The Making of Materia e Coscienza
il capitalismo in questa epoca E' cosI' tenero che si spezza con un grundrisse
(1997-2002)
5. La pratica
“la pratica trancia il nodo gordiano dei problemi posti dall’opposizione del
sensibile e del razionale” (291), la pratica è la produzione e la lotta di
classe, “la coscienza non è una sorta di fotografia figurata della realtà: non
viene fuori meccanicamente dal mondo materiale. E' un riflesso complesso delle
contraddizioni della realtà” (305); il libro si chiude criticando la teoria
della conoscenza di Merleau-Ponty come paradigma della teoria della conoscenza
borghese.
“La dialettica è la scienza dello sviluppo nel suo senso più vasto e più
profondo” (374), “la libertà concreta nasce dalla coscienza della necessità
oggettiva”
L. Colletti, Ideologia e società
La “naturalità” delle leggi economiche è per Marx una falsa oggettività, è la
reificazione, la negazione del loro carattere transeunte.
L. Colletti, Pagine di filosofia e di politica
“sono le persone a vedere e non i loro occhi” e in un certo senso è vero, la
nostra mente apporta l’organizzazione della conoscenza. Osservazioni senza
teoria sono un “mito” (e Priestley?) e ciò apre la strada a Feyerabend, la
teoria (e dunque il teorico) crea l’osservazione.
S. Hook, Dialectical Materialism and Scientific Method
Vergognoso “riassunto” di Engels per farlo apparire un completo idiota: secondo
Engels la coerenza significa falsità…
“Solutions always involve the eliminations of contradiction, not from things,
but from our analysis of them” (11)
Eh sì, ha capito tutto.
S. Timpanaro, Engels, materialismo, “libero arbitrio”
Contro Colletti e gli antidialettici di cui quest’ultimo era il migliore. E'
giusto analizzare e valutare serenamente Kant, ma anche vedere i suoi limiti.
Quando diciamo in ultima analisi, stiamo cambiando piano della conoscenza! Ecco
la soluzione, che somiglia alla teoria dei tipi rispetto al vicolo cieco di
Cantor.
Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo
“Il materialismo è l’ammissione degli «oggetti in sé» o al di fuori dello
spirito: per esso le idee e le sensazioni sono copie o immagini di questi
oggetti” (14), e qui si pone anche subito il limite della esposizione leniniana,
nella volontà di distruggere le tendenze idealiste del movimento operaio russo,
ha concesso anche troppo al materialismo vecchio stampo e alla corrispondente
teoria del rispecchiamento. In altri passaggi si vedrà che è più preciso, ma è
indubbio che spesso si spinge anche troppo oltre sulla strada del materialismo
tout court, il ché è indubbiamente giustificato da cause di forza maggiore, la
difesa del partito. Una delle affermazioni che Lenin ripete nel testo e che è
estremamente interessante se la si raffronta agli sviluppi successivi della
filosofia della scienza, è la seguente:
“le scienze naturali son basate, e sempre lo sono state (spesso inconsciamente),
su questa teoria - vogliamo dire la teoria materialistica - della conoscenza”
(17)
dunque le scienze sarebbero sempre state materialiste almeno inconsciamente.
L’affermazione è corretta anche se è indubbio che sia molto difficile
raccogliere prove pro o contro. E questo perché spesso siamo costretti a
studiare il metodo usato da uno scienziato non dal suo lavoro reale, pratico, ma
dall’idea che esso si fa del suo lavoro e del suo ruolo. Così mentre un fisico,
anche solo per iniziare a fare esperimenti, deve credere che esista la materia
che utilizza in laboratorio, all’atto di teorizzare questo lavoro può anche
risentire di teorie idealiste e negare la materia quando smette gli abiti dello
scienziato.
Già Marx spiegò che non si può giudicare un uomo dall’idea che esso
ha di se stesso e lo stesso per la società e lo stesso per la scienza. Quando
uno scienziato cerca di spiegare come procede può anche dire il contrario di
quello che fa realmente perché segue le correnti dominanti della filosofia a lui
contemporanea. Può esagerare tendenze o ridurne altre e così via. Si sa per
esempio che Descartes faceva esperimenti quando come teorico li negava e si
potrebbe continuare[2]. Lenin dunque sottolinea come la teoria materialista sia
come una condizione necessaria per la vita delle scienze naturali. Che poi di
ciò molti scienziati non siano consapevoli o addirittura lo neghino, conta poco.
La base di tutto il materialismo è questo, la materia agisce sull’essere:
“è questa la concezione materialistica: la materia suscita la sensazione agendo
sui nostri organi dei sensi. La sensazione dipende dal cervello, dai nervi,
dalla retina, ecc., cioè dalla materia organizzata in modo determinato.
