Io ti saluto, vado in Abissinia, cara Virginia, ma tornerò...

Prima del 1935 i miei ricordi sono ancora più vaghi e pallidi: ricordo le bonifiche pontine, che fecero sparire la malaria, la costruzione di intere cittadine, come Pontinia, Pomezia, Littoria (oggi Latina), Aprilia e Sabaudia, l’apertura di grandi arterie, numerosi piani regolatori che modernizzarono ed abbellirono molte città, il funzionamento d’immani cantieri e lo sviluppo industriale, che diedero lavoro a decine di migliaia di persone e fecero diminuire sensibilmente l’emigrazione, l’istituzione delle milizie fasciste di vigilanza e sorveglianza: forestale, ferroviaria, doganale, portuaria, la costruzione di 13.000 km d’acquedotti (soprattutto nel sud, distribuendo acqua potabile a quasi 12 milioni di persone), la costruzione di 5.118 km di dighe, numerose piscine, stadi (tra cui a Roma quelli del Foro Mussolini, che, dopo la caduta del fascismo, fu chiamato Foro Italico), l’elettrificazione e l’aumento della rete ferroviaria, la produzione idro-elettrica che passò da 4 miliardi a 11 miliardi di chilovattora, collocando l’Italia al terzo posto mondiale, la creazione di Cinecittà, l’inaugurazione della via dell’Impero, la valorizzazione dei resti delle costruzioni dell’antica Roma, gli scavi archeologici ripresi o incominciati un po’ ovunque, l’apertura di numerosi viadotti e autostrade, l’inizio della costruzione dell’EUR 42 a Roma, su un’area pari a quella della città di Firenze.
Era iniziata "la battaglia del grano": l’Italia aveva, a inizio secolo, una produzione di 50 milioni di quintali di grano, insufficienti per il fabbisogno nazionale, ma il miglioramento delle tecniche agricole, grazie all’uso delle macchine e alla razionalizzazione delle coltivazioni, ed anche agli incentivi alla produzione, si giunse a una produzione di 81 milioni di quintali: sebbene fossero ancora insufficienti per il consumo nazionale, si ridussero le importazioni di grano da tre miliardi a trenta milioni di lire.
Il fascismo voleva che il popolo italiano tornasse ad essere consapevole ed orgoglioso di essere l’erede dell’antica Roma, orgoglio che aveva perduto dopo tanti secoli di dominazione straniera, e riacquistasse le doti antiche di fierezza nazionale, organizzazione, disciplina, senso del dovere, spirito militare. Bisognava che imparasse, con le buone o con le cattive, a non esser più menefreghista, superficiale, disorganizzato, indisciplinato, preoccupato solo ad arrangiarsi e a fare il furbo, che sono i mali tipici dei popoli che hanno avuto secolari dominazioni straniere.
Il fascismo riuscì a realizzare questi obiettivi più apparentemente e superficialmente che realmente, poiché anch’esso, ad un certo punto, incorse negli stessi mali che voleva curare, finché poi quasi tutto tornò come prima, a causa della guerra perduta, dell’invasione straniera, della gazzarra dei partiti politici (si consiglia la lettura di La Pelle di Curzio Malaparte)
* * *
Ma nel 1935 successe qualcosa di straordinario, che ruppe la tranquilla routine della nazione. Prendendo come pretesto un attacco a un nostro fortino, a Ual-Ual, situato in una zona non ben delimitata, che si era occupata nel 1930, ma sicuramente appartenente all’Abissinia (o Etiopia), Mussolini cominciò a scatenare una campagna propagandistica anti-etiopica, basata su varie ragioni storiche e sociali: tra le altre, le rivendicazioni delle sconfitte italiane negli anni 1887-1889, la schiavitù imperante in Etiopia, l’incapacità del Negus Neghesti (re dei re) Ailé Selassié d’impedire gli attacchi e le razzie delle bande armate indipendenti o appartenenti ai vari ras nelle zone di confine con le colonie italiane dell’Eritrea e della Somalia.
