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I FLAVI E IL CONSOLIDAMENTO DELL'IMPERO
2) La politica di Vespasiano (69-79)
Gli eventi che abbiamo narrato fin qui - segnati come s'è visto dalla lotta
tre le diverse province per 'accaparrarsi', attraverso i propri eserciti, il
potere supremo all'interno dell'amministrazione imperiale, attribuendo la carica
di Augusto ai propri generali - sono in realtà in gran parte un prodotto
(involontario) dell'ordinamento provinciale voluto da Ottaviano dopo Azio, ai
tempi della risistemazione dell'Impero.
Egli infatti, aveva predisposto un sistema di difesa interna ed esterna delle
regioni imperiali fondato sulla stanzialità delle truppe (nonché dei loro
veterani) sui loro territori. |
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Ma in questo modo, se da una parte aveva favorito la difesa e la
'romanizzazione' stessa (cioè l'integrazione culturale) tra Roma e tali
territori, dall'altra aveva anche rafforzato l'alleanza e l'identificazione
tra le truppe e i loro generali (i prefetti imperiali), oltre che quella tra i
soldati (sia legionari che veterani ormai stabilitisi sulle terre) e le
popolazioni autoctone. Aveva cioè contribuito alla formazione di entità
politiche autonome e indipendenti rispetto al potere centrale di Roma e
dell'Italia.
Tutto ciò, assieme al decollo economico delle province (in special modo
di quelle occidentali), ha sviluppato in esse quella forza e
quell'intraprendenza - sia politica che militare - che è all'origine di queste
ultime lotte intestine (riproposizione, anche se su scala differente, delle
antiche guerre civili e sociali della tarda Repubblica).
Ma questi anni vedono anche un altro fondamentale cambiamento per
Roma, l'inizio cioè di una nuova stagione, nella quale è ormai chiaro a tutti -
e prima di tutto agli eserciti - come gli imperatori possano anche non
nascere a Roma, né appartenere (come è stato finora) all'antica aristocrazia
senatoria romano italica.
Se si fa eccezione per Galba, infatti, uomo di antiche origini nobiliari (alle
quali è infatti profondamente legato) nessuno degli altri imperatori (Otone,
Vitellio e Vespasiano) appartiene alla 'vecchia guardia' senatoria, essendo
tutti piuttosto uomini nuovi, uomini dell'impero.
- Vespasiano
Le origini familiari di Tito Flavio Vespasiano, divenuto il nuovo imperatore
alla bella età di 69 anni, sono da ricercare all'interno del ceto medio
italico. Non quindi figlio di un nobile senatore, ma piuttosto di un esattore
imperiale, egli ha seguito la carriera militare ed è divenuto un
esponente di punta delle nuove classi dirigenti dell'Impero.
Appartiene insomma, a quei ceti emergenti di estrazione italica e non
altolocati, che vanno a comporre i nuovi quadri amministrativi e militari
dell'Impero: è dunque un uomo nuovo, espressione dell'organizzazione, che
si sta sviluppando e consolidando, della nuova Roma imperiale, divenuta ormai
realtà globale.
Come tale egli dedicherà, nel suo principato, un'attenzione particolare alle
province, spostando l'interesse dell'Impero dall'Italia verso le sue periferie.
Si può dunque dire che la politica di Vespasiano e dei Flavi sia, in gran
parte, il prodotto dello spostamento della ricchezza economica e dei pesi
politici al di fuori dell'Italia (regione che per altro attraversa da anni
una profonda crisi, dovuta essenzialmente all'investimento di gran parte dei
capitali verso le province).
L'azione di governo di Vespasiano consiste essenzialmente in una
riorganizzazione dell'Impero, basata su:
- il rafforzamento dei nuovi apparati statali, rafforzamento fondato
anche su un loro più esplicito riconoscimento a livello istituzionale (si
ricordi a tale riguardo che Augusto, per rispetto nei confronti delle antiche
tradizioni, aveva 'mascherato' il più possibile le proprie cariche effettive
dietro l'apparenza di quelle dell'antica Respublica);
- il rinnovamento della composizione del Senato, ovvero lo smantellamento
di molte antiche famiglie della nobilitas romano-italica, rimpiazzate con
elementi nuovi di origini spesso provinciali ed equestri, in particolare
spagnole (elementi meno legati alle tradizioni - e ai poteri -
dell'antico Senato).
Fondamentalmente la reggenza di Vespasiano è caratterizzata dunque dalla lotta,
talvolta anche persecutoria, nei confronti delle resistenze degli antichi
poteri repubblicani, e dal parallelo rafforzamento del potere monarchico
imperiale: una lotta insomma per l'affermazione della modernità sul
vecchio ordine.
[E sarà proprio una tale politica di rinnovamento della nobiltà e del Senato a
favorire, nei decenni successivi, la 'conciliazione' tra il princeps e il
Senato, ossia tra il nuovo ordine monarchico e gli antichi valori
della 'libertas' senatoria.]
Veniamo ora ai principali eventi politici e militari caratterizzanti
il principato di Vespasiano.
Il fatto che Vespasiano provenga dalla regioni orientali dell'Impero (e che sia
sostenuto da esse) ingenera il timore in molti di una ripresa della politica
ellenistica e filo-orientale dei Caligola e Nerone, e prima di loro di Marco
Antonio.
