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b) I culti misterici e il potere imperiale

Le sette nazionaliste giudaico-cristiane non potevano sviluppare una religione universalistica perché erano il prodotto della lotta di un solo popolo. Allo stesso tempo, sebbene gli ebrei non fossero l'unica popolazione oppressa sotto l'impero, la dominazione che subivano aveva un carattere particolarmente brutale e la loro storia millenaria di sottomissione li aiutava, anche nella diaspora, a restare più legati e omogenei di altri popoli.

In fondo, la diaspora "romana" fu solo l'ultima di una serie. Inoltre, la consistenza numerica e la diffusione degli ebrei era notevole[23]. Tutto questo spiega perché la radice del cristianesimo sia ebraica.

Costantino

Tuttavia, questa radice crebbe in un mondo del tutto diverso. Non solo il dominio romano aveva unificato le condizioni sociali e politiche del Mediterraneo, ma aveva facilitato enormemente gli scambi culturali tra i popoli. Così, se la crisi della civiltà schiavile spiega il diffondersi di culti misterici, il fatto che l'oriente in genere fosse più sviluppato spiega perché il flusso delle idee soteriologiche andasse da est a ovest, dalla civiltà ellenica ma anche persiana e indiana fino a Roma[24]. Già prima che la presa di Gerusalemme ponesse le basi per una rivisitazione del messianismo ebraico, i culti di salvezza avevano conosciuto una diffusione notevole tra i popoli soggetti a Roma, tanto che verso il 50 a.C. il senato romano aveva deciso una loro decisa repressione.

Particolarmente brutale fu la repressione dei culti dionisiaci. Liberato delle sue componenti guerriere ed isolazioniste, il messaggio messianico era pronto per fondersi con le religioni a sfondo salvifico ormai diffuse. Spesso si trattava di culti già sincretici, ovvero religioni che univano culti orientali a elementi giudaici e di popoli anche al di fuori dell'orbita romana. Quello che tutte queste forme avevano in comune era il ruolo centrale dello schiavo. Il fedele era lo schiavo e dio il padrone che lo liberava. Dalla fusione tra questi culti e il messianismo ebraico, avvenuta nel corso dei primi secoli dell'impero, emerse la religione cristiana, una dottrina che si rivolgeva a tutti, non più legata alle condizioni e agli usi di specifiche etnie. Il suo richiamo universale rifletteva un dato oggettivo: l'unificazione politica e sociale del bacino mediterraneo.

La crisi strutturale di una società in principio non si riflette alla sua base, ma ai suoi vertici. Così, mentre la disperazione degli schiavi sconfitti stava producendo la sintesi dei diversi culti di salvezza, la superstizione e il mistero prendevano il sopravvento su tutta la società. Si assistette ad una esplosione di fenomeni inspiegabili, misteri, miracoli. Persino Tacito, solitamente assai sobrio, racconta dei numerosi miracoli compiuti da Vespasiano[25], quali ridare la vista a un cieco, che saranno poi ripresi nel cristianesimo[26].

L'imperatore, come potenza suprema dello Stato, si prestava inevitabilmente alla divinizzazione. L'accentramento del potere nelle mani dell'imperatore forniva una base ulteriore alla diffusione di culti monoteisti in cui all'imperatore romano si contrapponeva un messia ancor più divino e potente. Finché il messianismo restò l'ideologia delle fasce oppresse, l'imperatore era l'emblema stesso del male, divino sì ma nella sua mostruosa malvagità (si pensi all'immagine che ancora oggi i cristiani danno di Nerone). Quando la chiesa si fuse con lo Stato imperiale, queste tradizioni vennero pian piano dimenticate[27].

I cristiani non amano sottolineare la stretta parentela del Cristo dei Vangeli canonici con ogni altra figura di salvatore noto alle religioni soteriologiche. Anzi, spesso rovesciano il nesso causale e interpretano l'ambiente pieno di religioni a sfondo liberatorio (il culto di Dioniso, i misteri orfici, i misteri eleusini, i misteri di Adone, Osiride e Iside, ecc.) come una sorta di "preparazione" all'avvento del messia vero, una sorta di convergenza spirituale verso il figlio di dio.

