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La riscrittura del messaggio evangelico

Gli scrittori cristiani si ostinano a sottolineare i passaggi degli scrittori contemporanei ai fatti narrati dai Vangeli che parlano della vita di Gesù (il cui stesso nome ha significativamente un connotato messianico "Dio salva"). Si scordano sempre di dire che non possiamo leggere le "edizioni originali" di questi autori ma solo le copie giunte fino a noi dopo decine di secoli di ricopiature da parte di amanuensi cristiani. Quanto più la fonte cristiana è antica, tanto più è povera in essa la biografia terrena di Cristo. La censura operata dalla chiesa ha colpito ovunque e le interpolazioni sono frequenti. La censura ha operato nel senso che la chiesa cristiana ha eliminato testimonianze non in linea con il mito che si andava creando attorno alle origini del cristianesimo[11].

Evangelista Marco Evangelista Giovanni

Le falsificazioni furono opera dei monaci, i quali, in relazione alle testimonianze pagane sul Cristo, hanno praticamente "riscritto la storia", soprattutto per togliere alle eresie sorte in ambito cristiano le basi dottrinali per opporsi alla nuova religione di Stato. Ad ogni modo, pur tenendo a mente questo problema, non abbiamo alcuna prova storica di una singola persona chiamata Gesù, leader spirituale di una setta ebrea. Questa critica alla letteralità dei Vangeli fu fatta per la prima volta dalla sinistra hegeliana e particolarmente da Bauer, che formulò la famosa tesi della non-storicità del Cristo e del cristianesimo come prodotto derivato della cultura ellenistica, anche se questa semplice constatazione era già stata fatta alla fine del Settecento da Gibbon, nel Declino e crollo dell'impero romano[12].

Engels accettò la tesi di Bauer, ribadendo la non storicità del racconto evangelico. Kautsky, anche su suggerimento di Engels, approfondì la materia nel libro che abbiamo citato e giunse ad una conclusione leggermente diversa. Le falsificazioni presenti nei Vangeli ci conducono a pensare all'esistenza di un movimento religioso di carattere rivoluzionario la cui storia è stata rivista più e più volte per mascherarne il reale contenuto politico. Ovviamente, da ciò non è possibile concludere che questo movimento sia stato guidato da una persona chiamata Gesù, né è decisivo.

Dai racconti su quell'epoca abbiamo diverse testimonianze di "cristi" (termine greco che traduce l'ebraico "messia", ovvero l'unto, l'eletto, il salvatore, definizione tradizionale di ogni re di Israele) che, messisi a capo di una rivolta, sono finiti uccisi dalle spade romane. Così scrive Svetonio, riferendosi ad un fatto che risale al 49 d.C.: "egli [l'imperatore Claudio] scacciò da Roma i Giudei che, istigati da Cristo, erano continuamente in lotta"[13].

E Tacito, riferendosi all'epoca neroniana: "furono puniti i cristiani, un gruppo di persone dedite ad una superstizione nuova e malefica. Quel nome essi derivarono da Cristo, che sotto il regno di Tiberio fu mandato a morte dal procuratore Ponzio Pilato. Quella funesta superstizione, soffocata per breve tempo, riprendeva ora vigore diffondendosi non solo in Giudea, luogo d'origine di quel male, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluiscono tutte le atrocità e le vergogne, trovandovi grande seguito"[14].

A ciò si aggiunga che per una setta religiosa la narrazione delle proprie gesta non è un documento storico ma dottrinario. Sarebbe irrazionale ricercare nei testi religiosi un coerente filo storico. Non sono pensati ab origine per questo. Nessuno si chiede in quale secolo si svolgano le battaglie tra gli dei descritte da Esiodo o spera di trovare tracce di Zeus in cima all'Olimpo; allo stesso modo non ha senso domandare agli evangelisti precisione e coerenza. O meglio, non avrebbe senso domandarla a chi ha scritto i testi evangelici originali, che non abbiamo. Da quelli, attraverso una serie di revisioni ideologiche e culturali, è emerso il nuovo testamento come lo conosciamo in epoca storica.

La rottura storica decisiva, nell'evoluzione del cristianesimo, avvenne tra Shaul, l'intellettuale noto come San Paolo, e i dirigenti scampati al massacro del movimento apostolico. Negli Atti degli apostoli questa lotta è ben delineata[15]. La fazione di Shaul sta ormai prevalendo e i vecchi dirigenti, molti dei quali probabilmente parenti del fondatore della setta, tra essi Giacomo, secondo la tradizione fratello di Gesù, sono catturati e uccisi dai romani. Paolo compie una revisione profonda dell'idea originaria.