La Francia e l’Inghilterra si trovarono in una situazione sconcertante: l’Etiopia apparteneva alla Società delle Nazioni e bisognava evitare un conflitto, o cercare in qualche modo di salvare la faccia di fronte alle opinioni pubbliche nazionali e internazionali; d’altra parte appoggiare l’Italia era un fattore essenziale per la loro politica anticomunista e, allo stesso tempo, antinazista.
Dopo vari tentativi di falliti compromessi proposti dalla Francia di Laval e soprattutto dall’Inghilterra di Hoare, tra i quali l’offerta all’Italia di vari territori etiopici o un mandato italiano di protezione su tutta l’Etiopia, Mussolini decise di attaccare il 3 ottobre (senza dichiarazione di guerra), per poter terminare la campagna prima dell’inizio delle grandi piogge (da maggio a settembre).
Il giorno prima Mussolini aveva ricordato al popolo italiano: “Etiopia, abbiamo pazientato 40 anni. Ora basta!”
In Eritrea operarono tre corpi d’armata al comando del generale Emilio de Bono, poi sostituito dal generale Pietro Badoglio, mentre in Somalia un corpo d’armata era al comando del generale Rodolfo Graziani.
In tutto vi erano otto divisioni dell’esercito [1], sei della milizia fascista, due eritree, una libica ed altre unità minori italiane e indigene, per un totale di diciassette divisioni (di cui una formata da volontari italiani emigrati all’estero), per un totale complessivo di oltre 280.000 soldati, con 173 carri armati, 55 autoblindo, 700 cannoni, 164 aerei [2], 12.400 automezzi e 4.000 quadrupedi, inoltre 100.000 lavoratori che dovettero costruire, in tempo record, strade, ponti e tutto ciò che doveva servire a un esercito così numeroso, prima in Eritrea, poi in Etiopia, prive di quasi tutto.
Contrariamente a certa propaganda mondiale anti-italiana gli abissini non combatterono solo con lance, e scimitarre, ma avevano 550 mitragliatrici francesi e cecoslovacche, 250 cannoni, fucili ed anche qualche aeroplano, antiaeree ed una diecina di carri armati. Avevano come consiglieri esperti militari europei, in particolare svedesi e belgi. Malgrado ciò la sproporzione relativa agli armamenti tra i due eserciti era molto grande; gli abissini erano valorosi, tenaci, sprezzanti del pericolo e fiduciosi nella loro tattica di assaltare in grandi masse formate da decine di migliaia di armati, di aggirare le posizioni italiane e di approfittare di qualsiasi errore, aiutati in questo anche dalla perfetta conoscenza del territorio dove operavano, tant'è che alcune volte vi furono pericoli di disfatta da parte delle divisioni italiane.
Si registrarono polemiche internazionali sull’uso che gli abissini fecero delle pallottole dirompenti dum-dum, e sull’uso italiano del gas yprite, (Mussolini smentì, dichiarando che era gas lacrimogeno o gas mostaza, che non uccideva e causava solo danni relativi e momentanei), lanciato dagli aeroplani sulle truppe abissine, come la maggioranza degli italiani seppe dopo la caduta del fascismo. (Come noto, questo gas era già stato usato dai tedeschi per la prima volta contro i franco-inglesi ad Yprès, durante la I Guerra Mondiale, dopodiché venne usato da tutti i belligeranti).
Certamente Mussolini non avrebbe dovuto ordinare l'uso di quel gas, ma le nazioni che si scandalizzarono allora non lo faranno anni dopo, quando gli americani sganceranno due bombe atomiche sulle popolazioni civili di due città giapponesi.
Gli americani si commossero per gli avvenimenti bellici che riguardavano i neri etiopici, e pregavano per la loro vittoria e salvezza nelle chiese protestanti, ma non tenevano in alcuna considerazione i neri nazionali.