L’esistenza della materia non dipende dalle sensazioni. La materia è il
primordiale. La sensibilità, il pensiero, la coscienza sono i prodotti più
elevati della materia organizzata in un determinato modo” (p.37)
Questa è l’essenza del materialismo. Questa base “rigida” non significa che il
collegamento materia-senso sia determinata una volta per tutte. Varia nei tempi
e nei modi, ma c’è. Lo stesso Einstein si diceva “realista”, ecco cosa dice
Lenin del realismo:
“Il “realismo ingenuo” di un uomo sano di spirito, che non è passato da un asilo
di alienati o da una scuola di filosofi idealisti, consiste nell’ammettere
l’esistenza delle cose, dell’ambiente, dell’universo, indipendentemente dalla
nostra sensazione, dalla nostra coscienza, dal nostro io e dall’uomo in
generale. La stessa esperienza (nel senso umano della parola, e non nel senso
che le prestano i discepoli di Mach), la quale in noi crea la convinzione
incrollabile che esiste, indipendentemente da noi, altri uomini, e non semplici
complessi di sensazioni di alto, di basso, di giallo, di solido, ecc., questa
esperienza, diciamo, crea in noi la convinzione dell’esistenza degli oggetti,
dell’universo, dell’ambiente” (48,49)
Questo è il “sano” realismo. “Niente oggetto senza soggetto” è la base della
teoria idealista della conoscenza (Lenin citando Bazarov), e questa è la base
dell’empiriocriticismo e sfocia senza speranze nel solipsismo. Come quasi tutti
i filosofi di professione, che aderiscono all’idealismo nelle sue varie
correnti, gli empiriocriticisti non vedono niente di male nella teoria
solipsista della conoscenza, ma lo nascondono.
A proposito di agnostici e materialisti, Lenin cita Engels ma poi esprime con un
po’ di esagerazione il punto di vista marxista parlando di teoria materialista
della conoscenza in termini di “teoria della riflessione degli oggetti mediante
il pensiero” (80), il che non è eccessivo se si pensa che la riflessione del
pensiero non è determinata, ma nel complesso è una posizione eccessiva. Quando
invece Lenin prosegue con:
“Le cose esistono fuori di noi. Le nostre percezioni e le nostre idee ne sono le
immagini. Il controllo su queste immagini, la discriminazione fra la immagini
esatte e le immagini erronee, ci è fornita dalla pratica” (ivi)
Su questo siamo totalmente d’accordo. Un problema scottante che Lenin affronta è
il seguente: “Esiste una verità oggettiva?” critica Bogdanov che ritiene la
verità solo una forma ideologica. Ma questo equivale a dire, incalza Lenin, che
“non può esserci verità indipendente dal soggetto o dall’umanità, perché noi non
conosciamo altra ideologia che quella umana”. Negare la verità oggettiva è
dunque agnosticismo. Accettare la verità oggettiva è togliere al fideismo ogni
spazio, continua. A questo proposito Lenin commette un errore di “passaggio”
nella dimostrazione. Infatti è fuor di dubbio che la realtà e la verità sono
oggettive e che col tempo noi ce ne formiamo una conoscenza che riflette tale
realtà e verità. Ma questo non significa automaticamente che tutte le verità
della scienza sono oggettive. L’uomo afferra la realtà con i mezzi sociali
creati dallo sviluppo biologico, psicologico e sociale, e dunque nulla
garantisce che alla realtà oggettiva faccia riscontro una scienza altrettanto
oggettiva. Tanto per chiarire con un esempio paradossale: la casa che sta di
fronte a un miope è senza dubbio oggettiva, ma lui la coglierà diversamente,
avrà su di essa sensazioni diverse, da quelle che potrà avere un uomo
normovedente, la stessa realtà, sensazioni diverse. E questo nelle scienze
sociali significa semplicemente: la stessa società, ma scienza di classe. Un
argomento interessante che Lenin tira fuori per spiegare rapporto realtà-scienza
è quello sulla “varietà” del mondo, che anche epistemologi recenti (scuola
popperiana) hanno usato contro la dialettica. Lenin riesce a difendere tale
varietà senza usare argomenti metafisici “socratici”:
“Per il materialismo il mondo è più ricco, più vivo, più vario di quanto sembra,
ogni progresso della scienza discoprendovi nuovi aspetti. Per il materialista le
nostre sensazioni sono le immagini della sola realtà oggettiva, esterna, non
perché sia conosciuta a fondo, ma in quanto non può esserci e non c’è
alcun’altra realtà al di fuori di essa.” (95,96)
Questo è vero, tuttavia un po’ prima di questa frase Lenin era arrivato a dire
che:
“[i seguaci di Mach] non riconoscono la realtà oggettiva, indipendente
dall’uomo, come fonte delle nostre sensazioni. Non vedono in queste la
riproduzione esatta di questa realtà oggettiva” (ivi, sottolineatura mia)
“La materia è una categoria filosofica che serve a designare la realtà oggettiva
data all’uomo nelle sue sensazioni, le quali la copiano, la fotografano, la
riflettono senza che la sua esistenza sia ad esse subordinata.” (96)
Ancora una volta Lenin per difendere la realtà oggettiva difende il risultato
soggettivo e nient’affatto indipendente dall’uomo del processo di conoscenza
della realtà oggettiva. Che gli atomi esistano è un dato incontrovertibile, ma
la fisica atomica non è nata con gli atomi, l’ha creata l’uomo miliardi dopo che
gli atomi venissero ad esistere, posto che non siano eterni. Perciò prendere
insieme realtà e teoria porta a risultati contrari a quelli che Lenin difende.
