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Le
due vie della nascita dello Stato nelle società antiche
2. Il modo di produzione
asiatico. Storia e caratteristiche essenziali
Con la differenziazione
sociale nasce la necessità di difendere le proprietà di alcuni, i loro
privilegi, escludendone tutti gli altri: nasce lo Stato, nascono la legge, i
tribunali, gli eserciti. La divisione del lavoro pone anche la necessità di un
coordinamento mediato del lavoro sociale: la moneta, i prezzi, il mercato.
Questo è quello che accade in occidente. Ma il surplus precede la nascita delle
classi. E, in realtà, non sempre la generazione di surplus è indice di
sfruttamento. Può ben darsi una società in cui il plusprodotto è gestito dalla
comunità a fini sociali. |
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Ma, allo stesso tempo, lo sfruttamento non è
necessariamente innestato sui rapporti di produzione; può invece derivare dal
ruolo politico, dal "potere funzionale" di una casta. Si può dare
sfruttamento al di fuori dei rapporti di produzione (o meglio lo sfruttamento
nasce al di fuori dei rapporti di produzione, che contribuisce a creare).
Questa è la base del modo di produzione asiatico. Qui lo Stato nasce da una
funzione produttiva o da una conquista militare: la difesa delle terre
coltivate dalle tribù gentilizie, la difesa dell’ager publicus (difesa militare
ma anche sviluppo produttivo con i lavori pubblici). In occidente, accanto
all’ager publicus si sviluppano rapporti di produzione basati sulla proprietà
individuale, mentre in oriente l’attività individuale rimane marginale rispetto
alla proprietà fondiaria collettiva. In definitiva, il modo di produzione
asiatico nasce su villaggi pressoché gentilizi, ma sulla base dello
sfruttamento politico di questi villaggi da parte della burocrazia statale. Le
comunità primitive, insieme unità di produzione e di consumo, sono tutte
uguali. Per questo lo scambio, la divisione del lavoro e la moneta restano
insignificanti. Il lavoro astratto e concreto non si distinguono, dato che non
c’è compravendita di forza-lavoro e il lavoro è immediatamente sociale. D’altra
parte la proprietà fondiaria comune, base della produzione asiatica, è costitutiva
del modo di produzione asiatico: il divieto di compravendita della terra
rigoroso. Quando inizia, lo scambio è tra famiglie, tribù, non tra individui,
l’accumulazione non è privata. La forma "naturale" di esistenza
dell’uomo è nella sua comunità immediata. Lo Stato requisisce il pluslavoro e
lo trasforma in palazzi, piramidi, canali. Il modo di produzione asiatico è la
trasformazione qualitativa del comunismo rurale in una società di classe.
La storia del concetto di
modo di produzione asiatico nasce da alcune considerazioni di Marx sulle
riflessioni che la cultura europea, da Hegel ai filosofi francesi e inglesi,
facevano sull’asiatismo come forma congenita e arretrata di esistenza dei
popoli orientali.
In un primo periodo, come
si è accennato, gli stessi fondatori della concezione materialistica della
storia svilupparono una analisi storica abbastanza lineare. Alcuni passi di
Marx potrebbero essere ascritti a questa visione, come il famoso brano della
Prefazione a Per la critica dell’economia politica in cui Marx enumera i modi
di produzione come una sequenza lineare[8]. Ma già negli anni ’50 gli studi antropologici permettono a
Marx ed Engels di fare passi avanti. Marx è particolarmente interessato a
stabilire come in occidente si è giunti dalla proprietà collettiva al
capitalismo attraverso i diversi modi di produzione. Il modo di produzione
asiatico appare a Marx come una delle vie per cui la società gentilizia viene
dissolta e la studia soprattutto "per differenza", per capire perché
non ha dato luogo al capitalismo. Così facendo scopre che non esiste una
sequenza lineare di stadi storici (anche per via della legge dello sviluppo
diseguale e combinato) e che la storia dei diversi modi di produzione è assai
più dialettica di quanto quell’elenco potrebbe dire. Scopre anche che il modo
di produzione asiatico si estese ben oltre quanto si era supposto in
precedenza:"è una menzogna
storica che questa proprietà collettiva sia mongolica. Come accennai diverse
volte nei miei scritti, essa è di origine indiana e si riscontra perciò presso
tutti i popoli civili europei all’inizio del loro sviluppo. La forma
specificamente slava (non mongolica) di essa in Russia (e che si ripete anche
presso degli slavi meridionali non russi) ha anzi la maggiore somiglianza,
mutatis mutandis, con la variante antico-tedesca della proprietà collettiva
indiana."[9]
Ma questo approfondimento
non rispondeva solo a finalità teoriche ma era, come sempre nella storia del
marxismo, strettamente intrecciato a questioni di scottante attualità politica.
