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La disfatta italo-tedesca in Africa
Dopo più d’un anno e mezzo di pensamenti e ripensamenti si accelerò la
preparazione per uno sbarco a Malta, necessario per eliminare questa base aeronavale
che causava molte perdite al traffico marittimo italo-tedesco per
l’Africa.
Ma
Hitler convinse Mussolini a lasciar in sospeso il problema maltese e di
permettere a Rommel di proseguire la sua avanzata oltre il confine ‘strappando
l’Egitto all’Inghilterra’.
Non solo il duce acconsentì, ma volle andare in Libia, fece cercare un cavallo
bianco, e aspettò il momento giusto per montarlo ed entrare trionfalmente ad
Alessandria brandendo la spada dell’Islam.
Il 24 giugno Rommel era a Sidi-el-Barrani, avendo percorso 160 chilometri in 24
ore, quindi giunse nella zona di Marsa Matruk con 160 carri armati tedeschi e 70
italiani. Gli inglesi ebbero nuovi rinforzi di uomini e mezzi, 159 carri armati
cruiser, tra cui 60 Grant ed 80 ‘I’.
Rommel diede l’ordine d’attacco incuneandosi tra la 1ª divisione inglese e la
10ª indiana, cercando di avvolgerle contemporaneamente. Entrambe le divisioni
ebbero gravi perdite, in parte furono evacuate via mare, il resto si ritirò in
tempo fuggendo verso est, verso El Alamein, a ottanta chilometri da Alessandria
d’Egitto, dove il comandante in capo, il generale Auchinleck, aveva già dato
ordini di fortificare la zona, che era una specie di collo di bottiglia nel
quale avrebbe intrappolato Rommel, costretto a combattere frontalmente (come
durante la I Guerra Mondiale), senza possibilità d’aggiramenti, in una
stretta relativamente angusta tra il mare e l’invalicabile depressione di Al
Qattara.
Il generale Montgomery, nuovo comandante delle truppe inglesi, era proprio lì,
dove voleva sbarrargli definitivamente il cammino e sconfiggerlo.
Durante i mesi di luglio e agosto si ebbero attacchi e contrattacchi con perdite
di uomini e di mezzi, senza nessun risultato importante.
Successe a Rommel quello che accadde a tutti i grandi condottieri, geniali
innovatori di strategie e di tattiche militari, i quali riescono ad avere uno
strepitoso successo nelle prime battaglie, ma poi il nemico impara la lezione,
trova la maniera di controbatterli, impedisce l’applicazione delle loro
tattiche, o le imita, e finisce per averne ragione.
Nel caso di El Alamein esistevano anche altri fattori determinanti: la
schiacciante superiorità inglese in uomini, armi, materiali, aerei e navi,
l’allungamento delle linee logistiche di Rommel e l’accorciamento di quelle di
Montgomery, lo scarso affluire di rifornimenti alle truppe italo-tedesche, mentre
gli inglesi ne ricevevano continuamente in gran quantità.
Ad El Alamein erano schierati 104 mila italo-tedeschi (50 mila e 54 mila
rispettivamente), contro 220 mila inglesi ed alleati.
510 carri armati (211 tedeschi e 299 M13 italiani, tra i quali anche i nuovi
semoventi 75/18, gli inglesi ne avevano 1.500 (Grant, Sherman, Stuart, Crusader
e Valentine); autoblinde inglesi 500, italo-tedesche 30; 1.219 cannoni (una metà
italiani) contro i 2.311 inglesi; 150 aerei tedeschi utili e 200 italiani,
contro i 750 inglesi.
Nel settore nord, dalla costa a Deir Umm Kavabir, c’era il XXI corpo: divisioni
Trento e Bologna, divisione 164ª tedesca.
Settore centrale, fino a Deir el Manassib, il X corpo: divisioni Trieste e
Brescia, divisione 90ª leggera e raggruppamento Ramke, tedesche.
Settore sud fino a Qaret el Himeimat, XX corpo: divisioni Ariete, Littorio e
Folgore, più un gruppo esplorante tedesco.
Le riserve erano collocate dietro il XX e il XXI corpo.
In ottobre, dopo vari attacchi, contrattacchi e scontri senza successo, Rommel
si rese conto che la battaglia era perduta, ma invece di ritirarsi, come forse
avrebbe dovuto fare molto prima, secondo le critiche posteriori, continuò a
resistere disperatamente.
***
L’8 novembre del 1942, gli anglo-americani erano sbarcati in Algeria e in
Marocco, in qualche parte contrastati, per breve tempo, dalle truppe francesi: ci
furono morti, feriti e prigionieri, poi, grazie all’intervento di due generali
francesi, Darlan (poi assassinato misteriosamente) e Giraud, che gli americani
avevano aiutato a fuggire dalla Francia, illudendosi che avrebbero dato a
lui il comando di tutte le forze alleate in Nordafrica, la situazione migliorò.
De Gaulle fu tenuto
all’oscuro: Roosevelt non lo poteva vedere, lo considerava una prima donna e un
gran impiccio, solo Churchill a volte faceva il
possibile per mediare tra i due.
Darlan e Giraud erano filoamericani e non tardarono a convincere gli ufficiali
francesi del Marocco e dell’Algeria d’interrompere gli scontri e di passare
dalla parte degli alleati.
