PER LA RIFORMA DELLA SCUOLA
pubblica laica territoriale


LA QUESTIONE DEL MERITO IN AMBITO SCOLASTICO

ANALISI DELLA PROPOSTA DI LEGGE DELLA DEPUTATA GELMINI

XV LEGISLATURA CAMERA DEI DEPUTATI N. 3423

Il merito va premiato, ma nell’ambito dello Stato, che tende a massificare e generalizzare, pare la cosa più difficile di questo mondo. Non hanno risolto questo difetto nell’ex socialismo reale, nonostante la retorica dell’emulazione, non si capisce perché da noi dovrebbe essere diversamente.

Se nella scuola, che è organo statale par excellence, volessimo davvero premiare il merito, dovremmo anzitutto sostituire il concetto di “classe” con quello di “livello”. Nel senso che ogni studente dovrebbe poter seguire un percorso adeguato alle proprie capacità.

Negli Usa sappiamo bene che per alcuni studenti i percorsi possono essere più accelerati che per altri: i geni li iscrivono all’università quando da noi fanno ancora il biennio delle superiori, e non a caso i loro scienziati, spesso specializzati su argomenti ultraselezionati, sono imberbi. Vi immaginate uno studente come Mozart fare educazione musicale nelle nostre scuole medie? Do do sol sol la si do la sol fa fa mi mi re do re mi do…

Ma i “livelli” presumono degli obiettivi chiari e distinti, prefissati a monte, da raggiungere inderogabilmente, e quindi oggettivamente misurabili. In Italia gli standard valutativi, di derivazione anglosassone, sono un’acquisizione relativamente recente, spesso contestata dai docenti.

Peraltro in un paese così socialmente diversificato come il nostro, renderli “nazionali” può risultare inappropriato, irrilevante sul piano statistico. Io p.es. vivo in una regione dove l’Emilia, di tradizioni più industriali, è notoriamente più avanti, in ambito scolastico, della Romagna, di tradizione contadina.

Ma se facessimo come in Giappone, dove la questione del “merito” è prioritaria su tutto, noi rischieremmo di creare dei disadattati tra chi non raggiunge gli standard previsti (non a caso nello stesso Giappone, che rifiuta l’assistenza sanitaria occidentale quando hanno terremoti, giudicandola di livello inferiore alla propria, quasi uno su cinque ha seriamente pensato di suicidarsi in un momento della sua vita e ben 30.000 lo fanno ogni anno).

Quindi dobbiamo trovare il modo di bilanciare le esigenze del merito con quelle psicopedagogiche di una crescita, sempre molto difficile, dell’adolescente come “persona” (basta vedere quanti nel mondo dello spettacolo restano “adolescenti” tutta la vita).

Non solo, ma nella generale valorizzazione del merito noi non possiamo penalizzare chi non ha mezzi economici adeguati. Questo è già un principio costituzionale.

Ancora: se in ambito scolastico premiamo il merito, deve poterlo fare anche il mondo del lavoro, altrimenti sarà inevitabile la fuga dei cervelli: già adesso per ogni cervello che entra nel nostro paese ne escono due e siamo ultimi nella classifica per numero di ricercatori nei paesi avanzati.

Ma procediamo: che facciamo di quelli che non raggiungono gli standard di qualità? Quante opportunità di recupero possiamo fornire loro? Non potremo certo tenerli a scuola una vita. Una volta c’era l’avviamento professionale… E fino a ieri c’è stata anche la possibilità di mandare i ragazzi, finite le medie, presso i Centri di formazione professionale, perché imparassero subito un mestiere. Poi Berlinguer ebbe la brillante idea di obbligare tutti gli studenti a fare il 15 anno nelle scuole statali, cui è seguita la non meno brillante idea di Fioroni di obbligarli a fare la stessa cosa fino a 16 anni, così praticamente dai Centri suddetti escono a 18 anni, dopo un biennio di frustrazioni e di tanti soldi spesi mali. Nella mia provincia gli istituti professionali han rimediato a queste assurdità stipulando convenzioni ad hoc con detti Centri per i casi più gravi.

