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Marco Tullio Cicerone (Arpino 106 a.C. - Formia 43 a.C.) nasce da una
famiglia equestre benestante ma sconosciuta, in quanto lontana dai palazzi
romani dove si fa politica.
A Roma frequentò, in vista della carriera politica e giudiziaria, i maggiori
oratori del tempo. Cercò anche di farsi una cultura filosofica e letteraria
seguendo le lezioni dei maggiori interpreti delle varie scuole di pensiero greco
presenti nella capitale tra il 90 e l'80, proseguendo gli studi direttamente in
Grecia e in Oriente dal 79 al 77, al seguito di Antioco di Ascalona e di
Posidonio di Rodi.
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Fu proprio in Grecia che maturò l'adesione al genere oratorio detto appunto
"rodio", nonché l'ideale di una cultura enciclopedica, accademica, per lo più
eclettica e sicuramente anti-epicureista.
Andò in Grecia subito dopo aver difeso in tribunale, nell'80, un certo
Roscio di Ameria, accusato di parricidio da un protetto del dittatore Silla.
E' infatti sotto la dominazione di Silla che il giovane avvocato comincia a
fare carriera. In quegli anni l'aristocrazia, potentissima, abusava enormemente
del proprio potere; le sue rappresaglie, dopo la fine di Mario, furono molto
cruente (duemila teste di cavalieri e senatori erano appena state tagliate),
potendo sfruttare l'espediente delle proscrizioni, inventato da Silla, che
permetteva di legalizzare l'assassinio.
Roscio non era che uno sventurato ridotto sul lastrico dalle spoliazioni dei
partigiani di Silla, e siccome era stato accusato d'aver ucciso il padre,
nessuno voleva difenderlo.
Lo fece il giovane Cicerone, che facilmente poté dimostrare l'assenza di
prove e che dietro l'accusa si nascondeva uno dei più potenti liberti di Silla,
il ricco e dissoluto Crisogono.
Cicerone lo accusa senza mezzi termini e, con lui, il regime di Silla. Il
successo della requisitoria fu tale che Cicerone entrò subito nelle grazie del
partito democratico. Tuttavia, per sicurezza, col pretesto d'un aggiornamento
culturale, se ne andò appunto ad Atene. Poi per fortuna nel 78 muore Silla.
Al suo ritorno sposò nel 77 Terenzia, che faceva parte, già da molti secoli,
della classe dirigente. Oltre alla nobiltà, Terenzia portava al marito una
cospicua dote: 100.000 sesterzi (qualcosa come 200.000 euro), alcuni poderi e
immobili a Roma.
Il successo per Cicerone non tarda ad arrivare: nel 75 ottiene la questura
di Lilibeo, in Sicilia, dove si distinse per la sua integrità; nel 70 assume
l'accusa di malversazione contro un ex-governatore della Sicilia, Gaio Verre,
che aveva letteralmente depredato l'isola, spogliandola delle opere d'arte e che
per questo e altri reati verrà costretto all'esilio.
Nel 69 diventa edile e nel 66 pretore. In quell'anno, in un'orazione, si
pronuncia in favore del trasferimento del comando della guerra contro Mitridate
da Lucullo a Pompeo.
La sua veloce carriera dipende anche dal fatto che riesce a scegliere con
grande oculatezza gli inquisiti da difendere: dovevano essere non
particolarmente invisi alla classe dominante e in grado di pagare favolose
parcelle (che potevano anche essere veri e propri lasciti testamentari: è stato
calcolato che alla sua morte, in 30 anni di carriera, Cicerone abbia speso
almeno 150 milioni di sesterzi, cioè circa 300 milioni di euro, di cui si ignora
la provenienza). (1)
Nel 64 ottiene il favore dei nobili per l'elezione a console, contro
Catilina. E infatti nel 63 viene nominato. Era talmente ben visto anche dalla
gente comune che pare non avesse speso nulla per la campagna elettorale. Nessun
uomo politico del suo tempo conquistò così facilmente le più alte cariche: gli
stessi Catone, Cesare, Pompeo ebbero bisogno di coalizioni e di brogli per avere
successo.
Le sue orazioni più famose restano quelle contro
Catilina, capo del partito
popolare, reo di aver congiurato contro lo Stato. Esse rappresentano il vertice
dell'oratoria ciceroniana, ma anche l'inizio del declino della sua carriera.