Questi fatti imbestialirono Hitler che mise fine al governo di Vichy,
imprigionandone i suoi membri; dette l’ordine di occupare il resto della Francia
e d’impadronirsi della flotta francese, che si autoaffondò a Tolone, prima di
cadere in mano tedesca.
Nello stesso mese truppe italiane sbarcarono in Corsica e truppe italo-tedesche
in Tunisia.
***
Dopo i bombardamenti provenienti da più di mille cannoni e dalla RAF (forza aerea reale), già
padrona dei cieli, Montgomery lanciò al centro dello schieramento italo-tedesco
la 2a divisione neozelandese e la 9ª brigata corazzata. Ma fu solo
un attacco limitato, dato che sulla loro scia
apparvero le tre divisioni corazzate del X corpo d’armata inglese, che ruppero
definitivamente il fronte.
Il 2 dicembre Rommel dette l’ordine di ritirata, ma gli giunse un messaggio di
Hitler che gli ordinava di combattere fino all’ultimo uomo e all’ultima cartuccia:
‘Nonostante la sua superiorità il nemico sarà al termine delle sue forze. Non è
la prima volta nella storia che la ferrea volontà ha il sopravvento sui
battaglioni più forti. Alle sue truppe non resta altra via che la vittoria o la morte’.
Cosicché nel mezzo di una gran confusione a causa di ordini e contrordini e di
comunicazioni che mai giunsero ai reparti più lontani, si riaccese qua e là la
battaglia, come volevano Hitler e Mussolini (questi già se n'era tornato in
Italia, lasciando a Tripoli il cavallo bianco).
Rommel scrisse nelle sue memorie: ‘A sud-est ed a sud del comando si scorgevano
grandi nuvole di polvere. Là si svolgeva la lotta disperata fra i piccoli e
cattivi carri italiani del XX corpo contro circa cento carri britannici pesanti
che avevano avviluppato gli italiani sul loro fianco destro. Un carro dopo
l’altro saltarono in aria e bruciarono, mentre un fuoco intenso d’artiglieria
britannica si riversava sulle posizioni della fanteria e dell’artiglieria
italiane. Verso le 15 e 30 fu lanciato l’ultimo messaggio radio dell’Ariete:
‘Carri nemici penetrati a sud dell’Ariete, conseguentemente siamo circondati,
l’Ariete continua a combattere’. A sera il XX corpo, dopo eroica lotta, era
stato annientato. Con l’Ariete noi perdemmo il nostro più vecchio camerata
italiano, dal quale avevamo sempre preteso di più di quanto fosse in grado di
dare con il suo pessimo armamento’ (1)
Il XXI corpo d’armata italiano fu abbandonato in pieno deserto e quindi
annientato, mentre Rommel, già autorizzato da Kesselring, riuniva i suoi uomini,
che s’impossessarono con le buone, ma soprattutto con le cattive, degli
automezzi italiani, e iniziò il 4 novembre la lunga ritirata. Le divisioni
Brescia, Pavia, Bologna, Trento, Folgore, Littorio e Ariete non esistevano più.
Dopo aver studiato e poi scartato la possibilità di una difesa sulla linea di El
Agheila, fu presa la decisione d’abbandonare anche tutta la Tripolitania e di
passare in Tunisia. Erano giunte dall’Italia le divisioni Centauro (corazzata),
Pistoia, La Spezia e Trieste.
Il 19 gennaio del 1943 s’abbandonò Homs, il 22 Tripoli, il 3 febbraio l’ultimo
lembo della Libia. Grazie al duce anche l’ultima colonia italiana s’era
definitivamente perduta.
Nella lapide del sacrario dei caduti italiani ad El Alamein si legge: ‘Fratelli,
mancò la fortuna non il valore’. Vi lasciammo 7 mila morti.
(Dopo la guerra circolò la voce che in Africa Settentrionale arrivava la benzina
con acqua, chi diceva che qualcuno la rubava, chi invece incolpava il
disfattismo di ‘certe alte sfere’. Realmente non si seppe mai la verità).
[1] Dal libro di Paolo Caccia Dominioni ‘Alamein’: “…scendono da una vettura
tre prigionieri italiani, un generale e due colonnelli, portano l’uniforme della
Folgore: sono Frattini, comandante, Bignami vice comandante e Boffa comandante
l’artiglieria paracadutista. Si avvicina un interprete: “Lei è il comandante
della Folgore? Un generale inglese desidera salutarla”.
Si presenta il generale Hugues, della 44ª , la divisione che nell’attacco alla
Folgore ha subito lo smacco principale. I tre italiani e l’inglese, ritti e
impalati, si salutano. L’inglese accenna a tendere la mano. Frattini è immobile.
La mano inglese si ritrae.
“Si era sparsa la voce – dice Hugues –che il comandante della Forgore fosse
caduto. Ho saputo che non era vero e voglio dire che ne sono contento”.
Frattini: “Grazie”.
E l’inglese: “volevo dire che che nella mia lunga vita militare mai avevo
incontrato soldati come quelli della Folgore”. Frattini: “ Grazie”. La
conversazione è finita. Le mani risalgono nel saluto e il gruppo si separa’.
Dei 5 mila paracadutisti che erano usciti dal centro di Tarquinia quattro mesi
prima, restavano solamente 32 ufficiali e 262 soldati, molti dei quali feriti.
Prima d’arrendersi avevano sparato fino all’ultima cartuccia e lanciato le
ultime bombe a mano. (torna su)
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