I libri del Nuovo Testamento

Dopo aver rivisitato con occhio attento i Vangeli ci preoccuperemo in questa sede di studiare quanto ci è stato tramandato anche dagli altri libri del Nuovo Testamento riguardo a quel che accadde in Palestina, a cavallo della guerra perduta dagli Ebrei contro le truppe di Vespasiano e suo figlio Tito (cfr. STORIA - Rappresaglie contro i Giudei ). Se nella sezione dedicata a Gesù ci siamo occupati in maniera particolare di questo personaggio, in questa studieremo in modo più esteso tutte le persone che lo circondarono in qualche modo o che sono citate nel Nuovo Testamento. Ne verrà fuori un quadro storico a nostro avviso più esauriente e verosimile di quanto ci hanno fatto credere venti secoli di religione cattolica. Attraverso il nostro studio metteremo in luce le numerose contraddizioni storiche e le invenzioni accumulatesi nel tempo, presentando nel contempo nuovi elementi per studiare i testi antichi. Questo ci permetterà di fare ordine tra quanto ci è giunto in questi duemila anni e di dimostrare come molte asserzioni tramandate per esempio dai “Padri della Chiesa” siano state in realtà invenzioni fatte passare per storiche.

Morto e resuscitato Gesù, spetta agli Atti degli Apostoli raccontarci cosa accadde ai suoi discepoli. Che l'autore di questo scritto sia Luca, lo stesso del Vangelo, è parere quasi unanime tra gli studiosi cattolici il che, secondo le nostre analisi, pone tale libro nelle mani di un narratore che ha dimostrato nel Vangelo di sovrapporre spesso ai fatti accaduti la propria fantasia (cfr. GESU - Le apparizioni di Gesù ). Dovremo dunque dimostrare molta cautela nei suoi confronti e ciò permetterà di scoprire che molti fatti storici sono stati adattati per confermare il pensiero teologico e che il testo sembra esser frutto dell'assemblaggio di fonti precedenti. [1]

Oltre a questo libro abbiamo a disposizione alcune Lettere scritte da cinque persone: Paolo, Pietro, Giacomo, Giovanni, Giuda. L'Apocalisse invece costituisce un caso a sé come vedremo successivamente in dettaglio. Riportiamo nel seguente grafico il numero di testimonianze pervenuteci di questi antichi testi: [2]

Figura 1 (clicca per vederla)

La figura ci indica la dominanza degli Atti nella diffusione del Cristianesimo, seguita da altri testi tra i quali vi sono da citare alcune Lettere di Paolo (Romani, Ebrei, Corinzi I, Tessalonicesi I), quella di Giacomo e l'Apocalisse. Come ordine di composizione gli studiosi fissano il seguente:

Genere

Data in [Bibbia1]

Data in
[Commentario] 67:59

Testo

Vangeli

70-80

70-90

Matteo

Vangeli

65-70

65

Marco

Vangeli

70

70-90

Luca

Vangeli

fine I sec.

90-100

Giovanni

Altri

Dopo il 70

70-90

Atti

L. Paolo

57-58

58

Romani

L. Paolo

55-57

57

Corinzi I

L. Paolo

57

57

Corinzi II

L. Paolo

56-57

54-57

Galati

L. Paolo

61-63

61-63

Efesini

L. Paolo

58-63

56-63

Filippesi

L. Paolo

54-57

61-63

Colossesi

L. Paolo

50

51

Tessalonicesi I

L. Paolo

51

51

Tessalonicesi II

L. Paolo

65-66

65 (80-90)

Timoteo I

L. Paolo

67?

66-67 (80-90)

Timoteo II

L. Paolo

?

65 (80-90)

Tito

L. Paolo

62-63

61-63

Filemone

Altri

63-65

60-90

Ebrei

Cattoliche

57-60?

62 (80-90)

Giacomo

Cattoliche

64

64?

Pietro I

Cattoliche

90

100-125

Pietro II

Cattoliche

anni 80

70-100

Giuda

Cattoliche

fine I sec.

90-100

Giovanni I

Cattoliche

fine I sec.

90-100

Giovanni II

Cattoliche

fine I sec.

90-100

Giovanni III

Altri

fine I sec.