I populisti russi ritenevano possibile, per la Russia, evitare il capitalismo,
passando dalla comunità rurale al socialismo. Marx ed Engels non esclusero che
ciò fosse possibile a patto che si desse come condizione preliminare la vittoria
della rivoluzione socialista in occidente. La vittoria della classe operaia
tedesca, inglese, francese, avrebbe evitato le "gioie" del
capitalismo ai popoli orientali. Approfondendo la situazione russa, Marx ed
Engels conobbero la natura e l’estensione del modo di produzione asiatico.
Abbiamo tracce di questo lavoro teorico sia nelle opere di Marx (tra cui,
soprattutto, le Forme) sia nella loro corrispondenza. In uno scambio di vedute
sulla proprietà fondiaria del giugno 1853, Marx sostiene che per capire l’arcano
delle società orientali occorre partire dal fatto che non vi esisteva proprietà
privata della terra e Engels risponde:"l’assenza della
proprietà fondiaria è in realtà la chiave per tutto l’Oriente; qui risiede la
storia politica e religiosa. Ma per quale motivo gli orientali non arrivano ad
avere una proprietà fondiaria, neanche quella feudale? Io credo che la ragione
risieda soprattutto nel clima, assieme con le condizioni del
suolo…l’irrigazione artificiale è la prima condizione dell’agricoltura, e
questa è cosa o dei comuni o delle province o del governo centrale[10]
e Marx a sua volta osserva:"Ciò che spiega
completamente il carattere stazionario di questa parte dell’Asia…sono le due
condizioni che si sostengono a vicenda: 1) i public works come cosa del governo
centrale; 2) accanto ad essi tutto l’impero, escluse le poche città maggiori,
dissolte in villages, che possedevano una completa organizzazione a sé e
costituivano un piccolo mondo a sé"[11]
I tratti fondamentali del
modo di produzione asiatico sono già delineati in questo scambio. Ma
successivamente, del modo di produzione asiatico si parlò poco. Engels non lo
discusse ne l’origine della famiglia, Plechanov ne negò l’esistenza. Il
concetto di modo di produzione asiatico "passò di moda" dopo la morte
di Marx soprattutto per ragioni politiche. Ai teorici della Seconda
internazionale, filocolonialisti, faceva comodo asserire che tutti i paesi si
dovevano sviluppare come l’Inghilterra. Per molto tempo, la Seconda
internazionale adottò, seppure implicitamente, la famosa politica coloniale
socialista, che era una giustificazione integrale delle politiche imperialiste
europee. Solo dopo aspre battaglie queste posizioni vennero respinte.
