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Si va a morire in Spagna
Nel 1936 alcuni generali spagnoli vennero a chiedere aiuti militari e
finanziari a Hitler e a Mussolini per rovesciare il loro governo di sinistra
regolarmente eletto e sostituirlo con un regime totalitario di destra, sul tipo
di quelli nazista e fascista.
In un primo momento i due dittatori fecero orecchie da mercante, ma poi
accettarono: Mussolini, un po’ per prestigio e un po’ per vendicarsi delle
demoplutocrazie; Hitler per sperimentare mezzi militari, in particolare aerei e
bombardamenti per l'imminente guerra mondiale che stava preparando ed anche per
rifornirsi di materie prime delle miniere spagnole (infatti le navi tedesche
arrivavano in Spagna cariche di aiuti bellici e ripartivano ugualmente piene di
ferro, manganese, rame, zolfo, mentre quelle italiane arrivavano cariche di
soldati e materiali bellici e se ne ritornavano vuote).
Mussolini era sicuro della sincerità e della gratitudine del generalissimo
Franco (dato che il suo trionfo lo dovette in buona parte all’intervento
italiano), il quale era già divenuto il capo del ‘levantamiento’, e che dimostrò
di essere più scaltro di lui: infatti fece di tutto affinché le vittorie
riportate apparissero esclusivamente degli spagnoli, e se avveniva qualche
‘contrattempo’ fosse dovuto agli italiani (come l’insuccesso delle divisioni
italiane a Guadalajara dove si scontrarono con le brigate internazionali, tra
cui quella italiana antifascista, senza ricevere l’aiuto delle divisioni
spagnole nazionaliste che erano ai lati dello schieramento italiano).
I tedeschi inviarono la Legione Condor di tecnici e di piloti, la cui azione
più ‘eroica’ fu la distruzione della città basca di Guernica, bombardando e
mitragliando donne, vecchi e bambini che cercavano scampo nei campi circostanti,
e che causò lo sdegno in tutto il mondo democratico. Lo stesso Goering, anni
dopo durante il processo di Norimberga, ammise che aveva ordinato la strage, in vista della guerra mondiale,
solo per costatare l’effetto materiale e
psicologico prodotto su una popolazione d’una città inerme, mentre Franco fece circolare la voce ch'erano stati gli stessi soldati baschi in ritirata che
avevano distrutto la loro città. Da Parigi Pablo Picasso, sdegnato ed
addolorato, ne dipinse il famosissimo quadro omonimo.
Mussolini volle mandare anche soldati ‘volontari’, ma tutti sapevano
che in realtà erano stati richiamati con cartolina precetto (non si sa con
precisione quanti furono, ma più di 50 mila e meno di 70 mila); inoltre furono
inviati 750 aerei coi rispettivi piloti, 1500 motori, 7800 veicoli, 300 carri
armati, 2 mila cannoni, 10 mila mitragliatrici, 250 mila fucili (il tutto a
fondo perduto, e corrispondeva a un terzo di tutto il materiale bellico
italiano, oltre alla spesa di 14 miliardi di lire, il doppio del preventivo
militare italiano annuale), senza contare le varie azioni belliche delle navi da
guerra e l’uso di 92 navi da trasporto. In cambio non si ricevette nulla,
neppure i ringraziamenti. Tirando le somme finali la guerra di Spagna costò
anche all’Italia 3 mila morti e 8.858 feriti.
Nelle brigate internazionali militavano gli antifascisti di ogni partito
democratico o totalitario di sinistra di varie nazioni europee; tra i personaggi
più famosi c’erano gli italiani Nenni, Pacciardi, di Vittorio, Longo, lo slavo
Josef Broz (poi conosciuto come il maresciallo Tito), l’inglese George Orwell
(autore di ‘Omaggio alla Catalogna’, ‘1984’, ‘La Fattoria degli Animali’), il
nordamericano Ernest Hemingway (autore, tra l’altro, di ‘Per chi Suona la
Campana’), il francese André Malraux (autore di ‘La Speranza’), il pittore
messicano Alfaro Siqueiros.
Da una parte e dall’altra si uccidevano i prigionieri di guerra e i civili
d’idee contrarie. Uno dei casi più ripugnanti fu l’assassinio (ricordato da
poesie di Antonio Machado e di Pablo Neruda), da parte dei franchisti, del poeta
Federico García Lorca.
