L'EPOPEA DI GILGAMESH
Dalla civiltÓ sumerica a quella babilonese


SINTESI EPOPEA DI GILGAMEŠ

Il più antico eroe della storia dell'umanitÓ

Luogo

Mesopotamia

Sumeri

Tempo

Approssimativamente 4.500 a.C.

Fonti
Titolo
Titolo originale
Autore
Epoca
Epopea di Gilgameš
Ša nagba inuru
Sîn-leqi-unnini
VII sec. a.C.

PROEMIO

Di colui che vide tutto io voglio narrare al mondo.
Di colui che conobbe ogni cosa, tutto io voglio raccontare.
Egli andò alla ricerca dei Paesi più lontani e raggiunse la completa saggezza.
Egli vide cose segrete, scoprì cose nascoste,
riferì delle storie dei tempi prima del Diluvio.
Egli percorse vie lontane, finché stanco e abbattuto si fermò.
E fece incidere tutte le sue fatiche su una stele di pietra.

GILGAMEŠ, RE DI URUK

Quando gli dèi crearono Gilgameš, gli diedero un corpo perfetto. Gli donarono la bellezza, il coraggio, e lo resero terribile come un toro selvaggio. Per due terzi lo fecero dio e per un terzo uomo.

Gilgameš regnava sulla potente città di Uruk, che sorgeva sul fiume Eufrate, nella nobile terra di Sumer. Gilgameš era il quinto sovrano di questa città dopo il Diluvio. Fu lui a far innalzare le mura della città. E fu lui a porre le fondamenta dell'Eanna, la Casa del Cielo, il tempio dedicato ad An dio del cielo e ad Inanna dea dell'amore.

Gilgameš era avvenente, risoluto, impetuoso. Non dava requie alla popolazione: suonava il segnale d'allarme per puro divertimento, giorno e notte, e la sua lussuria non lasciava intatta una sola ragazza della città. Gli abitanti di Uruk, stanchi di queste continue vessazioni, si lamentarono nelle loro case:

- Gilgameš è il pastore della nostra città, eppure è arrogante e prepotente. Non lascia la vergine all'amante, la figlia al guerriero, la moglie al nobile.


CREAZIONE DI ENKIDU

An, il dio del cielo, che era anche il signore patrono della città di Uruk, udì i lamenti dei suoi abitanti. Si recò all'assemblea divina e disse: - Una dea ha fatto Gilgameš forte come un toro selvaggio, nessuno può resistere alle sue armi. Eppure tratta il suo popolo con arroganza, suona l'allarme giorno e notte, non lascia intatta una sola fanciulla della città.

Allora gli dèi si rivolsero ad Aruru, la signora della creazione, e le dissero: - Fosti tu, Aruru, a plasmare Gilgameš. Adesso crea un eroe che gli stia alla pari, simile a lui quanto il suo riflesso, un altro lui, cuore tempestoso per cuore tempestoso. Che essi lottino tra loro e lascino Uruk in pace!

Così la dea immerse le mani nell'acqua e con l'argilla plasmò il nobile Enkidu.

Libero e selvaggio, ignaro del mondo degli uomini, Enkidu scorrazzava sulle colline insieme alle gazzelle, si appostava presso le pozze d'acqua con le bestie selvatiche, vagava in compagnia dei branchi di animali, si divertiva a divellere le trappole dei cacciatori ed a riempire le loro fosse, facendo sfuggire gli animali. Un giorno un cacciatore lo scorse nella boscaglia, più simile a un animale che a un uomo, coperto di peli e con lunghi capelli, e rimase per tre giorni raggelato dal terrore.


SEDUZIONE DI ENKIDU

Il cacciatore andò a Uruk e raccontò a Gilgameš dello strano essere che vagava sulle colline. Gilgameš mandò a chiamare la bellissima Šamhat, sacerdotessa del tempio di Inanna, e disse al cacciatore di farla appostare presso la pozza d'acqua alla quale Enkidu andava a dissetarsi. Il cacciatore condusse la donna sulle colline e quando Enkidu la scorse nuda presso la pozza d'acqua, fu preso da grande passione: la agguantò e la amò intensamente per sei giorni e sette notti. E quando, soddisfatto, tornò dalle bestie selvatiche, queste scapparono via a grandi balzi. Enkidu tentò di inseguirle ma si scoprì incapace di farlo: il suo corpo era legato come da una corda e quando cominciò a correre le ginocchia gli cedettero. Enkidu era diventato debole perché l'amore per la donna lo aveva reso uomo.

Desolato, Enkidu tornò da Šamhat. La donna gli disse: - Enkidu, sei un uomo, adesso. Perché vorresti scorrazzare sulle colline insieme alle bestie? Vieni con me. Ti condurrò a Uruk dalle alte mura, al sacro tempio di Inanna ed An. Là vive Gilgameš, colui che è fortissimo e spadroneggia sugli uomini come un toro selvaggio.

Enkidu accettò, covando in cuor suo il desiderio di un compagno che intendesse il suo cuore. Šamhat vestì il selvaggio con metà delle sue vesti e lo condusse da alcuni pastori, che gli insegnarono a mangiare il pane ed a bere il vino. Per un po' Enkidu rimase con loro, aiutandoli a difendere il gregge dagli animali selvatici. E non c'era mandriano più forte e bravo di lui.


GILGAMEŠ ED ENKIDU

Gilgameš si levò dal suo giaciglio, quel mattino, e andò da sua madre Ninsun, che era sacerdotessa al tempio di Utu, e le raccontò del sogno che aveva fatto.

- Madre, la notte scorsa sognai che esultavo di gioia e camminavo sotto le stelle del firmamento. D'un tratto, una di esse cadde dal cielo sulla mia schiena e mi schiacciò al suolo. Io cercai di sollevarla, ma era troppo pesante. Eppure per quella meteora io provavo un'attrazione profonda, come per una donna. Il popolo mi aiutò a toglierla di dosso. Allora la portai a te e tu dicesti che era mio fratello.

E Ninsun disse a Gilgameš: - Quella stella del cielo sarà il tuo compagno, colui che ti recherà aiuto nel momento del bisogno. È il più forte delle creature selvatiche, fatto della sostanza di An. È nato nelle praterie e lo hanno allevato le alture selvagge. Quando lo vedrai sarai lieto, lo amerai come una donna e lui non ti abbandonerà. Ecco il significato del tuo sogno.

Vennero così le feste di capodanno. Gilgameš uscì dal palazzo reale e si recò al tempio di Inanna, dove il grande letto nuziale era stato approntato e la sacerdotessa attendeva il re per le nozze sacre. Ma quando Gilgameš giunse alle porte della città, un uomo venne fuori dalla folla e gli sbarrò la strada. Era Enkidu.