La base storica della revisione è ovvia: lo scontro frontale con i romani aveva condotto gli ebrei alla rovina. Ma per mettersi dalla parte del più forte occorreva rinunciare al nazionalismo e all'odio verso la superiore cultura ellenica. Al contrario era decisivo abbracciarla. Questo veniva favorito dalla convergenza tra la sorte toccata alla Palestina e il più generale sviluppo della società schiavile.

Nella sua fase finale, la repubblica romana combatté contro continue rivolte di schiavi, alcune delle quali prolungate nel tempo e in grado di occupare intere regioni dell'Italia e di altri paesi. Queste rivolte, proprio come quella degli ebrei, finirono in uno spaventoso bagno di sangue, il più famoso dei quali, in seguito alla rivolta di Spartaco, vide una fila ininterrotta di ribelli crocifissi che si estendeva per buona parte del meridione d'Italia. Le condizioni degli schiavi peggiorarono sotto l'impero, la loro liberazione divenne più rara.

Questa sconfitta storica della classe oppressa diede impulso a una serie di culti misterici, in cui la perduta liberazione materiale veniva compensata, in modo alienato, nella vita ultraterrena. Tutte le leggende mediterranee che si prestavano a questi culti si diffusero a macchia d'olio nella popolazione. In Israele esse si fusero con le dottrine nazionalistico-religiose preesistenti.

Il personaggio chiave di questa reinterpretazione non avrebbe potuto essere un ebreo palestinese, nato e cresciuto nell'atmosfera di lotta antiromana, doveva necessariamente essere un ebreo della diaspora, un civis romanus, benestante, con un orizzonte culturale che lo collocasse a cavallo fra l'universo ebraico e quello ellenistico. Esattamente come il fariseo tarsiota Shaul.

Fu così che alcune idee profetiche del nazionalismo ebraico fecero da culla per l'ideologia di riscatto prima e di sublimazione poi della classe schiavile di tutto l'impero. Ovviamente, le tesi di Paolo si prestavano politicamente ad un compromesso politico con il potere romano, mentre le tradizioni ebraiche lo escludevano. Così, sin dalla predicazione di Paolo, la storia originale della setta viene riscritta in senso escatologico.

Nel tempo, le interpretazioni dissonanti vennero cassate, così che la stragrande maggioranza delle lettere neotestamentarie conservate sono quelle di Paolo o della sua corrente. Ideologicamente, la dottrina paolina prevede una totale accettazione dello status quo, giustificata da una concezione pessimista circa l'uomo. Riprendendo alcune dottrine orfiche circa la naturale inclinazione al male dell'uomo, Paolo propose una versione del mito del peccato originale come dimostrazione che ogni azione dell'uomo è condannata alla sconfitta e che l'unica speranza di liberazione e di felicità appartiene ad un altro mondo. Questa sistemazione ideologica (contenuta con particolare chiarezza nella Lettera ai romani), non è che un riflesso del reale stato di cose presenti all'epoca: chi aveva tentato di realizzare la liberazione e la felicità in Palestina era stato fatto a pezzi.

Quando guardiamo al testo evangelico dobbiamo tenere in considerazione tutti questi aspetti. Non solo i Vangeli sono una fusione di diverse correnti culturali e ideologiche tra cui il profetismo e il messianismo ebraico, i culti messianici di varia origine, le diverse filosofie diffuse all'epoca nell'impero romano (in primo luogo, il neoplatonismo e lo stoicismo); ma questa fusione si realizzò in un contesto di reazione politica e ideologica, in cui gli obiettivi di liberazione concreta delle masse oppresse erano stati duramente sconfitti.

Per questo, non deve sorprendere se nei Vangeli troviamo che non vi è una sola caratteristica della vita di Gesù che non sia stata ripresa da altre tradizioni. Allo stesso tempo non deve stupire il fatto di trovare palesi contraddizioni tra questi racconti e la tradizione ebraica o addirittura alcuni aspetti antiebraici, come la famosa invocazione del Vangelo di Matteo[16]. Al contrario, si trattava di un passo necessario da parte di chi cercava di marcare nettamente le distanze con i movimenti rivoluzionari che avevano condotto Israele alla disfatta.