La Terza internazionale, la
cui nascita si accompagnò al risveglio delle masse dei paesi coloniali, si
occupò ampiamente del problema. Alcuni studiosi (Rjazanov, Varga) diedero
interessanti contributi sul tema. Purtroppo, questo, come ogni altro dibattito
teorico, si spense con la stalinizzazione dell’Internazionale. Il concetto di
modo di produzione asiatico cadde in disgrazia per due ragioni: innanzitutto
Stalin voleva giustificare l’alleanza con il Kuomintang (e dunque aveva
interesse a che la Cina fosse equiparata a un paese feudale); in secondo luogo,
la discussione di uno Stato di casta faceva in qualche modo risaltare la natura
della stessa Russia stalinista. Ad esempio nel 1930 Rakovskij, dirigente
dell’opposizione di sinistra, paragonò apertamente la burocrazia sovietica e il
funzionariato asiatico. Da lì in poi i sostenitori del modo di produzione
asiatico vennero identificati con i trotskisti e con ciò bollati di infamia.
In seguito, lo studio del
modo di produzione asiatico venne affrontato, come in origine, in relazione
alla stagnazione economica e sociale. Ad esempio in La formazione del pensiero
economico di Marx, Mandel, che confina la formazione asiatica all’India e della
Cina, lo caratterizza con lo strapotere dello Stato che impedisce lo sviluppo
del capitalismo. Seppure in questa società vi sono delle classi ("accanto
ai contadini esistono non solo i funzionari pubblici ma anche dei proprietari
fondiari che s’appropriano illegalmente della proprietà del suolo, dei mercanti
e dei banchieri"[12])
queste classi sono troppo deboli di fronte allo Stato per permettere uno
sviluppo indipendente.
La sintesi del dibattito
sul modo di produzione asiatico è dunque: perché questa formazione resiste per
millenni ad oriente mentre in Grecia e a Roma entra ben presto in crisi? La
risposta è connessa allo sviluppo delle forze produttive: in Attica e nel
Lazio, l’esplosione demografica condusse rapidamente alla proprietà privata delle
terre. E una volta che in una zona il modo di produzione asiatico è stato
superato, non può più tornare. Così, quando i barbari eliminano la carcassa
dell’impero romano ormai agonizzante non si ricrea un modo di produzione
asiatico perché i capi guerrieri anziché rioccupare i palazzi si dividono le
terre vincolandovi i contadini. Il genio del valore di scambio e del denaro,
una volta uscito dalla bottiglia dei rapporti interpersonali di divisione del
lavoro, non vi tornerà più. La proprietà feudale è esercitata da una classe che
ha ancora alcuni caratteri della casta (il cavaliere "vince" la terra
grazie al sovrano), ma nel complesso è proprietaria dei mezzi di produzione (i
contadini e la terra); il modo di produzione asiatico è finito per sempre.
Le caratteristiche
essenziali del modo di produzione asiatico, già delineate da Marx, possono
riassumersi come segue:
a) esiste un sovrano
assoluto la cui autorità promana direttamente dal cielo. È il capo
dell’esercito e della burocrazia. Esercita la giustizia, nomina i governatori,
tramanda il potere ai propri eredi. Per certi versi è proprietario dei mezzi di
produzione (il che significa, della terra), ma solo nel senso che incarna il
vertice della casta che collettivamente se ne è appropriata;
b) le classi sono appena
all’inizio: "le caste, embrione di una differenziazione in classi, sono il
prodotto delle antiche funzioni pubbliche esercitate da alcune persone
mantenute a carico di tutta la comunità"[13]. La casta dominante sorge dunque dal seno della
proprietà fondiaria collettiva, tende a divenire una classe, ma non lo è
ancora. Trae il suo dominio economico dal potere politico. I funzionari sono
numerosi e onnipotenti. Hanno due compiti fondamentali: sono sacerdoti e
scribi. In quanto sacerdoti, attendono ai culti di Stato, interpretano i voleri
degli dei e così via. In quanto scribi sono i depositari del sapere
