PER LA RIFORMA DELLA SCUOLA
pubblica laica territoriale


PER UNA SCUOLA PUBBLICA AUTONOMA E LOCALE

(Progetto aperto)

I sostenitori delle scuole private ritengono che l'idea di realizzare una nuova scuola pubblica "culturalmente pluralistica" rischi di trasformarsi in una forma d'imposizione di un altro modello culturale.

In altre parole, se anche a tutti dessimo la possibilità di esprimersi per quello che sono (non come fino adesso è accaduto nella scuola statale, la quale in nome del "neutralismo" ha impedito a tutti di esprimersi, meno ovviamente alla cultura borghese), essi continuerebbero a pretendere il diritto di istituire una scuola di tendenza, l'unica ch'essi considerano di "valore".

Ora, come tutti sanno, sul piano dei principi generali si è sempre detto, nell'ambito della scuola statale che il confronto tra culture ed esperienze diverse è un valore della società, che arricchisce tutti, poiché ogni cultura ha i suoi pregi e i suoi difetti, e la scuola pubblica può essere un'occasione buona per esercitare questo diritto-dovere al dialogo, al riconoscimento reciproco, alla valorizzazione della diversità...

E tuttavia, proprio la mancata realizzazione di questi principi sta portando sempre più a credere che l'unica vera alternativa alle ipocrisie della scuola statale, sia la sua fine, cioè la diffusione di una politica scolastica privatistica.

Un argomento in particolare gioca a favore di questi antistatalisti: l'assurdità di poter stabilire la "verità delle cose" secondo un criterio sociologico di "maggioranza", sia essa socioculturale (la diffusione di laicismo, secolarismo ecc.), sia essa politico-istituzionale (i governi in carica, i Ministeri della P.I. che vogliono gestire in proprio tutta la politica scolastica).

La situazione è seria e sembra essere giunta a un punto di svolta, per cui delle decisioni s'impongono. In sostanza il momento di transizione ci mette di fronte a una strada che si biforca: di fronte alla netta evidenza dell'incapacità dello Stato di creare una scuola veramente "pubblica", cioè espressiva delle culture maggioritarie e minoritarie, ci si chiede se non esista la possibilità di sottrargli definitivamente la gestione della politica scolastica, affidandola o a singoli privati, di tendenza, indipendenti tra loro, oppure alle emergenti istanze locali, che riflettono interessi collettivi, riconoscendosi in una gestione della "cosa pubblica" in nome degli Enti Locali Territoriali (Comune, Provincia e Regione).

Questa seconda soluzione non ha ancora un chiaro volto, poiché in Italia hanno convissuto per un secolo solo due tipi di scuole: quella centralista dello Stato e quella privatista del mondo cattolico (cui s'è poi aggiunta quella che passa sotto il nome di "diplomificio"). Non si riesce ancora bene a capire in che modo a livello locale possano essere i cittadini a decidere quali culture vadano valorizzate, perché espressive di un patrimonio acquisito o in via di acquisizione... Lo Stato italiano non ha mai avuto sensibilità per le autonomie locali.

In mezzo a questa situazione tutta intena al nostro dibattito politico-culturale si è posto, in questi ultimi anni, un fenomeno del tutto nuovo: l'Italia, da paese emigratorio è diventata paese immigratorio, destinato, come altri paesi, a trasformarsi in una nazione pluriconfessionale, interetnica, multiculturale... Sempre più si rende necessario chiedere a queste diverse culture e religioni d'imparare a conoscersi, a rispettarsi e persino ad apprezzarsi a vicenda, già a partire dalla scuola, cioè abituando le generazioni a farlo il più presto possibile, onde agevolare l'integrazione o almeno la pacifica convivenza.

E con sempre più insistenza ci si chiede: la scuola statale è attrezzata culturalmente ad affrontare un problema così complesso e gravoso? O forse è meglio fare in modo che ogni cultura, singolarmente presa, venga dotata di tutti i mezzi necessari (quindi anche scolastici) perché possa salvaguardare la propria identità?

Là dove sarà forte la presenza islamica o buddista, cosa faremo: continueremo a dire che nella scuola statale bisogna essere tutti uguali e normali, ideologicamente neutrali, oppure permetteremo a ogni singola etnia, tribù, clan... di attrezzarsi sul piano della trasmissione dei valori? Esiste una terza via?

