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Il cristianesimo ha attraversato tre fasi: è nato come messianismo antiromano di alcune sette ebree, è stato trasformato da Paolo in culto soteriologico per gli schiavi sconfitti di tutto il Mediterraneo, è infine diventato il culto ufficiale dello stesso impero, che cominciò ad inglobare i vertici del nuovo culto finché, sotto Costantino, la chiesa divenne organicamente parte dell'apparato statale romano.

Se i primi cristiani erano ribelli sopravvissuti al massacro, a partire da San Paolo i cristiani sono non solo schiavi sottomessi, ma anche membri della casta dominante in cerca di conforto dalla crisi della propria civiltà giunta all'apogeo.

Paolo di Tarso

Ovviamente questo comportò non solo modifiche dottrinarie rilevanti, di cui si è detto, ma anche cambiamenti strutturali all'organizzazione dei credenti. Se in origine la chiesa era l'ecclesia, ovvero l'assemblea dei credenti, che gestiva collettivamente le risorse dei fedeli e nominava democraticamente i suoi dirigenti (tanto che ancora Leone Magno disse: "colui che dovrà presiedere su tutti, dovrà anche essere eletto da tutti"), la nuova chiesa era invece un apparato burocratico calcato sulla struttura imperiale. Il processo che condusse alla totale esclusione del ruolo dei fedeli nelle decisioni durò secoli, ma già sotto Costantino era l'imperatore a dare direttive al corpo episcopale su questo o quel dogma.

In questa atmosfera, la proprietà comune stava già rapidamente declinando. Con la crescita numerica della comunità, soprattutto nelle grandi città dell'impero, nasceva il bisogno di una struttura permanente (la venuta del messia si allontanava nel tempo). I primi funzionari erano eletti e revocabili e non ricevevano alcun beneficio materiale dalla loro carica. Con la crescita della comunità alla carica corrispose una remunerazione, per quanto i vescovi rimanessero eleggibili e revocabili.

Tuttavia, occorre ricordare che il successo del cristianesimo era il successo di un movimento ormai sottomesso sotto il piano politico, del tutto innocuo per l'impero. La crisi morale della classe dominante poteva dunque dare nuovi adepti alla chiesa. A questi non veniva più chiesto di mettere in comune i propri beni ma al massimo di darne una certa parte. La comunità non era più un'unità produttiva indipendente, come era nel caso degli esseni, né avrebbe potuto in un ambiente urbano.

La comunione dei beni diveniva così solo un ricordo, simboleggiato dalle funzioni religiose comuni. I funzionari della chiesa non erano dunque più controllati dai fedeli, che non vivevano più collettivamente, e potevano disporre di ricchezze crescenti svincolati da ogni controllo. Nel tempo, le risorse della comunità cominciarono a divenire possesso di fatto dei vescovi, eletti ormai solo formalmente da fedeli che erano ormai troppo numerosi per conoscerli di persona e controllarli.

Quando la chiesa venne incorporata nello Stato, ogni residuo di struttura collettiva venne spazzato via. Le proprietà dell'ecclesia, la comunità dei credenti, divennero patrimonio della chiesa struttura burocratica, i vescovi non furono più eletti dai fedeli ma dall'imperatore, scomparve ogni altra usanza collettiva, come la confessione in pubblico. Comparve la decima, fonte di arricchimento favoloso per la chiesa, il lavoro coatto dei "fedeli" e, a partire dal XII-XIII secolo, il celibato dei preti come mezzo per evitare la dispersione di questa ricchezza. Per quel tempo, la dottrina cattolica aveva già stabilito, "sulla base dei testi sacri", la proprietà individuale del clero sulle terre di rispettiva competenza.

A partire dal III sec. d.C., nella chiesa "cristiana", delle convinzioni dei cristiani, ovvero degli aderenti alle sette guidate da un "cristo", un liberatore, non rimaneva pietra su pietra[34]. Il completo rovesciamento dei principi su cui si reggeva la chiesa originale non avvenne senza conflitti. Ce ne furono e sanguinosi. Sin dai tempi di Costantino "eresie" si diffusero nelle zone orientali e nordafricane, ottenendo successi notevoli. Ma la chiesa aveva dalla sua l'esercito imperiale e ogni eresia venne repressa nel sangue.

