|
| |
Le bambine romane imparavano a leggere, scrivere e far di conto se i
genitori potevano permettersi di pagare un maestro privato.
Quando arrivavano a dodici anni ed erano già in età da marito, potevano
continuare con lo studio, sempre a pagamento, delle lettere, della danza e della
musica.
L'istruzione dei ricchi è sempre stata privata: i primi precettori delle grandi famiglie
provengono dall'Italia stessa, e parlano latino, greco, osco. Mentre le legioni
romane portano il latino ovunque, nell'Urbe diventa di moda il greco. Si considerava chic per le ragazze conversare in greco e leggere Menandro.
E gli intellettuali greci, la cui superiore cultura era apprezzata a Roma,
emigravano volentieri in questa città. Ma sono anche gli schiavi e le schiave greche che insegnano
la loro lingua ai bambini delle
famiglie patrizie.
|
 |
Col tempo però i romani cercano di favorire anche la scuola pubblica, pagandola di tasca propria,
in quanto lo Stato, restio a interferire nel potere del "pater familias",
comincerà a provvedere solo a tardo impero. Da Cesare a Costantino verranno
accordati regolarmente compensi e privilegi agli educatori pubblici, poiché si
riteneva fosse un dovere sociale imparare a leggere e scrivere, senza differenze
di sesso.
Spesso alle lezioni della scuola pubblica assistono nutrici e custodi degli
stessi studenti, ma è possibile anche per genitori, parenti, amici: la scuola è
aperta a tutti.
L'istruzione pubblica è suddivisa in primaria (fatta col maestro elementare),
secondaria (fatta col grammatico) e superiore (fatta col retore). Alla
secondaria accedono in maggior numero ragazzi e ragazze delle famiglie più
agiate. Si studiano lingua e letteratura latina e greca, fisica, astronomia,
mitologia e storia.
Alla scuola del retore vanno solo i figli destinati all'attività forense o
politica, quindi solo i maschi, anche se si conoscono casi di donne istruite che
si difendono da sole in tribunale o tengono discorsi pubblici. (1)
Gli studenti maschi a scuola apprendono soprattutto la retorica, cioè l'arte di persuadere e di
commuovere, così come è stata elaborata in Grecia. Gli aristocratici furono
sempre contrari all'apprendimento pubblico di quest'arte, perché la vedevano
come una minaccia ai loro interessi.
Poi vi sono scuole specializzate, professionali, come quelle per l'edilizia
e l'agrimensura, ma anche quelle, prevalentemente femminili, ove s'impara il canto, la musica
e la danza.
Nella storia della letteratura latina sono comunque assai scarse le figure di donne
colte; è conosciuta una sola poetessa di elegie, vissuta nell'età di Augusto, Sulpicia, che mise in versi il suo amore per Cerinto.
Quintiliano, il retore spagnolo vissuto a Roma nell'età degli imperatori Flavi,
a cui Vespasiano aveva dato l'incarico di professore di retorica retribuito
dallo stato, nel suo trattato sulla formazione dell'oratore enumera alcune donne
dell'antica Roma, celebri per la loro cultura: Cornelia, madre dei Gracchi, alla
quale attribuisce personali capacità e la presenta come ispiratrice e formatrice
dell'eloquenza dei figli; Lelia, figlia di Lelio l'amico degli Scipioni, e
Ortensia, figlia dell'oratore Ortensio, alle quali sembra dare importanza in
rapporto ai padri.
(1) Ortensia, figlia di un grande oratore romano, fu scelta
dalle altre matrone come loro portavoce perché in tribunale si opponesse
all'imposizione di pesanti tasse sulle donne, in occasione delle guerre civili.
La ebbe vinta.
|