Andiamo avanti. Dobbiamo parlare di “merito” sin dalla primaria (una volta c’era l’esame persino in seconda elementare) o iniziamo a farlo dalle superiori? È da molto che sosteniamo l’assurda equazione “scuola dell’obbligo = tutti promossi”. Anche i cerebrolesi, gli autistici ecc. prendono la licenza media come tutti gli altri. È sufficiente essere “certificati”. Abbiamo abolito le scuole speciali con la stessa demagogia con cui abbiamo abolito i manicomi: cioè senza creare valide alternative, scaricando tutto sui docenti da una parte e sulle famiglie dall’altra.

Il che ha determinato l’abbassamento dei livelli di preparazione non solo nella scuola dell’obbligo, ma anche, inevitabilmente, nelle superiori, i cui docenti ogni anno al momento delle iscrizioni vengono a dirci: “Ma l’anno scorso chi ci avete mandato?”.

Oltre all’handicap da gestire, ora abbiamo anche gli stranieri, nei cui confronti il Ministero vive come se non esistessero. All’aumento della complessità della nostra società e quindi della gestione delle nostre scuole il Ministero ci chiede di preparare i nostri alunni in modo inversamente proporzionale.

Prima d’andarsene, Fioroni ha spedito una circolare che prevede per gli stranieri un esame di licenza media basato sulle stesse prove degli altri alunni. Non è incredibile pretendere una cosa del genere quando lo stesso Ministero ci obbliga ad assegnare agli stranieri una classe corrispondente all’età che hanno, prescindendo da tutto il resto, cioè anche dal fatto che possono benissimo non capire un’acca, salvo la frase, che imparano subito: “Posso andare in bagno?”.

Non si vogliono spendere soldi per interventi individualizzati, se ne spendono già abbastanza per l’handicap. Fioroni anzi aveva tentato di diminuirli anche per i disabili, ma di fronte alle ire delle mamme di plaza e memore del fatto che una fesseria compiuta nel suo Ministero rischia sempre di far perdere milioni di voti, come la famosa farfalla col suo battito d’ali, preferì andare a Canossa.

La scuola dell’obbligo è in effetti diventata un grande centro sociale, in cui la presenza degli elementi più difficili da gestire (handicap, stranieri e demotivati cronici) condiziona pesantemente qualunque didattica basata sul merito. Sotto questo aspetto non sarebbe solo il concetto di “classe” (indifferenziata) a dover essere abolito, ma anche quello di “scuola-parcheggio”.

Insomma la proposta è questa: creare dei percorsi differenziati in relazione a capacità oggettivamente misurabili, con forme differenziate di partecipazione scolastica (laboratoriale), che porteranno a esiti differenziati di preparazione, Alla fine del percorso andrà rilasciato un attestato dettagliato che varrà come documentazione per il portfolio dell’alunno, a disposizione del mondo del lavoro.

La "chiamata nominativa diretta" anche per le scuole statali, di cui già si parlava oltre dieci anni fa, è sempre stata in vigore nelle scuole private, che in Italia, essendo prevalentemente cattoliche, ha inevitabilmente voluto dire "selezione ideologica del personale".

A prescindere comunque dall'aspetto confessionale di dette scuole, va detto, più in generale, che nelle scuole private valgono molto di meno le clausole dei contratti nazionali. Gli stessi stipendi sono inferiori a quelli statali, tant'è che molti docenti son passati ben volentieri dalle private alle statali, anche se a parità di diritti sicuramente non l'avrebbero fatto.

Quali possono essere i pro e i contro di questa forma di reclutamento nell'ambito della scuola statale? Forma che ovviamente prevede l'utilizzo del curriculum di titoli ed esperienze da parte del docente, nonché un periodo di prova (che la Gelmini pone di due anni).

I pro sono evidenti: gli istituti statali, avendo meno preoccupazioni ideologiche, tenderanno a chiamare il meglio, in senso professionale, che troveranno sul mercato. Sarebbero autolesionisti, in regime di concorrenza, se scegliessero secondo logiche di schieramento, di affidabilità ideologica o comunque secondo criteri extra-professionali.