(essenzialmente astronomico e matematico) che gli consente di gestire la
produzione e lo Stato. Al loro interno vi è una gerarchia necessaria anche per
i culti (la gerarchia celeste è lo specchio della gerarchia terrestre). Gli
scribi gestiscono la proprietà fondiaria sia direttamente (le terre dei templi)
che indirettamente. A volte, il re è il capo degli scribi. Altre volte, questi
hanno una relativa indipendenza. Si può anzi affermare che soprattutto i
governatori tendono inesorabilmente a distaccarsi dal potere centrale e per
questo vanno cambiati spesso. La classe dominante del modo di produzione
asiatico si formerà partendo dalla casta dei sacerdoti piuttosto che dai capi
militari perché i sacerdoti hanno accumulato le conoscenze decisive:
astronomiche e matematiche, per prevedere lo sviluppo delle piene e per
costruire i canali, due prerequisiti chiave per la produzione. La casta
sacerdotale è poi depositaria dell’ideologia dominante[14];
c) la gran massa della
popolazione vive in villaggi indipendenti ed autarchici, in cui vi è una piena
fusione di agricoltura e industria, dove non si conosce la proprietà fondiaria
individuale e vi permane la proprietà comune tribale. Così, tutta la terra è
formalmente del re, dello Stato, ma è posseduta in concreto dalle comunità di
villaggio. Per sopravvivere questa produzione abbisogna di imponenti lavori
idraulici, forniti centralmente;
d) in cambio di questi lavori,
lo Stato si appropria di tutto il surplus creato dalle comunità di villaggio e
lo concentra al vertice per opere tecnicamente improduttive, ma essenziali per
la persistenza della società (come piramidi, valli difensivi, ecc.);
e) il surplus accumulato
non è capitale se non accidentalmente, poiché la produzione rimane orientata ai
valori d’uso, il mercato e la moneta sussistono ai margini della società[15];
f) ai confini degli Stati
"asiatici" vi sono territori di conquista abitati da nomadi o
popolazioni neolitiche che a volte, sospinte da modificazioni ambientali o da
invasioni, si avvicinano minacciosamente (si tratta pur sempre di tribù
guerriere). Spesso queste tribù vengono gradualmente inglobate, arrivando
addirittura al vertice dell’apparato statale. Altre volte sono distrutte. Altre
ancora, approfittando della crisi di un regno, calano dalle montagne e mettono
a ferro e fuoco la città;
g) vi è una distinzione tra
classi politiche e classi in senso economico. Mentre nel capitalismo la
sovrapposizione è di norma totale, nel modo di produzione asiatico la classe
produttivamente dominante (la comunità di villaggio) politicamente non ha
neppure un’esistenza vera e propria.
2.1. Alcuni casi specifici di
modo di produzione asiatico
I primi Stati asiatici sorgono
in Medio Oriente:"A partire dalla
seconda metà del IV millennio sorgono, fra la Mesopotamia e l’Egitto, le prime
società che sembrano richiamarsi alla forma asiatica. I caratteri essenziali
sono la monarchia…l’amministrazione retta da funzionari, la direzione
accentrata dell’economia, l’invenzione della scrittura."[16]
Nel quadro di queste
caratteristiche generali, il modo di produzione asiatico si sviluppa, come ogni
altra formazione sociale, in forme storicamente specifiche, sulla base di
fattori ambientali, dell’interazione con altri modi di produzione, dello
sviluppo diseguale e combinato e così via.
Alcuni regni (come quello
persiano) avevano un più spiccato carattere feudale, con una casta di veri e
propri vassalli (i satrapi), seppure anche in tal caso vi era un’importanza
decisiva delle opere pubbliche.
In India gli Arya invasori
imposero la loro struttura: una tribù retta da un re (rajan) coadiuvato dal
consiglio (nobili e "monaci"). Il re era essenzialmente il capo
militare. L’assetto dell’esercito era, come sempre, fortemente gerarchico: la
fanteria appiedata e armata alla leggera, il re e nobili con i carri da guerra.
