E' POSSIBILE RIVEDERE LA COSTITUZIONE?
A proposito dell'art. 34 della Costituzione, che così recita: "La scuola è aperta a tutti", si ha l'impressione che la formulazione di un principio del genere, che rappresenta l'essenza della democraticità della politica scolastica dello Stato italiano, avrebbe dovuto portare a un'interpretazione piuttosto restrittiva nei confronti di quei privati che vogliono istituire proprie scuole.Tant'è che il comma successivo, quello che invece dà facoltà ai privati di fare scolasticamente ciò che vogliono, a condizione che non chiedano soldi allo Stato, pare proprio sia che il frutto di un compromesso politico tra le forze costituenti ideologicamente contrapposte.
In effetti, guardando le cose dappresso, appare chiaro che se "la scuola è veramente aperta a tutti", chiunque rifiuti questo principio e desidera istituire proprie scuole, può essere mosso solo da un'esigenza di mero profitto, che è poi l'esatto contrario del fare scuola.
Certo, si obietterà che le scuole cattoliche non sono basate sul profitto, ma anzitutto su una ideologia particolare.
Ma allora perché si afferma che la scuola è aperta a tutti quando poi non è vero? cioè quando il cattolico, per non perdere la propria identità, si sente indotto a istituire proprie scuole? Se lo Stato avesse veramente edificato una scuola pluralista, perché dopo più di un secolo abbiamo ancora qualcuno che pretende una scuola diversa?
Qui dunque qualcuno mente: o lo Stato, che dice una cosa e ne fa un'altra; o il cattolico, che dietro la scusa della religione pensa al business.
Io penso che da un punto di vista rigorosamente etico, se la scuola statale fosse veramente aperta a tutti, si dovrebbe negare il diritto al privato di istituire proprie scuole, qualunque esse siano.
E, per converso, se il privato pretendesse un effettivo pluralismo culturale nella scuola statale, lo Stato dovrebbe assolutamente concederglielo (cioè se una studentessa vuole andare a scuola col chador, il preside non potrà impedirglielo).
Delle due quindi l'una: o lo Stato professa un'ideologia del tutto democratica e pluralistica, nel qual caso va vietata l'istituzione di scuole private (anche se autofinanziate), poiché necessariamente esse sarebbero "non-scuole"; oppure lo Stato professa una propria ideologia, esattamente come tanti altri privati, e allora non si capisce perché debba essere solo la scuola statale a ricevere finanziamenti pubblici.
Qui non vale il criterio della maggioranza, perché in un contesto educativo (non politico) tale criterio proprio non ha senso (la scuola sarebbe "aperta" solo per molti, non per tutti).
Ora però proviamo a dare all'aggettivo "aperta" (riferito alla scuola) un'interpretazione traslata, che impegni non lo "Stato" bensì la "società".
Dunque, secondo questa chiave di lettura sarebbe non solo la "frequenza" ma anche l'"istituzione" ad essere "aperta".
Cioè, quando all'art. 33 si dice che la "Repubblica detta le norme generali sull'istruzione e istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi", si dovrebbe intendere la formula in maniera meno impegnativa di quanto finora s'è fatto, ribaltandola così: "Il Parlamento legifera sulle norme generali per l'istituzione libera delle scuole, le quali sono statali solo nel senso che appartengono alla nazione, al territorio dello Stato italiano". Col che si escluderebbe la necessità di dover necessariamente dipendere in tutto e per tutto da un Ministero centralizzato.
Di conseguenza il comma sulla scuola non-statale andrebbe diversamente chiosato: "La legge, dopo aver fissato i diritti e gli obblighi per le scuole non statali che chiedono la parità, concede a quest'ultime, se risultano adempienti dopo un quinquennio di attività, il diritto di essere riconosciute come scuole statali a tutti gli effetti e quindi oggetto di finanziamenti pubblici".
Insomma, l'importante è affermare che ognuno ha il diritto-dovere di andare a scuola (la legge diceva per 8 anni; oggi fino a 10), poi sta all'interessato scegliere quella che preferisce. Lo Stato garantisce che possa andarci anche chi non ha i mezzi.
Ciò significa che allo Stato non interessa affatto sapere quale ideologia si trasmette in questa o quella scuola. Al massimo potrà dire che i titoli, non potendo queste scuole essere controllate, non hanno alcun valore legale; oppure, al contrario, potrebbe acconsentire di riconoscere tale valore alle scuole che accettano di sottoporsi a dei controlli sull'applicazione effettiva di standard di qualità nazionali.
Naturalmente lo Stato finanzierà le scuole in rapporto al numero degli studenti (ed eventualmente sulla base dei progetti didattico-culturali presentati).
Ora, l'unica cosa certa di questi discorsi è che gli articoli costituzionali vanno modificati, perché hanno fatto il loro tempo, e che senza una riforma contestuale della fisionomia dello Stato, una qualunque riforma della scuola rischia o di non servire a niente, o di fare soltanto gli interessi della scuola privata.
Enrico Galavotti galarico@inwind.it