90-100

Apocalisse

Tabella 1

Le date di composizione non sono certe e variano a seconda del testo in cui sono riportate, ma sembrano comunque confermare una successione di questo tipo: prima furono scritte la maggior parte delle Lettere di Paolo, alcune Lettere cattoliche, poi i Vangeli e gli altri testi.


[1] Cfr AA.VV., Grande Commentario Biblico, Brescia, Editrice Queriniana, 1973, 45:6.

[2] Cfr. [Sabato] pag. "Tutti manoscritti del Nuovo Testamento e degli apocrifi".


Una ricerca più aperta a nuove idee

Non nascondiamo che sarebbe stato più comodo studiare le 'Sacre Scritture' e arrivare alle stesse conclusioni degli esegeti: quanto materiale avremmo trovato già pronto per accompagnarci mano nella mano verso le 'verità rivelate'! Quanta minor fatica, quanti minori dubbi visto che basta entrare in una qualsiasi libreria specializzata e vendemmiare a piene mani le certezze del fior fiore di studiosi, da ormai due millenni impegnati a tenerci sulla 'retta via'... Ma alla fine a noi è risultato molto più naturale considerarle frutto della mano umana 'ispirata' dai suoi più umani intenti. Questo ci induce a ben altre considerazioni, rispetto a quelle addotte dagli esegeti e per raffrontare il piano di discussione sul quale poniamo i nostri risultati conviene citare un esempio tra i tanti. Riportiamo prima un racconto degli Atti (che per le nostre ricerche è risultato il libro "ispirato" più facile da sbrogliare), seguito dal nostro commento e poi da quello dei soliti qualificati esegeti:

Dio intanto operava prodigi non comuni per opera di Paolo, al punto che si mettevano sopra i malati fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui e le malattie cessavano e gli spiriti cattivi fuggivano. Alcuni esorcisti ambulanti giudei si provarono a invocare anch'essi il nome del Signore Gesù sopra quanti avevano spiriti cattivi, dicendo: «Vi scongiuro per quel Gesù che Paolo predica». Facevano questo sette figli di un certo Sceva, un sommo sacerdote giudeo. Ma lo spirito cattivo rispose loro: «Conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete?». E l'uomo che aveva lo spirito cattivo, slanciatosi su di loro, li afferrò e li trattò con tale violenza che essi fuggirono da quella casa nudi e coperti di ferite. Il fatto fu risaputo da tutti i Giudei e dai Greci che abitavano a Efeso e tutti furono presi da timore e si magnificava il nome del Signore Gesù. Molti di quelli che avevano abbracciato la fede venivano a confessare in pubblico le loro pratiche magiche e un numero considerevole di persone che avevano esercitato le arti magiche portavano i propri libri e li bruciavano alla vista di tutti. Ne fu calcolato il valore complessivo e trovarono che era di cinquantamila dramme d'argento. Così la parola del Signore cresceva e si rafforzava. (Atti 19:11-17)

Secondo noi questo passo potrebbe essere stato volutamente 'creato' dalla mente umana allo scopo di convincere gli 'ingenui' a credere ai poteri sovrannaturali di Paolo e ai rischi che avrebbero corso quanti avessero abiurato la fede nel vangelo di questo "apostolo". Anche se non neghiamo che episodi ancora inspiegabili dalla ragione umana accadano e siano accaduti in tutto il mondo - ma non è questa la sede per discuterne -, noi riteniamo (cfr. CRISTIANESIMO - Paolo di Tarso a Efeso ) che questo passo sia stato espressamente confezionato quale monito agli Efesini che rischiavano di cadere in balia di 'vangeli' contrari a quello paolino. Qui è per altro significativo il fatto che vengano bruciati libri che rivelavano conoscenze contrarie a quelle che Paolo voleva trasmettere. Insomma, questo passo non indicherebbe altro che una storia inventata per nascondere una storia vissuta. Pensate che gli esegeti la pensino diversamente? Eccovi la risposta attraverso i commenti ad alcune frasi del precedente passo:

Sceva, giudeo, sommo sacerdote': Questa persona con un nome romano è sconosciuta come sommo sacerdote; certamente non appare nella lista di quelli della Palestina […]. Di più, un "sommo sacerdote giudeo" in un contesto efesino è un buon indice del carattere folcloristico di questa leggenda su Paolo e le sue guarigioni. […] 'il fatto fu risaputo da tutti': Un altro indizio del carattere folcloristico del racconto […]. [3]