Poco sappiamo sulla proprietà della terra anche se sembra che i pascoli fossero
comuni. D’altra parte, formalmente, nella civiltà Mogol indiana il re era
l’unico proprietario, come sempre in ogni modo di produzione asiatico. Nota
Rosa Luxemburg:"L’antichissima
organizzazione economica degli indiani - la comunità di villaggio di tipo
comunista - si era conservata per millenni in diverse forme e aveva compiuto
una lunga parabola storica interna nonostante le tempeste politiche."[17]
Per trasformare l’India in
qualcosa di appetibile gli Inglesi "regalarono" la terra al Gran
Mogol e costrinsero alla vendita i campi comunali, dopo di che se la presero
tutta. Così si passò dalla terra collettiva al latifondismo in pochi anni. Ma a
differenza di tutti i conquistatori precedenti "gli inglesi furono i
primi…a mostrare una completa indifferenza per le opere pubbliche di carattere economico",
come è ovvio, per la classe capitalista. Ne seguirono carestie a non finire, un
efficace strumento per creare un consistente proletariato urbano.
Gli Arya trattarono i
popoli preesistenti come iloti, senza mai fondersi con essi, tanto da dare
origine al sistema delle caste che, col passare del tempo, ebbe carattere
sempre più chiuso (endogamia, ecc.). Il potere dei sacerdoti era enorme e
produceva, come ovunque si dia luogo alla separazione tra lavoro manuale e
intellettuale, ad un’ontologia idealista:"Il sole non
sorgerebbe se il sacerdote non offrisse di buon’ora il sacrificio del
fuoco"[18]
La storia di questa casta è
analoga a quella di tutti questi gruppi: in origine il brahamano era lo
sciamano della tribù, col tempo viene a far parte di una casta chiusa (si pensi
ai Leviti di cui parla l’Esodo).
Per la Cina sembrerebbe
effettivamente esserci un’epoca feudale prima del sorgere dell’Impero, come
dimostrerebbero le continue rivolte contadine contro i nobili. Il feudalesimo
era però combinato con elementi precedenti (clan gentilizi su base religiosa).
Solo gli appartenenti al clan (nobili) potevano avere proprietà feudale e
cariche pubbliche. Questo dimostrerebbe che il feudalesimo era in realtà una
forma estrema di dominazione di tipo spartano, con gli invasori che soggiogano
le popolazioni precedenti togliendogli la proprietà della terra e
costringendoli a lavorare per loro. I nobili erano anche gli unici cavalieri e
aurighi dato che, come sempre, la struttura militare ricalca quella sociale.
La cosa interessante è che
in Cina sembra essersi avuto un passaggio inverso: dall’essere "veri"
feudatari, i nobili diventarono col tempo semplici funzionari imperiali,
gestori del fondo del "principe". Per la massa della popolazione
formata da contadini che lavorano terra di cui hanno il possesso ma non la
proprietà, non mutò nulla di sostanziale. Il potere centrale cercò di sostenere
la classe contadina arginando la concentrazione fondiaria e impedendo
addirittura la compravendita di terra. Ma come in situazioni analoghe a Roma o
in Grecia, senza successo. Allo Stato i contadini dovevano: varie tasse, il
servizio militare, il lavoro coatto in opere pubbliche. Gli schiavi erano per
lo più pubblici (minatori, lavoratori dei monopoli statali, ma anche
impiegati), e costituivano forse l’1-2% della forza-lavoro. Come per gli imperi
mesopotamici o per Roma, vi era un continuo attrito con le popolazioni nomadi
(qui gli Unni) che accelerano la necessità di un esercito permanente di opere
pubbliche, ecc.
Gli Etruschi rappresentano
per certi versi una situazione intermedia tra oriente ed occidente. Anche
storicamente essi presentano un misto di elementi italici con influssi esterni
orientali. Creano una struttura di città Stato aristocratiche, non estranee a
continui influssi greci, ma allo stesso tempo con notevoli residui asiatici.