I migliori pero' dovranno essere pagati meglio, perché tutti li vorranno avere, specie alle superiori.

E come potranno esserlo senza federalismo fiscale? La chiamata nominativa diretta non ha senso se le scuole statali non vengono messe in grado di gestire autonomamente i propri bilanci anche per quanto riguarda la selezione del personale. Come appunto avviene nelle scuole private, che si basano sulle alte rette, sulle agevolazioni fiscali per le famiglie e soprattutto sui contributi pubblici (statali e regionali), offerti sia da destra che da sinistra.

Vediamo però i contro. "Chiamata" da parte di chi? Di dirigenti che a scuola non sono stati "chiamati" da nessuno e che sono diventati tali grazie al concorsone farsa di Berlinguer?

La chiamata nominativa dovrebbe come minimo essere gestita da una commissione di docenti super esperti, interna al singolo istituto. La stessa figura della Dirigenza dovrebbe sottostare al placet di tale commissione o comunque a una deliberazione periodica del collegio docenti.

La Gelmini invece pensa a fantomatici "organismi terzi", super partes, sottoposti a una non meglio definita "Direzione di valutazione e monitoraggio del merito", che dovrebbero da un lato "valutare i risultati e le prestazioni dei dirigenti e del personale dipendente" sulla base di produttività, efficienza, redditività e trasparenza; e dall'altro "pubblicare annualmente una classifica regionale delle istituzioni scolastiche fondata su parametri trasparenti e verificabili", onde decidere la ripartizione dei fondi pubblici.

Quali saranno questi "parametri"? Fare tanti bei progetti extra-curricolari? Dimostrare che i propri studenti hanno i voti migliori? Far vedere che burocraticamente si è perfetti?

Altro problema: nell'ambito della scuola da anni la domanda di lavoro è nettamente superiore all'offerta. Questo significa che in caso di contrattazione individuale dello stipendio e degli altri diritti, gli aspiranti alla docenza, a causa della forte concorrenza, rischieranno di dover accettare condizioni peggiori delle attuali.

Quindi appare evidente, se non vogliamo tornare al "rapporto feudale di tipo personale", che una chiamata diretta non può in alcun modo prescindere da una contrattazione nazionale sui diritti-doveri del docente. L'unico aspetto da lasciar fuori da tale contrattazione dovrebbe appunto essere lo stipendio.

Attenzione però che per la sola categoria dei docenti la Gelmini prevede "l'eliminazione di ogni automatismo nelle progressioni retributive e di carriera". Perché ci odiano così tanto quando noi in un anno prendiamo quanto un parlamentare in due mesi? Perché devono uccidere i diritti della nostra anzianità a fronte di un lavoro così fortemente usurante? Lo sa la Gelmini che tutto ma proprio tutto il nostro aggiornamento viene pagato col nostro stipendio?

Ma il punctum dolens è in realtà un altro ancora: per quale motivo si chiede di applicare la "chiamata nominativa diretta" al mondo della scuola e non anche a qualunque altro settore statale?

La si chiede perché i docenti vengono giudicati degli incapaci o perché si pensa che la formazione sia un aspetto fondamentale per la crescita di un paese?

Se siamo degli incapaci non lo siamo certamente più dei nostri colleghi nell'amministrazione pubblica; e altrettanto certamente l'efficienza della burocrazia non è meno importante di quella della formazione.

A noi viene richiesto di sottostare al "merito" quando nella valutazione del rendimento dei nostri ragazzi dobbiamo tener conto di mille variabili che col profitto nulla c'entrano. Quante volte ci sono arrivate circolari dal Ministero in cui ci si diceva, con vari eufemismi, di non bocciare nessuno perché altrimenti avremmo sfigurato nelle statistiche europee? o perché le bocciature sarebbero state un costo per le famiglie e per lo stesso Ministero? (quest'ultima cosa di recente la dicono anche in Germania) La stessa Moratti non ha forse eliminato l'esame di licenza elementare? E non voleva forse eliminare anche quello di licenza media? E non ha forse impedito che si bocciasse in prima media, imponendoci l'eventualità di poterlo fare in seconda solo in casi eccezionali e comunque a condizione di raggiungere l'unanimità?

