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"Vi sono tre tipi di utensili:
quelli che non si muovono e non parlano;
quelli che si muovono e non parlano (animali),
e quelli che si muovono e parlano (schiavi)".
(Gaio)
Lo schiavo è una cosa, una res vivente, uno "strumento o animale
parlante". Lo è dal IV millennio a.C., a partire dalle civiltà egizie e sumera.
In latino schiavo si dice servus, ma gli storici, per distinguere il
feudalesimo dallo schiavismo, usano "schiavo" per l'economia schiavile rivolta
al mercato, e "servo" per indicare l'economia di sussistenza basata sul
servaggio o servitù della gleba. Finito il feudalesimo, la parola "servo" stava
ad indicare una qualunque persona libera che prestava un servizio.
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Nella civiltà romana la condizione di schiavo rientrava in quella più
generale dipendenza che il cittadino romano riservava allo straniero, l'uomo
alla donna, il padre al figlio.
Si diventava schiavi sostanzialmente per due motivi:
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sconfitta militare: i prigionieri di guerra, caduti in proprietà dello
Stato, venivano venduti al miglior offerente;
-
indebitamento: chi non poteva pagare i propri debiti diventava proprietà
del creditore, dopo il relativo periodo di prigionia, oppure veniva venduto
sui mercati di Trastevere.
Ma lo si poteva diventare anche a seguito di un naufragio o di una pena che comportasse la
perdita della libertà personale (p.es. l'assassinio o la renitenza alla leva o
l'evasione fiscale), a meno che non si accettasse l'esilio. La gente povera
spesso finiva schiava anche per reati minimi, se non poteva pagare una pena
pecuniaria.
E non si devono dimenticare
le persone rapite dai pirati o dai briganti per essere poi vendute, né i bambini
che venivano abbandonati (perché non riconosciuti dal padre) o venduti dalle famiglie povere.
Poteva anche darsi il caso di esiliati politici che emigravano a Roma per
porsi in servitù, o quelle tribù nordiche che facevano la stessa cosa, spinte dalla fame o dalla
carestia.
Da ultimo non si può non considerare che un commercio estero,
internazionale, di schiavi esisteva anche prima che i romani diventassero una
grande potenza.
Nessuna filosofia egualitaria dell'antichità riuscì mai a scalfire questa
diffusa cultura dello sfruttamento del lavoro altrui.
Gli schiavi venivano venduti nelle botteghe, sui mercati o nel Foro, sotto
la sorveglianza di appositi magistrati, a tutela dei rilevanti profitti statali.
Generalmente stavano su un palco girevole, con al collo un cartello che indicava
la nazionalità, le attitudini, le qualità, i difetti. Quelli provenienti
d'oltremare erano riconoscibili per un piede tinto di bianco e i soldati vinti
per una coroncina in testa. Schiavi scelti e costosi venivano mostrati in sale
chiuse a ingresso controllato.
I prezzi variavano a
seconda dell'età e delle qualità (intelligenza, cultura, forza fisica ma anche
bellezza, buona dentatura, capacità di suonare o cantare, parlare greco) e si aggiravano sui 1.200-2.500 sesterzi (a fine repubblica un
sesterzio equivaleva a circa 2 euro).
Anche ai romani di mezzi modesti piaceva avere uno schiavo al proprio
servizio, perché non averne neppure uno era indizio di degradante miseria. Molti
ricchi romani possedevano da 10.000 a 20.000 schiavi.
I romani più ricchi potevano anche acquistare stare per rivenderli o cederli
a grosse imprese in cambio di un affitto. Sotto questo aspetto alcuni arrivarono
persino ad allevarli.
Una volta fatto schiavo, i luoghi prevalenti di destinazione dove esercitare
il mestiere erano in aree abbastanza separate: campagna, città, mare (i rematori
nelle navi da guerra o di commercio), cave e miniere (soprattutto per l'estrazione dei metalli
pregiati).
