IDEE PER UNA SCIENZA UMANA E NATURALE


SCIENZA E COSCIENZA

In ogni indagine astronomica bisognerebbe chiedersi, ogniqualvolta si prospetta l'esistenza di "entità exraterrestri", quante possibilità possiamo considerare accettabili in rapporto all'interno universo.

E' probabile che queste chances non siano infinite. Infatti, anche solo prendendo in considerazione la nostra galassia, esse sono praticamente uguale a zero. A tutt'oggi non riusciamo andare al di là delle mere ipotesi.

Dunque per quale ragione bisognerebbe credere nell'esistenza di qualcosa di "intelligente" al di fuori della nostra galassia, visto che questa eventualità non si è verificata neppure in quella in cui noi viviamo?

Se le condizioni che hanno generato la vita (in tutte le sue incredibili forme) sul nostro pianeta, fossero così facilmente riproducibili. in questo momento (cioè considerando i tempi dell'evoluzione cosmica) noi non avremmo una ma decine di esistenze intelligenti più o meno simili alla nostra, proprio in virtù dell'infinità dell'universo.

Dunque a che pro ostinarsi a credere in una cosa così improbabile? L'esigenza di dover supporre l'esistenza di esseri "diversi" da noi, anche più intelligenti di noi, non rispecchia forse un modo magico, infantile, di guardare i nostri problemi, quelli che non riusciamo a risolvere e che ci paiono più grandi delle nostre forze?

Una volta gli oppressi cercavano il messia, il re o l'imperatore, l'idolo da adorare; oggi la scienza ci permette di sognare in maniera tecnologica: cambiano le forme, non la sostanza.

Finché non viene dimostrato il contrario, noi dobbiamo credere che la terra sia l'unico pianeta abitato da esseri umani in tutto l'universo, e l'unico in cui gli esseri umani possono vivere nella loro attuale condizione.

Noi possiamo anche pensare che la materia non esaurisca tutte le possibili forme di vita a nostra conoscenza, cioè possiamo anche immaginare che esistano forme di vita spirituali, energetiche, dotate di "risorse vitali" sconosciute alla nostra scienza. Ma o tutto ciò fa comunque parte della vita umana, è cioè comprensibile perché comunicabile, oppure è cosa che non ci può interessare in quanto al di fuori della nostra portata. Per interagire ci vuole un linguaggio comune.

Ora, come sia possibile spiegare l'univocità del genere umano rispetto a tutto l'universo, non è cosa agevole. Vien quasi da pensare che l'universo sia una forma il cui contenuto principale non è tanto la materia quanto l'uomo stesso, che è materia divenuta cosciente di sé.

Se dessimo per scontato che nell'universo non esiste una sola forma di vita -quella umana-, difficilmente riusciremmo a spiegarci il motivo per cui la natura ha prodotto un soggetto così profondo e complesso quando, in maniera molto più agevole, avrebbe potuto produrre dei soggetti equivalenti a quelli del mondo animale.

Considerando che la natura è sì generosa ma mai superflua, avremmo qui a che fare con una sorta di lusso inaudito: perché un unico pianeta abitato in tutto l'universo? Non sono forse gli uomini che nella loro stupidità producono cose di grande valore che poi utilizzano al minimo?

Perché passare dallo stadio animale a quello umano, introducendo elementi del tutto nuovi e incredibilmente profondi, come la coscienza, il senso della libertà e della responsabilità personale, quando poi la conclusione della vita umana è analoga a quella animale, e cioè la morte?

E' evidente che questo soggetto deve poter essere messo in condizione di esprimersi al meglio, secondo le proprie specifiche caratteristiche.

In altre parole, se l'uomo è consapevole di essere al centro dell'universo, in quanto nell'universo non esistono altre forme di vita analoghe o inferiori o superiori alla nostra, allora l'universo è un limite che va superato, cioè è una condizione provvisoria per l'esistenza umana, una sorta di incubatrice naturale che ricorda in un certo senso il ventre materno. L'universo è infinito solo nello spazio e nel tempo (almeno per quanto ne possiamo sapere), ma l'autoconsapevolezza umana è ancora più infinita.

Noi siamo in grado di avvertire spiritualmente il senso di un limite senza riuscire a superarlo fisicamente.

Non solo, ma se l'uomo è davvero al centro dell'universo, non può esistere un altro spazio-tempo in cui egli esista in maniera completamente diversa, altrimenti la centralità risulterebbe inspiegabile. Con la nascita dell'essere umano è stato rivoluzionato il concetto di "morte". Cioè la morte non viene soltanto vinta con la riproduzione, ma anche con una sorta di trasmutazione della materia da elementi o condizioni inferiori a elementi o condizioni superiori. Forse la morte dell'uomo è l'unico caso in cui si può parlare di ritorno della materia alla sua forma primordiale, che è l'energia.