Perché la Gelmini pretende di sottoporre a valutazione l'operato dei docenti quando da decenni è lo stesso Ministero che li obbliga a promuovere alla primaria e alle medie, e quindi a rendersi complici del generale abbassamento di livello delle superiori?

Che senso ha sostenere che l'operato delle scuole deve superare il filtro dei genitori, quando nessun genitore sarà mai disposto ad accettare una selezione sfavorevole al proprio figlio? quando l'essere "genitore" non può di per sé implicare una valutazione congrua della capacità didattica di un docente?

Ho l'impressione che l'idea della "chiamata nominativa diretta" serva in realtà a far credere che i docenti delle private siano migliori di quelli delle statali e che quindi le private vadano trattate meglio delle statali.

Finiremo dunque come nei paesi anglosassoni: buone private per l'élite, che da noi verranno pagate con soldi pubblici, e statali sottosviluppate per gli scarti dell'umanità?


Se devo essere sincero, è da tempo che non attendo più dal Ministero alcuna possibilità di riforma della scuola, anzi, da tempo lo vedo come una controparte da combattere, come il principale protagonista del progressivo smantellamento della scuola statale, a favore della privatizzazione della formazione pubblica, e come oggi la destra ha eliminato significativamente un ministero specifico della Salute, accorpandolo a quello del Lavoro e delle Politiche sociali, così non mi meraviglierei affatto che anche il nostro venga un giorno accorpato p.es. a quello dei Beni culturali o semplicemente della Pubblica amministrazione.

Il miracolo di Berlusconi non è stato solo quello di poter fare a meno dei cattolici integralisti al seguito di Casini, ma anche quello di aver convinto la destra storica a rinunciare allo statalismo ad oltranza. Sin dal primo governo ha posto all'odg lo smantellamento dello Stato sociale.

Ebbene a questo punto vorrei che ragionassimo e concessis, cioè che dessimo per scontata l'inevitabilità di tale processo. E al limite persino una sua qualche giustezza recondita.

Rebus sic stantibus mi chiedo: come possiamo noi docenti opporre una difesa a questo progetto, che pare voler consegnare tutto nelle mani dei privati, facendo per di più pagarne le spese alla collettività, senza però che noi si debba ribadire la necessità di tenere in vita un pachiderma che ha decisamente fatto il suo tempo?

Questa domanda me ne fa sorgere un'altra, conseguente al fatto che la Lega ha già risposto alla prima con la sua proposta di Stato federale, nell'ambito del quale la scuola finirebbe coll'essere gestita dalle Regioni, che non dovranno fare differenza tra scuole pubbliche e private (il che immagino implicherà la fine anche dei vecchi provveditorati, oggi peraltro ridotti a un ruolo del tutto insignificante). Le Regioni, col federalismo fiscale, avranno i fondi necessari per gestire le loro scuole.

Cosa abbiamo da dire noi docenti a una forma di federalismo che sicuramente favorirà la regioni più avanzate del paese? Le quali quindi inevitabilmente finiranno per avere le scuole migliori...

Per noi docenti "pubblico" coincide con "statale"? o possiamo immaginarci un nuovo ruolo degli enti locali territoriali, in grado di impedire che allo smantellamento del Welfare State faccia seguito il darwinismo sociale?


Quello che ci manca è un'idea comune di progettazione di riforma della scuola, che tenga conto della necessità di superare il centralismo statale, che ha fatto il suo tempo, e che però non consegni la formazione alle agenzie o scuole private.

In questo quinquennio il federalismo, in un modo o nell'altro, passerà e con esso la regionalizzazione della scuola statale. Dovremmo cominciare a chiederci cosa vorrà dire questo per noi...

