IDEE PER UNA SCIENZA UMANA E NATURALE


RIFLESSIONE E RAZIONALITA' NELLO SVILUPPO SCIENTIFICO

Da molti secoli esiste nella storia della conoscenza l'interesse per la riflessione, ma la sua portata metodologica ha cominciato a rivelarsi solo nel XX sec. R. Brauer, p. es., criticando la matematica e la logica classica, ha suscitato un forte interesse per i fondamenti della scienza matematica. La scoperta dei paradossi nella teoria degli insiemi ha stimolato in maniera determinante la riflessione matematica ab intra. Le ricerche intensive nella logica e nella metamatematica hanno avuto per effetto una migliore comprensione della struttura logica del sapere esatto. Si è cioè potuto stabilire una distinzione più netta fra i livelli oggettivo e metaoggettivo della teoria, fra il sistema formale e l'interpretazione. Le discussioni ancora oggi si sprecano sui problemi metodologici legati alle nozioni di verità e di precisione, di rigore matematico e di logica.

Tuttavia, il ruolo metodologico della riflessione s'è manifestato soprattutto nello sviluppo della fisica. Il passaggio dalla fisica classica a quella moderna ha comportato un mutamento nella concezione stessa di cosa significa conoscere la realtà fisica. La rottura con le idee epistemologiche della fisica di Newton si è approfondita dopo l'inizio del XX sec., e oggi nuovi principi metodologici si vanno formando, anche nell'ambito della riflessione che concerne i rapporti fra coscienza morale e problemi globali dell'umanità. Quanto più cresce il ruolo del 'fattore umano' nei campi della conoscenza e dell'attività pratica, tanto più si avverte la portata culturale generale della riflessione, specie in quelle società in cui sono fortemente in crisi gli orientamenti normativi di fondo.

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Se noi consideriamo il ruolo della dimensione umana nel meccanismo dell'attività cognitiva, tre tappe nella storia dello sviluppo delle scienze esatte possono essere evidenziate, in modo più o meno convenzionale: quella aristotelica, quella galileiana e quella bohriana. Nella prima le scienze esatte sono allo stadio della loro formazione, quando i limiti erano quelli della coscienza pratica quotidiana. Il tratto distintivo della scienza aristotelica era il suo orientamento verso quello strato della realtà immediatamente accessibile alla percezione umana. Ciò in quanto ci si limitava ad osservare -secondo le regole del buon senso- le connessioni empiriche elementari. Il principio di oggettività (il più importante requisito della razionalità scientifica) si fondava su diversi assunti implicitamente ammessi. Si trattava cioè delle 'evidenze' dell'esperienza quotidiana e della cultura dell'epoca: anzitutto, la convinzione che il fenomeno è identico, nel suo contenuto, a ciò che viene concretamente percepito e, in secondo luogo, l'idea che una teoria scientifica è deducibile direttamente dalla natura, quale mera esperienza sensoriale. Proprio questa esperienza, per gli antichi, garantiva l'oggettività della teoria. Ed esperienza voleva soprattutto dire che i meccanismi di percezione di tutti gli uomini sono uguali, cioè universali, per cui il progresso della conoscenza deve necessariamente eliminare gli elementi arbitrari della soggettività, sia a livello di strumenti cognitivi che a livello dei risultati ottenuti.

Una posizione, questa, ingenua e affascinante allo stesso tempo, poiché se l'identità di verità ed evidenza fosse veramente applicabile, lo sviluppo della scienza sarebbe caratterizzato da un progresso impetuoso. Purtroppo invece il salto nel buio del millennio medievale sta proprio a dimostrare il contrario. L'acquisizione della verità scientifica è un processo lento e faticoso, ove s'impongono drammi e rotture, impennate in avanti e clamorosi balzi indietro.

La differenza principale del metodo aristotelico rispetto a quello galileiano nello studio della natura è in pratica la seguente. Aristotele dapprima si chiede il perché questo o quel fenomeno si produce, poi dà la sua spiegazione metafisica, considerando pacifico che il fenomeno si manifesti esattamente nel modo come viene osservato. Galileo invece si chiede anzitutto come il fenomeno si produce realmente, dopodiché ne ricerca la causa, formulandola sì in astratto, ma per cercare subito dopo una verifica sperimentale. La svolta metodologica di Galileo ha imposto l'uso di un apparato concettuale specializzato, solo grazie al quale è possibile cogliere esattamente il senso 'fisico' della realtà. Il ricercatore diventa ora un professionista e il suo ruolo creativo, legato alla necessità di formulare nuovi significati, nuove ipotesi interpretative, che possano trovare riscontri nell'esperienza quotidiana, cresce enormemente.

