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Il ‘secondo tempo’ del conflitto in Africa settentrionale
Il 14 febbraio del 1941 arrivò in Africa settentrionale il generale tedesco
Erwin Rommel con la sua Afrika Korps, che comprendeva la 15ª e la 21ª divisioni
corazzate e la 1ª motorizzata, più tardi giunse la 164ª motorizzata, con carri
armati Mark IV e cannoni da 75 mm., aerei Ju 88 e 88 da picchiata, di stanza
in Sicilia.
La guerra parallela, che Mussolini si era illuso di poter fare e continuare per
conto suo, era definitivamente tramontata. Ci si ridusse, negli scarsi limiti
consentiti e possibili, a dare una mano ai tedeschi a fare la loro guerra, dove
quando e come volevano loro. Non mancarono certo attriti, incomprensioni,
polemiche e drastici cambi nei comandi.
Sicuramente Rommel era un generale che ‘sapeva i fatti suoi’, meticoloso in
quanto all’organizzazione, alla preparazione delle sue truppe, all’utilizzazione
dei mezzi meccanici e, soprattutto, un vero capo energico che sempre si trovava
tra i suoi uomini in prima linea. Insomma aveva conquistato i suoi galloni per i
suoi meriti militari, durante la campagna di Francia, e non per nepotismi,
raccomandazioni o meriti politici, come generalmente succedeva in Italia.
Il generale Gariboldi (a novembre sostituito da Bastico) fu nominato governatore
e comandante superiore delle forze armate in Libia, e il generale Gambara il suo
capo di stato maggiore, ma Rommel fu l’effettivo comandante di tutte le truppe
italo-tedesche combattenti.
Questi disse subito a Bastico che il soldato italiano era sobrio, disciplinato,
abile nei lavori di fortificazioni, sapeva difendersi bene quando era attaccato,
ma non era sufficientemente addestrato, pessimamente armato e conseguentemente
non era tenace negli attacchi.
Della maggioranza dei generali di divisione e degli ufficiali superiori aveva
un’opinione abbastanza soddisfacente.
Il 24 marzo Rommel decise d’attaccare con una divisione corazzata tedesca e due
italiane, su due colonne, una lungo la costa e l’altra nell’interno in pieno
deserto.
La 1ª divisione inglese, per evitare l’accerchiamento, fuggì precipitosamente a
costo di gravi perdite, come scrisse un ufficiale tedesco: ‘the british fled
madly over the desert in one of the most extraordinary rout of the war’.
Il cannone tedesco da 88 mm. fece strage dei carri armati inglesi Matilda, che
poi furono sostituiti dai carri leggeri Stuart Mk1 (Honey) e dai Mk 3 (Valentine),
entrambi americani.
Il generale Neame, nuovo comandante dell’VIII armata inglese e O’Connor il
precedente comandante, il vincitore di Graziani, furono catturati mentre
fuggivano.
Gli inglesi batterono il record di velocità, percorrendo in fuga 120 chilometri
in dodici giorni.
La divisione Brescia, appiedata, raggiunse Derna, mentre diverse brigate
inglesi, australiane, neozelandesi e polacche si rinchiudevano nella piazzaforte
di Tobruk, continuamente rifornite dalla flotta britannica e appoggiate
dall’aviazione.
Le truppe dell’asse, liberata Bengasi il 3 aprile, giunsero a Gazala, a una
settantina di chilometri da Tobruk, dove restarono fino a maggio, non avendo né
truppe né copertura aerea sufficienti, mentre l’VIII armata inglese aveva
formato una linea di difesa, protetta da campi minati, da Gazala, sulla costa,
fino a bir Hacheim, nell’interno.