L’Italia etrusca emerge
dall’età del bronzo con la civiltà villanoviana, villaggi collinari fortificati
dominati da una tribù, con una società ancora gentilizia e la proprietà comune
delle terre. Ad essa segue una fase di dissoluzione dei rapporti tribali con il
sorgere del pater familias padrone di tutto, con gruppi aristocratici che
dominano la proprietà fondiaria e schiere di clientes (quasi servitori, residui
di strutture gentilizie). I palazzi ricchi e maestosi, le tombe opulente sono
classiche caratteristiche "orientali". Così come in città, sul campo
di battaglia vediamo elementi misti. Si usa la tattica oplitica, ma a capo
della falange c’è il ricco sul carro. In sintesi:"La società arcaica,
formatasi lentamente nella "grande Etruria" sulla distruzione
dell’economia di villaggio avviata all’indomani dell’appropriazione privata
della terra tra X e IX secolo a.C., ha trovato già nell’VIII secolo a.C. nella
servitus di larghi strati contadini lo strumento economico e il rapporto
sociale di produzione ideale…l’elemento dominante della produzione era
rappresentato dal lavoro involontario non schiavile: ciò che ha reso peculiare
l’area etrusca è stata la capacità di riproduzione del sistema fino alla piena
età ellenistica, laddove nel resto del Mediterraneo più civilizzato era da
tempo scomparso."[19]
Quanto all’America, quando
arrivarono gli spagnoli, il regno azteco attraversava la fase di declino del
modo di produzione asiatico. Gli Aztechi, come molte altre popolazioni nomadi,
giunsero a occupare la terra di altre popolazioni più evolute e le sottomisero
con la forza. Ne emerse un’ideologia della violenza che in questo caso si
incentrava sui sacrifici umani rituali. Come è normale in queste formazioni,
non si dava proprietà privata fondiaria:"Nel dominio
fondiario, la società azteca non conosce il diritto di proprietà. Le terre
possono appartenere allo Stato che le gestisce sia direttamente, sia per il
tramite di istituzioni pubbliche. Oppure appartengono a comunità, le città
stesse…"[20]
Ogni cittadino aveva il
diritto-dovere trasmissibile di coltivare un lotto di terra "naturalmente
inalienabile" (l’ager publicus né più né meno). Il signore, che è un
guerriero, veniva premiato dall’imperatore con il diritto di usufrutto di un
dominio imperiale. In questa società si conosceva la schiavitù di guerra, per
debiti, per punizione e anche volontaria (la più frequente). In pratica un
povero si rivolgeva ad un signore, stipulando un contratto con cui otteneva
subito il pagamento del proprio lavoro di una vita e viveva di quello. Finito
di spendere andava a servire il padrone. Se si mostrava pigro veniva
"sacrificato". A dominare lo Stato vi sono le classiche due figure:
guerrieri e sacerdoti:"Due caste dominanti
si spartiscono il terribile compito di governare: i preti e i
guerrieri"[21]
I guerrieri avevano in
realtà un compito non troppo difficile. Le guerre di conquista erano per lo più
battaglie diplomatiche, gli scontri armati si risolvevano in brevi scaramucce
quasi rituali in cui si mirava a catturare gente da sacrificare. Gli armamenti
erano del tutto inefficienti. I preti gestivano il vero apparato repressivo: la
morte rituale sull’altare per mezzo di pratiche raffinate e spaventose. Il
legame tra economia e religione era qui ancor più organico che in altri casi di
società "asiatica":"Per la classe
dirigente, l’economia non può dissociarsi dal servizio religioso e comunitario;
per essa, la vera ricchezza consiste dunque nel merito e nei vantaggi che dal
merito derivano, vale a dire, essenzialmente, nel diritto d’usufrutto di certe
terre."[22]
All’arrivo degli spagnoli
il commercio e il denaro erano già presenti, seppur ancora in posizione
secondaria.
Come detto, il sacrificio
costituiva un elemento essenziale della vita pubblica azteca. Si sacrificavano
quasi esclusivamente prigionieri di guerra come monito per tutti gli oppressi.