Imparammo allora i nomi dei principali ras abissini (equivalenti a governatori delle più alte cariche civili e militari), come Sejum, Mulughietà, Cassa, Immirù, Ghettacciù, Chebbedè Mangascià, i degiac (generali) Tailè Gullalatiè e Aialeu Burrù, Latibelù, Uonderat nel nord, e il ras Destà Damtù e il degiac Nasibù Zemanuel nel sud.
In Italia, durante questa campagna, si cominciarono a chiamare ‘ras’ i gerarchi fascisti di turno.
Tornarono alla memoria degli italiani i nomi di città di antichi ricordi: Adua, Macallè, Axum, Adigrat e ne imparammo degli altri: Dessiè, Gondar, Dire Daua, Giggica, Sassabanec, il lago Tana, il lago Ascianghi dove ebbe luogo l’ultima battaglia con la sconfitta della guardia imperiale etiopica comandata personalmente dal Negus.
Ed anche i nomi delle principali battaglie: Tembièn, Endertà, Scirè [3], Mai Ceu, Ogadèn.
Erano di moda canzoni ed inni riferiti a quella situazione, come ‘Io ti saluto, vado in Abissinia’, ‘Passo Arieu’, ‘Faccetta Nera’, anche se a Mussolini quest’ultima non piaceva e finì per proibirla; infatti - secondo lui – una piccola abissina dalla faccia nera che ‘sarai romana e per bandiera tu avrai quella italiana, quando saremo vicino a te, noi ti daremo un altro duce e un altro re…’ non poteva mettersi sullo stesso piano d’un ariano europeo e per giunta italiano, erede degli antichi romani. Conclusione: si proibirono anche i matrimoni misti.
L’11 ottobre la Società delle Nazioni decretò le sanzioni economiche all’Italia (che durarono 241 giorni), con l’approvazione di 52 nazioni (escluse Austria, Ungheria e Albania). Non si doveva comprar nulla né vender nulla all’Italia per punirla d'aver aggredito una nazione socia. Gli Stati Uniti, la Germania, l’URSS e il Giappone, non appartenendo a detta Società, continuarono con le loro relazioni commerciali normali.
In realtà le sanzioni furono relative, volute dall’Inghilterra solo per salvare la faccia, tanto più che si continuò a vendere petrolio all’Italia e a lasciar aperto alle navi italiane il canale di Suez. Ma fu un eccellente pretesto per la propaganda mussoliniana, diretta al popolo in uno dei suoi più famosi discorsi:
“E' contro questo popolo, al quale l’umanità deve talune delle sue più grandi conquiste, ed è contro questo popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di navigatori, di trasmigratori, è contro questo popolo che si osa parlare di sanzioni. Italia proletaria e fascista, Italia di Vittorio Veneto e della rivoluzione, in piedi!...”
Si decretò anche l’autarchia, si cominciarono a produrre tessili sintetici fatti di canapa, lino, ginestra, la lana (lanital) dal latte, a stimolare l’acquisto di prodotti nazionali, lo sfruttamento della lignite, la raccolta di rottami metallici, la trasformazione dell’alcool in carburante, la gomma sintetica. Mancava il cuoio, cosicché le donne cominciarono ad usare scarpe ‘ortopediche’ con le alte suole di sughero, che sembravano mattoni.
I bambini ricevevano la Befana fascista, s’istituì il sabato fascista (a imitazione del sabato inglese, tutti i burocrati dovevano indossare, in quel giorno, la divisa fascista ed anche i professori: il sabato pomeriggio non si lavorava, la mattina gli alunni delle scuole indossavano orgogliosamente la divisa dell’Opera Nazionale Balilla (che più tardi divenne Gioventù Italiana del Littorio), ed erano inquadrati da ufficiali della milizia; dai sette ai 13 anni erano balilla e balilla moschettieri (più tardi quelli di 6 anni ebbero una nuova divisa e si chiamarono figli della Lupa), dai 13 anni compiuti ai 18 erano avanguardisti e dai 18 anni compiuti ai 21 erano giovani fascisti ed entravano a far parte della milizia e dei fasci giovanili di combattimento, con tessera del partito.