Rommel ricevette rinforzi considerevoli: l’Africa Korps contava 105 carri
armati medi e 51 leggeri (salvo i 19 Mark III, tutti gli altri erano superati
per armamento e corazzatura); l’armata italiana era formata da cinque divisioni
con 60 carri armati leggeri di scarso valore; gli inglesi della 1ª divisione
corazzata ne avevano 167 (Grant americani). Vicino a Tobruk si trovava la 4ª
divisione indiana, la 7ª a Tobruk e nella zona di frontiera la 22ª divisione
sudafricana, la 2ª neozelandese e la 70ª britannica.
Il 26 maggio Rommel ordinò alle truppe italiane di tener a bada la 1ª divisione
sudafricana schierata sulla costa, mentre egli attaccava con le forze mobili
italo-tedesche (tra cui l’Ariete) le truppe francesi a Bir Hacheim,
scavalcandole e puntando su Tobruk, nel tentativo di circondare l’intera linea
difensiva inglese di Gazala.
Durante i primi giorni di giugno la battaglia si frammentò in vari episodi, tra
cui la distruzione della 7ª divisione corazzata, finché gli inglesi
sconfitti e in piena dissoluzione dovettero abbandonare la Cirenaica, lasciando
nelle mani italo-tedesche più di 80 mila uomini. Ma ricevuti rinforzi dalla
Palestina, dall’Africa dell’est, dall’Inghilterra e dall’India, il generale Wavell respinse gli attacchi di Rommel e il 15 giugno contrattaccò cercando
inutilmente di congiungersi con la guarnigione di Tobruk, perdendo 249 carri
armati e 42 aerei.
Ancora spavaldamente sicura della sua superiorità schiacciante, l’VIII armata
inglese attaccò le difese italo-tedesche della frontiera cirenaica, ma al
principio subì un altro tremendo scacco.
Rommel, che stava attaccando Tobruk, non credette alle segnalazioni del S.I.M.
(servizio d’informazioni italiano) e confidò di più in quelle errate del servizio
tedesco, trovandosi così di fronte all’attacco massiccio inglese.
Un secondo tentativo nemico di puntare su Tobruk, per liberare gli assediati, si
trasformò in una battaglia tra carri armati, che per poco non gli costò
l’annientamento. La 4a brigata corazzata inglese fu quasi interamente distrutta
e il suo comandante fatto prigioniero. I carri armati tedeschi Mark IV si
dimostrarono ancora nettamente superiori a quelli anglo-americani.
In ogni modo Rommel continuò a credere che si trattasse solo di una ricognizione
offensiva e non volle ascoltare il consiglio di Bastico di creare a sua volta
una linea difensiva arretrata.
In luglio Wavell fu sostituito da Auchinleck che ricevette altri rinforzi
dall’Inghilterra e dall’India e mezzi ed armi dagli Stati Uniti.
Malgrado gli enormi sforzi della marina italiana, Rommel riceveva aiuti col
contagocce, dato che un terzo delle navi che facevano la spola tra l’Italia e
l’Africa, veniva affondata dalle navi di superficie, dai sottomarini e dagli
aerei inglesi.
Un terzo ed irruente tentativo inglese, aggirata la divisione Savona sul confine
cirenaico, proseguì seguendo tre diverse direzioni. 150 carri armati trovarono
il cammino sbarrato dai bersaglieri che ne fecero fuori una ventina, ma il resto
riprese l’avanzata verso Tobruk; altri 158 carri Valentine si scontrarono con
l’Ariete, e cercarono d’interrompere i rifornimenti per Rommel, infine altri
163 cruiser puntarono sull’aeroporto di Tobruk, le cui truppe accerchiate
ricevettero l’ordine di tentare di rompere l’assedio attaccando con i loro 149
carri armati, di cui 70 Matilda.
La 4ª brigata, con 165 carri americani ‘general Stuart’, restò di rinforzo sul
confine, insieme a un’altra divisione corazzata, una divisione di fanteria
sudafricana, un gruppo di sostegno con 36 cannoni e la brigata Guardie.
Con abili manovre Rommel riuscì a sconfiggere l’attacco di 150 cruiser, dei quali
solo dodici riuscirono a fuggire indenni, ed a sbarrare il passo ai difensori di
Tobruk, mentre l’Ariete catturava 200 automezzi.
