CONTRO ULISSE
Demitizzare un modello negativo

ARGO, OVVERO LA GIUSTIFICAZIONE DELLO SCHIAVISMO

Ulisse si reca da Eumeo accompagnato da Minerva e viene riconosciuto da Argo (Palazzo Milzetti)

Quelli di Argo, il cane di Ulisse, sono sempre stati dei versi (290-327 del c. XVII) ben presenti nei manuali scolastici di epica classica. Eppure tutto il canto che li contiene, ivi inclusi i detti versi, solo in apparenza ha per tema l'ospitalità, nelle sue varie articolazioni. Nella sostanza esso è un manifesto a favore della schiavitù come condizione sociale, e della vendetta come forma privata di giustizia.

La vicenda è nota: il porcaro Eumeo e Odisseo, travestito da mendicante, giungono alla reggia, ove i Proci attendono che la regina Penelope scelga il proprio consorte, rinunciando definitivamente ad attendere il ritorno del marito.

Proprio davanti alla soglia, sul mucchio di letame di muli e buoi, destinato ad essere trasferito su un grande podere, per la concimazione, giaceva il vecchio cane di Ulisse, che, come minimo, doveva avere vent'anni.

Argo s'accorse di loro due mentre stavano parlando e sollevò il capo e le orecchie. Non è chiaro se si comportò così perché sentì i due parlare o perché riconobbe in qualche modo la voce del suo padrone, che l'aveva allevato da piccolo.

Certo è che quando Argo lo vide, cominciò a scodinzolare e a piegare le orecchie, senza però aver alcuna forza per spostarsi di lì.

La scena, descritta in pochi versi, è sicuramente toccante, poiché, pur in presenza di un reciproco riconoscimento, nessuno dei due può far nulla per l'altro, né il cane, fisicamente troppo debole, né il suo padrone, moralmente impegnato a non farsi scoprire, onde poter realizzare al meglio l'imminente carneficina.

Anche nel momento in cui più facilmente avrebbe potuto dimostrare d'essere una persona di sentimenti, rinunciando ovviamente all'idea della vendetta privata, di fatto Ulisse non vi riesce. Nonostante la fine della guerra e delle peripezie relative al ritorno a casa, in cui tutti i compagni erano deceduti, egli resta una persona emotivamente deficitaria, psicologicamente tarata, il cui unico vero desiderio di vita è la rivalsa violenta su chi ha approfittato della sua lunga assenza, come se non fosse stato lui stesso la causa del proprio male. E a tale scopo ha continuamente bisogno di apparire diverso da quel che è, di nascondersi dietro false identità, celando anche ai più cari le proprie intenzioni.

Egli può soltanto accennare, di nascosto, a una sentita commozione, con tanto di lacrima furtiva, restando però formalmente impassibile; viceversa il suo cane, che come Penelope e Telemaco aveva atteso una vita il ritorno del padrone, non può rinunciare ad essere se stesso e per questo il destino lo segna: la forte emozione gli sarà fatale.

A dir il vero non si comprende bene se Argo sia morto per la contentezza d'aver rivisto il proprio padrone, o per la delusione provata di fronte al fatto che il suo padrone, pur avendolo riconosciuto, fece finta di nulla e, invece di andargli incontro e accarezzarlo, preferì entrare nella reggia.

Un redattore avrà probabilmente notato che ogniqualvolta Ulisse pare vestirsi di umanità, succede qualcosa che gli impedisce una naturale coerenza, una consequenzialità tra sentimento e azione; sicché avrà trovato necessario precisare, a mo' di scusante, che Argo era pieno di zecche, trasmissibili da animale a uomo.

Ma l'aspetto apologetico più significativo di questi versi non sta tanto nella giustificazione dell'impotenza ad amare, quanto piuttosto in qualcosa di più oggettivo, di più politico. Omero deve difendere il suo eroe dall'accusa di cinismo, di indifferenza, di crudeltà mentale. E la sua prima difesa, in tal senso, è abbastanza perentoria: mentre i padroni "normali" allevano cani così belli per tenerseli in casa, ostentando il loro proprio lusso; per un padrone "speciale" come Ulisse, invece, Argo era stato cresciuto e allevato allo scopo di cacciare, nel fitto dei boschi, "capre selvatiche, daini e lepri".