Tutto sommato sembra che questi studiosi concordino con il valore che noi attribuiamo allo scritto: uno scritto che va definito 'folcloristico'. Ma le stesse personalità ci potrebbero spiegare per qual motivo fu confezionata questa 'favola'? Potrebbero accettare l'ipotesi che cioè vi possono essere stati uomini (come lo erano i Romani) che, dopo aver massacrato e resi schiavi dei loro simili, si divertivano ad abbindolarli con delle storielle folcloristiche? Come potrebbe uno studioso che considera Dio 'onnipotente' e capace di tanto amore da mandare il proprio unico figlio a morire tra gli uomini, pensare che lo stesso Dio poi si diverta a raccontare frottole ai suoi figli soggetti alle più tremende schiavitù? E ancora: chi decide che un pezzo come quello citato è ‘folcloristico’, mentre altri passi della Bibbia sono ‘verità rivelate’? Basta un imprimatur da parte di un vescovo oppure è importante invece che le cose dette siano accettate anche da una persona pensante qualsiasi e non imposte ‘ex cathedra’?

Certo, tanto può la mente umana; ad ognuno la scelta delle risposte più soddisfacenti.


[3] Cfr. AA.VV., Grande Commentario Biblico, Brescia, Editrice Queriniana, 1973, 45:91.


Comparazione dei testi religiosi e storici pervenutici

Una volta effettuate le analisi proposte sui testi a noi pervenuti, se confrontiamo l'Apocalisse con gli Atti non possiamo non scorgere la differenza di spessore storico tra le due opere. Prendendo come metro di confronto i resoconti dello storico giudeo, le narrazioni di Giovanni collimano fin troppo bene con la storia che Giuseppe Flavio ci ha raccontato. Certamente i due punti di vista sono ben diversi: il primo è rivoluzionario, anti-romano e spinge alla rappresaglia, mentre il secondo biasima la filosofia zelota e piange su quanto è accaduto alla nazione senza nutrire alcuna forma di vendetta. Ma i fatti cui entrambi si riferiscono combaciano e vengono addirittura presentati con lo stesso ordine temporale. Sembra proprio insomma che i punti di vista fossero sì diversi, ma gli oggetti osservati gli stessi. E il fatto che, secondo quanto ci ha raccontato Giuseppe, Giovanni di Giscala fosse suo acerrimo avversario, non fa che avvalorare i racconti che questi due autori, in particolar modo il Flavio, ci hanno tramandato. Insomma, quello che accadde in Palestina durante la prima Guerra giudaica deve essere andato proprio come Giuseppe ci ha fatto sapere attraverso i suoi libri, a meno degli eventi che riguardano la sua persona e che saranno oggetto di un'analisi del tutto particolare.

Ben altra cosa abbiamo scoperto invece essere avvenuta all'interno degli Atti: il narratore descrive scene e personaggi in maniera quasi irriconoscibile rispetto a quelli dello storico giudeo. E' chiaro che la verosimiglianza di Flavio Giuseppe e la conferma dei suoi racconti da parte di Giovanni ci costringono quindi ad una pesante censura nei confronti dell'autore degli Atti. Sembra che infatti questi abbia spesso volutamente imposto una rivisitazione dei ricordi che riguardavano fatti pericolosi da tramandare. Se poi, come insiste Giovanni e ci conferma Paolo, la menzogna era l'arma più potente utilizzata da questi predicatori della 'buona novella', allora vi è da immaginarsi una genetica facilità a raccontare tutto e il contrario di tutto pur di raggiungere lo scopo prefissato, che altro non era se non quello di veicolare un certo messaggio di pace per contrastare quello ribelle fomentato da Giovanni e i suoi adepti.

A questo punto si potrebbe obiettare quanto segue: è probabile che quanto leggiamo negli Atti sia per lo più frutto di una mistificazione, ma la stessa valutazione non discende automaticamente anche per i Vangeli. Perché infatti supporre la malafede degli evangelisti se la scopriamo in chi ha scritto gli Atti, un'opera che si presenta come posteriore agli altri libri?