Non si può, per esempio, spiegare perché ci sono posizioni scientifiche diverse
sullo stesso argomento, né perché avvengono rivoluzioni scientifiche a fronte di
una costanza del fenomeno in esame. Perciò è vero che le sensazioni riflettono,
copiano la realtà, ma la copia che ne risulta può essere infedele o distorta.
Sul rapporto fra verità assolute e relative Lenin cita la polemica
antiduhringiana di Engels per far vedere come solo un metodo dialettico permette
di non rendere la verità assoluta un dogma e la verità relativa una futilità. Il
materialismo dialettico non è relativista, ammette che esistano verità assolute
come risultanti di verità relative. Dopo questa polemica poco chiara Lenin
finalmente arriva a una formulazione soddisfacente:
“Dal punto di vista del materialismo moderno, cioè del marxismo, i limiti
dell’approssimazione delle nostre conoscenze alla verità oggettiva assoluta sono
storicamente relativi, ma l’esistenza stessa di questa verità non è
contestabile, come non è contestabile che ci avviciniamo ad essa. I contorni del
quadro sono storicamente relativi, ma non può contestarsi che questo quadro
rappresenta un modello oggettivamente esistente.” (p.101)
Da dialettico avrebbe dovuto capire che non è affatto detto che la via della
conoscenza sia sempre una facile discesa. In realtà possiamo avere delle fermate
e perfino dei regressi in dipendenza dello sviluppo della società in generale.
Solo così possiamo spiegare come i medievali considerassero la Terra piatta ed
esaltassero Aristotele, mentre Eratostene aveva calcolato con precisione il
diametro della sfera terrestre. Quello che per Lenin c’è di speciale nelle
scienze naturali è che anche se si fa ideologia, si fa basandola su una verità
oggettiva, cosa che non avviene per la religione, ecc. Ma questo è vero solo da
quando religione e scienza sono separate. Se uno stregone di una tribù scopre
una pianta allucinogena e la fa fumare alla tribù perché le visioni create
dall’allucinogeno dimostrino che lo stregone è in contatto con gli dei, come
separare la scoperta e l’avvicinamento alla verità oggettiva dall’ideologia
religiosa? Le visioni fanno parte della verità oggettiva? E gli dei delle
visioni? L’uso che si fa della conoscenza scientifica non garantisce una
separazione netta come vorrebbe Lenin, nella storia del pensiero economico ci
sono decine di esempi su questo.
Attaccando il relativismo Lenin pone una questione molto attuale. E' necessario per un relativista essere soggettivista e agnostico? Se tutto è relativo, niente è necessario. Sembrerebbe dunque che tutto è relativo implichi una teoria idealista della conoscenza[3]. Penso che si possa rispondere così: accettare la assolutezza della realtà esterna non implica accettare la assolutezza della nostra conoscenza in un dato stadio dello sviluppo scientifico dell’umanità. Se relativismo significa “tutto è relativo” allora essere relativisti è un non senso, ma se vuol dire lottare per fare “scienza rivoluzionaria” nel senso di Marx e Kuhn, allora siamo relativisti.
Per questo Lenin dice:
“La dialettica, come spiegava già Hegel, comprende i fattori del relativismo,
della negazione e dello scetticismo, ma non può essere ridotta al relativismo.