Gilgameš si fece avanti. I due eroi si avvinghiarono, sbuffando come tori, provando ciascuno il suo vigore sull'altro. Ruppero gli stipiti delle porte, i muri tremarono. Gilgameš piegò il ginocchio, il piede piantato al suolo, e con un colpo rovesciò a terra Enkidu. Allora si placò la loro furia.

E disse Enkidu: - Al mondo non c'è un altro come te, Gilgameš. Ninsun fu la madre che ti generò e tu sei innalzato sopra tutti gli uomini. Il dio Enlil ti ha dato la sovranità perché la tua forza supera la forza di tutti.

Gilgameš ed Enkidu si abbracciarono e la loro amicizia fu suggellata.


GILGAMEŠ NELLA FORESTA DI CEDRI

Una notte Enkidu fu turbato da un sogno nel quale vide di essere trasportato nel regno dei morti, il triste Arali, donde non vi era ritorno e dove le anime, simili a uccelli, si nutrivano di polvere e cenere, senza mai vedere il sole. Enkidu si svegliò triste e turbato: un'ombra gli oscurava il volto.

Gilgameš, nel vedere il suo compagno depresso, gli propose di partire per una nuova impresa: sarebbero andati nel Paese delle Montagne, dove si trovava la Foresta di Cedri, e lì avrebbero raccolto legname per le costruzioni che il re intendeva fare. Allora Enkidu fu preso dal terrore. Era stato già alla Foresta di Cedri, conosceva colui che ne stava a guardia, l'orribile Humbaba, e ne aveva terrore.

Cercò di dissuadere Gilgameš dal suo progetto: - O mio re, poiché tu che non hai visto quel mostro non hai paura di lui. Ma io che l'ho visto sono pieno di terrore. I denti del mostro sono denti di drago; gli occhi del mostro sono occhi di leone; il petto del mostro è un diluvio travolgente. Nessuno sfugge alla sua ira. O mio re, tu naviga verso il Paese delle Montagne, io navigherò verso la città. A tua madre racconterò della tua gloria, così ella gioirà, e poi le racconterò della tua morte, così ella piangerà. Se lì regna il terrore, torniamo indietro. Se lì regna la paura, torniamo indietro.

Ma Gilgameš lo apostrofò: - Soltanto gli dèi vivono per sempre. Invece noi uomini abbiamo i giorni contati, le nostre faccende sono un soffio di vento. Se cado, lascerò ai posteri un nome duraturo. Di me gli uomini diranno: Gilgameš è caduto nella lotta contro il feroce Humbaba.

Allora Enkidu consigliò all'amico di sacrificare preventivamente al dio del sole Utu, poiché le leggi del Paese delle Montagne appartenevano a lui. Gilgameš si recò nell'Egalmah, il tempio di Utu, e sacrificò al dio del sole con queste parole:

O Utu, io ti voglio parlare, presta ascolto alle mie parole.
Io mi voglio rivolgere a te, dammi il tuo consiglio.
Nella mia città si muore, il cuore è oppresso;
i miei cittadini muoiono, il cuore è prostrato.
Io son salito sulle mura della mia città
e ho visto i cadaveri trasportati dalle acque del fiume.
Ed io pure io sarò così un giorno?
L'uomo, per quanto alto egli sia, non può raggiungere il cielo.
L'uomo, per quanto grasso egli sia, non può coprire il Paese.
Io voglio andare verso il Paese delle Montagne, voglio porre colà il mio nome;
nel luogo dove ci sono già i nomi, voglio porre il mio nome;
nel luogo dove non ci sono nomi, voglio porre il nome degli dèi.

Gilgameš ed Enkidu impiegarono tre giorni per coprire una distanza che avrebbe richiesto una marcia di sei settimane. Giunsero a un'immensa foresta, a cui si accedeva tramite un portone altrettanto possente. Dopo aver sbirciato all'interno dallo spiraglio, Enkidu disse a Gilgameš che questo era il momento giusto di entrare, perché così avrebbero colto Humbaba di sorpresa. Infatti, quando usciva per ispezionare il suo dominio, il mostro si avvolgeva il corpo di sette "terrori". Ma adesso Humbaba stava riposando e ne aveva uno solo. Ma, mentre Enkidu stava ancora parlando, la grande porta girò sui cardini e gli schiacciò la mano.

Per dodici giorni Enkidu giacque gemendo dal dolore e implorando il compagno di recedere dalla sua folle impresa, ma Gilgameš rifiutò di prestare ascolto alle sue parole. Attesero che Enkidu guarisse, e poi entrarono nella foresta e raggiunsero il monte dei cedri, quel monte alto e maestoso sulla cui vetta gli dèi si riuniscono a concilio. Al momento di coricarsi, fecero un nuovo sacrificio a Utu perché mandasse sogni ai due eroi. Infatti gli strani sogni che ebbe Gilgameš durante la notte furono interpretati da Enkidu come auspici favorevoli per la buona riuscita della spedizione. Ma quando, dopo un altro giorno di cammino, si coricarono di nuovo, Enkidu ebbe tre sogni, di cui l'ultimo si palesava particolarmente funesto.

Giunti alla base del monte, Gilgameš abbattè il primo cedro. Allora un sonno incomprensibile lo prese, e mentre il mondo si oscurava Gilgameš cadde a terra addormentato. Enkidu lo richiamò più volte, finché egli si svegliò. Allora supplicò Gilgameš di evitare la battaglia, ma Gilgameš rispose:

- Non ancora sarà desolato il mio popolo, né verrà accesa la pira nella mia casa, né verrà bruciata la mia dimora. Dammi oggi il tuo aiuto e avrai il mio. Che cosa potrà andarci male? Tutti gli esseri nati da donna siederanno alla fine sulla barca dell'ovest e quando la barca affonderà, saranno scomparsi. Noi andremo avanti e poseremo gli occhi su Humbaba. Se il tuo cuore ha paura, getta via la paura. Se in esso vi è il terrore, getta via il terrore. Prendi in mano la scure e agisci!

Quando Humbaba udì da lontano il rumore degli alberi che venivano abbattuti, uscì infuriato dalla sua tana e corse verso di loro. Gilgameš aveva già tagliato sette cedri, quando gli alberi si aprirono e il volto orrendo di Humbaba si levò si di lui. Il mostro rivolse su Gilgameš l'occhio della morte. Ma subito il dio Utu gli lanciò contro otto venti potentissimi, simili a fuoco ardente, che si abbatterono nell'occhio di Humbaba, accecandolo e paralizzandolo.