Eppure vi sono troppi motivi per dubitare anche dei Vangeli che potremmo riassumere, tenendo conto della ricerca già svolta, nei due valori di ‘scarsità’ e ‘contraddittorietà’:

Comunque, sopra tutte queste lacune non possiamo non ricordare forse la maggiore di tutte: l'assoluta mancanza di qualche riferimento al Dio Yahweh, che conosciamo dalla tradizione ebraica.

Le analisi da noi condotte ci avevano messo in guardia dal pensare che i Vangeli fossero testi utili per la ricerca storica su Gesù, per questo siamo andati oltre per studiare tutti gli altri. Ora, una volta resici conto dell'inconsistenza storica delle notizie su Paolo tramandate nel Nuovo Testamento e delle reali dimensioni e finalità della sua opera, non possiamo che nuovamente chiederci: ma quanto fu vero il Gesù Cristo che egli ci ha narrato?


La scelta delle fonti

A questo punto ci chiediamo: a chi credere? La fede, motore cardine di tutti i discorsi di Paolo ma soprattutto di tutto il catechismo cattolico, rimbalza prepotente anche nelle nostre ricerche. La validità dell'informazione infatti non può prescindere dalla bontà della fonte che ce l'ha trasmessa. Ma noi non abbiamo altre notizie, diciamo, storiche se non su questi tre personaggi: Giovanni di Giscala, Giuseppe Flavio e Saulo Paolo di Tarso. Ma tutti e tre sono in continua lotta reciproca e con altri non precisati avversari. Chi possiamo dire fosse il latore di verità?

Nel momento in cui andiamo ad analizzare la fonte delle notizie, abbiamo già operato un criterio di scelta: infatti sia i Vangeli che gli Atti sono opere scritte la cui credibilità è naufragata una volta che si siano considerati attendibili gli scritti di Giovanni, Giuseppe e Paolo. In pratica, una volta che ci fidiamo di questi autori, cadono inesorabilmente le qualità di tutti gli altri. In questo modo non abbiamo fatto altro che assumere come basi di partenza gli scritti di persone di cui abbiamo a disposizione notizie storiche piuttosto buone. Al confronto dei tre citati, Matteo, Luca, Marco e Giovanni (l'evangelista) sono perfetti sconosciuti. Quindi l'assunzione di fondo ha una validità intrinseca, che è quella di accettare prima, non in assoluto comunque, la validità delle informazioni da parte di persone conosciute piuttosto che di quelle sconosciute. La bontà dei testi è quindi ben rapportata alla conoscenza degli autori: per i Vangeli e gli Atti giocoforza non poteva che essere molto minore, perché di essi è ignota la mano che li ha redatti, o meglio la mente che li ha inventati. Ma nel nostro "trio" (Giuseppe, Paolo e Giovanni) le testimonianze hanno tutte lo stesso peso? Di chi ci possiamo fidare di più?

Capiamoci, se non ammettiamo nemmeno la validità di uno di questi autori, allora di conseguenza cade non solo l'impianto religioso finora conosciuto, ma anche quello storico che riguarda un secolo importante della storia indoeuropea. Questo non significa prendere per oro colato qualsiasi notizia, ma neanche buttare via tutto quello che ci è pervenuto (come dice un vecchio adagio, bisogna fare attenzione, gettando via l’acqua di un catino, a non buttare via anche il bambino dentro). Se facciamo infatti il paragone tra Giovanni e Giuseppe è chiaro che non sapremo mai come si è svolto nei dettagli un particolare episodio della I Guerra giudaica ma l'episodio in se stesso, essendo raccontato da due autori di fazioni politiche opposte, ha una forte probabilità di essere accaduto. Pensiamo ad esempio a quanto è avvenuto durante la guerra: è ovvio che Giovanni non si spertica in salamelecchi verso l'Imperatore romano, ma come Giuseppe ci ricorda che la guerra è accaduta e a vincerla fu proprio quell'Imperatore che rischiò addirittura la vita sul campo di battaglia. Sono tutte informazioni verosimili che, se da un lato ci permettono di delineare le figure e le aspettative dei nostri autori, dall'altra ci confermano anche dati che definiremo "storici". Il fatto poi di aver di fronte due modi diversi di pensare ed agire, ci fa guardare con utile distacco alle affermazioni personali tanto dell'uno che dell'altro.