Il prigioniero veniva drogato, ubriacato e poi spesso fatto faticare fino allo
sfinimento e infine ucciso in vari modi (scuoiato, accoltellato, decapitato,
buttato in una pentola ecc.), i teschi esposti in lugubri monumenti. Sebbene
alcuni abbiano voluto vedere in questo un’usanza "tribale" o legata
all’innato sadismo umano, la realtà è che si trattava di pratiche aventi una
ben precisa connotazione sociale:"La presenza perpetua
e pletorica di questi trofei, visi suppliziati ben presto ridotti allo stato di
crani perforati, ispira al popolo un rispetto misto a terrore…il sacrificio si
impone come strumento di dominio; esso instaura, tramite il superamento che
esso stesso promuove, una legge "soprannaturale" che conferisce
potenza al suo detentore."[23]
Questo vale anche per
l’antropofagia, che non serviva certo a sfamare:"l’antropofagia appare
chiaramente come una cerimonia di casta: bisogna essere nobili, militari o
negozianti per avere il diritto di mangiare la carne umana; quanto alla gente
comune e ai contadini, essi ne sono privi."[24]
E' l’estremo sacrificio e
l’estremo monito: la ribellione conduce all’annientamento, addirittura
all’assorbimento dello schiavo nel ventre del suo padrone. Anche in questa
società gran parte del sovrappiù è sperperata in modi che sembrano a prima
vista improduttivi (le feste sacrificali), che però hanno un ruolo di primo
piano nel mantenere il dominio sociale. Inoltre, si trattava di società molto
repressive anche in materia sessuale. Come al solito, la repressione sessuale è
parte del più generale clima oppressivo all’interno di una società.
Infine, il modo di
produzione asiatico prevaleva anche in Africa, laddove la società aveva
superato il livello gentilizio:"Quando i francesi
conquistarono l’Algeria…dominavano le antichissime istituzioni sociali ed
economiche…se nelle città…dominava la proprietà privata e, nelle campagne, già
grandi estensioni di terra erano state usurpate come demanio statale dai
vassalli turchi, tuttavia, quasi la metà della terra coltivata continuava ad
appartenere in proprietà indivisa alle tribù arabo-cabile; e qui vigevano
ancora secolari, patriarcali costumi"[25]
Cioè dominava una struttura
semigentilizia simile alla zadruga slava. I francesi distrussero questa
proprietà collettiva.
Lo stesso fecero gli
europei nel Transvaal, dove in più si ebbe lo scontro tra la la piccola
economia schiavile boera e le necessità dell’imperialismo britannico che
condusse alle guerre anglo-boere. Gli inglesi distrussero l’economia dei Boeri
trasformando i capitribù in proprietari terrieri:"Ciò urtava in pieno
con la tradizione e coi rapporti sociali dei negri, giacché la terra era
possesso collettivo delle tribù indigene, e perfino i capi più crudeli e
dispotici…avevano soltanto il diritto e il dovere di assegnare ad ogni famiglia
un appezzamento, che però rimaneva in suo possesso solo finché effettivamente
coltivato."[26]
La stessa situazione si
trova in Egitto, dove le terre dei villaggi furono privatizzate con gravi
problemi (a nessuno conveniva più lavorare per il sistema di irrigazione, le
dighe, ecc., che erano comuni).
Le fonti storiche
dimostrano dunque che il modo di produzione asiatico lungi dall’essere
confinato in Medio oriente, è la forma storicamente "ordinaria" in
cui viene ad esaurirsi la società gentilizia.
[8]"A grandi linee, i modi di
produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere
designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della
società.", Prefazione a per la critica dell’economia politica, p. 6. (torna
su)
[9]Marx K., Lettere a Kugelmann,
lettera del 17-2-1870. (torna su)
[10]Engels F., Marx K., Carteggio, vol.