Le frequenti contraddizioni nel racconto evangelico derivano proprio dall'opera di innesto di elementi extra-giudaici nella struttura originaria. Si pensi al fatto che Gesù, con alcune esplicite e inequivocabili esortazioni, invita a non diffondere il suo insegnamento presso i gentili, e dichiara che la sua funzione è strettamente riservata ai figli di Israele; mentre altrove invita a trasmettere il suo insegnamento a tutti gli uomini. In secondo luogo, possiamo ricordare i numerosi inviti di Gesù alla pace, alla non violenza e al perdono incondizionato, contraddetti in altra sede da invettive rabbiose, minacce violente, rimanenze dell'originale posizione del movimento[17].

Quando si discute della "storicità" dei Vangeli occorre sempre ricordare che i quattro Vangeli canonici sono stati scritti in lingua greca, da persone che non hanno assistito ai fatti narrati, da gentili, o comunque conoscitori approssimativi delle usanze ebraiche, e, soprattutto, per un pubblico non ebreo. Questi aspetti sono testimoniati dalle innumerevoli e grossolane incongruenze fra le diverse narrazioni o all'interno della medesima narrazione, il che mostra come l'autore, ogni tanto, avesse solo una vaga conoscenza dei fatti e delle circostanze su cui stava scrivendo.

Peraltro, queste contraddizioni non sono casuali. Lo scopo della revisione è sempre lo stesso: "spoliticizzare" la storia, modificando fatti e personaggi in modo da eliminare dai protagonisti ogni caratteristica che possa farli riconoscere come individui coinvolti nella lotta rivoluzionaria antiromana e in quello che doveva essere il nucleo della narrazione originale: la preparazione di un'insurrezione che venne tradita. Lo possiamo notare nelle interpretazioni scorrette che sono state fornite a certi attributi associati ai personaggi; per esempio "cananaios" inteso come cananeo, quando invece deriva dall'ebraico "qan'ana" che significa zelota, patriota; oppure "bar Jona", proditoriamente sdoppiato in due parole, per farlo significare figlio di Giona, mentre i manoscritti originali recitano "barjona" che è un altro termine ebraico che indica gli zeloti.

O per fare un ultimo esempio, Giuda il traditore, che è definito iscariota, a cui viene attribuito un significato geografico per stornare l'attenzione dal vero significato, sicario, termine con cui i romani usavano indicare gli zeloti.

Quanto ai fatti, da quello che deduciamo dagli storici e dai testi sacri, l'insurrezione venne preparata dall'opera di propaganda della setta che culminò nell'attacco al tempio da cui vennero cacciati i cambiavalute e i mercanti. Questo episodio deve aver avuto un enorme impatto e attesta la notevole popolarità di Gesù (nessuno infatti intervenne per ostacolarlo: né la polizia giudaica né le truppe romane), nonché la definitiva rottura di quella corrente con i farisei. Al momento decisivo il gruppo si radunò sul monte degli Ulivi, il miglior posto da cui tentare una sortita su Gerusalemme. Ma prima che potessero lanciare l'assalto, l'insurrezione venne scoperta per un tradimento e finì come sappiamo.

E' difficile stabilire se il piano prevedesse un'insurrezione preparata apertamente o un colpo di mano. La contraddizione sta nel fatto che i Vangeli ci parlano di Gesù come persona nota a tutti in Gerusalemme, tuttavia Giuda deve baciarlo per farlo riconoscere. E' dunque probabile che l'azione fosse stata tenuta segreta, ma con poco successo. La sconfitta dell'insurrezione deve aver lasciato una tale scia di sangue, dolore e risentimento che tutti gli stravolgimenti operati sui Vangeli non hanno potuto eliminarla.

Dal canto loro, i romani non devono averla presa sotto gamba, se risponde al vero la circostanza riportata dai testi che l'intera coorte stanziata a Gerusalemme venne adoperata per reprimere la rivolta. Allo stesso tempo, il racconto si è arricchito di contraddizioni, come quando ci narra di Pietro che, dopo aver aggredito spada in mano una guardia, si siede a parlare tranquillamente con i sacerdoti.

Possiamo immaginare quest'uomo, capo dell'organizzazione militare della setta, soprannominato la "roccia" per i suoi modi, che quando vengono ad arrestare il leader principale del movimento, pur di fronte a centinaia di soldati romani, risponde difendendolo con la spada, salvo poi farsi due chiacchiere con i suoi aguzzini. D'altra parte, secondo la chiesa, questa stessa persona avrebbe terminato i suoi giorni a Roma sotto l'autorità imperiale...