La schiavitù rurale era quella che comprendeva i braccianti, i contadini,
gli allevatori. Questi schiavi godevano di condizioni di vita infime. Il loro
lavoro era molto faticoso e poco qualificato. Il trasferimento dalla famiglia
urbana a quella rustica veniva considerato come una punizione. A capo degli
schiavi di campagna era il fattore, assistito dalla moglie.
In città invece venivano impiegati per attività artigianali: vasai,
decoratori, carpentieri, muratori, lavoratori del cuoio, o industriali
(fabbricare tessuti). Questi schiavi godevano
di condizioni di vita migliori e il loro lavoro era più qualificato. Ma vi erano
anche quelli dediti alla costruzione di strade e alle opere pubbliche, o quelli
che dovevano far girare in catene la ruota del mulino, che
sicuramente svolgevano lavori molto più duri.
Le categorie privilegiate di schiavi erano quelle destinate al
servizio domestico (cuochi, camerieri, gli addetti alla toeletta dei padroni,
alla cura e all'educazione dei loro figli, alla pulizia della casa e della
suppellettile, degli indumenti, gli amanuensi e postini), nonché quelle che aiutavano il padrone nelle attività
commerciali (tesoriere, contabile, addetto alla tenuta dei libri), oppure gli
schiavi intellettuali, quali pedagoghi, medici e chirurghi, bibliotecari, senza tralasciare gli addetti a
scuderie e cavalli.
In genere gli schiavi provenienti dall'oriente ellenistico erano adibiti a
funzioni domestiche (anche come maestri dei figli dell'aristocrazia) o
artigianali cittadine, perché meno robusti e più acculturati dei loro colleghi
italici, germanici, iberici.
Lo schiavo, per definizione, non aveva alcun diritto, ma solo responsabilità
penali. Non poteva possedere
cose personali, cioè se poteva comprare qualcosa non poteva però disporre come
fosse di sua proprietà. Se aveva moglie e figli, il suo padrone poteva venderli
senza nessun problema.
Lo schiavo restava tale anche se per un evento qualunque cessava di avere un
padrone.
Lo schiavo, di regola, non poteva sposarsi (Catone il Vecchio fu l'unico a permettere,
tra i suoi servi, rapporti sessuali a pagamento intascandone il prezzo), non
poteva essere difeso dalla legge o ascoltato in un tribunale. Tuttavia, nel
corso dell'impero i padroni di schiavi tendevano a permettere a quest'ultimi la
possibilità di una stabile vita di coppia. E' altresì noto che i padroni avevano
maggiori riguardi per gli schiavi nati in casa.
Gli schiavi che ritenevano ingiusto il padrone potevano rifugiarsi in
Campidoglio ed esporre le proprie ragioni, ma non si ha notizia di padroni
puniti. Gli veniva concesso asilo se si rifugiava presso un tempio, ma al
massimo poteva passare di proprietà da un padrone a un altro.
Se un cittadino uccideva uno schiavo altrui, non incorreva a una sanzione
penale ma solo amministrativa, cioè pagava una sanzione monetaria corrispondente
al valore dello schiavo.
La legge Giulia aveva altresì stabilito che non poteva esservi adulterio o
stupro se non tra persone libere. Molti giovani schiavi venivano usati a scopi
sessuali.
Però la lex Petronia proibiva al padrone di dare lo schiavo in pasto alle
belve senza una sentenza del giudice.
Il diritto romano non riconosceva agli schiavi un culto religioso proprio,
ma gli si consentiva di esercitare alcuni riti secondo i costumi originari.
Gli schiavi di città erano sicuramente più liberi di quelli di campagna:
potevano frequentare le osterie, i bagni pubblici, il circo...
A volte capitava che per esigenze particolari (guerre, ordine pubblico) si
accettassero arruolamenti negli eserciti da parte di schiavi e barbari: in tal
caso lo schiavo otteneva subito la libertà e il diritto a sposare le vedove dei
caduti di guerra.
Solo dopo Adriano lo schiavo, coi suoi piccoli risparmi, con le mance, ha
diritto di farsi un gruzzolo di denaro con cui affrancarsi, ma soltanto nella
tarda età imperiale la legge ordinerà ai padroni di concedere l'affrancamento,
dopo aver soddisfatto i loro diritti di proprietario.