Se siamo al "centro" è a motivo di qualcosa di particolare, una sorta di "quid" che ci caratterizza ovunque noi si vada o si viva, e permetta a chiunque di riconoscerci come tali.

Individualmente gli uomini possono anche avvertire la necessità di oltrepassare i limiti dell'universo, ma fino a quando non saranno gli uomini come genere o come collettività mondiale ad avvertire tale esigenza, i limiti resteranno invalicabili.

Il genere umano percepirà come limitato l'universo soltanto quando dimostrerà di avere di sé, appunto come "genere", una coscienza molto profonda.

In questo sviluppo della coscienza la scienza odierna non ci è di nessuno aiuto, se non come modello da evitare. Essa è un frutto quasi esclusivo di una ragione strettamente legata all'interesse: noi però abbiamo bisogno dell'uomo nella sua interezza. La scienza si preoccupa di trovare il limite fisico dell'universo, ma noi oggi ci sentiamo inadeguati proprio per il suo limite spirituale.

LO SCIENTISMO

Lo scientismo domina oggi l'approccio alla realtà. Lo scientismo come religione, cioè come forma di conoscenza illusoria della verità delle cose.

Lo scientismo è in realtà espressione di un'alienazione, di una separazione dell'individuo dal contesto del suo passato storico. L'individuo pensa d'aver bisogno della scienza, cioè di un ragionamento provato sperimentalmente per comprendere quella stessa realtà che prima veniva compresa con la trasmissione orale della conoscenza, che si basava su un sapere ancestrale, condiviso, trasmesso per via generazionale. Paradossalmente si era più "scientifici" quando il giovane si fidava dell'anziano, cioè quando si salvaguardava una certa continuità del sapere.

Oggi lo scientismo svolge una funzione mistificatoria analoga a quella della religione nel passato. Sono cambiati gli strumenti, le forme, le metodologie, ma il fine è lo stesso: ingannare le masse, portarle a compiere azioni contrarie ai loro interessi. Anzi, se si guardano i mezzi a disposizione, le loro potenzialità, occorre dire che oggi i rischi cui si può andare incontro con un uso mistificato della scienza sono infinitamente superiori a quelli inerenti alla sfera religiosa (la quale spesso non fa che vivere a rimorchio della stessa scienza, sia quando appoggia quella dei paesi capitalisti contro il socialismo, sia quando sfrutta i limiti della scienza in generale per sostenere la superiorità della fede).

I preti bruciavano gli eretici, ma con due atomiche gli americani hanno bruciato in poche ore decine di migliaia di persone inermi, che non stavano svolgendo alcuna attività militare. Il governo americano disse che quelle bombe servirono per evitare vittime tra gli americani nel caso si fosse realizzato lo sbarco navale in Giappone. E il popolo americano credette a questa giustificazione.

Quindi come si può notare, non esiste un progresso automatico dalla religione alla scienza, così come non ha senso tornare alla religione dopo aver sperimentato i guasti immani provocati direttamente o indirettamente dalla scienza. E' immorale affermare che di fronte al progresso della scienza non si può far nulla, cioè che il progresso in generale non può essere fermato, e che se anche qualcuno volesse fermarsi, altri di sicuro non lo farebbero.

Se di fronte alla scienza abbiamo un atteggiamento così remissivo, allora non abbiamo sviluppato la scienza, né tanto meno la co-scienza, ma soltanto un automa che si sottrae sempre più al nostro controllo.

Se la scienza può funzionare dal punto di vista umano soltanto a condizione che venga controllata dalla politica, questo significa che la politica può fare della scienza quello che vuole, significa che la politica ha sottratto alla collettività una naturale funzione di controllo e regolamentazione, e ha preferito riservarla a pochi specialisti, a pochi privilegiati, significa che la politica stessa - esattamente come la scienza - si pone come frutto di una società alienata.

Dunque, cosa vuol dire essere "scientifici"? La risposta a questa domanda non può che essere tautologica: credere in ciò che permette uno sviluppo democratico della vita umana. Se la scienza non si pone al servizio di questa esigenza, che non essere in contrasto con quella di riproduzione della natura, la scienza non solo non serve all'uomo ma sicuramente gli è nociva.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Scienza -  - Stampa pagina
Aggiornamento: 23/04/2015