Metodi e finalità dello studio sulle origini del Cristianesimo

Chiaramente, secondo noi, l'avvento del Cristianesimo diede un nuovo impulso di sopravvivenza al mastodontico organismo sociale che era diventato l'impero di Roma, e le sue origini ben si ancorano nel I secolo della nostra Era. Come infatti osservano gli storici riguardo a Seneca, un autore che visse in questo periodo:

[...] troviamo uno dei più elaborati tentativi di riflessione sul bisogno di nuovi rapporti tra padroni e schiavi, sulla necessità di ottenere una sottomissione non solo fisica ma anche morale, essendo questa la migliore garanzia di quella. [4]

Il messaggio di pace e sottomissione è insito in tutta la predicazione di Paolo ed esso, unito alla speranza nella risurrezione, poteva reggere come collante per tanti secoli ancora facendo sì che l'Impero potesse dedicarsi più al controllo dei propri confini che alle ribellioni degli schiavi. Ma questa operazione ebbe come costoso riflesso che una classe sacerdotale - che nella Roma antica non godeva di poteri particolari - divenisse prima una organizzazione volta al controllo sociale, poi la struttura ecclesiastica che abbiamo imparato a conoscere.

A questo punto, possiamo dire di aver concluso l'applicazione della teoria conoscitiva da noi tratteggiata in un'altra sezione; studiando il Cristianesimo abbiamo infatti utilizzato:

  1. Il modello dell'informazione dominante per confrontare i testi al fine di estrapolarne dati quantitativi che sono indice delle loro caratteristiche informative
  2. Il collegamento delle informazioni per ricomporre ogni elemento delle storie pervenuteci. Ricordiamo infatti che secondo noi ogni rappresentazione è semplicemente un ammasso di collegamenti tra definizioni. Nulla è quindi arbitrariamente isolato dall'azione di elementi contermini e coevi, se non anche da quelli che ci paiono più distanti nel tempo e nello spazio
  3. Tenendo conto che l'informazione non è altro che un segnale soggetto a distorsione a causa del mezzo che lo conduce al destinatario, abbiamo puntato l'attenzione sulle figure dei testimoni, cioè su chi ci ha tramandato certe notizie e soprattutto sull'interesse che questi avevano a raccontarci alcune cose piuttosto che altre, spesso scadendo nella più banale contraddizione.

Se confrontassimo il nostro metodo di ricerca con quelli dei esegeti cosa dovremmo argomentare?

  1. E' ben difficile trovare, se non per gli specialisti, testi che confrontino i quattro Vangeli riga per riga, parola per parola. Se questo lavoro fosse portato all'attenzione di qualsiasi credente, un minimo di sconcerto ne nascerebbe e, proseguendo nella ricerca, non potrebbe non rimanere colpito dalle tante contraddizioni "ispirate dal Signore". Come è capitato nel nostro studio, è difficile altresì non inciampare, per esempio, in quella sopraffine messinscena accertabile nei racconti della Pasqua
  2. Gli studi su Gesù storico si sono sviluppati principalmente negli ultimi due secoli. Quello di cui sembra essersi infatti preoccupata la Chiesa è sempre stata un'operazione di "isolamento" del personaggio dal contesto sociale dell'epoca. La raffigurazione del Cristo come l'incarnazione di Dio ne ha fatto un essere quasi senza legami con la terra e le persone coetanee. Una specie di extraterrestre sceso in Terra e poi sparito nel cielo. Quei pochi accenni alla sua parentela sono stati recisi attraverso le giustificazioni più rocambolesche, non ultima quella dogmatica verginità della sua madre. E le vicissitudini vissute dagli Ebrei dell'epoca, prima fra tutte la guerra che provocò la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio? Per fare un esempio di quanto il Cristianesimo sia ritenuto indipendente da questo drammatico momento basta citare questo esempio: un testo di storia per il biennio superiore [5] dedica ben 95 pagine a Gesù e solo 8 righe (in un rapporto quantitativo circa di 1000 a 2!) per ricordare la guerra persa dai Giudei. Invece, come abbiamo potuto appurare, tutti i personaggi vissuti all'epoca erano saldamente legati tra loro e in modo inscindibile alla guerra che oppose gli Ebrei ai Romani.
  3. Una buona conoscenza non può prescindere dal valore dei testimoni che raccolgono e diffondono le notizie. Ma, nel caso del Cristianesimo, conosciamo qualcosa dei personaggi citati nel Nuovo Testamento in libri ad esso estranei? Abbiamo visto con quale smania gli esegeti cattolici difendono il "testimonium flavianum", ma dove troviamo notizie che riguardano gli evangelisti? Nulla, se non qualche insignificante informazione da parte dei primi Padri della Chiesa. E di Paolo allora? Come è possibile che, nonostante Giuseppe Flavio ci offra su un piatto d'argento informazioni importanti su di lui, gli esegeti cattolici non le abbiano mai considerate? La risposta è semplice e legata ad un'altra questione sulla quale la Chiesa tace: perché tali evangelisti si prodigarono a diffondere il messaggio cristiano? Anche qui, per nascondere le motivazioni della "bestia che viene dalla terra", la Chiesa ha diffuso l'immagine di una persona che corre in lungo e in largo per il Mediterraneo come fosse una marionetta mossa dai fili invisibili di Dio.