Durante la notte del 19 novembre i tedeschi riuscirono a circondare la 4ª
brigata inglese e a distruggerla. In totale, dei 486 carri armati inglesi che
partirono all’offensiva ne restarono solo 55. Il 23 terminò la battaglia con la
fuga precipitosa degli inglesi, inseguiti da due divisioni tedesche e
dall’Ariete.
Tra il 5 e il 7 dicembre i giovani fascisti, malgrado il loro deficiente
armamento, e il mancato appoggio delle forze dell’irreperibile generale Gambara,
che inutilmente si cercò di localizzare, si coprirono di gloria a Bir-el-Gobi.
Rommel credette di aver sbaragliato al completo le forze inglesi, ma queste in
realtà
si stavano riorganizzando sul confine libico-egiziano, mentre alcuni reparti
erano riusciti a congiungersi con gli assediati di Tobruk (in parte grazie anche al
mancato appoggio delle divisioni italiane, a causa dell’eccessivo ritardo di Gambara nel comunicare gli ordini ricevuti), e obbligarono
Rommel a ripiegare su Ain-el-Gazala, dove Bastico aveva organizzato una linea di difesa nella quale le
divisioni Pavia, Trento e Ariete fermarono gli inglesi.
Contro il parere del generale Kesselring, comandante tedesco dello scacchiere
Mediterraneo, e dello stato maggiore italiano, Rommel volle ritirarsi
abbandonando tutta la Cirenaica: scoraggiato, voleva abbandonare la
Tripolitania e passare in Tunisia. Poi si rianimò quando ad Agedabia sconfisse
la brigata Guardie che lo seguiva, distruggendole 136 carri armati ed autoblinde.
Ma gli inglesi contrattaccarono con sette divisioni, 724 carri armati, più 200
di riserva, 1100 aerei. Rommel che aveva 414 carri armati (di cui 154
italiani) e 320 aerei (di cui 200 italiani) fu costretto a ritirarsi, ripiegando
sulla linea Ain-el-Gazara, difesa dalle truppe italiane, e il 25 dicembre
su el Agheila.
Ma un fatto importante s’era registrato, come vedremo, nel novembre del 1941, e
consistette nell’entrata in guerra del Giappone contro gli Stati Uniti e
l’Inghilterra, seguita dalle dichiarazioni di guerra della Germania e
dell’Italia agli Stati Uniti.
‘L’America non ci fa paura’ ci disse il duce: ‘Molti nemici, molto onore’.
Intanto importanti successi si ebbero nel Mediterraneo per opera dei mezzi
d’assalto della marina italiana: a Gibilterra s’affondarono cinque piroscafi e
ad Alessandria d’Egitto furono gravemente danneggiate le corazzate ‘Valiant’ e
‘Queen Elizabeth’.
Frequenti erano i conflitti verbali tra Rommel e i generali Bastico e Gambara.
Nel gennaio del 1942 Rommel era tornato nuovamente a Mersa-el-Brega, da dove era
partito e, nello stesso mese, ricevette i primi rinforzi, tra i quali 55 carri
armati.
Come già aveva precedentemente fatto, senza perder tempo, e anche contro il
volere di Cavallero e dello stato maggiore italiano, dette subito l’ordine
d’attacco ai 130 carri armati tedeschi e ai 90 M.13 italiani (che gli inglesi
chiamavano ‘le casse da morto mobili’): il 28 gennaio era a Bengasi, dove
catturò una intera brigata indiana e una grande quantità di armi, munizioni,
benzina e mezzi meccanici.
Gli inglesi si ritirarono in disordine cercando di fortificarsi nella zona di
Tobruk; e le operazioni militari entrarono in una fase statica fino a metà
maggio.
Ottenuto il ‘visto buono’, da Mussolini e da Hitler, Rommel attaccò il 26
maggio, sicuro di poter giungere al confine con l’Egitto aggirando le
fortificazioni nemiche, ma si trovò di fronte a un’accanita quanto insperata
resistenza inglese.
