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In primavera viene il bello, in Grecia e in Jugoslavia
“Fra poco sarà primavera, e come vuole la stagione, la nostra stagione, verrà il
bello. Vi dico che verrà il bello e verrà in ognuno dei quattro punti
cardinali!” Comunicò Mussolini al popolo italiano nel suo discorso del febbraio
del 1941. E aggiunse: “Noi non siamo in guerra da otto mesi, in realtà siamo in
guerra dal 1922: cioè dal giorno in cui alzammo contro il mondo
massonico-democratico-capitalistico la bandiera della nostra Rivoluzione…
…Lasciatemi dire, ora, che quanto accade negli Stati Uniti è una delle più
colossali mistificazioni che la storia ricordi. Una illusione e una menzogna
stanno alle basi dell’interventismo americano: illusione che gli Stati Uniti
siano ancora una democrazia, mentre sono di fatto una oligarchia
politico-finanziaria dominata dall’ebraismo attraverso una forma personale di
dittatura: menzogna che le potenze dell’Asse vogliano attaccare l’America, dopo
la Gran Bretagna…”.
Infatti a primavera venne il ‘bello’, ma i belli furono i tedeschi che, per
liquidare il problema greco, nel cui territorio era giunto un corpo di
spedizione australiano-neozelandese, attraversarono l’Ungheria, la Romania e la
Bulgaria e invasero la Grecia, superando facilmente le scarse truppe che
restavano in Tracia e in Macedonia, eliminarono ciò che restava dell’esercito
greco, dopo tanti mesi di lotta contro gli italiani, e costrinsero inoltre a
fuggire, imbarcatosi precipitosamente, il corpo australiano-neozelandese di 45
mila uomini, che lasciarono 8 mila prigionieri e 30 mila dispersi.
Ma non fu tutto: quando le truppe italiane raggiunsero la vecchia frontiera
greco-albanese, si trovarono, all’imbocco del tristemente famoso ponte di
Perati, truppe tedesche che sbarrarono loro il passo…
Ma Mussolini non lo disse nel suo discorso dell’11 giugno.
‘Il Messaggero’ riportò in prima pagina: “Solenne adunanza della Camera dei
Fasci e delle Corporazioni. Il grande discorso del Duce. Il primo annuale della
guerra e la certezza orgogliosa e dogmatica della vittoria. L’Impero bagnato dal
nostro sangue sarà riconquistato dalle nostre armi. L’occupazione di Atene e di
gran parte della Grecia, spazio vitale italiano. Imponenti manifestazioni
salutano la parola del Condottiero”.
Dopo aver fatto un riassunto della campagna di Grecia e le ragioni per le quali
fummo costretti a farla, il tutto ‘a modo suo’ e in versione per il popolo,
aggiunse: “… iniziare una campagna alla fine d’ottobre imponeva uno sforzo
logistico poderoso, mentre le truppe andavano incontro ai gravi disagi della
stagione. Quelli sopportati con disciplina che potrebbe dirsi stoica dai reparti
italiani nei mesi di novembre, dicembre, gennaio, febbraio furono eccezionali.
Accanto a questi elementi negativi, l’inizio delle operazioni alla soglia
dell’inverno presentava tuttavia due vantaggi: le notti lunghe che
facilitavano la navigazione dei convogli e ne aumentavano i coefficienti di
sicurezza, e la preservazione della malaria. Non saremmo sfuggiti a questo, che è
un vero e proprio flagello del litorale albanese, se avessimo dovuto iniziare la
campagna a primavera inoltrata… …il comandante superiore delle forze in Albania,
generale Visconti Prasca, riteneva che la campagna dell’Epiro avrebbe avuto uno
svolgimento favorevole e rapido. Il suo piano, che fu approvato dagli Stati
Maggiori di Roma e da me, era logico e convincente…”.