La dialettica materialista di Marx ed Engels abbraccia senza contrasto il
relativismo, ma non si riduce ad esso; il che vuol dire ch’essa è d’accordo
sulla relatività di tutte le nostre conoscenze, non tuttavia nel senso della
negazione della verità oggettiva, ma bensì in quello della relatività storica
dei limiti dell’approssimazione delle nostre conoscenze a questa verità” (102)
Un brano molto importante (e che dimostra che il “socratismo” di Popper è stato
ampiamente anticipato da un dialettico). Qual è il criterio attraverso il quale
giudichiamo delle teorie? Non entro qui nella discussione sui “severi controlli”
di Popper, sullo strumentalismo, ecc. Lenin propone il criterio dell’azione:
“La conoscenza non può essere biologicamente utile, utile all’uomo nella
pratica, nella conservazione della vita, nella conservazione della specie, a
meno che non rifletta la verità indipendente dall’uomo. Per il materialista il
“successo” della pratica umana dimostra la concordanza delle nostre idee con la
natura oggettiva delle cose percepite”(104)
E' dunque molto chiaro. Questo conduce inevitabilmente al materialismo, la prova
dell’azione ci porta al marxismo. E a proposito di marxismo e approssimazione
c’è una frase scritta apposta per annientare le idee di Popper, Lakatos e una
quantità di altri che pensano a un marxismo-sistema chiuso:
“ispirandoci alla teoria di Marx ci accostiamo sempre di più alla verità
oggettiva (senza tuttavia esaurirla mai), mentre se seguissimo non importa quale
altra via, non perverremmo, invece, che alla menzogna e alla confusione” (107)
Un’altra espressione attacca l’uso gergale del linguaggio che viene fatto in
filosofia tanto per scoraggiare la divulgazione della teoria:
“Il genio di Marx e di Engels s’è tra l’altro manifestato nel loro sdegno per il
gioco pedante dei termini nuovi, dei termini complicati, degli “ismi” sottili, e
nel loro semplice e franco linguaggio: due sono le tendenze in filosofia, quella
del materialismo e quella dell’idealismo; tra l’una e l’altra si distendono le
sfumature dell’agnosticismo. i laboriosi tentativi fatti per trovare un “nuovo”
punto di vista in filosofia rivelano la stessa indigenza spirituale dell’altro
tendente a trovare una “nuova” teoria del valore, una “nuova” teoria della
rendita, ecc.” (p.111)
Lenin spiega il rapporto tra realtà oggettiva e leggi:
“Il materialismo è l’ammissione delle leggi oggettive della natura e della
traduzione approssimativamente esatta di queste leggi nella testa dell’uomo”
(118)
E poco dopo c’è un brano che spiega come a Lenin interessi la fonte della teoria
della conoscenza e non la precisione della fonte.
“Il problema veramente importante, della teoria della conoscenza, che divide le
correnti filosofiche, non consiste nello stabilire qual è il grado di precisione
delle nostre descrizioni dei rapporti di causalità (…), ma nel sapere se la
fonte della nostra conoscenza di questi rapporti è nelle leggi oggettive della
natura o nelle proprietà del nostro spirito, nella sua facoltà di conoscere
certe verità a priori ecc.” (121)
“L’universo è un movimento della materia, retto da leggi, e la nostra
conoscenza, non essendo che un prodotto superiore della natura, non può che
riflettere queste leggi.” (129)
E' infatti indubbio che la precisione è variabile e anche molto bassa, ma la
fonte della nostra conoscenza qual è? Se non sono le leggi oggettive della
natura sono per forza dentro di noi, e questo porta all’idealismo. A tal
proposito Lenin attacca anche Poincaré “grande fisico e piccolo filosofo” che
con il suo convenzionalismo nega l’esistenza di leggi oggettive nella scienza.
Invece Lenin ribadisce che la nostra conoscenza è un prodotto superiore del
movimento della materia, è una estrapolazione dal mondo esterno. Per questo
Lenin si occupa delle due categorie di spazio e di tempo che ovviamente
considera forme reali da noi approssimate con le nostre concezioni. E arriviamo
così alla formulazione forse più chiara:
“(…) il materialismo, l’ammissione della realtà oggettiva del mondo esterno e
delle leggi della natura esterna, questo mondo e le sue leggi essendo
perfettamente accessibili alla conoscenza umana, ma non potendo mai essere
conosciuti in fondo” (146)
“E' fuori di discussione che l’immagine non può uguagliare il modello, ma una
cosa è l’immagine e una cosa è il simbolo, il segno convenzionale. L’immagine
presuppone necessariamente e inevitabilmente la realtà oggettiva di ciò che
«riflette»“ (184-185)
Se l’uomo può usare la natura per i suoi fini è in quanto ne conosce il
funzionamento.
La materia non esiste più, dice anche qualche scienziato, ma Lenin ribatte, e la
fisica successiva gli ha dato ragione, che il fatto che la materia non abbia le
proprietà che noi pensavamo non significa che non esiste. L’unica proprietà che
a noi interessa è la sua realtà oggettiva, tutto il resto è secondario.
Provvisoria ma non illusoria, ecco lo status della conoscenza per i marxisti.