L'assenza della "cultura del merito" in Italia non è dipesa tanto dallo statalismo - come vuole la Gelimini e non solo lei -, quanto dal mancato superamento della cultura feudale di matrice cattolica, basata sul rapporto personale, nel senso che prima di valorizzare il merito da noi si guarda l'affidabilità (ideologica, politica...) della persona.

La raccomandazione precede il merito e, anche se si vince un concorso, la progressione di carriera è spesso vincolata al placet dei dirigenti superiori.

Nei paesi ove s'è imposta la riforma protestante è molto meno visibile questo atteggiamento "gerarchico", anche se l'anticomunismo è una discriminante imposta ovunque in occidente.

Questo per dire che il concetto di merito in Italia andrebbe applicato anche alle aziende private, nel momento in cui fanno assunzioni del personale, promozioni o licenziamenti, e soprattutto a quelle che hanno avuto bisogno di aiuti statali per sopravvivere (e tacciamo sul fatto che, nonostante i "meriti" degli operai, molte aziende preferiscono delocalizzare all'estero le loro attività).

Parlare poi di merito solo in riferimento agli impiegati statali, quando sono soprattutto loro che si accollano il maggior onere delle tasse nazionali, ivi incluse le super pensioni e buonuscite dei parlamentari, dei manager delle aziende statali ecc., fa un po' ridere.

In ogni caso il merito va pagato e questo in Italia non può essere fatto, proprio perché da noi esiste un'enorme forbice tra i redditi: pochi privilegiati prendono tantissimo, e la stragrande maggioranza non arriva a fine mese.

Per premiare il merito bisognerebbe far pagare le tasse a tutti e ridurre gli stipendi ai manager, ai politici, ai funzionari bancari ecc. Siccome questo non si può fare usando gli strumenti della democrazia, s'è preferito assicurare al "popolo bue" stipendi più o meno equivalenti, a prescindere totalmente dal merito.


La scuola ha pagato e sta pagando gli errori e gli orrori della società in cui vive.

Oggi non selezioniamo più perché la società è diventata talmente difficile, violenta, che temiamo di consegnare i ripetenti alla criminalità, sicché preferiamo promuoverli tranquillamente, trasformando la scuola in un centro sociale, e quindi penalizzando inevitabilmente i capaci e meritevoli, che vedono progressivamente diminuire le richieste di preparazione da parte dei docenti.

Abbiamo preferito puntare soprattutto sulla socializzazione, illudendo anche i più scarsi che con un pezzo di carta in mano avrebbero comunque potuto fare un lavoro dignitoso, salvo avvalersi di spinte e raccomandazioni, così tipiche della subcultura nazionale.

In una società meno conflittuale non avremmo avuto riserve di tipo morale: di fronte al disimpegno avremmo invitato a recuperare il tempo perduto.

Il risultato ottenuto, di questa singolare operazione, svolta per lo più in maniera indotta da circostanze più forti delle volontà individuali, è stato duplice: giovani con buone capacità ma anche analfabeti rispetto ai loro coetanei di 30 anni prima; giovani violenti nonostante la socializzazione scolastica e la promozione più o meno garantita.

E non siamo un paese da Terzo mondo: i manuali di geografia continuano a metterci tra il settimo e l’ottavo posto nella graduatoria del pil mondiale.

Nel suo insieme la società è andata degradandosi, sia per la bassa qualità degli studi, sia per l’incapacità di gestire la crescita, sempre difficile, della propria gioventù.

Oggi i giovani commettono crimini che solo 20 anni fa erano impensabili, e di cui loro stessi non si rendono conto. Di recente (stando ai quotidiani), chi ha compiuto l’orrendo delitto di Lorena, a Niscemi, ha tranquillamente domandato se, dopo aver confessato tutto, poteva tornarsene a casa. E’ evidente che un comportamento del genere non si spiega senza pensare a qualcosa di molto più grande di quei minorenni, qualcosa che loro possono constatare a livello locale ma che vedono enfatizzato a livello nazionale attraverso i media.