Sconfitto da Cicerone, Catilina viene bandito da Roma, poi sconfitto con le
sue truppe e ucciso in battaglia. Ma Cicerone vuole inspiegabilmente infierire
contro questo personaggio ordinando di giustiziare, senza regolare processo,
altri cinque suoi complici. (2)
Ne approfitta un tribuno della plebe, Clodio, che nel 58 riesce a far
passare una legge che condannava all'esilio chiunque avesse fatto uccidere un
cittadino romano senza la regolare sanzione del popolo. Cicerone lascia Roma per
Tessalonica e di lì per Durazzo. La sua casa sul Palatinato viene distrutta.
Ma già un anno dopo, per decreto dei comizi, Cicerone può rientrare in
patria, pronunciando quattro discorsi contro i clodiani. Poi, con l'aiuto di
Catone Minore, fa in modo che il tribuno Milone, in una rissa sulla via Appia,
uccida a tradimento Clodio e massacri altri suoi parenti. Nel 52 Cicerone
assume la difesa di Milone, ma inutilmente, perché la folla lo costringe a
fuggire.
Ormai si sente sempre più estraneo al partito democratico e sogna, senza
successo, di creare un nuovo partito, col favore di Cesare e Crasso e con
l'appoggio della classe equestre, cioè i cosiddetti "cavalieri" che traggono
fortuna, non avendo titoli nobiliari, direttamente dalle guerre e che investono
i loro capitali nei paesi conquistati, sfruttando al meglio il privilegio
d'essere degli industriosi cittadini romani. Infatti, ovunque arrivino le armi
romane, i cavalieri diventano banchieri, commercianti, esattori delle imposte e
finiscono con l'accumulare ingenti ricchezze.
Cicerone tenta di fare di questo nuovo ceto medio la base di quel partito
moderato che vuole creare. Tuttavia i cavalieri, questa borghesia ante litteram,
non hanno la forza del numero come i plebei (piccola borghesia, operai,
artigiani, contadini liberi), né quell'esperienza di governo che hanno mantenuto
così a lungo al timone la nobiltà.
I cavalieri sono istintivamente attratti più dalla ricchezza che dal potere
e preferiscono l'ordine alla libertà. Ecco perché ad un certo punto si
orienteranno decisamente verso Cesare.
All'insorgere della rivalità tra Cesare e Pompeo cercò, inizialmente, di non
prendere posizione. Tra l'altro nel 56 aveva proposto e ottenuto dal Senato la
conferma a Cesare del governo della Gallia.
Tuttavia, non si sentiva tranquillo. Il fatto stesso che cercasse
d'avvicinarsi al partito dei nobili lo rendeva inviso ai democratici. Sicché
alla fine del 52 accetta di andare a governare la provincia di Cilicia, in Asia
Minore, vasta e minacciata d'invasione dai Parti.
Nel 51 ottiene una piccola vittoria contro dei ribelli e chiede di essere
acclamato col titolo di imperator. Naturalmente ciò non ha alcuna
conseguenza politica e l'unica cosa certa di questo proconsolato fu che gli
fruttò ben 3.200.000 sesterzi (6.400.000 euro).
All'inizio del 50 è di nuovo in Italia e allo scoppio delle ostilità tra
Cesare e Pompeo decide di seguire quest'ultimo in Grecia. Una malattia però gli
impedisce di prendere parte alla battaglia di Farsalo (49).
Dopo la sconfitta, torna in Italia (47), consapevole che Cesare non
infierirà su di lui, a condizione ovviamente ch'egli si astenga dal fare
politica.
Infatti, durante la dittatura di Cesare egli si dedica esclusivamente agli
studi e alle pubblicazioni dei trattati retorici e filosofici, nonché
all'attività giudiziaria, in cui difende due personaggi ostili a Cesare.
In questi anni però si conclude anche il matrimonio con Terenzia che gli
chiede il divorzio per salvare i propri beni mobili e immobili insidiati dal
marito. Si risposa con la ricca Publilia, una ragazza più giovane di sua figlia,
che a 31 anni era morta di parto: lo fa semplicemente per pagare i debiti del
divorzio, infatti dopo pochi mesi la ripudia.
L'assassinio di Giulio Cesare nel 44 lo riporta alla ribalta, anche perché
Bruto lo esalta come vero democratico.
Ottaviano però, figlio adottivo del dittatore, è deciso a marciare con le
sue legioni su Roma per vendicare Cesare. Una folla di cittadini di vari ceti
sociali, tra cui forse lo stesso Cicerone, va incontro ad Ottaviano per
testimoniargli la propria devozione ed evitare un massacro.