Lenin, Quaderni filosofici
La cosa interessante è che Lenin cita Rey, un fisico che in pratica espone la
concezione di Kuhn dello svolgimento della storia della scienza:
“Nella storia della fisica, come in tutta la storia, si possono distinguere
grandi periodi che si differenziano per la forma e per l’aspetto generale delle
teorie… Ma arriva una di quelle scoperte che risuona in tutte le parti della
fisica, perché scioglie un fatto capitale fino allora male o parzialmente noto,
e l’aspetto della fisica si modifica: comincia un nuovo periodo” (cit. 241)
Nota: i limiti della validità della logica formale: la riflessione, la
riproduzione è contraddittoria, dialettica, ma deriva dal reale. Hegel dice “la
realtà è l’unità dell’essenza e dell’esistenza”, se rovesci ci siamo:
riflessione e riproduzione.
“La logica è la dottrina della conoscenza. La teoria della conoscenza. La
conoscenza è il rispecchiamento della natura da parte dell’uomo. Ma questo non è
un rispecchiamento semplice, immediato, totale, è invece il processo di una
serie di astrazioni, il processo della formulazione, della formazione dei
concetti, delle leggi ecc., i quali concetti leggi ecc., abbracciano anche in
modo condizionato e approssimativo le leggi universali della natura che è in
eterno movimento e sviluppo” (169)
Lenin spiega che ci sono realmente tre termini: natura, conoscenza umana e
cervello, forma di rispecchiamento della natura nella conoscenza dell’uomo.
“L’uomo non può afferrare=rispecchiare=riflettere la natura intera,
completamente, nella sua «totalità immediata», ma può solo avvicinarsi
eternamente a questo, creando astrazioni, concetti, leggi, un’immagine
scientifica del mondo” (168-169)
“La vita genera il cervello. Nel cervello umano si rispecchia la natura. L’uomo,
controllando e applicando nella sua pratica e tecnica l’esattezza di questi
rispecchiamenti, perviene alla verità oggettiva” (186)
Dice Dietzgen:
“Bisogna estendere il concetto di materia. In esso rientrano tutti i fenomeni
della realtà e, quindi, anche la nostra capacità di conoscere e di spiegare”
(cit. 443)
Soggetto e oggetto sono polarità in eterno sviluppo di un’unica realtà
materiale. La coscienza è il nostro sapere innato:
“I pensieri, la loro fonte e la loro natura sono una materia altrettanto reale e
un materiale altrettanto degno di studio quanto ogni altro” (478)
“La teoria materialistica della conoscenza si riduce alla constatazione del
fatto che l’organo umano della conoscenza non effonde alcuna luce metafisica, ma
è una parte della natura che riflette altre parti della natura” (cit. 483)
Dietzgen spiega che per i kantiani tutto ciò che percepiamo lo possiamo
percepire solo attraverso le lenti della coscienza, le sensazioni ci giungono
come materie prime della conoscenza. Così giungono alla concezione di
obiettività come riconosciuta tale dall’umanità. Non è del tutto errato, manca
il rapporto storico tra oggetto e soggetto, come dice Dietzgen “la differenza
tra oggetto e soggetto è relativa”.
Coscienza=volontà=fine a cui si tende? Non così! La volontà è la coscienza della
necessità. Il fine non è casuale, è il riconoscimento di cosa bisogna fare,
eventualmente in forma alienata. L’errore non è l’antitesi della verità, è parte
della verità anch’esso. Una specie estinta non è meno reale di una specie
tuttora in vita.
Chang En Tse, La teoria del riflesso
Introduzione dell’allora ultramaoista Geymonat: le tre leggi non servono a
nulla. Come conciliare l’oggettività della verità con il suo carattere di
classe? Distinguendo tra verità e ricerca della verità (ridicolo). La prassi non
è la verità, è il criterio di verità (non siamo pragmatisti). Che significa
teoria del riflesso attivo? Riproduzione! Verità concreta, niente relativismo.
Veniamo al cinese:
I: la verità oggettiva esiste e si dimostra con la storia della filosofia
occidentale e cinese; il mondo oggettivo “è l’unica fonte della conoscenza”. Si
può distinguere errore e verità solo a proposito del riflesso della realtà
oggettiva nel pensiero. La verità è l’accordo del soggetto e dell’oggetto. La
riflessione “non può assolutamente essere identificata con l’oggetto riflesso”;
“la scoperta della verità subisce i limiti propri della posizione di classe”
(53), la verità è una, le teorie sociali molte.
II: la prassi è il criterio della verità. E' un criterio oggettivo e sociale di
verità. All’inizio la verità è spesso dominio di uno o di pochi, alla fine
trionfa. La prassi “rende giustizia a tutti” e fa vincere chi deve.