Allora Gilgameš rovesciò il mostro e gli legò i gomiti assieme. A Humbaba salirono le lacrime agli occhi: - Gilgameš, fammi parlare. Io non ho mai conosciuta una madre e nemmeno un padre che mi allevasse. Nacqui dalla Montagna, fu lei ad allevarmi, ed Enlil mi fece custode di questa foresta. Lasciami andare libero, Gilgameš, e io sarò il tuo servo, tu sarai il mio signore e tutti gli alberi della foresta che io curavo saranno tuoi.

Gilgameš fu mosso a compassione e disse: - O Enkidu, l'uccello intrappolato non dovrà far ritorno al nido, il prigioniero ritornare tra le braccia della madre?

- Signore, se tu permetterai a questo mostro di andare via libero, non farai mai ritorno alla città dove attende la madre che ti ha fatto nascere - rispose Enkidu. - Egli ti sbarrerà la via della montagna e renderà inaccessibili i suoi sentieri.

- O Enkidu, ciò che hai detto è male! - gridò Humbaba. - Tu, un servo, che dipendi da Gilgameš per il tuo proprio pane! Per invidia e timore di un rivale hai pronunciato parole malvage! Solo nel tuo spirito possono albergare pensieri ostili. Il mercenario ha il cuore pieno di livore perché è costretto ad andare sempre dietro. È questa la tua condizione. Tu non riuscirai mai a rassomigliare a Gilgameš!

Allora Enkidu colpì Humbaba con la spada, una, due, tre volte. Al terzo colpo il mostro crollò al suolo. In tutta la foresta vi fu gran subbuglio perché il guardiano era morto.

Gilgameš, conscio dell'enormità dell'atto compiuto da Enkidu, donò la testa di Humbaba ad Enlil, il dio del vento. Ma Enlil non gradì affatto quel dono: quando vide la testa mozzata di Humbaba si infuriò e maledì i due eroi.


IL TORO DEL CIELO

Dopo la vittoria, Gilgameš tornò ad Uruk. Si lavò la lunga chioma e pulì le armi, gettò via gli abiti impolverati dal lungo viaggio e li sostituì con le vesti regali. Quando ebbe indossato la corona, la dea Inanna abbassò gli occhi su di lui e fu presa da passione. Gli comparve gloriosa sulla mura della città dicendo: - Vieni a me, Gilgameš, sii il mio sposo e fa' che io sia la tua sposa. Quando, nel profumo del legno di cedro, entrerai nella nostra casa, soglia e trono ti baceranno i piedi. Re e principi si inchineranno davanti a te, ti recheranno tributi dalla montagna e dalla collina.

Ma Gilgameš sdegnosamente rispose alla dea:

- Che cosa ti dovrei dare in cambio dopo averti posseduta? Io potrei darti olio per il corpo e vestiti, potrei darti cibo e sostentamento. Ma come potrei procurarti cibo adatto per gli dèi? Come potrei procurarti bevande adatte per i re? E poi, mia dea, a quale dei tuoi amanti sei rimasta sempre fedele? Quale dei tuoi superbi fidanzati è salito al cielo? Tutti li hai lasciati vivere in mezzo alla difficoltà, abbandonandoli dopo averli usati. E per quanto mi concerne, sì, tu mi amerai, ma poi mi riserverai lo stesso trattamento!

Inanna, al rifiuto di Gilgameš, cadde in preda a un'ira amara. Salì nell'alto dei cieli e le sue lacrime scorsero al cospetto del dio-cielo An. - Padre mio, Gilgameš mi ha coperta di insulti. Dammi Gugulanna, il Toro del Cielo, affinché io possa distruggerlo. Dammelo! Se rifiuterai la mia richiesta, io sfonderò le porte degli inferi e condurrò i morti su a mangiare cibo con i vivi!

Era una richiesta terribile. Il Toro del Cielo avrebbe portato sulla città siccità e carestia per sette anni, ma se An non avesse acconsentito alla richiesta di Inanna, la dea avrebbe confuso l'ordine stesso della vita e della morte. Il dio-cielo dovette acconsentire.

E così Gugulanna, il Toro del Cielo, entrò furente in Uruk. Le sue narici emettevano fuoco e fiamme. I suoi zoccoli scalpitanti aprivano fenditure tali che la gente vi precipitava dentro. Subito Gilgameš ed Enkidu corsero ad affrontare la fiera. Enkidu balzò addosso al toro e lo afferrò per le corna. Il Toro del Cielo schiumava dalla bocca, cercando di liberarsi dalla morsa dell'eroe. Enkidu gridò a Gilgameš: - Amico mio, ci siamo vantati che avremmo lasciato ai posteri un nome duraturo: ora conficca la tua spada fra nuca e corna!

Gilgameš seguì il toro, lo afferrò per la coda e gli infilò la spada tra nuca e corna. Il Toro crollò al suolo senza vita. Allora i due eroi gli strapparono il cuore e lo offrirono a Utu.

Ma Inanna si levò e salì sulla grande muraglia di Uruk, proferendo maledizioni alla volta dei due eroi: - Guai a voi! Avete osato uccidere il Toro del Cielo e pagherete il vostro affronto!

Allora Enkidu strappò via la coscia destra del toro e la scagliò sul volto della dea. - Se potessi metterti le mani addosso, ecco cosa ti farei!

Gilgameš poi prese le corna del toro, le fece ricoprire di lapislazzuli e le offrì al suo divino padre Lugalbanda, appendendole nel suo palazzo. All'uccisione del Toro del Cielo seguirono festosi festaggiamenti in cui Gilgameš fu cantato come il più glorioso tra gli eroi, il più eminente tra gli uomini.


MORTE DI ENKIDU

La quella notte Enkidu vide in sogno gli dèi riunirsi a consiglio e decretare che l'uccisione di Humbaba e del Toro del Cielo non doveva passare impunita: perciò uno dei due eroi sarebbe morto.

Così, risvegliatosi dal sogno, Enkidu s'inchinò davanti a Gilgameš e piangendo raccontava il suo terribile sogno:

- Ascolta mio signore, ecco cosa ho sognato la notte scorsa. Ruggivano i cieli e la terra tremava; tra gli uni e l'altra, io ero di fronte alla Morte alata; ella si gettò su di me, i suoi artigli erano nei miei capelli, mi avvinghiava e io soffocavo. E poi mi trascinò via, nella casa di polvere, da cui nessuno ha mai fatto ritorno. Gli abitanti di quella casa siedono nelle tenebre: polvere è il loro cibo, argilla la loro carne. Entrai e vidi i re della terra, le loro corone messe da parte per sempre. Là sedeva Ereškigal, la regina della polvere e delle tenebre, e ai suoi piedi lo scriba dei morti sollevava il capo dalla sua tavoletta e diceva: "Chi ha portato qui costui"? Al che, mio signore, mi sono svegliato madido di sudore e con il cuore che mi batteva forte.