Gli schiavi, veri e propri "strumenti di produzione", quando la vecchiaia,
gli stenti, le malattie li rendevano improduttivi, dato che difficilmente il
padrone trovava un compratore, venivano abbandonati a se stessi e lasciati
lentamente morire. A meno che non fossero in grado di riscattarsi diventando
liberti. Claudio ordinò l'emancipazione degli schiavi malati abbandonati dal
padrone.
Nei primi secoli di vita della città romana gli schiavi erano inseriti nel
sistema patriarcale, nel senso che il lavoro nei campi era svolto dallo stesso
pater familias, aiutato sia dai figli che dagli schiavi. Gli schiavi
erano considerati persone di famiglia, anche se ovviamente senza alcun diritto.
All'inizio del II sec. a.C. raramente le famiglie romane possedevano più di
uno schiavo, ma verso la fine dello stesso secolo, soprattutto dopo la fine
delle guerre puniche, il numero della popolazione servile era talmente aumentato
da alterare i rapporti tra schiavo e padrone.
Il mercato degli schiavi era ormai divenuto una delle attività commerciali
più produttive del Mediterraneo (questo perché i ricchi proprietari terrieri
avevano continuamente bisogno di una crescente manodopera). Il più grande
mercato venne organizzato nell’isola di Delo, dove nei tempi più proficui si
potevano vendere, mediamente, 10.000 schiavi al giorno.
L’estendersi dell’economia schiavistica ebbe conseguenze negative per la
popolazione italica, non solo perché frenava lo sviluppo tecnologico, ma anche perché tendeva ad aumentare la disoccupazione. Al tempo
dell'imperatore Domiziano poteva sembrare più accettabile la posizione di uno
schiavo al servizio di un ricco che non quella di un cittadino libero privo di
proprietà.
Nel II sec. d.C. famiglie con uno schiavo solo non esistevano più: o non ne
compravano affatto perché costava troppo mantenerli, oppure ne possedevano molti
di più. Due era il numero minimo, ma la media era di otto.
Il livello di benessere, il prestigio pubblico, l'onorabilità, la quantità e
la qualità dei servizi privati, in casa e fuori, erano in proporzione alla
quantità e qualità di schiavi posseduti. Il prestigio di un avvocato, p.es., era
determinato, presso il suo cliente, dalla scorta di schiavi con cui si
presentava in tribunale.
Plinio il Giovane (età di Traiano), che si dichiarava uomo di modesta
ricchezza, ne possedeva almeno 500, e di questi volle affrancarne almeno 100 nel
suo testamento.
Il massimo dei riscatti consentiti dalla legge Fufia Canina, dell'8 a.C.,
era di 1/5 del totale degli schiavi posseduti.
Nell'età imperiale Adriano tolse al padrone dello schiavo il diritto di vita
e di morte, e Antonino Pio e Costantino considerarono omicidio l'assassinio del servo e punirono chi
uccideva un figlio con le stesse pene di chi uccideva il padre.
Con altre disposizioni si permise allo schiavo di mettere da parte, coi suoi
risparmi, una somma che gli servisse per qualche spesa voluttuaria o gli
permettesse di riscattarsi, quando non era lo stesso padrone, spontaneamente, a
liberarlo.
Durante il periodo della conquista romana dei paesi del Mediterraneo (264-31
a.C.) furono condotti schiavi a Roma e in Italia:
-
30.000 abitanti di Taranto nel 209
-
un gran numero di Sardi nel 176
-
150.000 abitanti dell'Epiro nel 167
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50.000 Cartaginesi nel 146
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50.000 Corinzi nel 146
-
intere popolazioni della Spagna tra il 150 e il 100
-
150.000 Cimbri e Teutoni verso il 102-101
-
centinaia di migliaia di asiatici dalle guerre di Pompeo nel 66-62:
Ponto, Siria, Palestina
-
un milione di Galli dalle guerre di Cesare nel 58-50
Durante il periodo della pax romana (31 a.C. - 192 d.C.)