III: verità relativa e verità assoluta: scoperta della verità come processo.
IV: la verità è concreta, la riflessione è concreta e solo la riproduzione
inizia l’astrazione, ma vi è una dialettica
“Per scrivere Il Capitale la cui redazione gli costò alcune decine di anni, Marx
studiò da cima a fondo moltissimi documenti, consultò e riassunse più di 1500
opere” (117)
V: lotta tra la verità e l’errore, essi appartengono entrambi alla conoscenza,
dipendono l’uno dall’altro, non c’è una demarcazione eterna. La fonte
dell’errore è: lo sviluppo delle forze produttive, il carattere di classe della
ricerca. La verità si sviluppa nelle lotte contro l’errore. La verità trionfa e
vissero tutti…
L. Vygotsky, Pensiero e linguaggio
Vygotsky era un genio in anticipo sui suoi tempi di 30-40 anni, gli stalinisti
lo trattarono come una pezza da piedi. Addomesticarono i suoi scritti, come
fecero anche in occidente, da angoli diversi. Mecacci sostiene che Piaget
avrebbe ostacolato la diffusione delle opere di Vygotsky che aveva criticato per
primo il suo lavoro. Ora è considerato un padre della psicologia cognitivista.
“La parola si riferisce sempre non ad un solo oggetto singolare, ma a tutto un
gruppo e a tutta una classe di oggetti. In virtù di ciò, ogni parola rappresenta
una generalizzazione nascosta, ogni parola già generalizza, e dal punto di vista
psicologico il significato della parola è prima di tutto una generalizzazione”
(14)
Geniale
“Il pensiero riflette la realtà nella coscienza in modo quantitativamente
diverso da come lo fa la sensazione immediata” (14)
Vygotsky definisce la riproduzione “riflesso generalizzato della realtà”. Parola
è insieme pensiero e linguaggio. La linguistica tradizionale separa segno e
significato, sintattica e semantica. Come se in natura un suono di una parola
avesse significato. Criticando-elogiando Piaget:
“La crisi in psicologia è anzitutto la crisi delle basi metodologiche di questa
scienza. Le sue radici affondano nella sua storia. La sua essenza risiede nelle
lotte tra tendenze materialistiche e idealistiche…” (25)
Insomma descrive uno stato preparadigmatico. Vogliono restare “ai fatti” per
paura di generalizzare e teorizzare. Ma Piaget ha scoperto cose nuove grazie al
metodo nuovo. Nota come Vygotsky ha anticipato bellamente Popper:
“[Piaget] spera di sfuggire alla crisi dietro al muro alto e solido dei fatti.
Ma i fatti l’hanno ingannato e tradito. Hanno portato a dei problemi. I problemi
hanno portato ad una teoria, seppure non sviluppata…” (27)
La teoria c’è anche se Piaget non la vuole. I fatti vengono esaminati alla luce
di qualche teoria. Claparède ha elaborato una teoria che le difficoltà nel corso
di un’attività conducono alla presa di coscienza della stessa. Ha un senso: per
esempio una burocrazia difficilmente prende coscienza di sé finche non viene
sfidata (ad es., Stalin da Trotskij). Contro la psicoanalisi e Piaget, Vygotsky
dice: non si può opporre la soddisfazione dei bisogni e l’adattamento alla
realtà, perché è l’adattamento alla realtà che soddisfa il bisogno e ogni
adattamento alla realtà è diretto dai bisogni. Una generalizzazione ha in sé le
tre leggi della dialettica:
- quantità e qualità (induttivismo)
- unità degli opposti (asserzione singolare-universale)
- nega l’asserzione che però è parte della negazione ecc.
Piaget ha generalizzato situazioni sociali particolari (asili europei borghesi).
Sia nella filogenesi che nell’ontogenesi i rapporti tra pensiero e linguaggio
mutano. La loro origine però è diversa. Pongidi: limitatezza della capacità di
rappresentazione (Vygotsky anticipa già tutto quello che poi si capirà studiando
Kanzi ecc.) Lo sviluppo del pensiero dipende dal linguaggio che è un suo mezzo.
Ma il tipo di sviluppo muta nel pensiero sociale. La creazione di concetti è sia
onto che filo, una qualità nuova, non un semplice sviluppo di legami
associativi. Il bambino può usare ‘fiore’ (ma anche un nome specifico) per
indicare tutti i fiori. Poi pian piano acquisisce tanto concetti concreti quanto
la capacità di concepire il termine e i rapporti astratti.