E rispose Gilgameš: - Pregherò i grandi dèi perché il mio amico ha fatto un sogno funesto.

Pochi giorni dopo, Enkidu si ammalò. Giacque in agonia per molti giorni, durante i quali maledì il cacciatore che l'aveva trovato e la sacerdotessa che l'aveva condotto nel mondo degli uomini, ma il dio del sole Utu gli comparve in sogno e gli ricordò che coloro che malediva gli avevano dato come compagno il glorioso Gilgameš, il quale lo aveva fatto sedere su un divano alla sua sinistra, colmandolo di doni e di onori. Allora Enkidu si pentì delle sue parole e ritirò le sue maledizioni.

Per dodici giorni Enkidu giacque sul letto di morte. Poi chiamò Gilgameš: - Amico mio, la grande dea mi ha maledetto e io non morirò in battaglia. Temevo la morte in battaglia, invece è felice l'uomo che cade in battaglia, mentre io dovrò morire nella vergogna.

E girato il capo, morì.

Gilgameš toccò il corpo di Enkidu, tentando di risvegliarlo, ma il cuore dell'amico non batteva. Allora il re stese un velo sul suo corpo, e, travolto dalla disperazione, prese a infuriare come una leonessa derubata dei cuccioli. Aventi e indietro, misurò i passi attorno al letto, si strappò i capelli e le splendide vesti. Poi corse ramingo per le lande desertiche gridando tutta la sua amarezza.

Uditemi, grandi di Uruk,
Enkidu piango, l'amico mio,
gemendo come donna in lutto piango mio fratello.
O Enkidu, fratello mio,
tu fosti la scure al mio fianco, la forza della mia mano,
la spada nella mia cintura, lo scudo davanti a me,
una veste gloriosa, il mio più leggiadro ornamento;
un destino malvagio mi ha derubato.
L'onagro e la gazzella che padre e madre ti furono,
tutte le creature dalla lunga coda che ti nutrirono ti piangono,
tutti gli esseri selvatici della piana e dei pascoli;
i sentieri che amavi nella foresta di cedri notte e giorno mormorano.
Che i grandi di Uruk dalle forti mura ti piangano;
che il dito di benedizione sia teso in lutto.
Enkidu, giovane fratello. Ascolta,
per tutto il paese c'è un'eco come di madre in lutto.
Piangano tutti i sentieri che insieme abbiamo percorso,
e le bestie che abbiamo cacciato, orso e iena,
tigre e pantera, leopardo e leone,
cervo e stambecco, toro e daina.
Il fiume lungo le cui rive camminavamo ti piange.
I guerrieri di Uruk dalle forti mura ti piangono.
Cosa è mai questo sonno che ora ti avvince?
Sei perso nelle tenebre e non puoi sentirmi...

ALLA RICERCA DELLA VITA

Per sette giorni e sette notti Gilgameš pianse l'amico. Poi, quando il lutto fu finito, Gilgameš si accorse di essere rimasto solo. Dopo aver conosciuto le gioie di un'amicizia perfetta, sentiva adesso, opprimente, la consapevolezza dell'inevitabilità della morte.

- Come posso riposare, come posso aver pace? La disperazione è ora nel mio cuore. Ciò che è mio fratello ora, lo sarò anch'io quando sarò morto!

A quanto dicevano i sapienti, c'era un solo uomo a cui non era stata data in sorte la morte. Era Utanapištim, colui che gli dèi avevano salvato dal Diluvio e lo avevano posto a vivere nella terra felice di Dilmun. Lui solo tra gli uomini aveva ricevuto l'immortalità. Fu così che Gilgameš decise che lo avrebbe trovato e da lui avrebbe ricevuto il segreto della Vita.

Gilgameš partì dunque da Uruk verso il deserto, e dopo molti giorni di cammino giunse ai passi di una montagna. Pregò Nanna, il dio della luna, e si mise a dormire. Quando si destò nella notte, vide attorno a sé dei leoni raggianti di vita. Allora afferrò la scure, trasse la spada dalla cintura e si gettò su di loro, abbattendoli e disperdendoli.

Dopo lunghe settimane di viaggio, Gilgameš giunse al monte Mašu, i cui picchi gemelli erano alti quanto il muro del cielo e i cui poggi scendevano giù sino agli inferi. Tra i due picchi si trovavano le porte da cui il sole usciva ogni giorno per attraversare il cielo. A guardia del monte vi erano i due uomini-scorpione: la loro gloria spazzava le montagne e il loro sguardo colpiva gli uomini a morte. Gilgameš si coprì il volto con le mani, si fece coraggio e avanzò.

- Guarda - disse l'uomo-scorpione alla sua compagna: - Colui che viene è della carne degli dèi.

- Per due terzi è dio - rispose la sua compagna. - Per un terzo è uomo.

L'uomo-scorpione si rivolse allora a Gilgameš: - Perché hai affrontato un viaggio così lungo, perché ti sei recato così lontano? Dimmi il motivo della tua venuta.

Rispose Gilgameš: - Per Enkidu, molto lo amavo. Per causa sua sono venuto, poiché il destino comune dell'uomo si è impadronito di lui. Da quando se ne è andato, la mia vita non è più nulla. Per questo sono giunto qui alla ricerca di Utanapištim: gli uomini dicono infatti che egli abbia trovato la vita eterna. Desidero interrogarlo sulla vita e sulla morte.

L'uomo-scorpione disse: - Nessun essere nato da donna è mai andato nella montagna. La sua lunghezza è dodici ore-doppie di tenebra. In essa non vi è luce alcuna dal sorgere del sole fino al tramonto.

Rispose Gilgameš: - Quando anche debba andare afflitto dal dolore, io debbo andare comunque. Apri la porta della montagna.

E l'uomo-scorpione: - Va', Gilgameš. Ti permetto di attraversare il monte Mašu. Possano i piedi riportarti a casa sano e salvo. La porta della montagna è aperta.

Gilgameš attraversò la montagna seguendo il cammino del sole verso levante. Dopo un'ora-doppia l'oscurità si fece fitta intorno a lui. Gilgameš proseguì a tentoni, nel buio. Il percorso fu angosciante, perché non vi erano che tenebre e tenebre e tenebre. Ma dopo la nona ora-doppia, Gilgameš sentì il vento del nord sul viso e all'undicesima ora-doppia vide finalmente la luce dell'alba. Trascorse dodici ore-doppie irruppe la luce del sole.