Chiunque sa che la scuola statale italiana è stata voluta perché, avendo le forze risorgimentali vincenti puntato tutto sul centralismo politico-governativo, non si poteva fare diversamente. Tale scuola ha funzionato finché la società è rimasta relativamente semplice nella sua conduzione e finché la cultura è rimasta prevalentemente unitaria. Oggi questi due presupposti non esistono più: la società è diventata incredibilmente complessa e l'interculturalità è diventata la nota dominante.

Una domanda a questo punto s'impone in maniera evidente e non possiamo eluderne la risposta: se ogni cultura o religione o etnia si facesse la propria scuola, saprebbero poi convivere pacificamente e in maniera fruttuosa in società? Avrebbero i mezzi sufficienti per offrire un servizio di qualità? O non si rischierebbe forse di creare un pluralismo ghettizzato come negli Usa?

Come noto, i sostenitori della scuola privata sono su questo punto favorevoli al cosiddetto "buono scolastico". Personalmente su questo "bonus" nutro due riserve fondamentali, che attendo mi vengano chiarite:

mi pare un controsenso che si debba finanziare con le tasse di un cittadino non cattolico le scuole cattoliche; o con quelle di un cittadino cattolico le scuole ebraiche, ecc.: qui o si fa una cosa simile all'8 per mille, nel senso che uno dichiara in quali scuole debba finire una certa parte delle sue tasse, oppure si creeranno incongruenza a iosa;

mi pare pericoloso sostenere il principio del "bonus" senza una preventiva riforma fiscale. In Italia c'è un sistema che fa pagare le tasse solo a quelli col reddito fisso e non è certo tra questi che dobbiamo andare a cercare, in questo momento, gli utenti più sicuri delle scuole private. Ora, non riesco a capire perché a costoro dovrebbe essere tolta una quota dalle tasse per pagare un "bonus" a famiglie che non ne avrebbero alcun bisogno, poiché già tranquillamente evadono o eludono il fisco.

Questi dubbi sull'equità del "bonus" mi portano a pensare che una scuola veramente pubblica debba continuare a essere pagata con le tasse di tutti i cittadini, i quali dovrebbero poter controllare come vengono spese, e mi pare che questo sia possibile farlo solo a livello locale... Cioè una qualunque riforma fiscale non può più prescindere da una riconfigurazione della forma generale dello Stato.

Come ben sappiamo, le forze che sostengono le scuole private temono, e non senza ragione, che gli EE.LL., nell'ambito del futuro Stato federalista, si possano trasformare in uno "Stato locale centralista", avente facoltà di gestire tutta l'educazione delle giovani generazioni.

Questo rischio esiste, ma è difficile trovare un "rimedio magico" per evitarlo. Gli EE.LL., poiché sono più vicini alle attenzioni della gente, possono garantire meglio il rispetto di tutte le culture locali, ma questo solo a condizione che la gente comune si faccia sentire, cioè si organizzi e partecipi alla vita democratica.

La democrazia non può essere una cosa che "si concede" o che può essere più facilmente garantita da certe istituzioni che non da altre: essa in realtà è una conquista da parte di tutti e di ognuno in particolare, è un obiettivo che va continuamente rivendicato... Non è forse la scuola pubblica il luogo più idoneo per apprendere la cultura, le modalità di realizzazione della democrazia?

È vero, ci sono molti reati per cui un'istituzione scolastica pubblica può esser perseguita, se gli insegnamenti impartiti sono contrari alla convivenza civile (istigazione a delinquere, plagio, circonvenzione di incapace, truffa). Ma è anche vero che in una qualunque scuola si può incorrere in reati del genere. Non esistono scuole che, solo perché di una cultura piuttosto che di un'altra, ne vadano immuni. Le idee sono una cosa, ma gli uomini purtroppo sono un'altra...

Io credo che ci siano due tipi di educazione: 1. quella che valorizza la propria identità; 2. quella che valorizza l'identità altrui.