Un fenomeno peculiare fu quello dei monasteri, dove seppure in forma distorta si ebbe un certo ritorno al primitivo comunismo cristiano. Come unità di produzione e consumo collettivo, i monasteri erano di gran lunga superiori a ogni altra parte dell'economia. Non solo infatti la forza-lavoro era libera proprietaria dei mezzi di produzione (la terra) e ne godeva i frutti, ma la divisione del lavoro era assai più sviluppata, come la tecnologia, grazie all'accumularsi delle conoscenze. Questa superiore produttività permise ai monasteri di prendere il controllo delle zone circostanti. Ben presto i monasteri divennero importanti proprietari fondiari, sfruttando il lavoro dei contadini che risiedevano sulle terre di proprietà collettiva del monastero, in una struttura che ricorda per certi versi il rapporto tra spartiati e iloti. Sotto il profilo ideologico, i monasteri non costituirono mai, nel loro complesso, un'opposizione alla burocrazia ecclesiastica, ma un suo complemento.

Al contrario, il messaggio del cristianesimo originale è rimasto nelle sette di eretici, dagli albigesi ai catari, dai dolciniani agli anabattisti, che ripresero il collettivismo originario combattendo lo Stato con le armi classiche delle sette messianiche: l'insurrezione e la guerriglia. Ogniqualvolta ci si opponeva alla chiesa ufficiale lo si faceva sotto forma di istanze comuniste di base, dai carpocraziani agli anabattisti. Sebbene le condizioni sociali fossero mutate, il fatto di ricorrere a un'ideologia religiosa come strumento di lotta dimostra che i tempi non erano ancora maturi per una trasformazione sociale.

Se Müntzer avesse vinto i principi protestanti, avrebbe potuto costruire una società socialista[35]? Proprio come gli schiavi di Spartaco o esseni e zeloti in Palestina, questi eroici combattenti vennero in un certo senso "troppo presto" nell'arena della storia. Le loro convinzioni socialiste, profonde e coraggiose, non potevano essere che aspirazioni religiose, morali, finché le condizioni materiali per una società socialista non si presentarono nel corso dello sviluppo storico. Marx notò che l'uomo non si pone se non quei problemi che può risolvere. Prima della rivoluzione industriale, l'eliminazione della proprietà privata non era un problema risolvibile, ma ciò non impediva agli uomini di porselo. Solo ne impediva una impostazione razionale, scientifica.

Con lo sviluppo delle condizioni materiali per l'eliminazione della proprietà privata, l'aspirazione al socialismo - che attraversa tutta la storia umana, come coscienza di una perdita irreparabile, e come volontà di tornare su nuove basi alla libertà e alla giustizia che hanno caratterizzato gran parte della vita dell'uomo - è diventata un movimento politico, il movimento operaio. E' compito della classe lavoratrice, armata delle idee del marxismo, porre fine alla barbarie della società basata sulle classi, lo Stato e la proprietà privata, per dare vita alla società che sotto forma di ideale ha accomunato tutta l'umanità, che le sette cristiane concepivano come "società perfetta", "il regno di Dio", e che oggi possiamo invece realizzare come il regno dell'uomo.


[34] Tra i santi "socialisti" possiamo ricordare San Clemente, Lattanzio, San Basilio, San Gregorio di Nissa, Agostino ecc., molti di questi erano attivi quando il cristianesimo era già la religione ufficiale dell'impero. I loro discorsi paragonano spesso i ricchi ai ladri. Ad esempio, nel famoso sermone di San Basilio, del quarto secolo, in cui egli contesta la legittimità della ricchezza: "Miserabili, come vi giustificherete di fronte al tribunale di Dio? Dite 'che colpa abbiamo quando ci teniamo quello che è nostro' e io vi chiedo come avete ottenuto quello che chiamate vostra proprietà? Come i possidenti sono divenuti ricchi se non prendendo possesso di cose che appartenevano a tutti?" (cit. in R. Luxemburg, Il socialismo e la Chiesa). Lo stesso si può dire per Giovanni Crisostomo, autore del noto aforisma "la proprietà è un furto" o per Sant'Ambrogio che scrisse: "la natura ha creato il diritto alla comunanza dei beni, solo il furto ha fatto nascere la proprietà privata" (in Doveri del ministero sacerdotale). Tertulliano nel suo Apologo racconta la vita dei cristiani del suo tempo osservando: "ogni cosa è in comune tra noi, tranne le donne; perché la comunanza da noi si ferma dove inizia presso gli altri". (torna su)

[35] Questo tema è affrontato da Engels nel suo scritto La guerra dei contadini, da cui emerge che le idee di Muntzer andavano già ben oltre il messaggio religioso, che usava come rivestimento di una ideologia eminentemente politica. (torna su)


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Homolaicus - Ultimo aggiornamento: 01-05-15 - Sezione Storia