Uscito dalla montagna, Gilgameš si trovò nel giardino degli dèi: intorno a lui stavano cespugli carichi di gemme, frutti di corniola e foglie di lapislazzuli; invece dei rovi vi erano ematiti e agata e perle del mare. Mentre l'eroe camminava per questo giardino meraviglioso, venne a lui Utu, il dio del sole, e vide che Gilgameš era vestito di pelli di animali. Ne fu turbato e disse: - Nessun mortale è mai passato di qui e non passerà mai finché i venti incalzeranno sul mare. Torna indietro, Gilgameš. Non troverai mai la Vita che stai cercando.

Rispose Gilgameš: - Ora che ho faticato e tanto vagato per le lande deserte, dovrò forse dormire e lasciare che la terra copra per sempre il mio capo? Benché io ormai non valga più di un uomo morto, che io contempli ugualmente la luce del sole!


SIDURI

Passeggiando per quel giardino incantato, Gilgameš giunse sulla riva del mare, dove trovò la casa di Siduri, la donna della vigna, colei che faceva il vino. La donna sedeva nel giardino con la coppa d'oro e i tini d'oro che gli dèi le avevano donato. Non appena vide Gilgameš, si spaventò, perché egli era sporco e coperto di pelli, e corse a nascondersi in casa. Ma Gilgameš infilò rapido il piede tra lo stipite e la porta: - Fanciulla che fai il vino, perché spranghi l'uscio? Abbatterò il tuo uscio e sfonderò la tua porta, io sono il re di Uruk, quel Gilgameš che ha ucciso Humbaba e il Toro del Cielo.

Fece Siduri: - Se tu sei quel Gilgameš che ha ucciso Humbaba e il Toro del Cielo, perché sono emaciate le tue guance e vi è disperazione nel tuo cuore?

- E perché non dovrebbero essere emaciate le mie guance e non dovrebbe esservi disperazione nel mio cuore? Il mio amico che mi era molto caro, Enkidu, il fratello che amavo, la fine di tutti i mortali l'ha raggiunto. A cagione di mio fratello ho paura della morte. A cagione di mio fratello vado ramingo e non trovo riposo. Ma ora, fanciulla che fai il vino, ora che ho visto il tuo volto, fa' che io non veda il volto della morte da me tanto temuta.

Siduri rispose: - Gilgameš, non troverai mai la Vita che cerchi. Quando gli dèi crearono l'uomo, gli diedero in fato la Morte, ma tennero la Vita per loro. Quanto a te, Gilgameš, riempi il tuo ventre di cose buone; giorno e notte danza e sii lieto, banchetta e rallègrati. Rendi felice tua moglie e abbi caro il fanciullo che ti tiene per mano. Perché questo, questo, è il fato dell'uomo.

Ma Gilgameš disse: - Come posso tacere, come posso riposare quando Enkidu che amavo ora è polvere e anch'io morirò e verrò disteso nella terra? Tu vivi accanto alla riva del mare e guardi nel suo cuore. Fanciulla, dimmi, qual è la via per Utanapištim?

Colei che fa il vino, Siduri, rispose: - L'isola felice di Dilmun si trova al di là dell'Oceano e nessun mortale ha mai attraversato l'Oceano, se non Utu, il dio del sole. Al centro dell'Oceano scorrono le acque delle morte, e come potrai tu valicarle? Tuttavia, Gilgameš, giù nel bosco troverai il barcaiolo Uršanabi. Lui conosce la strada, e forse potrà aiutarti. Se è possibile, valicherai le acque. Ma se non è possibile, Gilgameš, dovrai fare ritorno.


SULLE ACQUE DELLA MORTE

Gilgameš trovò Uršanabi, ma poiché il battelliere lavorava alla prua serpentina del battello e non gli dava retta, Gilgameš fu colto dall'ira, afferrò un oggetto di pietra che si trovava lì accanto e lo fracassò al suolo. A questo punto Uršanabi si voltò verso di lui. - Chi sei tu, straniero? Io sono Uršanabi, il battelliere di Utanapištim.

- E io sono Gilgameš, il re di Uruk, colui che ucciso Humbaba e il Toro del Cielo.

- Se tu sei quel Gilgameš che ha ucciso Humbaba e il Toro del Cielo, perché sono emaciate le tue guance e vi è disperazione nel tuo cuore?

- E perché non dovrebbero essere emaciate le mie guance e non dovrebbe esservi disperazione nel mio cuore? Il mio amico che mi era molto caro, Enkidu, il fratello che amavo, la fine di tutti i mortali l'ha raggiunto. A cagione di mio fratello ho paura della morte. A cagione di mio fratello vado ramingo e non trovo riposo. Sto cercando Utanapištim per conoscere il segreto della Vita. Ti prego, allora, Uršanabi, conducimi da Utanapištim, a Dilmun. Io vorrei, se è possibile, varcare le Acque delle Morte.

Uršanabi gli disse: - Gilgameš, le tue stesse mani ti hanno impedito di varcare le Acque delle Morte. Quell'oggetto di pietra che hai infranto mi dava la facoltà di trasportarmi oltre l'Oceano, senza che le Acque della Morte mi toccassero. Ora non ti resta che andare nella foresta, Gilgameš. Con la tua scure taglia centoventi pertiche di sessanta cubiti di altezza, spalmale di pece e bitume e poi portale alla barca.

Gilgameš acconsentì alla richiesto, e terminato in lavoro, Uršanabi spinse il battello nell'Oceano. Dopo tre giorni di viaggio il battello entrò nelle Acque della Morte. Allora Uršanabi disse a Gilgameš: - Avanti, prendi una pertica e spingi la barca, ma che le tue mani non si bagnino in queste acque o sarà la tua fine.

Gilgameš fece come Uršanabi gli aveva ordinato, ma dopo aver spinto la barca dovette lasciare la pertica perché le acque della morte l'avevano corrosa. Allora prese la seconda pertica e diede una nuova spinta, e così via. Dopo centoventi spinte, Gilgameš aveva adoperato l'ultima pertica. Allora Gilgameš si spogliò e usò le sue braccia come alberi e le sue vesti come vela.

Così, il battelliere Uršanabi condusse Gilgameš da Utanapištim, a Dilmun, nel luogo del transito del sole.


UTANAPIŠTIM

Utanapištim si trovava nella sua isola felice, a Dilmun, e vide avvicinarsi la nave di Uršanabi. Notò la figura di Gilgameš, e si chiese chi fosse quello straniero.