Naturalmente, chiedendo l'aiuto divino, è possibile interpretare la causa spiegandola con l'effetto, e non sono mancate scoperte di autori cristiani precedenti a Gesù stesso, come nel caso di Virgilio. E' inutile, in un simile contesto, chiedersi perché il messaggio messianico dovesse passare per l'attribuzione delle qualità del salvatore a una serie di personaggi disparati, provenienti da ogni cultura dell'epoca.

Elementi quali la nascita virginale, in una grotta, l'attribuzione della paternità del messia a dio, la resurrezione, s'incontrano infatti in decine di altre fedi. Si consideri questo passo: "la volontà dei Deva fu compiuta; tu concepisti nella purezza del cuore e dell'amore divino. Vergine e madre, salve! Nascerà da te un figlio e sarà il Salvatore del mondo. Ma fuggi, poiché il re Kansa ti cerca per farti morire col tenero frutto che rechi nel seno. I nostri fratelli ti guideranno dai pastori, che stanno alle falde del monte Meru... ivi darai al mondo il figlio divino."[28]

Come si vede, la religione Indù contempla l'incarnazione del dio Vishnu, che decide di farsi carne sulla terra, sotto le spoglie umane di Krishna, e costui nasce da una madre vergine, Devaki, la quale è costretta a nascondersi perché il re Kansa teme la venuta, evidentemente profetizzata, del salvatore, e vuole ucciderlo; la nascita del fanciullo divino avviene fra i pastori.

Ciò dimostra che la natività di Gesù, in realtà, ha radici molto antiche in una numerosa serie di tradizioni del tutto analoghe o quasi coincidenti. Tra le madri vergini che partorirono un dio abbiamo anche la madre di Api, Osiride, Sakia, Quexalcote, Dioniso, Attis, Ercole e molte altre. Quanto alla resurrezione si pensi ad Osiride, che condivide con Gesù anche la nascita verginale. Il caso di Api mostra anche un'origine ancora più antica. Api infatti era rappresentato da un toro, Gesù da un agnello.

Qui riscontriamo un residuo di origine totemica, ovviamente cancellato nei secoli con un'interpretazione intellettuale dell'agnello "che toglie i peccati del mondo", che avrebbe lasciato assai freddi i cristiani originali. Un'altra figura che ha palesemente ispirato diversi passi evangelici è Buddha, che nasce miracolosamente dalla regina vergine Maya. Alla sua nascita compaiono spiriti che cantano una preghiera ("è nato un eroe meraviglioso" ecc) assai vicina alle parole dei magi. Molti altri aspetti anche di dettaglio della vita di Buddha li ritroviamo nei Vangeli, come l'episodio in cui il bambino si perde e viene ritrovato a discettare di dottrina con un gruppo di sapienti.

Le stesse feste cristiane sono chiaramente di derivazione "pagana". In Grecia e in diverse località dell'Asia occidentale, specialmente in Siria, si celebrava in primavera, all'incirca nel periodo che poi fu caratteristico della Pasqua cristiana, la morte e la resurrezione di Attis: "nel giorno del sangue, si piangeva per Attis, sulla sua effigie che veniva poi sepolta, ma, al cader della notte, la mestizia dei fedeli si mutava in allegrezza. Una luce brillava subitamente nelle tenebre, si apriva il sepolcro, il dio era risorto dai morti. Il mattino seguente, 25 marzo, considerato l'equinozio di primavera, la divina resurrezione veniva celebrata con esplosioni di gioia"[29].