La sua 90ª divisione e l’Ariete riuscirono a espugnare le fortificazioni di Bir
Acheim, difese ancora strenuamente dai francesi degaullisti e, dopo scontri con
alterne vicende, gli inglesi ripiegarono verso il confine, lasciando una forte
guarnigione di 33 mila uomini a Tobruk (la 2ª divisione sudafricana, l’11ª
brigata indiana, la 201ª brigata Guardie, la 32ª brigata carri armati, il 268º
reggimento dell’artiglieria Reale), che venne circondata il 18 giugno dalle
divisioni 21ª e 15ª panzer e dalle nostre Ariete e Trieste (è da notare che le
divisioni inglesi avevano 16 mila uomini, quelle italo-tedesche 7.500).
(Come vedremo, il 22 giugno la Germania dichiarò guerra alla Russia).
Rommel attaccò Tobruk inaspettatamente e in poco più di due giorni l’espugnò,
catturando 25 mila soldati, sette generali, un enorme bottino di mezzi meccanici
ed armi, di derrate, rifornimenti per 30 mila uomini durante tre mesi e 10 mila
m3 di benzina.
A chi toccò tutto il bottino? Non certo agli italiani, come ci dice il
generale Giuseppe Mancinelli nel suo libro ‘Dal fronte dell’Africa
Settentrionale’: ‘I tedeschi, rigidi esecutori di ferree consegne, impedivano a
chicchessia di avvicinarsi al bottino. Con le loro apposite compagnie di
ricupero, che procedevano con le truppe di prima linea per riconoscere e
prendere immediatamente in consegna i materiali utilizzabili sottraendoli
soprattutto alle rivendicazioni dell’alleato italiano’.
Le proteste del comando italiano restarono senza seguito.
Quali fossero le relazioni dei soldati italiani e tedeschi, ce lo dice ancora il
generale Mancinelli: ‘C’era una netta distinzione tra prima linea e retrovie…
…cordiale cameratismo nella zona di combattimento, mentre una mal contenuta
avversione dominava nelle retrovie dove, invero, più spesso venivano in luce la
congenita ruvidezza e la prepotenza germanica’.
Anche i giudizi di Rommel sul soldato italiano variavano secondo le circostanze
del momento, favorevoli o sfavorevoli per i tedeschi:
‘Giocava anche un ruolo importante la preoccupazione di sostenere, di fronte
alla storia, il mito dell’invincibilità tedesca che richiedeva di attribuire
ogni insuccesso, anche parziale, all’inferiorità dell’alleato. Entro questa
visione campanilistica, per l’onore italiano, c’era soltanto posto nella fase
favorevole degli avvenimenti; nella fase sfavorevole doveva ricadere su di loro
la responsabilità dell’insuccesso’. D’altronde è questa un’abitudine tedesca: le
memorie di Ludendorff, sulla Grande Guerra, segnalano come colpevoli di ogni
insuccesso i loro cari cugini ed alleati austriaci.
Intanto: ‘Inside Tobruk, the defence was disintegrating in scenes of apocalyptic
confusion and doom’ - scrisse Correlli Barnet nel suo libro ‘Desert Generals’, e
il 21 il generale inglese Klopper fece issare la bandiera bianca sul suo
quartiere generale.
***
I punti di vista di Rommel spesso non coincidevano con quelli dei generali
Bastico e Gambara, poiché egli credeva di più al suo intuito e alla sua superbia che
non alle segnalazioni accertate del S.I.M., e voleva sempre agire di testa sua,
mentre il comando supremo italiano consigliava più cautela e voleva analizzare
bene i piani prima d’attuarli.
Hitler desiderava che Kesselring prendesse il controllo anche sulla marina e
l’aeronautica italiane, Cavallero s’oppose nettamente, in ogni modo continuò una
certa collaborazione.
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