“La coscienza si sviluppa come un tutto, modificando a ciascuna tappa tutta la
sua struttura interna e il legame tra le parti, e non come la somma di
modificazioni parziali che intervengono nello sviluppo di ciascuna funzione
isolata. La sorte di ciascuna parte funzionale nello sviluppo della coscienza
dipende dal cambiamento del tutto e non accade l’inverso” (234)
La modificazione della struttura funzionale della coscienza costituisce la
sostanza principale del processo di sviluppo psichico. Si prende coscienza
formando un sistema di concetti con una struttura di relazioni. Il bambino
apprende, imita, riproduce il mondo che lo circonda e si sviluppa. Il sistema
dei concetti permette la comprensione del reale. Il bambino riorganizza tutto il
proprio sapere man mano che apprende. Legame apprendimento-sviluppo (contro
Piaget). Rapporto centrale: oggetto-parola-coscienza. Ruolo delle parole nel
loro complesso sulla coscienza.
“La parola è nella coscienza ciò che, secondo l’espressione di Feuerbach, è
assolutamente impossibile per un solo uomo, ma è possibile per due. E'
l’espressione più diretta della natura storica della coscienza umana. La
coscienza si riflette nella parola come il sole in una piccola goccia d’acqua.
La parola sta alla coscienza come un piccolo mondo ad uno grande; come una
cellula vivente ad un organismo, come un atomo al cosmo. Essa è un piccolo mondo
della coscienza. Una parola piena di senso è un microcosmo della coscienza
umana” (396)
(un frattale!)
Per il materialismo storico conoscere è un processo attivo, implica la
trasformazione del reale. Questo vale per tutti gli animali ma particolarmente
per l’uomo, che è cosciente. La coscienza è dunque connessa a questa
formulazione attiva della conoscenza. Se si accetta l’interpretazione
materialista della teoria dei tre mondi, si ha una soluzione alla storica
diatriba sulla unicità o meno del metodo tra scienze naturali e scienze sociali:
le prime attengono il rapporto mondò-mondo3, le seconde mondò-mondo2-mondo3,
essendoci un passaggio in più, occorre un metodo diverso.
Vari autori
«la natura non è un prodotto dello spirito ma lo spirito stesso non è che il più
alto prodotto della materia.» (F. Engels, Ludwig Feuerbach)
Ecco la base della nostra teoria della coscienza.
«La base di ogni scienza sta nella conoscenza del modo in cui si svolge il
pensare. Pensare significa sviluppare dai dati sensoriali, dal particolare
l’universale.» (K. Marx, Lettere a Kugelmann)
Ovvero pensiero-linguaggio-coscienza: astrazione, scienza.
«La natura del sistema determina la psicologia dei suoi componenti, non
viceversa.» (Baran e Sweezy, Il capitale monopolistico)
«La filosofia è o anticipazione generica dei problemi, che la scienza deve
ancora elaborare specificatamente, o è riassunto ed elaborazione concettuale dei
risultati cui le scienze siano già giunte» (A. Labriola, La concezione
materialistica della storia)
G. Plechanov, Le questioni fondamentali del marxismo
Un buon libro. L’autore è stato il protagonista della prima manifestazione politica pubblica del paese, e vi ha fondato socialismo e marxismo. Il libro è uscito l’anno in cui morì Marx.
Il marxismo è l’erede moderno di una lunga tradizione del pensiero che risale sino agli ilozoisti e materialisti della Grecia. Ma all’epoca moderna non basta essere materialisti, come Feuerbach, da dove prende le mosse il pensiero di Marx.
I materialisti sanno sempre dove andrà la scienza; ad esempio Huxley scriveva:
“nessuno di coloro che conoscono la scienza contemporanea e che conoscono i
fatti può dubitare che occorra cercare le basi della psicologia nella fisiologia
del sistema nervoso” e Forel diceva che la coscienza è “un riflesso interno
dell’attività cerebrale”; ovviamente non ne avevano ancora le prove. Per i
materialisti il pensiero è un’attività del cervello. A dimostrazione che Gould
non ha inventato nulla, vediamo che De Vries in un suo libro del 1901 spiegava
che il lato debole del darwinismo sta nel fatto che spiega l’origine della
specie con cambiamenti graduali. Allo stesso modo un tizio di nome Waitz
anticipa totalmente Diamond quando spiega lo sviluppo degli indiani americani
con la completa assenza di animali domestici. Già nel 1877 Noiré scriveva: “fu
l’attività in comune, indirizzata verso uno scopo comune, fu il lavoro
mrimordiale dei nostri antenati a far nascere il linguaggio e la vita culturale”
(cit. 67), e continua spiegando che le cose esistono per l’uomo solo non appena
e nella misura in cui questo può modificarle.
