DAVVERO NON ESISTE UNA SCIENZA PROLETARIA?

IDEE PER UNA SCIENZA UMANA E NATURALE


DAVVERO NON ESISTE UNA SCIENZA PROLETARIA?

Premessa

Ancora ai tempi di G. Lukács si sosteneva, in ambienti marxisti, che la scienza poteva essere divisa in "borghese" e "proletaria", essendo la prima un'ideologia travestita da scienza, che difende interessi di classe, mentre la seconda è la vera scienza che difende gli interessi del popolo lavoratore.

La differenza di principio era nata negli anni Trenta, quando in Russia si sosteneva fosse "borghese" la scienza darwinista che si opponeva a Trofim Lysenko, alla sua idea dell'ereditarietà dei caratteri acquisiti. Lysenko, il biologo favorito di Stalin, nel 1948, e per più di quindici anni, riuscì ad imporre in Urss una situazione dittatoriale nella comunità scientifica attraverso l’abolizione della genetica mendeliana e l’imposizione di una teoria neolamarckista, secondo cui l'eredità dei caratteri sarebbe influenzata da fattori ambientali e che, in onore dell’agronomo russo Ivan Micurin - pioniere di tale concezione -, fu battezzata "micurinismo".

La contrapposizione di una pretesa “scienza proletaria” alla “scienza borghese” era un motivo tipicamente “bogdanoviano” che, all’inizio degli anni Trenta, divenne il tema portante dei normalizzatori staliniani, protagonisti prima dell’attacco all’ecologia, poi a quello della genetica mendelliana. Osteggiata da vari scienziati sovietici, questi finirono col pagare di persona: da N. Vavilov a N. Tulajkov, G. D. Karpečenko e altri ancora.

Lysenko andò in pensione nel 1965, ma restò un accademico temuto fino al 1975, quando Brežnev lo fece espellere dall'Accademia con la motivazione che "la politica deve poter intervenire nell'orientamento delle ricerche". I danni che aveva fatto subire all'agricoltura sovietica erano stati enormi.

Negli anni Cinquanta, Jean-Toussaint Desanti (1914-2002) scriveva un saggio intitolato Science bourgoise, science prolétarienne per esaltare la seconda. Poi ci ripensò.

Negli anni Sessanta e Settanta le femministe americane denunciano la scienza borghese dei maschi bianchi e privilegiati.

Dagli anni Novanta la scienza è "borghese" per i militanti terzomondisti, in quanto nega qualunque valore a tutto ciò che non è occidentale.

Oggi il socialismo è arrivato alla conclusione che la scienza non può essere in sé aggettivata: semmai è il suo uso che deve esserlo.

Come reimpostare il problema

Perché oggi si sostiene che non esiste e mai esisterà una "scienza proletaria"? Il motivo principale sta nel fatto che dicendo "proletaria" si teme d'essere accusati di non fare "scienza" ma "ideologia", cioè di dire cose non perché oggettivamente vere ma perché politicamente strumentali, finalizzate appunto a una posizione di parte.

Ma il motivo è anche un altro: il marxismo ha avuto la pretesa di dimostrare, servendosi della scienza borghese, che il capitalismo ha in sé delle contraddizioni così antagonistiche che ne rendono inevitabile il superamento in direzione del socialismo. E' la stessa scienza economica borghese che porta a questa conclusione, ovviamente a condizione che si faccia del nesso capitale/lavoro un'antinomia di fondo, un insanabile contrasto.

Detto questo, gli economisti borghesi continuano a sostenere che in realtà non vi sono alternative praticabili al capitalismo, e quelli socialisti insistono nel dire che, andando avanti di questo passo, il capitalismo è destinato a rendere sempre più invivibile la vita sociale e civile. Entrambi gli schieramenti, quando parlano di "scienza", non mettono mai in discussione i principi generali su cui essa si fonda, che sono poi quelli stabiliti con la nascita dell'umanesimo, con la nascita dello sperimentalismo galileiano, con la nascita di tutte quelle riflessioni filosofiche che hanno voluto porre l'uomo al disopra della natura.

La scienza borghese s'illude di poter considerare il sistema capitalistico una formazione sociale di tipo non "storico" ma "naturale"; e la scienza proletaria ha la pretesa di dire esattamente il contrario. Davvero dunque la differenza tra le due scienze si pone solo a questo livello? Davvero non possiamo pretendere una vera scienza "proletaria", che non sia semplicemente una diversa interpretazione dei fatti economici, fatta salva una base borghese condivisa?

Una "scienza proletaria" andrebbe anzitutto intesa in senso "antiscientifico", cioè in un senso che rimetta in discussione i presupposti stessi della scienza su cui si è edificata la società borghese e su cui si vorrebbe edificare anche quella socialista, pur nella variante del primato concesso al lavoro, intrinseco a una previa socializzazione dei mezzi produttivi.

Sono in realtà proprio questi stessi "mezzi produttivi" che vanno ripensati. Aspirare a socializzarne la gestione non serve a nulla, se prima non ci si chiede qualcosa di sostanziale sulla loro legittimità. Una vera "scienza proletaria" non può più darla per scontata.

Alla luce di quanto accaduto alla natura, in questi ultimi due secoli, occorre rimettere in discussione la legittimità degli stessi mezzi produttivi, i quali, nati in ambito borghese, dovrebbero essere ereditati (e nel "socialismo reale" lo sono effettivamente stati) dalla futura società socialista, stando alle previsioni dei classici del marxismo.

In 70 anni di "socialismo reale" non abbiamo soltanto sperimentato l'illusorietà di far coincidere "socializzazione" dei mezzi produttivi con la loro "statalizzazione" (con tutto quel che di antidemocratico, sul piano politico e culturale, ha comportato un'equiparazione del genere). Abbiamo anche sperimentato l'illusorietà di poterci risparmiare conseguenze nefaste sull'ambiente solo perché la proprietà dei mezzi produttivi era state resa "pubblica".

Una "scienza proletaria" dovrebbe dunque essere una scienza che si rifà in toto alle leggi della natura. Il vero "proletario" è colui che, non possedendo nulla, si lascia "possedere" dalla natura. Lascia cioè che sia la natura a dettargli le condizioni della propria esistenza in vita.

Il "proletario" diventa un "soggetto di natura", colui che non usa nulla che possa ostacolare i processi riproduttivi di chi gli offre i beni essenziali per sopravvivere.

Il moderno "proletario" non fa soltanto un discorso di socializzazione dei mezzi produttivi, ma anche uno sull'uso ecocompatibile di tali mezzi. E considera quest'uso prioritario su tutto, l'unico vero parametro per stabilire il grado di benessere, il livello di vivibilità, di umanizzazione di una qualunque comunità sociale.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Scienza -  - Stampa pagina
Aggiornamento: 14/12/2018