-
sotto Augusto proseguono le conquiste e affluiscono a Roma sempre nuovi
schiavi a basso prezzo,
-
Tiberio rinuncia a conquistare la Germania, perché diventa più
vantaggioso allevare schiavi,
-
Vespasiano e Tito distruggono Gerusalemme nel 70 d.C. e portano a Roma
decine di migliaia di schiavi ebrei,
-
Traiano occupa la Dacia e l'Armenia: nuovo arrivo di schiavi in massa
(circa 50.000). L'ultima grandiosa tratta e vendita all'incanto di schiavi
si ebbe appunto con Traiano.
Ma in complesso il numero degli schiavi diminuisce.
Nel periodo della crisi dell'impero (192 - 476 d.C.), con l'anarchia
militare e i saccheggi, c'è riduzione di nuove popolazioni in schiavitù, ma nel
complesso il numero degli schiavi tende a diminuire, non solo perché ha termine
l'espansione dell'impero, ma anche perché si cerca di trasformare la schiavitù
in colonato o in servaggio, sulla base di un contratto.
A Roma, su una popolazione che poteva andare da mezzo milione a 1,5 milione
di abitanti, gli schiavi erano da 100.000 (II sec. a.C.) a mezzo milione (II
sec. d.C.). Quando la capienza di Roma fu massima, circa 400.000 persone libere
di nascita vivevano con l'assistenza della pubblica annona e solo 100.000
capifamiglia erano in grado di provvedere alle necessità della famiglia con
rendite proprie.
Difficile dire il numero dei liberti, degli stranieri, dei militari, della
classe media. Si pensa che nella Roma imperiale almeno l'80% della popolazione
provenisse da origine servile più o meno remota.
L'ordine senatoriale comprendeva circa 600 famiglie, mentre quello
equestre circa 5.000, quindi in tutto le persone più influenti o più ricche che
disponeva del maggior numero di schiavi erano circa 20-25.000. La domus di un
consolare romano del tempo di Nerone poteva ospitare anche 400 schiavi. Un
imperatore poteva disporre anche di 20.000 schiavi.
L'emancipazione dalla condizione schiavile era solita avvenire in tre forme
previste dal diritto civile (vedi scheda
ppt-zip):
-
manumissio per vindictam: davanti a un magistrato, il padrone
metteva una mano sulla testa dello schiavo (manumissus), pronunciando
una determinata formula giuridica, dopodiché un littore del magistrato
toccava lo schiavo su una spalla con una verghetta (vindicta),
simbolo di potere, e lo dichiarava libero;
-
manumissio censu: il padrone, dopo cinque anni, faceva iscrivere lo schiavo come cittadino
romano nelle liste dei cittadini, dietro consenso popolare o per suo diretto
intervento, e lo schiavo era automaticamente libero. L'iscrizione veniva
fatta dal censor, cioè dal funzionario addetto ai ruoli delle imposte
e alla registrazione del censo;
-
manumissio testamento: il padrone nel suo testamento dichiarava
libero uno o più schiavi; l'esecuzione testamentaria poteva aver luogo anche
prima che il padrone morisse e comportava la successiva iscrizione nelle
liste del censo.
Col tempo s'imposero forme più semplici:
-
manumissio inter amicos: il padrone dichiarava in presenza degli amici
di voler dare la libertà allo schiavo;
-
manumissio per mensam: il padrone invitava lo schiavo a mangiare insieme
agli ospiti; con la manumissio per convivii adhibitionem il padrone
lo liberava semplicemente considerandolo un proprio commensale;
-
manumissio per epistulam: il padrone comunicava per lettera allo schiavo
l'intenzione di liberarlo.
La situazione degli schiavi così liberati venne regolata dalla legge Iunia
Norbana del 19 a.C., in base alla quale essi potevano disporre di beni propri,
anche se non potevano lasciarli in testamento; sicché i loro beni tornavano
all'antico padrone. Tale limitazione verrà tolta dall'imperatore Giustiniano.
