacrificare Isacco per la disperazione di avere un figlio down o per equiparare il torto fatto a Ismaele, che sicuramente amava di più e che non abbandonò mai al suo destino (un po' come i ricconi fanno coi figli naturali). Il fatto comunque che all'ultimo momento ci abbia ripensato è indicativo di quale profonda coscienza umana dovesse avere quest'uomo.

Quanto alla circoncisione, questa pratica esisteva in Egitto prima ancora che Abramo la praticasse. Diciamo che in Egitto non era ufficiale (forse apparteneva a qualche tribù) e che non aveva quel significato politico che lui le diede di appartenenza tribale: probabilmente in Egitto veniva usata come rito formale di iniziazione alla vita adulta o cose simili. Invece per Abramo era una sorta di segno di riconoscimento sociale e questo poteva tornar comodo a un piccolo popolo in mezzo ai colossi dello schiavismo pagano.

Siamo ancora in un periodo di primitivismo tribale, però non dimentichiamo che tra gli ebrei circoncisi c'era molta più magnanimità e benevolenza che non tra ebrei e pagani. Questa magnanimità intratribale le civiltà schiavistiche non l'hanno mai avuta, né egizia né babilonese.

Quali sono secondo te i libri fondamentali dell'umanità?

In tutti i testi c'è qualcosa che non va... Più i testi sono generici (come p.es. quelli della sapienza orientale) e meno sono utilizzabili nell'esperienza concreta, senza considerare che non sono di alcuna utilità per capire il contesto in cui sono stati pubblicati.

I testi, di per sé, servono a poco, perché sono espressioni di civiltà fondate sull'antagonismo sociale, e quindi sono testi viziati in partenza (di regola sono testi apologetici o comunque manipolati da chi deteneva il potere).

Forse le uniche civiltà davvero positive sono state quelle che non hanno lasciato testi scritti, cioè quelle primitive, che per milioni di anni hanno vissuto un'esistenza degna dell'uomo e che non si sono fregiate del titolo così altisonante di "civiltà".

Nella Bibbia ci sono reminiscenze di queste civiltà, ma niente di più: gli ebrei han dato il massimo con la legislazione mosaica, col profetismo e ovviamente con la nascita del cristianesimo. Oggi son soltanto la longa manus degli Usa nel Medioriente.

Quindi sarebbe meglio spostare il discorso dai "testi fondamentali" al concetto di "civiltà", ma purtroppo con gli storici occidentali non possiamo farlo, perché i primi a non capire l'ambiguità di questo termine son proprio loro.


Antico Testamento - Storia del popolo ebraico - Le bugie della Bibbia - Adamo e il peccato originale - La figura di Abramo - La figura di Isacco - Il racconto di Noè - Il racconto di Sansone - La pazienza di Giobbe - La nascita del modo di produzione asiatico raccontata dalla Bibbia


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Religioni
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Aggiornamento: 23/07/2014