Galileo e, prima di lui, Copernico riuscirono a convincere il mondo che l'esperienza della realtà necessita di un atteggiamento critico, in quanto l'esperienza in sé non è qualcosa di identico al mondo degli oggetti. E' vero che l'esperienza resta la pietra di paragone della teoria, tuttavia ora l'esperienza quotidiana, per essere vera, deve trasformarsi in esperienza scientifica. E questa trasformazione deve seguire tre direttive fondamentali:

  1. prima di decidere il 'perché' bisogna rispondere alla questione del 'come'. A tale scopo si deve predisporre la costruzione (più o meno simulata) di situazioni sperimentali in cui l'osservazione dei fenomeni 'allo stato puro' sia possibile. I dati dell'esperienza servono a formulare delle ipotesi sulle strutture fondamentali della realtà, espresse generalmente in linguaggio matematico.
  2. Per poter combinare l'ipotesi espressa in modo matematico con l'esperienza, occorre che l'esperienza stessa sia metricamente organizzata, ovvero che i dati dell'esperienza vengano espressi quantitativamente.
  3. Secondo la concezione degli scienziati di tipo galileiano, l'esperienza non è la base da cui si può trarre la verità fondamentale di una teoria, in quanto essa può sempre ingannare. L'esperienza e quindi l'esperimento possono tutt'al più 'suggerire' nuove idee, mentre la loro principale funzione è quella di essere strumenti di verifica della teoria, mediante il confronto delle sue conseguenze ultime con i dati empirici.

A partire da questo momento il progresso verso la verità oggettiva si trova mediato dalle costruzioni scientifiche, che nello stadio iniziale sono meramente ipotetiche. Tuttavia, con la fisica nucleare di Niels Bohr la situazione cambia radicalmente. Com'egli infatti sottolinea, tutta la struttura concettuale della fisica classica (galileiana) riposava sull'ipotesi che fosse possibile fare una distinzione fra il comportamento degli oggetti materiali e la loro osservazione. Senonché, mentre per questo tipo di fisica l'interazione fra gli oggetti e gli strumenti di misurazione poteva essere tranquillamente ignorata, per la fisica quantistica invece -afferma lo scienziato- questa interazione fissa un limite assoluto alla nostra possibilità di parlare ad es. del comportamento degli elementi atomici, che sono indipendenti dai mezzi di osservazione. La scienza, in pratica, si trova nuovamente posta di fronte al problema che aveva angosciato i filosofi dell'antichità: come conciliare la nostra situazione di attori e spettatori nel grande dramma dell'esistenza? I vecchi principi di descrizione oggettiva e di coordinamento razionale della teoria con l'esperienza si rivelano del tutto inadeguati nella nuova situazione di studio dell''infinitamente piccolo'.

Naturalmente, la necessità di prendere in considerazione il contributo del soggetto ai risultati della conoscenza, ovvero l'impossibilità di eliminare completamente il 'fattore umano', ha spinto alcuni ricercatori occidentali a interpretare tutto ciò come un ostacolo insormontabile alla conoscenza oggettiva della natura. Oggi però molti altri tendono a sostenere il contrario, e cioè che il contributo del soggetto non è affatto un ostacolo, ma anzi la necessaria condizione di uno studio adeguato del micromondo.

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Volgiamo ora lo sguardo verso la moderna matematica. Si sa che negli ultimi 30 anni K. Gödel, A. Tarski e altri hanno ottenuto dei risultati fondamentali sul problema della dialettica formale/pertinente, riflessivo/non riflessivo nei sistemi deduttivi. Si è cioè scoperto che una teoria può essere ridotta a formule simboliche manipolabili all'interno di un certo insieme di regole. In tal modo si può fare astrazione dal contenuto cognitivo espresso dalla stessa teoria scientifica sottoposta a formalizzazione.