Non saremmo ora così soli nelle nostre conclusioni se gli studiosi si fossero interessati prima a chi ha diffuso certe informazioni e poi al loro contenuto.


[4] Cfr. AA.VV., L'uomo romano, Bari, Gius. Laterza e Figli, 1989, pag. 169.

[5] Cfr. M. Bontempelli, E. Bruni, Antiche strutture sociali mediterranee - 2, Milano, Trevisini Editore, 1979.


Metodi di ricerca senza pregiudizi

Come abbiamo visto, gli studi svolti ci conducono a ben altre conclusioni sulla nascita del Cristianesimo rispetto a quelle cui siamo abituati dalla cultura ufficiale. D'altronde, come abbiamo rilevato più volte, non è colpa nostra se tutte le contraddizioni, le lacune e le invenzioni dei libri del Nuovo Testamento ci hanno indotto a porre attenzione assoluta a quello che ci raccontano. Ne è nata una ricerca che non si è limitata a far rilevare i problemi dei testi, ma ha proposto soluzioni per spiegare perché a noi sono state tramandate alcune descrizioni dei fatti e altre no.

Certamente, le risposte sono diverse rispetto a quelle ‘ufficiali’ e il perché ci sembra semplice: non siamo partiti dal presupposto che questi testi siano stati ispirati da Dio. Noi riteniamo che questo sia un assioma inaccettabile in quanto non poggia sulla base per la quale riteniamo validi tanti altri postulati: l'evidenza. Quando, ad esempio in geometria euclidea, assumiamo come principio di tanti teoremi il seguente assioma "Per un punto esterno ad una retta passa una sola retta parallela alla data", non facciamo altro che accettare quello che i sensi ci rivelano come 'scontato' e che, statisticamente parlando, potremmo dire, viene riscontrato in maniera continuamente ripetuta. Certo non tutti i postulati sono così 'evidenti': che solo la luce possa raggiungere la massima velocità di spostamento è un assunto della teoria della relatività per niente scontato. In questo caso dovremmo assicurare ai nostri sensi che ciò è valido attraverso un esperimento che fornisce sempre lo stesso risultato a parità di condizioni.

Quando vogliamo sostenere che dei testi sono stati ispirati da Dio dobbiamo essere capaci di provare una tale asserzione per qualsiasi riga che andremo a leggere. Ma in questo caso cozziamo contro altri due scogli: crediamo forse di sapere cosa significa 'ispirazione' e chi ne sia l'autore (cfr. DEISMO - Cosa rappresenta la parola Dio? )? Per salvare la dottrina dell’ispirazione divina gli esegeti utilizzano la seguente ‘spiegazione’:

Dal punto di vista cattolico, l’ispirazione divina della Scrittura è, intesa in senso stretto, un mistero soprannaturale. Si tratta perciò di una realtà che non potrà mai essere pienamente compresa e resterà sempre oscura e opaca per l’intelligenza umana. [6]