Mussolini raccomandò a Franco di non massacrare tante persone nei
fronti dove erano presenti soldati italiani, ma questi gli rispose che le leggi
erano leggi e bisognava applicarle.
In Italia moriva il premio Nobèl della letteratura Luigi Pirandello ed anche
il maggior attore comico italiano, continuatore della Commedia dell’Arte, Ettore
Petrolini: tra le sue originali locuzioni alcuni ricordano ancora: ‘Se
l’ipotiposi del sentimento personale prostergando i prologomeni della
subcoscienza fosse capace di reintegrare il proprio soggettivismo alla genesi
delle concomitanze allora io rappresenterei l’autoprasi della sintomatica
contemporanea che non sarebbe altro che la trasmificazione sopolomaniaca. Che
ben talento, eh? Ma io non ci tengo né ci tesi mai…’.
Nel 1937 moriva Guglielmo Marconi e, frutto della fantasia popolare, si
diceva che aveva inventato un raggio mortale che sterminava interi eserciti...
Si vararono le leggi demografiche: bisognava incrementare la popolazione,
ovvero far pagare tante meno tasse quanti più figli si mettevano al mondo, fino
all'esenzione totale, e si applicava anche una imposta speciale per gli
scapoli.
Si proibì la stretta di mano, sostituita dal saluto fascista.
Mussolini s’avvicinava pericolosamente sempre di più a Hitler: in aprile si
firmò il Patto d’acciaio, il 6 novembre quello anticomintern tra l’Italia, la
Germania e il Giappone.
Comunque il duce comunicò a Hitler che l’Italia non avrebbe potuto fare una
guerra prima del 1942, anno in cui pensava di inaugurare l’esposizione universale
(UR42) per attirare valuta straniera. Goering e Ribbentrop lo assicurarono che non
ci sarebbe stata la guerra prima del 1942, ma già progettavano segretamente di
attaccare la Polonia.
Hitler aumentava progressivamente la sua campagna propagandistica contro il
comunismo ricevendo appoggi economici dal capitalismo nazionale e
internazionale, Mussolini faceva altrettanto. Nel 1938 cominciò la campagna
antiebraica. Mussolini aveva affermato che in Italia non esisteva un problema
ebraico, poi ci ripensò; anche in questo campo era necessario imitare il nuovo
‘amico’ tedesco e, contro la maggioranza degli italiani, tra cui il re, il papa,
Giovanni Gentile, Benedetto Croce, Italo Balbo, il maresciallo d’Italia Emilio
de Bono, Luigi Federzoni e moltissimi altri, si vararono le leggi
antisemite [1]:
proibiti i matrimoni misti, vietato assumere donne di servizio ariane da
famiglie ebree, gli ebrei stranieri entrati in Italia dopo il 1919 furono
costretti ad andarsene, erano considerati ebrei anche i figli non ebrei di
genitori ebrei, espulsione degli ebrei da accademie, associazioni, uffici
pubblici, insegnamento e proibizione agli scolari e studenti ebrei di frequentare
le scuole pubbliche, espulsione degli ebrei dall’esercito, con eccezione dei
decorati, dei mutilati, dei figli di genitori morti in guerra e dei fascisti
della prima ora. In ogni modo tutti continuavano ad essere considerati cittadini
italiani.
Gli stranieri in generale erano tenuti in grande sospetto: bisognava chiedere un permesso
speciale per sposarne uno.
Due anni prima Mussolini aveva detto al suo biografo Emil Ludwing: ‘Razza è
un sentimento, non è una realtà’.
Si diceva che Mussolini firmava lettere di raccomandazione per amici ebrei
che cercavano scampo in Argentina. Enrico Fermi, premio Nobel della fisica, che
aveva sposato un’ebrea, se ne andò negli Stati Uniti, così pure il maestro
Arturo Toscanini che aveva definito la campagna antiebrea ‘roba da medioevo’.
Il Vaticano tentò tacitamente di opporsi aiutandoli ad espatriare.
Mussolini che a Losanna nel 1904 aveva gridato: ‘Do tempo a Dio cinque minuti
per fulminarmi. Se non lo fa vuol dire che non esiste’. Ora, come monito al
Vaticano, fa spargere la seguente voce: ‘Attenzione, la fede religiosa è in
ribasso. Nessuno crede a un Dio che s’occupa delle nostre miserie. Gratto la
crosta degli italiani e in men che non si dica li faccio tornare anticlericali’.