Una volta esistevano strutture educative che fiancheggiavano la scuola, c’erano valori condivisi tra scuola, famiglia e mass-media, anche se poi quest’ultimi – diciamo a partire dagli anni Ottanta – hanno enormemente contribuito a distruggerli.

Che facciamo adesso? Fare un discorso solo sulla scuola, senza coinvolgere anche l’intera società, mi pare fatica sprecata. Affidarsi al nichilismo non fa parte del dna dei docenti, anche se oggi per fare il nostro mestiere ci vuole davvero un fisico bestiale. Credere a soluzioni ministeriali o verticistiche è assolutamente illusorio.

Non esistono più anticorpi al dilagare del capitalismo: una volta erano quelli della società contadina, ma dagli anni Cinquanta ad oggi i colpi che ha subito l’hanno stesa definitivamente al tappeto.

La stessa chiesa non è più in grado di dire nulla ai figli di quelle generazioni secolarizzate degli ultimi 30 anni. E purtroppo al vuoto lasciato dalle parrocchie e dai movimenti ecclesiali non è subentrato un pieno altrettanto significativo del mondo laico. Oggi, se un giovane vuole incontrare una comunità educativa, deve prima diventare tossico e poi pentirsene. Persino i valori formativi dello sport lasciano alquanto a desiderare.

Io non vedo altra soluzione che lavorare a livello locale, dal basso, tutti insieme: insegnanti, genitori, territorio, cioè operatori esterni al mondo scolastico, ma che possono interagire sulla base di progetti formativi specifici.

La scuola ha svolto fino ad oggi un ruolo molto simile a quello delle province: una sorta di organo decentrato dello Stato centralista, preposto al controllo delle autonomie locali, le quali infatti sono state espropriate di tutto: cultura tradizioni lingua, subendo una sorta di colonialismo interno.

La scuola deve diventare un’espressione della comunità locale, di cui il Comune è l’anello più forte. Una riforma della scuola è impossibile senza quella della società.


La generazione di sinistra che negli anni Settanta s’è formata politicamente non è riuscita a diventare “figura di sistema”, e quando ha cercato di farlo, senza tradire se stessa, ne è sempre uscita sconfitta.

Gli anni Settanta sono stati un’incredibile anomalia rispetto alle generazioni del boom economico e a quelle successive del riflusso e del revisionismo.

Esiste una linea di continuità, a livello politico-istituzionale, tra il ventennio fascista, il cinquantennio democristiano e l’attuale destra mediatica e federalista.

Con la vittoria di Berlusconi IV sembra che a uscirne con le ossa rotte non sia stata solo la sinistra, ma l’idea stessa di poter operare una qualunque inversione di rotta in direzione del socialismo democratico. Sono state talmente forti le aspettative, andate deluse, che la semplice parola “socialismo” oggi fa venire l’orticaria.

Noi docenti ci siamo limitati a coltivare qualche speranza sul piano didattico, affrontando argomenti curricolari, disciplinari; ci siamo illusi, gramscianamente, che una progressiva conquista culturale della società, partendo dalla scuola, potesse prima o poi portare a un corrispondente successo in ambito politico.

Oggi invece la destra è lì a dimostrare che lo strumento più potente per formare le menti non è la scuola e neppure la stampa, bensì la televisione.

Le generazioni che, figlie della tv, non sono in grado di distinguere il reale dal virtuale, il fatto dalla sua interpretazione, la realtà dai propri desideri, hanno votato chi le fa sognare, come gli yankees facevano nel nostro dopoguerra col chewingum, la cioccolata e il rock and roll (poi vennero i prodotti casalinghi, la tv, gli elettrodomestici, gli insetticidi e soprattutto la plastica, che hanno sconvolto l’ambiente e i rapporti umani).

Ora, potrà mai venir fuori qualcosa di buono dal web per il futuro della scuola? O la Giudea, che giudicava sprezzantemente i galilei, invece di allearsi con loro contro Roma, perirà nel fuoco della Geenna, dov’è pianto e stridor di denti?