Lo stesso si può dire di Mitra, divinità persiana il cui rituale aveva avuto una straordinaria diffusione nell'impero romano, tanto da annoverare tra i suoi fedeli lo stesso imperatore Costantino. Anche Mitra moriva e risuscitava e la sua nascita era omologata a quella di numerosi altri dei solari siriani ed egiziani, che venivano partoriti dalla madre vergine nella notte del 25 dicembre: "sia per dottrina che per rituali, il culto di Mitra sembra presentasse molti punti di contatto non solo con la religione della madre degli dei, ma anche con quella cristiana. Punti di contatti rilevati anche dai padri della chiesa, che li definirono opera del demonio intesa ad allontanare l'animo umano dalla vera fede, mediante una falsa imitazione di essa"[30].

Un altro caso di evidente somiglianza teologica con Gesù è quello che riguarda il greco Dioniso, che moriva e scendeva negli inferi, per poi risuscitare. Qui troviamo un altro sorprendente elemento di parallelismo col cristianesimo, il rito della teofagia (il fedele che si ciba della carne e del sangue del dio): "durante la festa, i suoi fedeli ritenevano senza dubbio di fare a pezzi il dio stesso, cibandosi della sua carne e bevendone il sangue"[31].

L'opera di Frazer, Il ramo d'oro, è decisiva nel dimostrare che pressoché ogni elemento dottrinario della figura di Gesù è stato mutuato da questi culti, spesso contro l'impostazione classica della religione degli ebrei. Si pensi a Gesù che annuncia ad una assemblea pasquale di giudei che il pane è la sua carne e il vino il suo sangue, e che i discepoli devono cibarsi della carne e del sangue del loro maestro sacrificato, visto come incarnazione divina. Questo sarebbe suonato non solo insolito, ma orrendamente sacrilego. Per gli ebrei il sangue costituisce un forte elemento di impurità, che non è permesso toccare senza poi eseguire pratiche purificatorie, figuriamoci berne: una delle prescrizioni più rigorose del cibo kosher consiste proprio nell'assicurarsi che l'animale ucciso sia stato ben dissanguato.

Storicamente parlando, non possiamo considerare credibile che un ebreo avrebbe esposto dottrine, come la teofagia, considerate offensive e sacrileghe tra i suoi discepoli. Al contrario, varie discipline iniziatiche del mondo ellenistico e poi romano contemplavano riti teofagici, e non avevano alcun genere di pregiudiziale nei suoi confronti.


[23] Essi costituivano oltre il dieci per cento della popolazione non libera dell'impero. A Roma erano particolarmente numerosi, tanto che nel 3 a.C. si presentarono in delegazione da Augusto in oltre 8.000. All'epoca, essi erano anche abbastanza vicini al potere imperiale. (torna su)

[24] Così lo stesso Plotino andò in Persia per studiare la cultura indiana e gli influssi di tale cultura sul cristianesimo sono innegabili. (torna su)

[25] Histories, IV, cap. 81. (torna su)

[26] Successivamente questa qualità passò ai sovrani cattolici fino a Carlo X, che durante l'incoronazione del 1825 come ultimo re di Francia, compì i suoi bravi miracoli. (torna su)

[27] Occorre infine osservare che un certo monoteismo inizia a farsi largo in forma autonoma anche in Grecia e a Roma. La figura di Zeus-Giove diviene infatti il padre degli dei, una figura unica chiaramente distinta dal resto del pantheon. Ma la struttura sociale della Grecia classica non permise lo sviluppo necessario al monoteismo. Anche la letteratura greco-romana registra alcuni spunti in questo senso. Kautsky nota: "Il monoteismo inizia a farsi strada. Possiamo trovarne echi anche precedenti come una scena di Plauto in cui uno schiavo, chiedendo un favore, dice: 'C'è un Dio, come sai, che ascolta e vede quello che facciamo; e a seconda di come mi tratti, tratterà tuo figlio lì. se ti comporti bene tornerà a tuo vantaggio'. (Captivi, atto II, scena II)". (L'origine del cristianesimo). (torna su)

[28] E. Shurè, I grandi iniziati. (torna su)

[29] J. G. Frazer, Il ramo d'oro. (torna su)

[30] J. G. Frazer, cit. (torna su)

[31] J. G. Frazer, cit. (torna su)


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Homolaicus - Ultimo aggiornamento: 01-05-15 - Sezione Storia