“Da questo momento il giovane partecipa attivamente alla vita del Paese ed aumentano per lui le responsabilità e i doveri, responsabilità e doveri che si potevano tutti includere in un dovere solo: obbedienza assoluta e cosciente a tutti gli ordini dello Stato e delle Superiori Gerarchie, nell’interesse supremo della Patria”.
L’educazione fascista della gioventù consisteva in marce, istruzioni militari basiche, con o senza moschetto, educazione fisica (si rinnovò il motto romano ‘mens sana in corpore sano’), e durante le vacanze estive s’organizzavano i campeggi, gratuiti e facoltativi.
In breve, si doveva "preparare la gioventù nell’anima e nella mente, educarla, istruirla e formarne la coscienza civile della mistica fascista".
Le ragazze erano 'piccole italiane', poi 'giovani italiane', quindi 'giovani fasciste', anche loro in divisa. In realtà l’unico ‘obbligo’ per loro era quello di partorire molti figli.
Tutti erano vincolati al giuramento di essere fedeli e di difendere il fascismo: “Giuro di eseguire senza discutere gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e se è necessario col mio sangue la causa della Rivoluzione Fascista”.
Nelle scuole elementari Mussolini proibì la lettura di ‘Cuore’: gli italiani dovevano leggere libri che inculcassero o stimolassero lo spirito militare e non i ‘sentimentalismi lacrimogeni’ di De Amicis, ma qualche suo racconto eroico-patriottico poteva e doveva apparire nelle antologie scolastiche.
Si salutavano i maestri e i professori, in classe o in strada, col saluto fascista. E si chiamavano ‘negus’ i gelati ricoperti di cioccolato scuro.
Infine s’istituì il ‘passo romano’ a imitazione del passo dell’oca tedesco, dato che Mussolini, dopo vari contrasti e frasi di disprezzo verso il nazismo, favorì un avvicinamento tra le due nazioni.
S’istituì il Ministero della Cultura Popolare (che la gente abbreviò in 'Minculpop'): tutto ciò che si pubblicava, diffondeva per radio o filmava doveva passare previamente per la censura fascista, la quale, specie per i giornali, dava le direttive su che cosa si doveva pubblicare ed anche come e in che sezione doveva apparire.
Il prefetto Cesare Mori fu inviato in Sicilia e, siccome nessuno aveva bisogno di racimolare voti dato che le votazioni e i partiti non esistevano più, salvo quello fascista, in tre anni sradicò la mafia, per prima ed ultima volta nella nostra storia. Cosicché i mafiosi e i camorristi se ne andarono negli Stati Uniti, al servizio di chi aveva bisogno di loro e disgraziatamente in parte ritornarono o riapparirono grazie all’invasione nordamericana in Sicilia.
Si costruirono strade, ponti, acquedotti, scuole, ospedali in Italia ed anche in Libia e in Etiopia. S’aprirono 4500 colonie estive per i figli degli operai, frequentate annualmente da circa 800 mila bambini e ragazzi. In ogni città s’inaugurarono le sedi del ‘Dopolavoro’, dove gli operai potevano recarsi dopo le ore di lavoro per svolgere attività sportive, ricreative, istruttive, assistenziali, artistiche, igieniche e sanitarie, nonché le sedi dell’Opera della Maternità e Infanzia, per lo sviluppo e la protezione della donna e del bambino. Si moltiplicarono le biblioteche in tutta Italia.
Era anche l’epoca degli inni patriottici, si cantava o suonava, dopo la Marcia Reale, ‘Giovinezza’ (inno ufficiale del fascismo), ‘Fischia il Sasso’, ‘Siamo Fiaccole di Vita’, ‘Duce tu sei la Luce’, ‘Inno a Roma’, ecc.
Circolavano ancora i soldi: un soldo era uguale a 5 centesimi, ci si compravano dei pennini, le gomme da cancellare o la liquerizia. Il cinema costava una lira.