Si proibì l’uso del 'lei', bisognava darsi del 'tu' o del 'voi'. Vennero banditi i
barbarismi: ‘cachè’ divenne calmina, ‘maquillage’ divenne risalto, ‘hotel’
cambiò in albergo, s’italianizzarono perfino i cognomi stranieri.
Hitler cominciò a reclamare le colonie tolte alla Germania dal trattato di
Versailles. Nel mentre s’accontentava, ora con il beneplacito di Mussolini,
d’invadere e integrare l’Austria alla Germania, obbligò la Lituania a
consegnargli la città di Memel; poi, col patto di Monaco [2]
(in cui Mussolini apparve come il salvatore della pace, ma in realtà
segretamente e previamente d’accordo con il fürher), obbligò la Cecoslovacchia a
consegnargli tutti i territori dei Sudeti e, mesi dopo, anche i resti di questa
nazione furono integrati al Reich tedesco. A Praga i nazisti chiusero
definitivamente l’università, decine di migliaia di cechi furono giustiziati o
inviati ai campi di concentramento, varie migliaia fuggirono in Polonia, e
molti, da lì, in Francia.
Mussolini da parte sua reclamò alla Francia la Savoia, Nizza, Tunisi e la
Corsica, ma nel contempo occupò, quasi senza colpo ferite,
l’Albania e l’integrò al Regno d’Italia. Così Vittorio Emanuele III divenne Re
d’Italia e d’Albania e Imperatore d’Etiopia.
Moriva Gabriele d’Annunzio, il quale tra l’altro aveva risuscitato e diffuso
il saluto romano (ribattezzato saluto fascista) e il titolo di duce da
attribuirsi a Mussolini. Povero d’Annunzio, anche lui, come era successo a
Marinetti, il geniale creatore del futurismo, era già stato messo in
disparte da Mussolini. In cambio il duca d’Aosta fu nominato vicerè d’Etiopia.
Tre apparecchi S79 Savoia volarono da Roma a Rio de Janeiro, in 24 ore e
mezzo: facemmo vedere al mondo i ‘Sorci Verdi’ (così si chiamavano).
Il primo d’aprile del 1939 terminò la guerra civile spagnola con la vittoria
di Franco, salutata entusiasticamente dal nuovo papa Pio XII.
Franco faceva pubblicare nel bollettino ufficiale dello Stato il seguente
ordine: “Saluto scolastico. In ogni scuola si esibirà un’immagine della Madonna, con
preferenza dell’Immacolata (patrona della Spagna). Gli alunni, all’entrata e
all’uscita delle aule, saluteranno con la frase ‘Ave Maria purissima’ e i
professori risponderanno: ‘Senza peccato concepita’".
La maggior parte delle centinaia di migliaia di spagnoli repubblicani, che
riuscirono a fuggire, si rifugiarono in Francia e in Messico.
[1] E Trilussa non si lascia scappare l’occasione: ‘L’affare
della Razza’. ‘Ciavevo un gatto e lo chiamavo Ajò, ma, dato ch’era un nome un po’
giudio, agnedi da un prefetto amico mio pe’ domannaje se potevo o no: volevo
sta’ tranquillo, tanto più ch’ero disposto de chiamallo Ajù. –Bisognerà studià
–disse er prefetto –la vera provenienza de la madre…- -Dico: la madre è
un’angora, ma er padre era siamese e bazzicava er ghetto, er gatto mio, però,
sarebbe nato tre mesi doppo a casa der Curato. -Se veramente ciai ‘ste prove in
mano, -me rispose l’amico –se fa presto. La posizione è chiara- e detto questo
firmò una carta e me lo fece ariano. –Però, -me disse –pe’ tranquillità , è
forse mejo che lo chiami Ajà-”. (torna su)
[2] Il Corriere della Sera del 28 settembre l938 – anno XVI
(dell’Era Fascista) pubblicava: ‘La fulminea azione del Duce. Alle 18 giunge
l’eco del poderoso applauso con il quale il popolo ha salutato al suo passaggio
del Duce, nella cui automobile era il conte Ciano. L’applauso, il grido di Duce!
Duce!, sempre altissimo, ha accompagnato Mussolini, che, giunto dinanzi alla
pensilina, scende sveltamente dalla vettura. I ministri e le altre autorità e
personalità salutano il Capo e gli si fanno attorno, acclamandolo. Il Duce,
sereno nella sua maschia figura risponde al saluto alzando il braccio…’. (torna
su)
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