Dopo la manumissio il padrone (dominus) diventava patronus, cioè protettore
del liberto. Il nuovo vincolo comportava l'obbligo reciproco degli alimenti,
l'obbligo di prestazioni gratuite di manodopera da parte del liberto e altre
cose che in sostanza si presentavano come anticamera dei medievali rapporti di
servaggio.
Lo Stato comunque temeva un'eccessiva liberazione di schiavi, perché sapeva
bene ch'essi avrebbero ingrossato la massa della plebe, il cui mantenimento
gravava sulla pubblica annona. Di qui la limitazione al 5% del totale posseduto,
nonché il divieto di liberare schiavi sotto i 18 anni o il divieto di
riscattarsi prima dei 30. D'altra parte gli stessi imperatori impedirono più
volte, con la cancellazione dei debiti, che masse di debitori cadessero in
schiavitù per insolvenza.
Uno schiavo affrancato era detto "liberto". E l'età adatta a
riscattarsi si aggirava sui
30 anni.
Poteva infatti accadere che quando i cittadini liberi erano impegnati nelle
guerre di conquista, gli schiavi dovessero svolgere in patria delle mansioni di
una certa responsabilità (gestione di un'azienda, di un'attività economica, di
un'abitazione padronale). In tali casi il padrone poteva concedere
spontaneamente la condizione di "liberto", oppure lo schiavo poteva riscattarsi
pagando un certo prezzo e continuando a lavorare presso il padrone sulla base di
un contratto.
D'altra parte i senatori, non potendo fare commerci in senso proprio,
avevano necessità di servirsi di liberti, che spesso praticavano l'usura e
persino il commercio di schiavi.
Il liberto poteva anche svolgere un'attività economica indipendente, ma il
padrone esigeva sempre delle corvées sui suoi terreni o nella sua abitazione,
oppure pretendeva dei doni in occasione di festività.
Generalmente i liberti continuavano ad abitare presso la casa padronale.
I liberti venivano ammessi alla distribuzione gratuita di frumento, alimenti
vari, denaro.
I liberti non avevano gli stessi diritti dei cittadini liberi (p.es. erano
esclusi dai diritti politici), ma avevano il
diritto di cittadinanza. Tuttavia i suoi discendenti, alla terza generazione,
diventavano cittadini romani con la pienezza di tutti i diritti.
Qui si può ricordare che i cittadini romani non solo potevano esercitare i
diritti politici, ma potevano essere condannati a morte solo da un’assemblea
cittadina e non da un qualunque magistrato, come accadeva a chi non era romano.
Inoltre non potevano essere sottoposti a tortura fisica e fustigazione. I
funzionari e gli amministratori imperiali dovevano essere romani: per gli
appartenenti alle classi più elevate dei territori conquistati, la cittadinanza
era la sola via per far parte dei gruppi dirigenti.
Gli stessi imperatori, diffidando delle classi al potere, già corruttrici
della repubblica, diedero loro incarichi di fiducia (spesso connessi al fisco).
Il che poteva aiutare gli imperatori a dimostrare il carattere democratico delle
istituzioni. L'ufficio politico dell'imperatore Claudio era composto
esclusivamente di schiavi di fiducia, che, dopo la sua morte, furono sostituiti
da liberti, molti dei quali si erano arricchiti notevolmente sin dal tempo delle guerre
civili sillane.
Quando, nel 40 d.C., l’imperatore Claudio propose di dare ad alcuni galli la
possibilità di diventare magistrati e senatori, vi fu in Senato chi sostenne che
Roma non aveva bisogno degli stranieri per ricoprire posti di governo. Tuttavia,
la tesi che prevalse, riportata da Tacito, fu la seguente: "A qualche altra
causa si deve la rovina degli spartani e degli ateniesi, nonostante il loro
valore bellico, se non alla loro ostinazione a tenere in disparte gli
stranieri?. Al contrario, Romolo, che fondò il nostro impero, fu abbastanza
saggio da saper trattare nello stesso giorno gli stessi popoli da nemici e da
cittadini. Degli stranieri hanno regnato su di noi, i figli di liberti possono
diventare magistrati, e questa non è una novità, come si ha il torto di credere:
l’antica Roma ne ha dato molti esempi".