Collezionavamo le figurine di Buitoni e Perugina, ma anche quelle dei nostri calciatori, assi del volante e della bicicletta.
Iniziò anche la campagna dell’oro alla Patria. Tutti offrirono la loro fede nuziale, oltre all’oro che si aveva in casa; la regina Elena dette il buon esempio, ricevendo in cambio anche lei una fede d’acciaio, con la scritta interna datata e con le parole ‘oro alla patria’. Ci furono anche quelli che non la dettero, ma la nascosero in casa, e ne comprarono un’altra uguale da offrire alla Patria.
* * *
Ritornando alla campagna etiopica, dopo la battaglia del lago Ascianghi e la fuga del Negus, che s'imbarcò a Gibuti su una nave inglese, diretto in Palestina, il generale Pietro Badoglio telegrafò a Mussolini: ‘Oggi, 5 maggio, alle ore sedici, alla testa delle truppe vittoriose sono entrato in Addis Abeba’.
Vittorio Emanuele III divenne Re d’Italia e Imperatore d’Etiopia. La guerra era finita, era costata 5.646 morti, di cui 1.146 nazionali e 4.500 coloniali, ma si seppe molti anni dopo che intere regioni erano restate in mano della guerriglia abissina, che dette del filo da torcere a Rodolfo Graziani, nuovo viceré, il quale ricorse a spietate rappresaglie.
In conclusione l’Etiopìa non fu mai interamente occupata, né terminarono mai le reazioni anti-italiane.
‘L’Italia ha finalmente il suo Impero’, annunciò Mussolini agli italiani e al mondo; nominò Badoglio maresciallo d’Italia e al Re e a lui stesso diede l'appellativo di Marescialli dell’Impero: un bel salto da caporale a Maresciallo! La parità del grado non piacque molto a Vittorio Emanuele III, ma tacque, come aveva fatto e fece in seguito in relazione ad altre decisioni mussoliniane ben più gravi.
Il Re aveva per tradizione il suo corpo di corazzieri e Mussolini volle che la sua guardia del corpo fosse formata da un centinaio di ‘moschettieri del duce’.
Il suo prestigio popolare era giunto al suo più alto livello, coniava frasi ‘scultoree’, altre le prendeva a prestito e le faceva scrivere a caratteri cubitali un po’ dappertutto: ‘Credere, Obbedire, Combattere’, ‘Libro e Moschetto, Fascista Perfetto’. ‘E' l’Aratro che traccia il Solco, ma è la Spada che lo Difende’, ‘Se Avanzo Seguitemi, se Indietreggio Uccidetemi, se Mi uccidono Vendicatemi’, ‘Mussolini ha Sempre Ragione!’, ‘Molti Nemici, Molto Onore’; in ogni occasione opportuna qualcuno gridava: ‘A chi il duce?’ o ‘Viva il duce!’, e tutti rispondevano in coro ‘A Noi!’.
E Trilussa [4] (Alberto Salustri), scriveva a Roma le sue poesie in romanesco, di quei tempi fu anche il suo ‘libro Muto’. Tra le poesie allusive c’è ‘La Lumaca’: “La lumachella de la Vanagloria, ch’era strisciata sopra un obbelisco, guardò la bava e disse: - Già capisco che lascerò un’impronta ne la Storia”, e ‘Lo Zero’. “Conterò poco è vero - diceva l’Uno ar Zero - ma tu che vali? Gnente, propio gnente. Sia ne l’azzione, come ner pensiero rimani un coso voto e inconcrudente. Io, invece, se me metto a capofila de cinque zeri tale e quale a te, lo sai quanto divento? Centomila. È questione de nummeri. A un dipresso è quello che succede ar dittatore, che cresce de potenza e de valore più so’ li zeri che je vanno appresso”.
Si disse poi che Mussolini voleva leggere le sue poesie, ci rideva a volte, ma non prese mai misure per proibirgli di scrivere le sue satire.