Queste contraddizioni vanno contro la logica e la storia. Persino gli esseni, pacifici e passivi alle origini, furono travolti dall'impeto della ribellione, tanto che troviamo esseni tra i generali che combatterono l'ultima disperata battaglia contro i romani. Laddove il rovesciamento della realtà storica dovette essere massima fu nel rapporto tra le masse di Gerusalemme e i romani.

I Vangeli ci raccontano di questo simpatico ufficiale romano, Pilato, che di fronte all'isteria degli ebrei si stufa e si disinteressa della faccenda, lavandosi proverbialmente le mani, mentre gli ebrei reclamano a gran voce che Gesù venga crocifisso. Innanzitutto, l'idea che uno come Pilato faccia decidere al popolo chi condannare a morte è ridicola, così come l'idea che per una festività ebraica il legato romano avrebbe liberato un ribelle[18].

In secondo luogo Pilato viene descritto come un brav'uomo, appena irritato dall'insistente ferocia ebraica. In realtà, Pilato fu uno dei più brutali comandanti romani. Era eccessivamente duro persino per il metro dell'impero, tanto che nel 36 d.C. venne richiamato a Roma. In una lettera a Filone, Agrippa lo definisce "inflessibile e spietato" e ricorda le sue usanze di saccheggio, esecuzioni sommarie, brutalità di ogni sorta. Questo personaggio sarebbe improvvisamente diventato un tale esempio di democrazia da chiedere al popolo sottomesso di salvare la vita a Gesù. Infine, che dire del comportamento della folla che partecipa alla discussione, che secondo i Vangeli aveva accolto pochi giorni prima Gesù tra gli osanna, come un re, e che ne chiede l'uccisione all'unanimità?

Gesù doveva essere popolare, se si decise di arrestarlo nel cuore della notte anziché di giorno. Eppure la folla lo vorrebbe far giustiziare per gli stessi motivi per cui ne aveva decretato il successo. Infine, attribuire la colpa al Sinedrio è davvero ipocrita, considerando che il sommo sacerdote veniva nominato dalle autorità romane, per cui le decisioni del Sinedrio erano solo un riflesso della volontà dell'occupante[19]. Ovviamente c'è qualcosa che non quadra. Possiamo facilmente immaginare come Pilato trattasse i messia, ovvero i leader delle rivolte, quando cadevano nelle sue mani e forse venivano anche mostrati alla folla, certo non per far scegliere a questa chi liberare, ma solo per far capire quali conseguenze comportava ribellarsi a Roma.


[11] Si ricordi anche che la chiesa cristiana (sotto la guida del vescovo Teofilo) è all'origine dell'incendio che devastò la biblioteca del Museo d'Alessandria d'Egitto nel 391. (torna su)

[12] Lo storico notò ironicamente che nessun contemporaneo aveva sentito parlare di Gesù, peraltro un nome ebraico abbastanza comune. (torna su)

[13] Svetonio, Claudius,  XXV, 4, citato in K. Kautsky, L'origine del cristianesimo. (torna su)

[14] Tacito, Annales, XV, 44 citato in K. Kautsky, L'origine del cristianesimo. (torna su)

[15] Così come nei furibondi scambi di accuse delle lettere conservate. Ad es., Paolo dice "orbene se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato sia anatema." (Lettera ai Galati 1,8). (torna su)

[16] "Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla: 'Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!'. E tutto il popolo rispose: 'Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli.'" (Matteo, XXVII, 24-25). (torna su)

[17] Come possiamo vedere in questi passi: "sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse gia acceso!... Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D'ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre" (Luca, XII, 49-53) e anche: "non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada" (Matteo X, 34). (torna su)

[18] L'identità del ladro liberato desta poi qualche perplessità. Si tratterebbe di Barabba, ovvero Bar Abba, cioè "figlio del padre" in aramaico, un appellativo di ogni messia e in particolare di Gesù. Per una curiosa coincidenza Pilato avrebbe liberato un messia e ne avrebbe fatto uccidere un altro. Secondo altre fonti Barabba sarebbe stato un capo zelota. Ma non si capisce perché mai i romani avrebbero ucciso un ribelle liberandone un altro. (torna su)

[19] Non a caso gli zeloti, quando presero il controllo della città nel 66 d.C. sostituirono il sommo sacerdote in carica con uno scelto secondo la legge mosaica. (torna su)


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Homolaicus - Ultimo aggiornamento: 01-05-15 - Sezione Storia