I, lettera del 6-6-1853. (torna su)
[11]Cit., lettera del 14-6-1853. (torna su)
[12]Mandel E., La formazione del
pensiero economico di Marx, p. 141. (torna su)
[13]Sofri G., Il modo di produzione
asiatico, p. 152. (torna su)
[14]Esemplare a questo proposito è
l’epopea di Gilgamesh, una delle leggende più antiche della Mesopotamia, forse
il prototipo stesso di narrazione mitica. Questo racconto ci parla di
Gilgamesh, re di Uruk, figlio di semidei, in un’epoca risalente a circa 4500
anni fa dove: "Serviva i templi una casta sacerdotale nelle cui mani era
una volta accentrata quasi tutta la ricchezza dello stato e dalla quale
provenivano archivisti e maestri, studiosi e matematici. Nei primissimi tempi
costoro erano stati i depositari di tutto il potere temporale in qualità di servitori
del dio di cui amministravano i beni. In seguito, fu un singolo individuo a
divenire ‘agricoltore affittuario e custode; poi ‘la sovranità discese dal
cielo’, il potere venne secolarizzato e sorsero le dinastie regali"
(introduzione di N.K. Sandars). La dimostrazione del pieno carattere asiatico
di questa storia la troviamo nel fatto che nel pantheon, accanto a dei
"classici" (il sole, la luna, la terra, il cielo, il creatore degli
uomini ecc.) c’è anche il dio "Ennugi, guardiano dei canali".
L’epopea di Gilgamesh ci racconta di tre popoli: quello urbano di Gilgamesh, i
nomadi confinanti con cui i Sumeri vengono a patti, e tribù gentilizie
irriducibili con cui devono combattere per avere il diritto di prendere le
risorse dei loro territori. La narrazione di come le tribù nomadi vengano
sottomesse alle città, esempio chiarissimo di sviluppo del modo di produzione
asiatico, racconta di quali novità comportò questo sviluppo. Così, tra le altre
cose che Enkidu, l’amico di Gilgamesh che rappresenta i nomadi, ottiene con
l’urbanizzazione vi sono nuovi cibi: "davanti a lui posero il pane, ma
Enkidu sapeva solo suggere il latte degli animali selvatici. Annaspò maldestro,
stette a bocca aperta, e non sapeva cosa fare o come dovesse mangiare il pane e
bere il vino forte." (cit., p. 92). Questo perché, come si è osservato,
l’uomo prima dei Sumeri non conosceva i cereali. D’altra parte, il modo di
produzione asiatico è basato su una densità della popolazione che senza cereali
non sarebbe possibile.
Si noti poi che questi
culti siano strettamente intrecciati con il potere politico e con i compiti
produttivi della casta sacerdotale. Una classica invocazione dell’epoca recita:
"Ahuramazda, che ha creato questa terra/ che ha creato quel cielo/ che ha
creato gli uomini/ che ha dato agli uomini la ricchezza delle messi/ che ha
posto Dario sul trono" , cit. in AA VV, Propilei, vol. 2, p. 164. (torna
su)
[15]Come nota Marx: "La purezza
(l’astratta determinatezza) con la quale i popoli commerciali - fenici,
cartaginesi - apparvero nel mondo antico, è data precisamente dal predominio
dei popoli agricoli" (Introduzione a per la critica dell’economia
politica). Ovvero il loro ruolo era insieme marginale e necessario, il capitale
nasce come capitale commerciale. (torna su)
[16]A. Carandini, L’anatomia della
scimmia, p. 108. (torna su)
[17]R. Luxemburg, L’accumulazione del
capitale, p. 359. (torna su)
[18]Shatapatra B., cit. in Propilei,
vol. 2, p. 439. (torna su)
[19]Torelli M., Storia degli Etruschi,
p. 280. (torna su)
[20]Duverger C., Il fiore letale. Il
sacrificio nella civiltà azteca, p. 56. (torna su)
[21]Cit., p. 87. (torna su)
[22]Cit., p. 99. (torna su)
[23]Cit., p. 166. (torna su)
[24]Cit., p. 178. (torna su)
[25]R. Luxemburg, L’accumulazione del
capitale, pp. 364-5. (torna su)
[26]Cit., p. 403. (torna su)
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