Cicerone è convinto di poter trovare in Ottaviano un alleato contro Antonio
e lancia una serie di filippiche contro quest'ultimo, fatto passare come erede
del dispotismo cesariano. Senonché i due segretamente prendono contatti con
Lepido, uomo politico legato a Cesare, e formato un triumvirato, con
l'intenzione di far fuori tutti i nemici di Cesare. Nella lista di proscrizione
Cicerone è il primo. E' soprattutto Antonio, più che Ottaviano, a volerlo morto.
Egli quindi decide di rifugiarsi nella sua villa di Astura, da dove potrebbe
imbarcarsi verso l'Oriente. Vi trascorre solo la notte. L'indomani s'imbarca per
Gaeta.
Lo raggiunge un distaccamento di soldati guidato da un tribuno di nome
Popilio, che ha ai suoi ordini un centurione, Erennio, che proprio Cicerone,
molto tempo prima, aveva difeso da un'accusa di parricidio. E' proprio lui che
taglia a Cicerone testa e mani e che le porta ad Antonio, il quale le fa esporre
ai Rostri, la tribuna del Foro romano, dove tante volte aveva parlato l'oratore.

[1] Cicerone infatti sperperava tutti i suoi averi
nell'esibizione di un lusso smodato, che lo equiparasse all'alta società. I suoi
redditi fondiari si aggiravano sui 500.000 sesterzi l'anno (un milione di euro). Altri redditi gli
venivano dalle numerose "insule", case popolari, che aveva acquistato a Roma e
dato in affitto (non perdonò mai Cesare che aveva condonato ai poveri un anno di
affitti arretrati). Aveva sette ville fastose il cui mantenimento gli costava
più di quanto gli rendessero. (Qui si suppone che un sesterzio valga circa due
euro: vedi scheda)
Da un prestito da lui richiesto, nel 44, per il normale ménage familiare di
cinque mesi, risulta che spendeva 40.000 sesterzi al mese (80.000 euro), ma con un potere d'acquisto di molto superiore. Il reddito di un
artigiano libero era di circa 10.000 sesterzi l'anno (20.000 euro). Cesare, che gli prestò, in
un'unica soluzione, ben 800.000 sesterzi al tasso di favore del 2,50% (metà di
quello normale), non rivide più la
somma. (torna su)
[2] Oggi la critica è molto meno severa nei confronti di
Catilina, che viene ritenuto al massimo un demagogo e certamente non un
terrorista, come invece vollero far credere Sallustio e lo stesso Cicerone e
Catone Minore. Catilina cercò di ottenere democraticamente per quattro volte
l'elezione al consolato e solo alla quinta pensò di forzare la mano, facendo
chiaramente capire che la direzione politica dell'impero andava tolta al senato
e affidata a una figura carismatica, in ciò anticipando quella che sarà la
posizione di Cesare, Marco Antonio e dello stesso Ottaviano.
Catilina fu un demagogo perché pensò di arrivare alla dittatura
politico-militare, servendosi dell'idea di condonare i debiti ai piccoli-medi
proprietari non in grado di pagarli. Ma l'idea di Cicerone di tenere uniti i
ceti con interessi contrapposti e soprattutto di tenere unita la "toga" (il
senato) colla "spada" (gli eserciti) era del tutto illusoria, rispetto alla
crisi drammatica della repubblica.
Cicerone voleva addirittura coinvolgere Cesare e Crasso nell'accusa di tramare
contro la legalità. Cesare infatti riteneva il caso dubbio e preferiva l'esilio
e la confisca dei beni alla condanna a morte. Ma poi Cicerone, insieme a Catone
Minore, disse di voler confermare la condanna a morte "secondo il costume degli
antichi", cosa che in realtà soltanto la flagranza di reato, la confessione e un
regolare processo suscettibile di appello al popolo giustificavano: non a caso la pena di morte
era stata soppressa sin dal 195 a.C. per i cittadini
romani.
Catilina fu costretto a lasciare Roma. Contro di lui, che disponeva solo di
2.000 seguaci, ben due generali con varie legioni furono inviati. (torna
su)
S. L. Utčenko, Cicerone e il suo tempo, Editori
Riuniti, Roma 1975 K. Kumaniecki, Cicerone e la crisi della Repubblica romana, Roma 1972
G. Boissier, Cicerone e i suoi amici, ed. Rizzoli, Milano 1988 E. Narducci, Modelli etici e società. Un'idea di Cicerone, ed. Giardini,
Pisa 1989 E. Lepore, Il princeps ciceroniano e gli ideali politici della tarda
repubblica, Napoli 1954 T. Colombi, Il segreto di Cicerone, ed. Sellerio
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