Augusto arrivò ad autorizzare i matrimoni tra liberi e liberti. Tiberio
diede la cittadinanza ai liberti pompieri antincendio a condizione che si
arruolassero nell'esercito. Claudio la concesse ai liberti che coi loro risparmi
avessero armato le navi commerciali. Nerone a quelli che avessero impiegato
capitali nell'edilizia e Traiano a quelli che avessero aperto dei forni.
Si conoscono rinomati liberti: Antonia Filematio, al servizio degli Antoni
nel 13 a.C., capace di fare affari in Egitto; G. Cecilio Isidoro che nell'8 a.C.
possedeva enormi latifondi e 4116 schiavi; Roscio, commediante, che ricevette da Silla
l'alta onorificenza dell'anello d'oro; Narciso e Pallante furono arbitri di
molte carriere militari e politiche.
Posto che la "bontà" verso gli schiavi doveva essere considerata un
sentimento eccezionale, le pene o punizioni erano molte e all'ordine del giorno,
da quella più semplice del trasferimento in una famiglia rustica a quella del
lavoro forzato in miniera, alle cave, alla macine, al circo, sino alla
crocifissione.
Di regola bastava la fustigazione (sferza, scudiscio e il terribile
flagello, frusta a nodi), ma a volte si procedeva alla rasatura della testa,
fino alla tortura vera e propria: l'ustione mediante lamine di metallo
incandescenti, la frattura violenta degli stinchi, la mutilazione, l'eculeo
(strumento in legno che stirava il corpo sino a spezzarne le giunture).
Agli schiavi fuggitivi, calunniatori o ladri si scrivevano in fronte, col
marchio infuocato, rispettivamente le lettere FUG (fugitivus), KAL (kalumniator)
o FUR (fur=ladro). Tuttavia chi riusciva a sottrarsi alla cattura cessava di
essere schiavo, per una consuetudine passata nel diritto.
Per gli schiavi ribelli, terroristi, sediziosi vi era la crocifissione, cioè
l'inchiodamento a una trave per una lenta agonia, previa flagellazione. Ma molti
di questi schiavi finivano anche in pasto alle belve feroci del circo o bruciati
vivi.
Moltissimi schiavi, per punizione, finivano per fare i gladiatori. La
gladiatura fu introdotta nel 264 a.C. e ufficializzata nel 105 a.C.: in essa si
realizzava il concetto di virile coraggio. Il primo edificio utilizzato
appositamente per questi duelli fu del 53 a.C. Il più famoso è il Colosseo, che
aveva 45.000 posti a sedere e 5.000 in piedi. I gladiatori venivano reclutati,
di solito, tra i prigionieri di guerra, i disertori e gli incendiari, ma anche
tra i cittadini liberi condannati a morte. Era comunque facile passare
dall'esercito alla gladiatura, ma in questo caso lo si faceva per guadagnare dei
soldi.
Contrariamente a quanto si crede, i combattimenti all'ultimo sangue furono
molto pochi. Augusto non ne voleva più di due all'anno; Tiberio e Claudio non ne
organizzarono neanche uno; Nerone squalificò per 10 anni l'anfiteatro di Pompei.
Solo nel IV sec. d.C. i giorni dedicati a queste lotte erano saliti a dieci
l'anno.
La prima significativa rivolta armata di schiavi si ebbe in Sicilia nel 137
a.C. Erano stati importati dalla Siria, dalla Grecia, dalla Cilicia, e mandati a
lavorare nei campi e nelle miniere.
I primi a insorgere furono gli schiavi di Damofilo, sotto la guida di Euno,
di origine siriaca. S'impadronirono della città di Enna. Contemporaneamente
insorsero anche gli schiavi di Agrigento che sotto la guida dello schiavo Cleone
andarono a ingrossare le schiere di Euno. In tutto i rivoltosi arrivarono a
200.000.