La seconda difesa del comportamento di Ulisse è il clou di tutti i versi dedicati ad Argo. Odisseo non può essere coerente coi propri sentimenti non tanto a causa della propria cattiva volontà, quanto a causa del fatto che i propri servitori, da quando lui se ne è andato, non hanno più avuto a cuore ciò che gli apparteneva.

Qui Omero non ha alcuno scrupolo a sostenere (e lo fa per di più per bocca di un servo), che "quando i padroni non ordinano, i servi non vogliono più lavorare a dovere".

Infatti un servo, proprio perché tale, è incapace di fare le cose per sentimento o per dovere morale; soltanto sotto costrizione può farle, proprio perché "Zeus, che vede ogni cosa, toglie metà del valore a un uomo, appena il servaggio lo coglie". Dunque, Argo era stato abbandonato perché gli schiavi, non avendo più un aguzzino che li comandasse, avevano mostrato tutta la pochezza morale della loro condizione sociale.

L'autore di questi versi apprezzava di più, dello schiavista Ulisse, il fedele cane che non gli infedeli servi, salvo mettere in risalto il modello servile da imitare, quello di Eumeo, che teneva ben ordinati il recinto e la stalla, anche senza l'occhio vigile del padrone.

Omero considerava la schiavitù come un evento ineluttabile, inevitabile, indipendente dalle ragioni storiche degli uomini; e il fatto che tale condizione fosse "meritata" dagli schiavi è dimostrato proprio dall'indifferenza con cui avevano allevato un cane prestigioso come Argo, e quindi dalla crudeltà con cui l'avevano abbandonato.

E' singolare come Omero voglia presentarci in maniera del tutto naturale il fatto che un uomo infedele per così tanto tempo, pessimo padre e pessimo marito, pretenda da parte dei suoi schiavi quelle virtù che lui stesso, da persona libera, non è mai stato capace di avere.

Rebus sic stantibus, appare evidente che il desiderio di vendetta che muove la coscienza torbida di Ulisse non potrà trovare il proprio appagamento sterminando unicamente gli ottanta Proci; anche le ancelle-schiave, a causa della loro promiscuità col nemico e della loro colpevole trascuratezza nei confronti dell'amato Argo, dovranno pagare.

Dopo un ventennio di assoluta e immotivata assenza, senza che parenti, amici, congiunti, servitori sapessero alcunché circa la sua sorte, il re-schiavista di Itaca pretende che tutto sia rimasto esattamente come l'aveva lasciato. Il cane non è morto per raggiunti limiti d'età ma per la protervia dei servi, che in assenza del padre-padrone l'hanno abbandonato a se stesso.

Per le ancelle, indolenti, che non si sono curate di lui, non ci può essere perdono o una qualche forma di mediazione, meno che mai da parte di un eroe senza macchia e senza paura. Col nemico e coi traditori occorre essere spietati. Alle ancelle infatti, dopo aver ordinato di pulire la reggia dal sangue dei Proci, serberà una condanna a morte per impiccagione.

Ora, c'è forse qualche manuale scolastico che non veda in Ulisse un modello per l'uomo occidentale? Considerando che la trattazione dell'altro grande personaggio mitico, Gesù Cristo, resta di esclusiva pertinenza dei manuali di religione cattolica, esiste forse in quelli non confessionali un mito che possa stare al passo di quello di Ulisse? Gesù in fondo era dio, almeno stando all'interpretazione clericale: poteva anche farsi ammazzare, tanto sapeva che sarebbe risorto, senza poi considerare ch'egli era venuto sulla terra proprio per morire in croce e vincere così la maledizione del peccato originale.

Ma Ulisse è soltanto un uomo! Nessuno può fargli una colpa se nelle occasioni più difficili della sua vita si è sempre comportato peggio di una bestia.

Il testo dell'Odissea



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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Storia - Storia antica
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Aggiornamento: 02/01/2011