Il nuovo imperatore mostra tuttavia da subito la propria volontà di seguire un
indirizzo fondamentalmente filo-occidentale. Lascia difatti a suo figlio Tito,
che rimane a oriente, il compito di governare tali regioni secondo dei metodi e
una sensibilità ad esse consoni, trasferendosi invece lui nelle regioni
occidentali.
Qui giunto, una delle sue prime preoccupazioni è quella di ridefinire a livello
istituzionale la carica stessa del princeps, ovvero di toglierle quei caratteri
di eccezionalità che ancora essa conserva, dal momento che rimane il
prodotto della somma di un insieme poteri differenti in un solo individuo.
Con la 'Lex de Imperio' dunque, egli riassume un tale ruolo politico in una sola
magistratura: la carica imperiale, definendone inoltre con precisione le
prerogative politiche: ad esempio - e prima di tutto - il suo rapporto col
Senato.
Non più quindi figura eccezionale, il 'princeps' o imperatore diviene così il
capo di Roma a tutti gli effetti.
Un altro problema che Vespasiano deve affrontare è quello del risanamento
delle casse imperiali, prosciugate dalla politica di grandi spese sostenuta dal
suo predecessore Nerone.
La sua politica in questo campo segue queste direttive: accentramento attorno
alla figura del princeps delle finanze imperiali; drastica riduzione
delle spese e dei donativi per la plebe; amministrazione molto oculata
degli introiti statali, la quale porterà, rispetto al periodo di Ottaviano, a
più che raddoppiare la ricchezza dello Stato.
Ma per fare questo, ovvero per porre in essere un tipo di amministrazione
finanziaria tanto attenta e oculata, egli dovrà anche potenziare gli apparati
burocratici dello Stato, per mezzo di un ampio piano di rafforzamento di
essi (i cui quadri egli andrà a prendere prevalentemente all'interno del
ceto medio italico - lo stesso dal quale anche lui proviene).
Vespasiano cerca insomma di rafforzare le strutture del potere monarchico,
senza tuttavia per questo seguire o alimentare uno stile di governo di tipo
orientaleggiante - che ad una tale tendenza politica si era associato
invece al tempo dei Claudii.
Al contrario, egli porta avanti un piano di politica culturale fortemente ostile
a ogni concezione estranea alle tradizioni occidentali, perseguitando e
allontanando da Roma le minoranze greche e asiatiche, i filosofi, e tutti gli
esponenti di religioni estranee alla tradizione romana: ebrei, cristiani,
ecc. (già sotto Nerone, infatti il cristianesimo aveva iniziato a diffondersi
nell'Impero).
Tale politica culturale di impronta tradizionalista si inserisce in un
piano più ampio di riavvicinamento al Senato, con il quale Vespasiano
cerca di mantenere rapporti distesi e di reciproco rispetto.
Parallelamente però, avvalendosi delle proprie prerogative istituzionali
(attraverso le quali egli può influire sulla censura: la carica preposta a
compilare le liste dei senatori) egli lavora per rinnovare la composizione del
Senato.
Anche se da tempo infatti è in atto un processo autonomo di degenerazione della
classe nobiliare romana e italica, che si manifesta ad esempio nella riduzione
del numero dei suoi componenti, tuttavia tale classe continua - attraverso
l'istituzione senatoria - ad avere un ruolo politico di primo piano (secondo
solo a quello dell'Imperatore), aiutata in ciò dal prestigio di cui essa
gode all'interno della società romana in generale per ragioni storiche, nonché
grazie alla radicatezza dei propri rapporti di clientela a livello territoriale.
Il rafforzamento delle province, e l'affacciarsi di conseguenza sulla scena
politica di queste nuove forze è l'occasione, per l'Impero, per assestare a una
tale egemonia dei duri colpi.
In questo contesto si colloca la politica di Vespasiano di ampliamento
del Senato a elementi provinciali ed equestri, meno ostili - anche
ideologicamente - alla nascente realtà politica e sociale dell'Impero.
Parallelamente peraltro egli aumenta l'influenza a livello politico dei
provinciali, estendendo a molti di essi - ad esempio agli Spagnoli - la
cittadinanza latina e concedendo loro a volte la stessa cittadinanza romana.
Sul piano espansionistico e militare, fondamentale nel periodo del principato
di Vespasiano sarà l'ampliamento dei confini romani in Britannia,
attraverso una difficile missione guidata da Agricola (il quale sarà
oggetto di uno scritto di Tacito, che ne è anche il cognato).
I dieci anni di governo di Vespasiano non sono certo privi di conflitti e di
contrasti interni. La sua politica infatti crea scontenti e risentimento
all'interno di molte fasce della popolazione imperiale: dall'antica nobilitas
romana e italica, al popolo di Roma (cui, come si è detto, egli taglia molti dei
precedenti donativi), dagli eserciti (da lui guardati con sospetto, in quanto
potenziali strumenti di ribellione al potere imperiale) alle regioni orientali
(alle quali non elargisce sufficienti favori).
Tuttavia il suo principato costituisce complessivamente un momento di
crescita sia per il potere monarchico che per l'apparato imperiale, quindi
in generale per l'Impero.
Egli inoltre, attraverso gigantesche opere pubbliche, favorisce lo sviluppo di
quest'ultimo anche a livello economico e commerciale determinando così
un'atmosfera positiva anche sul piano culturale.
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