Quante menzogne ci dovemmo sorbire in silenzio! Logicamente il duce non accennò
alle migliaia di congelamenti, né alle istallazioni portuali albanesi che
praticamente non esistevano, né alla stupidamente non prevista reazione greca,
né alla sua sicura manovra d’aggiramento, che sarebbe partita dalla Macedonia,
né che nella primavera seguente sarebbe apparsa, in ogni modo, la malaria.
E continuò: “Quando ai primi di marzo mi recai in Albania, sentii nell’aria il
preludio della vittoria…”. (Solamente nell’aria che spirava dalla Germania, dato
che l’attacco italiano comandato dal generale Cavallero in suo onore, per
ottenere una vittoria prima dell’arrivo dei carri armati tedeschi, fu un
autentico insuccesso che s’infranse contro le difese greche).
E con una buona dose di ‘vanagloria’ continuò: “Se la mia visita costituiva un
premio per le truppe d’Albania, esse lo avevano ampliamente meritato…”. E
terminò, riferendosi all’Inghilterra: “Io credo fermamente, credo che in questa
immane battaglia fra l’oro e il sangue, l’Iddio giusto che vive nell’anima dei
popoli giovani, ha scelto. Vinceremo!”. (Fummo così obbligati a credere che
l’altro Iddio, quello ingiusto, faceva il tifo per l’Inghilterra).
L’unica soddisfazione che ebbero i nostri soldati fu che, dopo qualche
settimana, la maggioranza dei greci che era filo-tedesca cominciò a odiarli per
la loro brutalità e mancanza dei più elementari principi e sentimenti umanitari,
mentre quella che era stata anti-italiana, cominciò ad apprezzare la generosità
e l’umanità dei soldati italiani, che facevano di tutto per sfamare la massa
della popolazione che moriva letteralmente di fame, ed anche del governo italiano
che inviava continuamente alimenti da distribuire (e malgrado ciò 300 mila greci
morirono d’inedia sotto l’occupazione).
In primavera ci fu un colpo di stato in Jugoslavia, cadde il governo
filo-tedesco e prese il potere un governo filo-inglese. La vendetta di Hitler fu
immediata: Belgrado fu distrutta da bombardamenti aerei (30 mila morti tra la
popolazione civile), mentre truppe tedesche ne iniziarono l’invasione penetrando
dall’Austria, Ungheria, Romania e Bulgaria, e truppe italiane dalla Venezia
Giulia, da Zara e dall’Albania. L’esercito jugoslavo sparì in un batter
d’occhio, ma cominciò una lunga e feroce lotta contro gli invasori da parte dei
partigiani di varie tendenze politiche, che si scannavano reciprocamente, ma
quelle comuniste, sotto il comando del maresciallo Tito, riuscirono a poco a
poco ad avere il sopravvento sulle altre.
Già Hitler e Mussolini cominciarono a ‘fare i conti senza gli osti’: la
Jugoslavia spariva come nazione, la Dalmazia, parte della Slovenia e il
Montenegro spettavano all’Italia, la Ciamuria greca e il Cossovo jugoslavo
all’Albania, isole greche dello Jonio all’Italia, la Croazia divenne un regno
indipendente con un re italiano della casa d’Aosta, che si guardò bene di
prenderne possesso, parte della Slovenia andava alla Germania, una fetta
jugoslava all’Ungheria, e alla Bulgaria la Macedonia e la Tracia greche e il
resto della Macedonia jugoslava, mentre si restaurava la Serbia, ma sotto
protettorato tedesco.
In realtà era la Germania che direttamente o indirettamente avrebbe dominato
i Balcani, non solo, ma dopo la guerra si seppe che pensava d’impossessarsi di
Suez e della maggior parte delle colonie del nord Africa francese; sicché
l’Italia avrebbe aumentato i suoi possessi, ma sarebbe stata circondata e
‘soffocata’ dai tedeschi sia nei Balcani, sia nel Mediterraneo.
Non lo capì Mussolini? Ed anche se lo avesse capito, che cosa avrebbe potuto
fare?