A volte scopriamo veramente chi siamo solo mettendoci in rapporto con la diversità... I buddisti hanno un rispetto della natura che noi occidentali ce lo sogniamo; l'architettura islamica ci è infinitamente superiore per grazia e bellezza; le culture africane hanno un senso del ritmo, della musica e della danza che noi non possiamo fare altro che copiare; e così via, all'infinito...

Ciò che dobbiamo evitare, sul piano culturale, è il concetto di "neutralità" - su questo le forze di tendenza hanno senza dubbio ragione -, ma non possiamo farlo "separandoci". Se lo faremo, proprio la "neutralità" diventerà inevitabile, non ovviamente nelle scuole, ma nella società, dove di fronte al "diverso" si avrà un atteggiamento sì di tolleranza ma non di curiosità, di conoscenza, né, tanto meno, di valorizzazione.

L'amicizia e la comunicazione nascono là dove l'altro è riconosciuto come un bene per me attraverso una convivenza paziente e libera, non imposta. Ma come faremo a esercitare con sicurezza e tranquillità questa modalità se per tanto tempo (quello scolastico) ci saremo esercitati solo idealmente e non praticamente al rispetto e alla valorizzazione dell'altro? Riconoscere l'altro come "un bene" è la cosa migliore del mondo, ma in una scuola privata chi mai sarà l'altro se non la copia di se stessi?

Siamo davvero sicuri che non si possa valorizzare l'altrui cultura se prima non si è convinti della propria? A me pare che i tempi ci portino a credere che non esiste più un "prima" e un "dopo": esiste solo l'essere umano che ha bisogno di essere se stesso e, a tale scopo, tutte le culture possono servirgli, perché tutte hanno degli aspetti positivi che meritano di essere valorizzati.

Il cosiddetto "primato" della famiglia, rivendicato dalle forze cattoliche, potrei al massimo accettarlo fino alle scuole Elementari, dove il rapporto tra maestri e genitori è "organico" al funzionamento stesso della scuola.

Il ruolo di educatore, come genitore, nei confronti dei figli si riduce man mano ch'essi crescono. È un processo del tutto naturale: i figli non sono una "proprietà" dei genitori, almeno non più di quanto lo siano rispetto alla società. Essi devono essere educati a diventare cittadini responsabili e non a restare "figli" tutta la vita o a trasfornarsi in un clone dei propri genitori.

La famiglia non può contrapporsi alla società, poiché essa stessa ne fa parte, né può accollarsi in maniera esclusiva l'educazione dei propri figli, poiché non ne avrebbe le forze, i mezzi.

Le famiglie devono vivere in una società che va sicuramente cambiata, perché su molte cose essa non è a misura d'uomo, ma devono farlo insieme, come cittadini, poiché i problemi sono terribilmente comuni. In tal senso il rapporto genitori/figli deve diventare dialettico, interattivo, reciproco, da adulti che vogliono sentirsi liberi e autonomi.

Siamo dunque alla conclusione di questo articolo. I tempi di transizione sono molto difficili da gestire, ma hanno un loro fascino: aiutano a riflettere, a cercare nuove soluzioni...

La scuola statale (soprattutto dal dopoguerra ad oggi) è stata il frutto di un grande compromesso tra la cultura borghese e quella cattolica: un compromesso indubbiamente rovinoso per la cultura cattolica, ma che la cultura cattolica, attraverso la Dc ha pur gestito per mezzo secolo... (Quasi tutti i ministri della P.I. sono stati democristiani).

Oggi ci troviamo a che fare con una sinistra che vuole gestire il trionfo della cultura borghese su quella cattolica: questo deve rassicurarci o insospettirci?

Pensare che la cultura cattolica, da sola, possa sconfiggere la cultura borghese trionfante, mi pare pura utopia, specie se si pretende di farlo isolandosi. Come potremo sconfiggere una cultura elitaria come quella borghese, che però pretende d'affermarsi in maniera pubblica, se ci limitiamo a offrire come alternativa una cultura privata, affermata in sede separata?

Noi dobbiamo creare una nuova cultura democratica che sia effettivamente pubblica, sociale, collettiva, capace di rispettare e valorizzare tutte le identità. Questo obiettivo o lo si realizza insieme o non lo si realizza affatto.


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Formazione
 - Stampa pagina
Aggiornamento: 24/04/2015