Quando la barca approdò, Utanapištim avvicinò Gilgameš e gli chiese: - Qual è il tuo nome, o tu che vieni qui vestito di pelli di animale?

- Io sono Gilgameš, il re di Uruk, colui che ucciso Humbaba e il Toro del Cielo.

- Se tu sei quel Gilgameš che ha ucciso Humbaba e il Toro del Cielo, perché sono emaciate le tue guance e vi è disperazione nel tuo cuore?

- E perché non dovrebbero essere emaciate le mie guance e non dovrebbe esservi disperazione nel mio cuore? Il mio amico che mi era molto caro, Enkidu, il fratello che amavo, la fine di tutti i mortali l'ha raggiunto. A cagione di mio fratello ho paura della morte. A cagione di mio fratello vado ramingo e non trovo riposo. E sono venuti qui per conoscere te, padre Utanapištim, tu che sei entrato nel consesso degli dèi. Voglio interrogarti sui vivi e sui morti. Voglio sapere, come potrò trovare la Vita che sto cercando?

Utanapištim rispose: - Nulla permane. Costruiamo forse una casa che duri per sempre? Stipuliamo forse contratti che valgano per ogni tempo a venire? Solo la ninfa della libellula si spoglia della propria larva e vede il sole nella sua gloria. Fin dai tempi antichi, nulla permane. Dormienti e morti, quanto sono simili: sono come morte dipinta. Gli Anunnaki, i giudici divini, assegnano a ogni uomo una nascita e una morte.

- Eppure, Utanapištim, io guardo te e non vedo nulla di strano nel tuo sembiante. T'immaginavo come un eroe, invece te ne stai in quest'isola meravigliosa in panciolle. Dimmi la verità, come facesti ad entrare nella schiera degli dèi ed a possedere la vita eterna?

- Sta' bene - disse Utanapištim. Ti rivelerò un mistero divino.


LA STORIA DEL DILUVIO

Tanto tempo prima, narrò Utanapištim, l'umanità era così numerosa che sollevava un tale baccano da disturbare il sonno degli dèi. Così Enlil, il signore del vento, riunì il consesso degli dèi e disse: - Lo strepito dell'umanità è intollerabile! Così non si può più andare avanti! Scatenerò il Diluvio e distruggerò il genere umano!

Grande costernazione ci era stata allora tra le divinità, le quali dipendevano dagli uomini per i sacrifici, e tutte quali avevano preso ad invocare il dio del cielo An. Inanna piangeva e si disperava. Ma il saggio Enki, il signore dell'abisso, che da sempre era l'amico degli uomini, scese nella città di Šuruppak e comparve in sogno al giovane Utanapištim, che era suo sacerdote, e gli disse:

- Utanapištim, ascolta! Abbatti la tua casa e costruisci una nave. Abbandona i tuoi averi e cerca la vita. Sprezza i beni mondani e tieni in vita la tua anima. Abbatti la tua casa, ti dico, e costruisci una nave. Ecco le misure del battello: che abbia la lunghezza pari alla larghezza, che il suo ponte abbia un tetto come la volta che copre l'abisso. Entravi assieme ai suoi consanguinei e familiari, e dopo avervi portato dentro da mangiare e da bere, fai entrare tutti gli animali, volatili e quadrupedi. Se qualcuno ti chiederà qualcosa, rispondigli che ti rechi dagli dèi per pregare per la buona sorte degli uomini!

Utanapištim aveva dunque costruito la nave e l'aveva fatta lunga cinque stadi e alta due. Vi condusse la sua famiglia e il seme di tutte le creature viventi, oltre a tutti i suoi beni.

Alle prime luci dell'alba venne dall'orizzonte una nube nera, mostruosa. Là dentro viaggiava Addu, il cavaliere della tempesta. Poi sorsero gli dèi dell'abisso: Nergal divelse le dighe delle acque sotterranee, Ninurta abbatté gli argini, e i sette giudici degli inferi, gli Anunnaki, innalzarono le torce a illuminare la terra di vivida fiamma. Sgomento e disperazione si levarono fino al cielo quando Enlil trasformò la luce del giorno in tenebra e infranse la terra come un coccio. Fu tale il cataclisma che gli dèi stessi, terrorizzati, fuggirono nel più alto del cielo, il firmamento di An, e si rannicchiarono contro le mura stringendosi l'un con l'altro per farsi coraggio.

Per sei giorni e sei notti il paese di Sumer venne travolto dalla furia delle acque.

Quando venne l'alba del settimo giorno, la tempesta diminuì, divenne calmo il mare, la piena si acquietò. Utanapištim si affacciò dall'arca e guardò la faccia del mondo. Silenzio. Dovunque si stendeva il mare. E tutta l'umanità era stata trasformata in argilla. Allora Utanapištim s'inchinò e pianse.

A lungo l'arca cercò la terra, finché comparve una montagna, e lì l'arca s'incagliò e non si mosse.

Allora Utanapištim aveva mandò fuori alcuni uccelli, i quali, non trovando nulla da mangiare né luogo dove posarsi, tornarono sulla nave. Alcuni giorni dopo ripeté l'operazione, e gli uccelli tornarono con le zampe infangate. Quando mandò fuori per la terza volta gli uccelli, questi non tornarono, e Utanapištim capì che la terra era di nuovo emersa. Allora Utanapištim aprì le porte della nave e tutte le creature uscirono fuori. Quindi fece dei sacrifici agli dèi. Gli dèi, sentendo il profumo dei sacrifici, accorsero in frotte, tranne Enlil che rimase sgomento all'idea che qualcuno si fosse salvato.

Allora Enki disse ad Enlil: - Saggio tra gli dèi, Enlil, come hai potuto così stoltamente far scendere il Diluvio? Imponi sul peccatore il suo peccato, puniscilo quando ha colpa, ma non incalzarlo troppo, altrimenti muore. Magari un leone avesse dilaniato l'umanità invece del Diluvio. Magari la carestia avesse devastato l'umanità invece del Diluvio. Magari la pestilenza avesse decimato l'umanità invece del Diluvio.

Allora Enlil prese per mano Utanapištim e sua moglie, li benedisse e dichiarò: - D'ora innanzi, Utanapištim non sarà più un uomo mortale, ma un dio, e vivrà nella lontananza, a Dilmun.


LA PIANTA E IL SERPENTE

Alla fine del racconto, Utanapištim disse a Gilgameš: - Quanto a te, Gilgameš, chi riunirà a consiglio gli dèi per darti quella Vita che cerchi? Ma se vuoi, vieni e tenta la prova: non hai che da vincere il sonno per sei giorni e sei notti.