Il ’68 ci ha fatto capire una cosa, che la scuola non può essere di classe ma di massa. La borghesia discriminava i figli di operai e contadini, oggi lo fa solo la società, anche se i manuali costano sempre di più, in barba ai tetti ministeriali.

La scuola è diventata “buonista”: promuove tutti quelli che hanno voglia di fare un minimo e, nella fascia dell’obbligo, anche quelli che non fanno nulla (alle elementari l’esame di quinta è stato addirittura abolito dalla Moratti ed è presumibile che presto lo sarà anche alle medie, in quanto non si capisce, visto l’attuale obbligo a 16 anni, perché non venga fatto alla fine del biennio delle superiori).

I ragazzi sanno bene tutte queste cose, per cui fanno sempre meno, avvalendosi, in questo, di ampi appoggi da parte delle famiglie, disposte a ricorrere a qualunque mezzo, ivi inclusi quelli legali. Sicché i titoli di studio hanno raggiunto un valore prossimo allo zero.

Da una scuola selettiva siamo passati a una scuola di fannulloni, da una scuola borghese a una anarchica, in cui tutto è possibile, salvo selezionare, perché questa parola ci riporta indietro, alle discriminazioni di classe.

Oggi questa situazione sta esplodendo, sia perché la società ha bisogno di formazione qualificata, altrimenti un paese del capitalismo avanzato come il nostro non reggerà le sfide del globalismo, sia perché il massiccio ingresso degli stranieri alle elementari e medie ha ulteriormente abbassato le già ridotte pretese dei docenti.

Qualcuno s’è scandalizzato dell’accostamento, apparentemente semplicistico, di stranieri, handicap e demotivati, ma chi insegna alle superiori non può non sapere che gli stranieri che gli arrivano sono già “selezionati”.

Se uno straniero fa le elementari da noi, avrà anche la possibilità di fare un lavoro di un certo livello, iscrivendosi a un tecnico. Ma se riesce a frequentare soltanto le medie, al massimo farà un professionale o un qualche corso di formazione, e i suoi genitori saranno più che soddisfatti, perché si sarebbero anche accontentati di un qualunque lavoro manuale sufficientemente retribuito.

Il problema n. 1 degli stranieri, non dal punto di vista sociale ma scolastico, è per noi il fatto che in famiglia i genitori parlano e probabilmente parleranno sempre la loro lingua madre, sia perché non vengono a scuola da noi per imparare l’italiano, sia perché è questo un modo per loro di salvaguardare valori tradizioni origini...

La conseguenza è che i figli, spesso già bilingui per conto loro (p.es. arabo + francese), non imparano mai bene l’italiano. Magari da grandi, con uno sforzo personale, diventeranno dei Pennac, ma in una scuola “buonista” come la nostra, non si sentono incentivati a recuperare seriamente le lacune di base.

Noi docenti pensiamo in tutti i modi di favorire gli immigrati, ma lo straniero dalle buone capacità, avendo ancor più bisogno di una scuola di qualità, onde superare il gap di avere genitori che non gli parlano mai in italiano, difficilmente riuscirà ad accedere a un liceo. Il che significa sprecare delle risorse anche sul versante degli stranieri.

Se noi non usciamo da questo empasse, sarà prima o poi inevitabile il ritorno alla scuola d’élite, con la variante, tutta nostrana, che verrà pagata con soldi pubblici, come per buona parte lo è già adesso.

E’ dunque vero, non “possiamo istituzionalizzare le differenze”. Ma il concetto di “classe” oggi non è forse la codificazione del disimpegno? E’ da un decennio che parliamo di centrare la didattica non sull’insegnamento (del docente) ma sull’apprendimento (del discente), ovvero sulla necessità di realizzare “piani di studio personalizzati”, percorsi individualizzati, e nessuno però al Ministero vuole ammettere che tutti questi concetti di derivazione anglosassone sono inapplicabili là dove non esistono i “livelli” di preparazione, da stabilire già nella formazione di gruppi-classe relativamente omogenei, sulla base di prove preliminari d’ammissione.