In cambio non si sa se qualche fascista gli riportava le numerose barzellette su di lui, sul partito o sui gerarchi, che circolavano in Italia [5] e che potevano costare il confino a chi le raccontava, se qualcuno l’avesse denunciato.
Era appena terminato il conflitto bellico africano quando giunse a ciel sereno un’altra eccellente opportunità: la guerra civile spagnola.

[1] Già in Italia si erano formati due eserciti, uno tradizionale, in generale più simpatizzante per il Re, ed un altro fascista (MVSN = milizia volontaria sicurezza nazionale), con la camicia e le mostrine nere, e i fasci al posto delle stellette, seguace di Mussolini. Questo stato di cose non era scevro d’incomprensioni, lamentele ed anche ingiustizie, sia per questioni di stipendi e privilegi, sia per le graduazioni (infatti i gradi degli ufficiali della milizia si assegnavano secondo i meriti fascisti e non era necessario avere una laurea universitaria per esser ufficiale, come nell’esercito, cosicché era frequente il caso in cui lo stesso ufficiale avesse un grado nell’esercito e un’altro superiore nella milizia o fosse sottufficiale o soldato nell’esercito e ufficiale nella milizia. Inoltre si diceva che la marina era generalmente monarchica e che l’aviazione era la pupilla del fascismo. (torna su)
[2] Comandante della squadriglia bombardieri fu il conte Galeazzo Ciano, genero del duce: sotto il suo comando c’era il diciassettenne Bruno, già ufficiale, figlio di Mussolini. (torna su)
[3] Mio padre seppe che suo fratello Maurizio era apparso nella prima pagina di ‘La Domenica del Corriere’. Volontario, tenente della divisione ‘Gran Sasso’ agli ordini del duca di Bergamo, era stato gravemente ferito in uno scontro presso Selaclacà ed insignito della medaglia d’argento al valor militare (sul campo). Paolo Cesarini, nel suo libro ‘Un Uomo in Mare’, racconta che lo conobbe in uno dei vari ospedali nei quali fu ricoverato ed operato. (torna su)
[4] Ricordo che nel 1948 a Roma ci fu una sottoscrizione pubblica per nominare Trilussa senatore a vita: anch’io, che facevo il servizio militare di leva, la firmai. Poi seppi che ebbe la nomina, ma morì dopo poco, nel 1950. (torna su)
[5] Una delle più famose era quella di un signore che chiede al giornalaio: ‘Per favore ‘Il Regime Fascista’. ‘E' esaurito’ gli risponde’. Ma il signore insiste: ‘Il Regime Fascista?’. ‘Ma signore vi ho detto che è finito, è esaurito, non avete capito?’. ‘Sì, ho capito, ma fa tanto piacere sentirselo ripetere’. Un’altra era quella sulla commissione di controllo annonaria che va a casa di un contadino e domanda al capoccia: ‘Cosa dai tu da mangiare alle galline?’. ‘Un po’ di grano che resta nell’aia’. ‘Sei matto? Non sai che c’è la campagna del grano, che si semina un po’ dappertutto e che ancora non è sufficiente per tutti e dobbiamo importarlo dall’estero? Cinque lire di multa!’. Allora il contadino manda un ragazzo ad avvisare il contadino che abitava nella casa colonica vicina di non dire che dà del grano alle galline. Dopo poco arriva la commissione che rivolge al secondo contadino la stessa domanda, il quale risponde: ‘Beh, veramente do un po’ di granturco e un po’ d’orzo…’. ‘Granturco? Orzo? Ma che sei matto? Non sai che col granturco ci facciamo il pane e con l’orzo il caffè? Cinque lire di multa!’. Parte un’altro ragazzo ad avvisare il contadino seguente. Quando la commissione arriva nella terza casa colonica e ripete la domanda il contadino risponde: ‘Veramente non lo so’. ‘Ma come? Non sai cosa mangiano le tue galline?’. ‘Realmente non lo so perché ogni mattina io do loro una lira ciascuna e si comprano ciò che vogliono’. (torna su)

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Storia
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Aggiornamento: 01/04/2011