Potremmo dedicare trattati infiniti a queste frasi, ma per ora esse ci sono semplicemente utili per spiegare la differenza che esiste tra un teologo e uno studioso di altre materie. Un lettore del testo cattolico per eccellenza, cioè il Catechismo della Chiesa Cattolica, è ben allenato a considerazioni come quella citata: gli studiosi cattolici sfoderano continue certezze ma, quando non sanno dare spiegazioni, hanno sempre a disposizione l’insostituibile parola ‘mistero’. Per rendersi conto di quanto questo termine imperversi nei ragionamenti del testo citato basti pensare che appaiono nel testo ben 334 parole che principiano con il gruppo di lettere 'mister'. Chi ha molte meno certezze e più umiltà di esposizione, come ad esempio uno studioso di scienze naturali o storiche, non sciorina certezze ma “probabilità” che quello che sostiene sia verificabile. Beh, una parola formata su 'probabil' nel Catechismo compare solo una volta, in un contesto così blando che potrebbe anche non esserci! [7] Certo, se i teologi usassero meno ‘misteri’ e più ‘probabilità’ li tratteremmo come tutte le altre persone che vogliono insegnarci qualcosa di nuovo: quando sbagliano non avremmo paura a giudicarli e condannarli, senza tema di venire noi perseguitati per aver chiesto ragione dei loro errori, né a dar loro ragione quando è giusto farlo. Ma chi pretende di avere sempre la ragione dalla sua parte, non può fare meno di incorrere in critiche e intolleranze. E ci accontentiamo di accennare solo a questo.


[6] Cfr. AA.VV., Grande Commentario Biblico, Brescia, Editrice Queriniana, 1973, 66:3.

[7] Cfr. Costituzione Apostolica Fidei Depositum, Catechismo della Chiesa Cattolica, Città del Vaticano, Libreria editrice Vaticana, 1992, 1252.


Conclusioni degli studi sul Cristianesimo

Tutti gli studi svolti su Gesù e il Cristianesimo approdano quindi nella raffigurazioni di due correnti che scontrandosi diedero origine alla religione a noi nota. La filosofia zelota racchiusa negli scritti di Giovanni di Giscala da una parte, Saulo Paolo di Tarso e i suoi collaboratori schiavisti dall'altra, condussero alla nascita della Chiesa giunta fino a noi. Un'organizzazione che fin dalla sua origine conserva al suo interno due anime, le due facce contrapposte del lupo e dell'agnello: quella rivoluzionaria, attenta agli oppressi e ai bisognosi in genere, e quella reazionaria, impegnata a mantenere il potere costituito e saldi legami con i ricchi di ogni epoca. Questa sintesi ci conduce ad una singolare coincidenza di nomi dopo duemila anni. Proprio in questi tempi in cui andiamo divulgando i nostri studi, a capo della Chiesa cattolica da qualche decennio si sono succeduti due papi il cui nome racchiude in se il ricordo dei personaggi storici fondatori del Cristianesimo. Una semplice coincidenza, uno scherzo del destino, o una scelta ad hoc per chi "ha orecchi da intendere"? Sono forse questi i tempi più maturi per divulgare certi pericolosi retroscena attentamente celati per millenni?

Siccome il fine di questo sito è sì quello di rispondere a delle domande, ma non certo quello di svelare qualsiasi indovinello che passa per la mente, a noi basta quanto siamo riusciti ad elaborare in tutti i mesi passati. Nel frattempo, in attesa che a scuotere chi ripone la fede (cioè la fiducia, "una cosa seria" come recitava un vecchio spot) nelle mani altrui senza battere ciglio sopraggiunga:

potremmo ricordare una frase di Papa Leone X riportata da qualche autore:

...quanto profitto ci ha portato questa favola di Gesù! [8]

A noi però, così affezionati a Giuseppe Flavio, piace ancora ricordare le parole con le quali lo storico giudeo introduceva le memorie dei momenti tanto cruciali per la sua patria:

[…] per l'esperienza acquisita nella guerra dei Giudei contro i Romani, dai fatti che ebbero luogo e dalla fine alla quale giunsero, mi sentii costretto a esporre tali eventi a motivo di coloro che con i loro scritti sovvertono la verità. [9]


[8] Cfr. [Alateus] pag. "Le origini del Cristianesimo e la ricerca sulla storicità di Gesù Cristo".

[9] Cfr. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, Torino, Unione-Tipografico-Editrice, 2000, 1:0.1(4).


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