Il concetto di “classe” non andava bene ieri, perché ne venivano culturalmente esclusi gli operai e i contadini, ma non va bene neppure oggi, perché promuovendo tutti ad libitum, s’è finito coll’abbassare di molto le prestazioni dei capaci e meritevoli.

Per quale motivo quando parliamo di “scuola di massa” dobbiamo sempre anteporre la questione “sociale” a quella “culturale”? Per quale ragione una scuola “democratica” non può essere una scuola culturalmente avanzata?

Quando parlo di “livelli” non intendo erigere dei muri di Berlino; intendo semplicemente parlare di percorsi differenziati basati su obiettivi standard da raggiungere, misurati oggettivamente.

Col proprio impegno chiunque può superare determinati livelli; non c’è un destino che condanna l’alunno a restare un minus habens. La natura ci fa, per fortuna, nascere diversi; l’importante è che la società non faccia di queste diversità un motivo di discriminazione.

Personalmente l’unico vero problema che vedo nella sostituzione della “classe” coi “livelli” è nell’uso dei libri di testo, che per noi alle medie hanno valore triennale.

Tuttavia è ora di finirla con questa schiavitù dei “manuali di regime”. La didattica non può essere decisa dagli editori, con la complicità arrendevole del Ministero. Meno che mai in una società dove le fonti d’informazione si sono in quest’ultimo decennio enormemente diversificate e potenziate (cd-dvd, web, fad). Meno che mai all’interno di un progetto di riforma scolastica in cui si vuole assegnare all’autonomia del Consiglio d’istituto e del Collegio docenti un ruolo fondamentale.


Gli studenti capaci e meritevoli non riescono a emergere come dovrebbero, essendo condizionati da un ambiente molto sfavorevole, sicché l’unico vantaggio che possono trarne è quello di educarsi alla tolleranza.

Noi pensiamo che siccome loro hanno più capacità di altri, avranno modo di dimostrarlo una volta entrati nel mondo del lavoro; nel frattempo è meglio garantire i diritti ai più deboli. Intanto però hanno perso del tempo prezioso e non so se avranno modo di recuperarlo. Ogni cosa non ha forse il proprio tempo?

Il modello “barbiano” dove i migliori fanno da tutor ai peggiori resta una pia intenzione. Don Milani aveva in fondo la fortuna di trovarsi in un ambiente socialmente e culturalmente omogeneo, ancorché deprivato, in quanto montano-rurale. Ma noi viviamo in un girone dantesco, dove, appena varcata la porta dell’aula, gli studenti non entrano solo col loro corpo e la loro mente, ma anche con odi e risentimenti alimentati da situazioni sociali pregresse, prescolastiche, infinitamente più complesse di qualunque nostra capacità individuale di affronto.

Un maestro spagnolo di religione islamica diceva nel XII secolo: “Il maestro di scuola non deve assistere a funerali lontani né prendersi molte vacanze né abbandonare i ragazzi né lasciarli soli più del tempo necessario per mangiare e per fare le proprie abluzioni. Deve stare fermo al suo posto e aver cura delle cose degli alunni”(cit. in A. Saitta, Storia e tradizioni).

Siamo lontanissimi da questo modello: lo Stato non vuole degli educatori, dei pedagogisti che lavorino a tempo pieno con la gioventù (come poi facevano i pedagogisti “storici”), ma soltanto dei trasmettitori di nozioni, che peraltro, con l’avvento della infotelematica, sono entrati irrimediabilmente in crisi anche in questa funzione.

Tuttavia penso che noi non si possa lavorare solo sul versante della socializzazione, dell’educazione ai valori e alla legalità. Dobbiamo bilanciare conoscenze, abilità, competenze e educazione alla cittadinanza. E dobbiamo farlo per tutti. Certo, l'ideale sarebbe che il rapporto educativo andasse oltre il vissuto scolastico, affrontando il problema della motivazione anche al di fuori delle quattro mura scolastiche. Ma questo è più facile a dirsi che a farsi.

Interventi fatti nella ML DIDAWEB e qui sintetizzati


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Formazione
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Aggiornamento: 24/04/2015