E mentre Gilgameš stava lì accosciato, una nebbia di sonno fluttuò su di lui. Allora Utanapištim disse alla moglie di fare ogni giorno un pane e di porlo accanto al corpo di Gilgameš. Così ella fece. Al settimo giorno, Gilgameš si svegliò e disse a Utanapištim: - Mi ero appena addormentato che subito mi hai svegliato.

Ma il vecchio gli indicò i pani posati accanto a lui, di cui il primo era duro, il secondo come cuoio, il terzo fradicio, il quarto andato a male, il quinto gommoso, il sesto fresco e il settimo ancora sulla brace.

- Conta questi pani e saprai quanti giorni hai dormito. Come pretendi di vincere la morte se non sei in grado di vincere il sonno?

Gilgameš sospirò. - Che cosa farò, Utanapištim, dove andrò? Già il ladro nella notte ha ghermito le mie membra, la morte abita nella mia camera. Ovunque andrò la morte mi troverà.

Utanapištim prese con sé Gilgameš e lo condusse ai lavatoi perché si togliesse di dosso la sporcizia del suo lungo cammino e gli diede nuove vesti. Quando Gilgameš, rivestito e rifocillato, tornò alla barca di Uršanabi, Utanapištim gli disse: - Gilgameš, ti rivelerò una cosa segreta. C'è una pianta che cresce sotto l'acqua, la Pianta dell'Irrequietezza, detta Vecchio-torna-giovane. Ha spine come il rovo. Ferirà le tue mani, ma se riuscirai a prenderla sarà la tua salvezza, perché ha la virtù di ridare agli uomini la gioventù perduta. Non è proprio la Vita che cerchi, ma può comunque aiutarti a tenere lontana la vecchiaia e la morte.

Gilgameš ripartì con Uršanabi. Arrivato nel punto indicatogli, si legò ai piedi pietre pesanti e si tuffò dalla barca. Trascinato dalle pietre sul fondo del mare, Gilgameš vide la pianta che cercava. La afferrò e le spine gli ferirono le mani, ma l'eroe, incurante del dolore, riuscì a strapparla. Tagliò le funi che lo ancoravano alle pietre e tornò in superficie. Mostrò la pianta a Uršanabi e disse:

- Porterò questa pianta a Uruk dalle forti mura, lì la darò da mangiare ai vecchi, i quali torneranno giovani e forti. Infine ne mangerò io stesso e riavrò tutta la perduta gioventù.

Dopo un lungo viaggio, si fermarono per la notte, presso un pozzo di acqua fresca. Mentre Gilgameš si bagnava nel pozzo, un serpente sentì la dolcezza della pianta poggiata sulla riva, si avvicinò e la mangiò. Subito, l'animale perse la pelle, tornando giovane, e fuggì via. Quando Gilgameš si accorse del fatto, pianse a lungo, sconsolato.

- O Uršanabi, è per questo che ho faticato con le mie mani, è per questo che ho spremuto il sangue del mio cuore? Per me non ho guadagnato niente; non io, ma questa bestia della terra ne gioisce!

E così fu che Gilgameš perse l'immortalità.


RITORNO A URUK

Alla fine, dopo un lunghissimo viaggio, Gilgameš ritornò finalmente a Uruk. Uršanabi l'aveva accompagnato. Qui giunti, Gilgameš ordinò ad Uršanabi di salire sulle mura e gli mostrò la città.

Anche questa fu opera di Gilgameš,
del re che conosceva i paesi del mondo;
vide misteri e conobbe cose segrete;
un racconto ci portò dei giorni prima del diluvio.
Fece un lungo viaggio, fu esausto, consunto dalla fatica;
quando ritornò su una pietra
l'intera storia incise.

MORTE DI GILGAMEŠ

Una notte il dio Enlil comparve in sogno a Gilgameš e gli disse:

- O Gilgameš, tu sei stato destinato alla Regalità: alla Vita non sei stato destinato. A causa della mancanza della Vita il tuo cuore non sia triste. Non ti abbattere, non essere depresso. È stato dato a te il potere di giudicare chi tra gli uomini ha commesso il male, è stato dato a te il potere di stabilire la luce e le tenebre del genere umano, è stato dato a te il potere di primeggiare sull'umanità, è stato dato a te il potere di non avere avversari, è stato dato a te il potere di vincere le guerre da cui nessuno torna vivo, è stato dato a te il potere di condurre assalti da cui nessuno può sfuggire. Ma la Vita, la Vita, non ti è stata data.

Risvegliatosi, Gilgameš chiese lumi ai sapienti sul significato del tuo sogno e questi gli risposero:

- Gli eroi e i saggi, come la luna, hanno il loro crescere e calare. Diranno gli uomini: chi mai ha regnato con potenza e potere simili ai tuoi? Come nel mese oscuro, nel mese delle ombre, così non vi è luce senza di te. O Gilgameš, questo era il significato del tuo sogno. Ti è stata data la sovranità, questo è il tuo destino. Una vita che duri in eterno non è il tuo destino.

E dopo centoventisei anni di regno, Gilgameš, il re di Uruk, ebbe la sorte comune dell'umanità. L'uomo che aveva combattuto contro esseri divini e aveva viaggiato ai confini del mondo, giacque un giorno sul suo letto, senza vita.

Colui che ha distrutto il male, giace, non si alza.
Colui che ha stabilito la pace nel Paese, giace, non si alza.
Colui che ha reso tutto perfetto, giace, non si alza.
Colui che ha i muscoli saldi, giace, non si alza.
Colui che è signore di Kullab, giace, non si alza.
Colui che ha forme perfette, giace, non si alza.
Colui che ha lo sguardo acuto, giace, non si alza.
Colui che ha scalato le montagne, giace, non si alza.
Nel letto del destino egli giace, non si alza.
Nel letto variopinto egli giace, non si alza.
Chi gli sta intorno non tace; chi gli siede accanto non tace; essi innalzano un lamento.
Chi mangia cibo non tace; chi beve acqua non tace; essi innalzano un lamento.

A Gilgameš succedette il figlio Urlugal, che regnò trent'anni. A Urlugal succedettero altri sei sovrani. Poi la città di Uruk venne sconfitta e la regalità passò alla città di Ur.