F. Mikhailov, The Riddle of the Self
L’uomo impara a distinuersi dall’ambiente circostante, non nasce “distinto”. Ma questo vale anche per l’uomo come specie. Solo quando l’uomo comincia a produrre le condizioni obiettive della propria produzione diviene cosciente di ciò che è. Come sempre, la coscienza è la conseguenza della prassi, fare allontana dalla passività, dalla pura ripetizione genetica. La prassi sociale e individuale rende il nostro un cervello creativo. La riproduzione creativa del mondo esterno, l’uso delle leggi di natura per la costruzione della vita umana è la base della coscienza ed è un risultato ora genetico di un processo storico sociale. Pensare significa creare.
Il processo è generale, va dal tutto al particolare; proprio come nel
linguaggio, che è un universo di simboli e dove un solo termine suggerisce
l’esistenza di un intero mondo. Il linguaggio, come la coscienza, è un risultato
inatteso della prassi sociale. La coscienza, il controllo su cuò che fa il
corpo, “l’interno”, deriva dallo sviluppo delle forze produttive, ciò che fa
“l’esterno”. Così ogni individuo è un viaggio unico tratto da una strada comune:
la realizzazione della storia umana. La piena presa di coscienza deriva dalla
divisione sociale del lavoro, che sviluppa le forze produttive, crea le basi
delle società di classi, della nascita di ideologie, dello Stato.
A. N. Leontiev, Marxism and Psychological Science
La coscienza è una forma superiore di riflessione della realtà. Per il marxismo
la prassi, l’attività, sono la base della coscienza.
L. Vygotsky, The Historical Meaning of the Crisis in Psychology
Con Freud e Adler l’inconscio ha preso il centro della scena della scienza psicologica. Le forme patologiche mostrano le caratteristiche più pure dell’Io. Discutendo dello sviluppo della teoria psicologica Vygotsky anticipa Kuhn.
Una volta che le idee hanno conquistato un ramo della disciplina, poi si propagano nei rami adiacenti. In una successiva fase di sviluppo la nuova idea (il paradigma) controlla tutta la disciplina, che è stata modificata secondo i dettami dell’idea stessa, e si estende oltre. Alla fine entra in crisi. Altre teorie, che rappresentano altre tendenze sociali, conquistano la scienza. Il vecchio paradigma iene smascherato come camuffamento ideologico dei vecchi signori e cade in disgrazia.
La psicologia è entrata in crisi quando è stata applicata in concreto. La
pratica ha anche fatto emergere le profonde carenze metodologiche della
psicologia, la mancanza di un serio metodo scientifico, di una filosofia
cosciente.
H. Wallon, The Psychological Development of the Child
L’uomo è un animale sociale cioè un animale fatto per e di relazioni. Relazioni
significa emozioni come base per le comunicazioni. Il linguaggio fornisce un
mezzo per la rappresentazione astratta delle cose.
E. Fromm, Human Nature and Social Theory
Nel ‘69 Fromm scrisse al filosofo russo Dobrenkov per spiegare i suoi punti di
vista. Parte dicendosi molto vicino a Marx.
Curthoys e altri, Metodo scientifico tra anarchismo e marxismo
Due filosofi australiani marxisti attaccano frontalmente Feyerabend, smascherandone la debolezza teorica e la posizione reazionaria in politica. L’anarchismo è radicale in teoria e conformista nei fatti. L’analisi che Feyerabend fa del caso Galileo è falso da cima a fondo. Il metodo non garantisce buona scienza, non viene prima. Come fa a esserci la libertà degli individui e insieme a esserci causazione? Se le cose sono spiegabili non c’è libero arbitrio.
Si può fare distinzione tra teorie scientifiche e ideologiche? No, tecnicamente
parlando. Il nostro è un giudizio storico: la posizione storica di una classe ci
dice quanto male fa il contenuto ideologico, i principi basilari, della scienza
dell’epoca.
Popper non arrivò mai a comprendere il ruolo della necessità dei rapporti di
produzione in ciò che va scoperto e come lo si scopre e come lo si distribuisce.
Lakatos pensava di difendere il popperismo facendone una sorta di
convenzionalismo critico. Ma da dove vengono le convenzioni?
“a Feyerabend piace considerarsi un po’ demonio…ma l’autorità costituita è in
grado di metterlo facilmente a posto…fa le capriole e lancia i suoi sberleffi
come un buffone di corte, ma, come ogni buffone, quando tutto è stato detto e
fatto, rimane un lacchè.” (148)
Kuhn e Althusser ripresero a piene mani da Bachelard di cui Althusser fu anche
allievo.
[2] Si veda D. Oldroyd, Storia della filosofia della scienza.
[3] E' l’accusa che J. Barrow muove, secondo me a torto, a Kuhn
in “Il mondo dentro il mondo”.
Csepel - Xepel - Homolaicus