Questa metodologia 'simulativa' ha creato dei problemi epistemologici assai delicati. Il primo dei quali è il seguente. Come noto, la conoscenza umana (qualunque forma oggettivata le si conferisca) resta 'conoscenza' solo per quel tanto che noi riusciamo a decifrarla in virtù di codici interpretativi presenti nella nostra coscienza. Ebbene, proprio questa modalità, necessaria al sapere pertinente, è stata scartata nella suddetta formalizzazione. In secondo luogo, l'assunto secondo cui il sapere umano è sempre un sapere su qualcosa posto al di fuori del sapere stesso, è stato contraddetto da un altro assunto, quello secondo cui la particolarità del sapere oggettivato consiste nel fatto ch'esso stesso rappresenta una certa realtà, un certo 'corpo' del sapere. Per cui, in caso di necessità, è possibile fare astrazione totale dalle connessioni relazionali della teoria con la realtà.

Moltissimi matematici si sono chiesti fin dove è possibile spingersi sulla strada di questa forte dissociazione del sapere formale e contenutistico. Ci si chiede cioè se il contenuto cognitivo di una teoria scientifica può essere riflesso in modo esaustivo da una formalizzazione di questo tipo. Ora, come noto, l'esperienza delle ricerche sui fondamenti della matematica ha dimostrato anzitutto che è impossibile eliminare completamente il soggetto, sia dal processo che dal risultato della conoscenza; in secondo luogo, che è possibile indicare dei limiti all'interno dei quali l'astrazione dal fattore soggettivo può essere razionalmente giustificata.

Lo sviluppo intensivo di campi conoscitivi come la biologia contemporanea, l'ecologia, l'insieme delle scienze umane, la genetica ecc., mostra chiaramente come la separazione totale del soggetto dall'oggetto sia cosa assai utopica. Il ricercatore non può rinnegare la sua individualità quando prende in esame le manifestazioni della soggettività: azioni, avvenimenti, cultura, opere d'arte ecc. La conoscenza di un soggetto da parte di un altro soggetto deve saper preservare le qualità personali di quest'ultimo: coscienza, libertà, unicità, altrimenti è impossibile comprendere adeguatamente le qualità personali del soggetto in esame. Un intervallo di astrazione dalla soggettività può essere tollerato solo quando l'oggetto in causa non è immediatamente riconducibile all'azione dell'uomo.

E' evidente, in sostanza, che i ricercatori non possono più nascondersi la tendenza integrativa della dimensione umana nel processo cognitivo. Nelle tappe anteriori dello sviluppo scientifico l'oggettivazione dei risultati acquisiti avveniva con l'aiuto dei mezzi ordinari elaborati dalla scienza. Oggi è diventato necessario mettere sotto controllo le procedure stesse che garantiscono i risultati oggettivi. Si deve cioè tornare a valorizzare -come nell'antichità- l'esigenza del momento soggettivo, ma a partire da una capacità di riflessione e di analisi completamente diversa.

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In cosa consista questa capacità di riflessione è presto detto. Essa è una caratteristica tipica dell'uomo. Nella storia della filosofia e della scienza la ritroviamo nell'ironia socratica, nel dubbio cartesiano, nel dialogismo dello stile euristico galileiano, nelle antinomie kantiane, ecc. Fu però Marx a scoprire per primo, nelle Tesi su Feuerbach, la differenza fra la riflessione dialettico-materialistica e quella materialistico-contemplativa. Per la prima volta si capì che l'uomo è un essere attivo, teleonomico, capace di trasformare praticamente il mondo. L'epistemologia tradizionale, essendo qui gravemente lacunosa, quando si accingeva allo studio dei modi della conoscenza scientifica, lasciava sempre fuori dal suo campo d'indagine gli orientamenti metodologici e i fondamenti storico-culturali degli atti cognitivi (ragionamenti, procedure, metodi). Viceversa, oggi lo studio della struttura e della dinamica dei sapere scientifico richiede sia una forte comprensione delle interazioni fra elementi consci e inconsci del sapere, che una riflessione critica, da parte dello spirito scientifico, sui propri presupposti d'indagine.

Qual è dunque la struttura del sapere riflessivo contemporaneo? Anzitutto esso è consapevole che il campo di sua competenza, la sua profondità e le sue possibilità semantiche sono sempre limitate da dei presupposti impliciti. La riflessione, come la verità, è sempre sottesa da alcune premesse, che ne sia cosciente o no il ricercatore. Ovviamente queste premesse hanno un peso diverso a seconda che sia in causa un'analisi meramente empirica del dato oggettivo o invece un'analisi riflessiva sullo stesso sapere scientifico. In questo secondo caso lo scienziato tende a trasformarsi in filosofo o metodologista, e la scienza in questione potrebbe chiamarsi 'metagnostica' (una riflessione sulla riflessione).