Elessero re Euno il cui regno rimase in carica dal 137 al 132 a.C., poi
distrutto dal console romano Rupilio, con la conquista, dopo lungo assedio,
delle città di Tauromenio e di Enna. Euno fu ucciso con torture in carcere.
Circa 20.000 schiavi furono giustiziati.
Poterono resistere ben cinque anni perché rispettavano i contadini,
infierendo solo contro i latifondisti.
Negli stessi anni un'altra grande rivolta di schiavi fu capeggiata in Asia
Minore da Aristonico, nella città di Pergamo. Ai romani occorsero ben tre anni
prima di avere la meglio.
Altre insurrezioni, tutte ferocemente represse, si ebbero in Italia, nelle
città di Sinuessa e di Minturno (qui furono crocifissi 450 schiavi); in Grecia
nelle miniere dell'Attica e della Macedonia e nell'isola di Delo, il più grande
emporio di schiavi dell'area mediterranea.
In Sicilia si ebbe una seconda rivolta nel 104 a.C., nei pressi di Eraclea,
con la sollevazione di 80 schiavi, che si fortificarono su una montagna, dove
vennero raggiunti da altri schiavi, fino a formare un esercito di 20.000 fanti e
2.000 cavalieri. Elessero re lo schiavo Salvio, che prese il nome di Trifone.
A questi schiavi se ne unirono altri 10.000 raccolti da Atenione nella città
di Lilibeo. Insieme fortificarono la città di Triocala. Riuscirono a resistere
alle legioni dei pretori Lucullo e Servilio, ma non a quelle del console Aquilio
che nel 101 ebbe la meglio.
La più grande rivolta di schiavi fu quella di Spartaco cui si rimanda in
questa apposita Scheda. Vedi anche quella di
Velzna.
Gli ultimi movimenti di rilievo dei ceti servili, furono quello detto dei
Bagaudi, in Gallia, verso la fine del regno di Gallieno e di Postumo. Agli
insorti si unirono i piccoli artigiani di Augustodunum (Autun) e gli schiavi
impiegati nelle fabbriche di armi della stessa città.
Poi quello degli Isauri in Asia Minore, e dei Mauri in Africa. Ormai siamo
alle soglie di un'epoca in cui la schiavitù antica si dissolve e la rivolta
servile diventa una vera rivolta contadina.
I rapporti cristianesimo-schiavitù sono un argomento specifico che è stato
trattato a parte: clicca qui e
qui.
U. Fasanella, La schiavitù dai ceppi dei sumeri alle catene di montaggio,
ed. AMZ, Milano 1975
E. M. Štaerman - M. K. Trofimova, La schiavitù nell'Italia
imperiale, Editori Riuniti, Roma 1982
Iza Biezunska-Malowist, La schiavitù nell'Egitto greco-romano, Editori Riuniti,
Roma 1984
V. I. Kuziscin, La grande proprietà agraria nell'Italia romana, Editori Riuniti,
Roma 1984
F. Reduzzi Merola, "Servo parere". Studi sulla condizione giuridica degli
schiavi vicari e dei sottoposti a schiavi nelle esperienze greca e romana, ed.
Jovene, Napoli 1990
F. De Poli, Gli schiavi nel mondo antico, ed. Radar, Padova 1971
G. Del Gaudio, Il problema della schiavitù, ed. Morano, Napoli
Giuffrè, La repressione criminale nell'esperienza romana. Profili, ed. Jovene,
Napoli 1997
E. Ghersi, La schiavitù, Padova 1945
G. Abignente, La schiavitù nei suoi rapporti con la chiesa e col laicato,
Torino 1890
A. D'Amia, Schiavitù romana e servitù medievale, Milano 1931
E. Ciccotti, Il tramonto della schiavitù nel mondo antico, Udine 1940
L. Muratori,
Dissertazione sopra i servi e i liberti antichi, 1747
La legge delle XII Tavole e l'elaborazione
dei giuristi: mancipatio, manumissio e tutela legale della donna (ppt-zip)
Sulle forme di acquisizione della cittadinanza romana
A titolo di curiosità: Emilio Salgari, I drammi della schiavitù, ed.
Viglongo, Torino 1992
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