NOTE

Il fascino della storia di Gilgameš sta innanzitutto nella sua antichità: non è sbagliato definirla la più antica epopea eroica dell'umanità, precedente all'epica greca e indiana, con le quali regge il confronto per forza espressiva e intensità; ma tale fascino sta ancora e innanzitutto nella sua "modernità", o meglio, nell'"universalità" con cui esplora gli eterni interrogativi sul significato della vita e della morte. Gilgameš non è solo il primo eroe di cui si ha memoria, è anche il primo eroe tragico, il cui smarrimento di fronte alla caducità della vita è comune a tutti gli uomini di allora e di oggi. Il lamento per la morte di Enkidu, che pure arriva a noi da un'antichità così remota, riesce tuttora a commuoverci.

Già ben nota ai Sumeri nella seconda metà del III millennio a.C., l'Epopea di Gilgameš era divenuta in seguito il poema nazionale dell'intera Mesopotamia. Era conosciuta, in numerose varianti, da Babilonesi, Assiri, Elamiti, Hittiti, Hurriti e da tutti gli altri popoli della regione. Dimenticata alla fine dell'età antica, molti elementi ed episodi del suo mito sopravvissero nell'epica greca e biblica: la lotta di Gilgameš col leone ha probabilmente ispirato le analoghe gesta di Eracle e di Sansone; Siduri è una copia di Circe; l'episodio dell'isola-giardino di Dilmun ha molto a che vedere con l'Eden biblico; il motivo del serpente che priva l'uomo dell'immortalità che è ovviamente un mito parallelo a quello biblico della caduta dell'umanità; e infine, la storia del Diluvio, che ha qui una delle sue più antiche formulazioni. Un'analisi dei vari romanzi arabi medievali sui viaggi di Alessandro Magno in oriente ha mostrato sorprendenti affinità con l'epopea di Gilgameš, i cui motivi, sperduti nell'oceano delle storie, erano poi finiti per incagliarsi nei racconti degli eroi più recenti.

Anche la storia del ritrovamento delle tavolette meriterebbe un'epica a sé stante. Intorno al 1842 una serie di spedizioni archeologiche francesi e inglesi cominciarono a lavorare nel sito dell'antica città di Ninive, in quello che allora era l'impero ottomano. Si trattò in realtà di una serie di campagne di scavi alquanto irregolari, che i vari gruppi conducevano in aperta competizione tra loro, tra colpi di mano e azioni a dir poco piratesche. La fortuna arrise all'inglese Henry Layard, che nel 1850 ebbe la ventura di scoprire la famosa biblioteca di Assurbanipal e cominciò a prelevare una gran quantità di materiale, tra cui una moltitudine di tavolette incise a cuneiformi. I francesi allora fecero valere i loro diritti di precedenza e bloccarono il lavoro degli inglesi. Ma questi penetrarono nottetempo nelle camere della biblioteca attraverso un tunnel scavato in fretta e furia e si portarono via tutto ciò che la biblioteca conteneva.

Tra questo materiale si trovava la famosa redazione babilonese dell'epopea di Gilgameš, risalente al VII sec. a.C., e tuttora custodita al British Museum. Ovviamente dovettero trascorrere degli anni prima che gli studiosi riuscissero a mettere insieme tutte e dodici le tavole dell'epopea, perché nella gran confusione degli scavi nessuno aveva catalogato il materiale, il quale era stato poi confuso con altro materiale proveniente da altri siti. La prima traduzione dell'epopea, ad opera di A. Jeremias, venne fatta nel 1891, nel libro Izdubar: eine altababylonische Heldensage, a cui seguì poi una nuova edizione del 1900. Izdubar era il nome che un'errata lettura aveva portato gli studiosi dell'epoca ad attribuire a Gilgameš. In ogni caso la prima edizione classica e completa si ebbe solo nel 1930 nella traduzione di R. Campbell Thompson: The Epic of Gilgameš.

Il riassunto che ho fatto in questa pagina è tratto appunto dalla redazione "classica" babilonese in dodici tavole dell'epopea di Gilgameš, che di tutte le versioni conosciute è la più completa e coerente, anche se la più tarda. Il titolo babilonese dell'Epopea di Gilgameš è Ša nagba inuru, ["Chi vide tutto"], dai primi versi del poema; e conosciamo addirittura il nome del suo autore, Sîn-leqi-unnini, il quale già in epoca babilonese sembra fosse considerato un poeta semimitico come Omero per i Greci.

Ma esistono molti altri documenti su Gilgameš. La redazione "classica" babilonese è scritta in accadico, vi sono versioni in hittita, hurrita, elamita. Quelle più antiche ovviamente sono scritte in sumerico. Purtroppo tutte queste redazioni non sono coerenti tra loro, ma vi sono delle variazioni interessanti che val la pena di notare.

Un poema sumerico, Gilgameš e gli inferi, narra di come Gilgameš abbia salvato un albero sacro alla dea Inanna da tre mostri che cercavano di distruggerlo, e poi come dai rami di quest'albero abbia tratto degli arnesi magici non meglio identificati che in sumerico si chiamano pukku e mikku. Si narra poi di come il pukku e il mikku furono persi cadendo negli inferi, e di come Enkidu si sia avventurato nel sottosuolo per recuperarli, ed è proprio tornando dagli inferi che Enkidu si ammala per poi morire.

La narrazione più tarda su Gilgameš è invece riferita dallo scrittore greco Eliano. Egli narra una storia sulla nascita di "Gilgamos" assai simile a quella che i greci narravano di Perseo: al re di Uruk viene profetizzato che il figlio di sua figlia l'avrebbe privato del trono, cosicché questi confina la ragazza in cima a una torre in modo che non possa conoscere uomini; ma ingravidata misteriosamente, la ragazza dà alla luce un figlio, che i soldati del re gettano dall'alto della torre. Un'aquila però afferra il pargolo tra gli artigli e lo porta dal giardiniere del re, che lo alleva come fosse suo figlio. Inutile dire che, una volta cresciuto, il giovane Gilgamos spodesta il nonno e siede sul trono al suo posto.


SPECIFICHE

Esistono delle ottime edizioni dell'Epopea di Gilgameš in italiano. Una compilazione completa eseguita a partire dalla redazione babilonese, ma con inserti da altre redazioni, è stata pubblicata, a cura di N.K. Sandars, ne L'Epopea di Gilgameš (Adelphi 1986). Più recentemente l'assiriologo e scrittore Giovanni Pettinato ha pubblicato tutti i testi su Gilgameš, babilonesi e sumerici, in una pregevolissima antologia, La saga di Gilgameš (Rusconi 1992). Un altro buon saggio sull'eroe è Gilgameš: alla conquista dell'immortalità di Franco d'Agostino (PiEmme 1997).

© 2001 Dario Giansanti - www.bifrost.it

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Storia - Storia antica
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Aggiornamento: 01/05/2015