Messianismo

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Tra i supersiti della setta degli apostoli, chiamata con vari nomi: ebioniti, nazorei (o nazareni), cominciò un processo di differenziazione che condusse al prevalere della corrente guidata da Paolo, che operò una revisione complessiva delle tradizioni messianiche attingendo a diverse fonti intellettuali. Per comprendere il risultato di questa sintesi occorre partire dalla situazione storica dell'epoca.

Quando nel 70 d.C. la Palestina fu rasa al suolo dalle truppe imperiali, qualunque fede nella possibilità di sconfiggere Roma si tramutò in disperazione. Per gli schiavi di tutto l'impero la presa di Gerusalemme fu il segnale della controrivoluzione trionfante. Infatti, le masse oppresse della Palestina erano state per decenni alla testa della ribellione contro Roma.

Evangelista Matteo Evangelista Luca

Il loro annientamento segnò la fine delle speranze per tutti gli schiavi e i proletari dell'impero romano. Ogni ribellione divenne ad un tratto inutile, controproducente e la religione riflesse questo mutamento. Il periodo di reazione sociale e politica prese ideologicamente la forma di un nuovo tipo di religione messianica. Lo vediamo già nella Apocalisse di Giovanni scritta poco dopo quegli eventi, da un personaggio che aveva senza dubbio partecipato alla rivolta e che probabilmente aveva visto il sacco di Gerusalemme. Qui si riversa la rabbia, l'amarezza, la vera e propria follia disperata che attanaglia le comunità ebraiche in esilio in un insieme di racconti confusi, onirici, in cui, con una complessa simbologia, si scagliano anatemi contro Roma (e non contro il "diavolo", come poi deciderà la chiesa). E' in questo ambiente che il messaggio originale zelota-essenico, connesso al profetismo tradizionale ebraico, viene fuso con le correnti soteriologiche orientali e le filosofie dell'impero.

a) Il messianismo ebraico

Gli ebrei svilupparono una dottrina monoteista a contatto con gli Stati asiatici. In generale le religioni monoteistiche furono una creazione delle popolazioni nomadi, come gli ebrei e poi gli arabi, nei loro contatti con una superiore civiltà urbana, in cui l'unico padrone del cielo era un riflesso del dominio acquisito da un unico padrone in terra. Tuttavia per gli ebrei il monoteismo asiatico acquisì subito un ruolo differente. Il dio "geloso" del Vecchio Testamento è un dio spietato che protegge, dovrebbe proteggere, il suo popolo eletto dalle angherie dei vicini.

Di fronte all'oppressione, la cultura ebraica sviluppò il profetismo messianico, che si basava sulla condanna dei popoli che opprimevano Israele, ma anche su una certa denuncia sociale della ricchezza e del lusso, visti come qualcosa di estraneo al popolo ebraico, quasi un segno di connivenza con gli oppressori. Per esempio, al profeta più noto, Isaia, sono attribuite queste riflessioni: "asserviranno così chi li aveva asserviti, domineranno i loro oppressori", che è poi quello che effettivamente accadeva quando gli schiavi liberavano un territorio. E in una delle definizioni più incisive di plusvalore: "gli stranieri non berranno mai più il vino / per il quale tu hai faticato / bensì coloro che avranno raccolto il grano / lo mangeranno e inneggeranno a Jhwh".

E ancora: "guai a coloro che emettono decreti iniqui / che si affrettano a scrivere sentenze malvagie / per negare la giustizia ai miseri / e per derubare del diritto i poveri del mio popolo". Nel Salmo 9 del vecchio testamento si può leggere analogamente: "non per sempre sarà obliato il povero né la speranza dei miseri sarà delusa in perpetuo". Questi profeti predicavano la venuta di un messia dall'inaudita potenza, le cui origini divine potevano portare alla liberazione nazionale. In mancanza di meglio, anche il re persiano Ciro, in quanto pose fine alla cattività babilonese, venne identificato quale messia.