Storicamente parlando, il tipo più semplice di comprensione si situa al livello del 'buon senso'. Le sue premesse implicite sono gli assiomi dell'esperienza pratica quotidiana, con le sue generalizzazioni obiettivamente vere e tutte le sue illusioni storicamente inevitabili. La comprensione, nell'antichità e fino a Galileo, si fondava sul postulato, implicitamente ammesso come universale, dell'identità dell'esperienza personale con quella di altri esseri umani. Questa proposizione garantiva una relativa validità della comprensione (e della comprensione reciproca), in quanto possedeva alcuni fondamenti razionali:

  1. l'identità oggettiva di queste o quelle azioni pratiche,
  2. la somiglianza dei meccanismi psico-fisiologici di percezione di tutti gli uomini.

Oggi tuttavia la pensiamo diversamente. Riteniamo cioè che l'essere umano possa adottare un atteggiamento critico verso ciò che i suoi organi di senso considerano 'evidente', oppure che possa chiedersi se i dati della percezione corrispondano alla situazione oggettiva. Per risolvere questo problema occorre superare un certo limite epistemologico reale che separa l'oggettivo dal soggettivo. In tal caso esistono almeno due possibilità:

  1. utilizzare le indicazioni degli organi di senso secondo altre modalità,
  2. realizzare un'interazione pratica dell'oggetto osservato con un altro. Dall'effetto previsto, ottenuto o no, noi potremo giudicare la validità del nostro primo giudizio.

Un livello più elevato di comprensione è legato, nella storia della cognizione, all'apparizione d'un quadro teorico particolare: il 'paradigma', che si oppone alla consapevolezza quotidiana e che viene adottato da una determinata comunità scientifica. Di qui il problema di trasferire i 'sensi della scienza' nell'ambito della cultura generale. Benché tutto ciò sia il prodotto dell'attività consapevole degli scienziati, molti aspetti restano al livello del 'sapere implicito'. Eppure la questione del significato di questi o quei termini scientifici è priva di senso al di fuori di una posizione cognitiva dello scienziato. L'analisi riflessiva serve appunto a esplicitare i fondamenti oggettivi dei postulati inespressi.

Se si interpreta la posizione cognitiva come un aspetto puramente soggettivo che non determina né il mondo conoscibile delle cose, né i modi storicamente dati d'interazione pratica con esse, si dovrà o rinunciare alla razionalità scientifica, quale principio regolatore, oppure interpretare erroneamente questo principio stesso nello spirito del soggettivismo (vedi ad es. la posizione di T. Kuhn). Naturalmente una posizione cognitiva può anche essere inadeguata e può deformare poco o molto la realtà riflessa. Ma il problema è appunto quello di sapere come sia possibile una comprensione adeguata del soggetto e non quello di negare al soggetto l'utilità di questo compito. Ciò di cui bisogna tener conto, nell'individuare le condizioni oggettive della conoscenza, sono due fattori: il punto di vista del soggetto conoscente, che definisce la prospettiva intellettuale della sua visione della realtà; e una certa misura obiettiva, esterna al soggetto, che il soggetto può cogliere, nel mentre analizza l'oggetto, con l'aiuto dei mezzi pratici e concettuali di cui dispone.

Dal punto di vista della razionalità scientifica delle scienze naturali classiche, la realtà soggettiva era intesa come qualcosa di storicamente astratto, opposto al mondo oggettivo, secondo un limite stabilito una volta per tutte. Oggi invece, la metodologia dell'approccio concreto considera il campo d'interazione del soggetto e dell'oggetto come una formazione pluridimensionale, in cui è possibile identificare un intervallo di opposizione fra soggetto e oggetto solo attraverso l'analisi riflessiva, in ogni specifico caso. La mobilità della linea di demarcazione fra il soggetto e l'oggetto s'è interamente manifestata per la prima volta durante lo studio del micromondo fisico. E comunque, nella misura in cui nel futuro appariranno nuove 'dimensioni umane' della scienza, la dialettica dei rapporti soggetto/oggetto diventerà sempre più parte in causa della riflessione critica e autocritica.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Scienza -  - Stampa pagina
Aggiornamento: 23/04/2015