Non gli restava altro che far ‘bella faccia a cattivo gioco’ e lo fece fino
all’ultimo, pur sapendo che, come vedremo, i tedeschi si sarebbero presi anche
la Venezia Giulia e quella Tridentina.
Così, mentre le forze armate italiane d’occupazione si sparpagliavano e
s’estendevano fuori d’Italia, i tedeschi cominciarono una penetrazione armata in
Italia, impossessandosi di posizioni chiave, alle quali corrispose una
spoliazione economica.
“I tedeschi – disse Mussolini a Ciano – riconoscono sulla carta i nostri diritti
in Croazia, ma in pratica si prendono tutto e a noi lasciano un mucchietto
d’ossa. Sono canaglie in male fede e vi dico che così non può durare”. Ma
disgraziatamente continuò a durare.
E continuava: “… i nostri lavoratori in Germania, se colpevoli delle più lievi
mancanze, oltre alle legnate che subiscono vengono aizzati contro di loro grossi
cani da pastore che li azzannano alle gambe … …personalmente ne ho le tasche
piene di Hitler e del suo modo di fare… … ed ormai mi pongo seriamente il quesito
se, per il nostro futuro, non è più auspicabile una vittoria inglese che una
vittoria tedesca”.
Hitler intanto continuava a rivolgere al suo popolo i soliti discorsi,
presentandosi al mondo come: “… il rappresentante dei popoli diseredati contro
quelli privilegiati. Le democrazie governate dal capitalismo vantano una libertà
che, in realtà, è soltanto quella di fare grossi affari senza alcun riguardo per
gli interessi del popolo e per quelli dello Stato”.
Poi c’era ancora il grosso problema insoluto, ma risolto, a grandi linee, solo
nella mente di Hitler, del destino dell’Europa occidentale e dell’Impero
inglese.
Sembra che già avesse deciso d’integrare nel Reich tedesco l’Olanda e forse anche
la Danimarca, oltre al Lussemburgo, Alsazia e Lorena. Quindi la Francia
avrebbe ceduto all’Italia la Corsica, Nizza e la Savoia; e nella Francia del
nord-est si sarebbe formata una nazione, sotto protettorato tedesco, che avrebbe
compreso il Belgio di lingua francese, l’Artois e la Piccardia. Poi ci sarebbe
stato il problema russo, ma per il momento, data la loro ‘reciproca amicizia’,
restava in sospeso. Tuttavia non bisogna dimenticare che Hitler, nel suo famoso
libro “La Mia Lotta”, aveva già deciso da molto tempo d’incorporare alla Germania
i tre stati baltici, l’Ucraina, la Russia Bianca e i territori petroliferi del
Caucaso.
Ad un certo punto Hitler s’infastidì a causa del tentennante comportamento di
Franco e decise di lasciare la Spagna al suo destino, il suo intervento non
gl’interessava più.
Allora Franco s’offese: “Dear Führer, I want to dispel with them all shadows of
doubt and declare that I stand ready at your side, entirely and decidedly at
your disposal, united in a common historical destiny, desertion from which would
mean my suicide and that of the cause which I have led and represent in Spain”.
Però insisteva che voleva come bottino parte del Nordafrica francese. Ma Hitler
non glielo poteva dare, perché avrebbe causato problemi con la Francia
‘collaborazionista’ di Vichy, dato che il governo Petain-Laval aveva
‘abbracciato’ la causa nazista e stava per accettare il suo ‘invito-quasi
ordine’ di dichiarare la guerra all’Inghilterra.
Tra il marzo e l’aprile del 1941 gli Stati Uniti firmarono ‘La Carta Atlantica’,
vararono la legge ‘affitti e prestiti’ in sostituzione di quella di ‘cash and
carry’, entrambe in funzione anti-Asse e di aiuto all’Inghilterra, mentre
occuparono militarmente la Groenlandia, e spedirono agli inglesi 200 carri
armati e 2.132 aerei. In giugno chiusero tutti i consolati italiani e tedeschi
nel loro territorio e in luglio congelarono i beni giapponesi.
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