Quando Roma occupò la Palestina, i testi profetici cominciarono a inveire anche contro di essa, come vediamo in un passo dei libri sibillini ebraici: "e la terra sarà comune a tutti e non ci saranno più né mura né frontiere, né poveri né ricchi, né tiranni né schiavi, né grandi né piccoli, né re né signori ma tutti saranno uguali... Quante ricchezze Roma ha ricevuto dall'Asia, tre volte tanto l'Asia ne riceverà da Roma, facendole pagare il fio dei soprusi sofferti"[20]. Ai tempi di cui ci narrano i Vangeli, la Palestina non mancava di messia. Celso, ad esempio, ci racconta di quanti profeti si dichiaravano "figli di dio". Ovviamente, il messia doveva sempre provenire dalla stirpe più nobile del popolo ebraico, ovvero essere discendente del re Davide in persona.

Questo si riflesse nella genealogia di Giuseppe, che nei Vangeli viene fatto discendere appunto da Davide, mentre Gesù viene fatto nascere a Betlemme[21], la città del messia. Inoltre, diversi passi dei Vangeli sono ricalcati sulle profezie del popolo ebraico e descrivono Gesù intento a leggerle e citarle e a loro volta molte caratteristiche della vita di Gesù sono ricalcate sulla storia di personaggi della mitologia ebraica, ad esempio la nascita in base a fecondazione divina (si pensi a Sansone e Samuele). Lo stesso numero degli apostoli, 12, è un chiaro riferimento alle tradizionali 12 tribù di Israele[22].

Ma quando il cristianesimo divenne una religione non esclusivamente ebrea o anzi anti-ebrea, questi legami divennero imbarazzanti. Così, la discendenza dalla progenie di Davide venne accantonata, riflettendosi in un ruolo sempre più marginale, nella dottrina cristiana, del genitore terreno del messia, mentre il messia divenne letteralmente "figlio di dio", quando per il mondo ebraico, il "figlio di dio" era semplicemente l'erede al trono. Questo sviluppo segnala di per sé l'ormai avvenuto distacco della dottrina cristiana dal mondo ebraico.

Un messia che si fosse proclamato letteralmente "figlio di Jahvè" sarebbe stato allontanato dalla comunità, ma nel mondo ellenistico era normale che i grandi uomini si considerassero figli di Apollo o di altre divinità. Un messia divino non era un problema per il mondo ellenistico: un dio in più o in meno non faceva differenza. Ma non è possibile riconciliare questa prodigalità di entità celesti con il monoteismo. Con il passare del tempo, anche un altro aspetto della letteratura profetica venne abbandonato: l'idea che il riscatto nazionale fosse vicino. I cristiani delle origini vivevano appartati dalla società, giudicando la fine del mondo ormai prossima.

Ma la fine non veniva e la "Bestia", ovvero l'impero romano, prosperava. Con il tempo, la venuta del messia venne allontanata fino all'anno Mille, e in seguito venne rimandata a tempo indeterminato. Ben pochi cristiani sono oggi consapevoli che la loro dottrina nacque nella convinzione che il messia sarebbe tornato quando i testimoni oculari dei suoi insegnamenti erano ancora in vita.


[20] Donini, cit., p. 217. Si noti come la società perfetta del futuro, il "regno di Dio", sia un ritorno su altre basi al comunismo primitivo, alla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, all'uguaglianza e alla giustizia sociale. (torna su)

[21] Gesù stesso è chiamato discendente di Davide fin dalla genealogia iniziale del racconto evangelico ed era noto con tale appellativo: "costui, al sentire che c'era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: 'Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!'." (Marco, X, 47). (torna su)

[22] Anche se non è da escludere che questo riferimento non sia un'invenzione successiva ma fosse proprio della setta, che voleva mostrarsi con questa scelta guida di tutta Israele. (torna su)


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Homolaicus - Ultimo aggiornamento: 01-05-15 - Sezione Storia