Il 3 dicembre del 1942 appariva su ‘Il Messaggero’: “Alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni – Il Duce in un grande discorso fa il consuntivo dei primi trenta mesi di guerra – Non vi è il minimo dubbio che in questa gigantesca partita che deve creare la nuova Europa e stabilire i confini fra Europa e Asia, la vittoria decisiva e definitiva, non può che arridere alle armi dell’Asse”. (Guicciardini aveva ammonito: “Nelle guerre con c’è peggior nemico di chi le comincia con la sicurezza di vincerle”).
E il duce parlò, sempre a modo suo, di un po’ di tutto, per un pubblico che non poteva ribattere né criticare: affermò che lui sapeva che la Russia era un osso duro da mordere, ma i tedeschi e il nostro ARMIR avevano superato la prova d’un durissimo inverno, e che il soldato tedesco si era dimostrato superiore e che i territori con le risorse catturate ci faceva vedere il futuro con maggior fiducia.
Quindi passò a scagliarsi contro Roosevelt: “Se vi è un uomo nel mondo che ha
voluto diabolicamente la guerra, quest’uomo è il Presidente degli Stati Uniti
d’America. Le provocazioni che egli ci ha inflitto, le misure che egli ha preso
contro di noi, l’opera della sua propaganda, il tutto dimostra che quest’uomo,
il quale pure aveva fatto una sacrosanta promessa alle madri americane che i
loro figli non sarebbero mai andati a morire oltre i confini degli Stati Uniti,
quest’uomo ha voluto deliberatamente la guerra. Naturalmente il Giappone non
poteva aspettare che fossero i primi gli Stati Uniti a sparare…
- Poi si rivolse
a Churchill che lo accusava di aver pugnalato alla schiena la Francia – Era
prevista l’entrata in guerra dell’Italia il 5 giugno. Era la mia data, quella
che io avevo stabilito, e fu il Quartiere Generale germanico, che ci pregò, per
motivi di carattere tecnico sui quali oggi è inutile insistere, di protrarre
l’intervento al 10 giugno... nessuno pensava che la conclusione della guerra in
Francia fosse così rapida, meno di tutti forse lo stesso Churchill… e poi
ammettiamo per un momento, per amore di polemica, che noi abbiamo inferto questa
pugnalata alla Francia. Essa sarebbe una sola di fronte alle cento pugnalate che
la Francia ha inferto alle spalle dell’Italia in tanti secoli di storia, da Talamone fino a Mentana.
– Poi consigliò agli italiani di sfollare le grandi
città, a causa dei bombardamenti alleati – Cominciate a disperdervi per le nostre
belle campagne… bisogna sfollare le città, soprattutto dalle donne e dai
bambini; bisogna organizzare lo sfollamento definitivo o semidefinitivo. Tutti
coloro che possono sistemarsi lontano dai centri urbani e industriali, hanno il
dovere di farlo.”
Abbandonato con rimpianto l’ultimo lembo della nostra vecchia colonia ‘Tripoli, bel sol d’amore’, che Mussolini allora socialista e partecipe di scioperi contro la spedizione italiana nel 1911-12, e che ora gridava ‘Ritorneremo!’, le truppe italo-tedesche passarono in Tunisia. Avevano l’VIII armata inglese alle calcagna, che si avvicinava dall’est, e le forze anglo-americane dall’ovest, che le stringevano in una morsa.
A cosa servì far morire altre migliaia di uomini, circondati e senza speranza, in terra africana, invece di lasciarli a difesa della Sicilia? Non lo sapremo mai; Hitler e Mussolini non ce lo dissero. Nello stesso mese di dicembre c’erano in Tunisia 19.500 tedeschi e 11.500 italiani.
A nord era schierata la Va armata corazzata tedesca, che comprendeva 3 divisioni tedesche e 2 italiane, al comando del generale von Arnim, al sud la Ia armata italiana, che comprendeva 4 divisioni italiane e 2 tedesche, al comando del generale Messe.
Il 10 febbraio le truppe francesi furono ritirate per scarso rendimento, poi riapparvero. S’incolpò i francesi di non aver saputo resistere ai tedeschi e di essere scappati.
Dall’11 al 15 febbraio truppe americane furono sconfitte al passo Kasserine, nel loro primo scontro coi tedeschi e con la divisione ‘Centauro’. Persero 5 mila uomini (192 morti, un migliaio di feriti e 2.500 catturati), 193 carri armati e un centinaio di cannoni catturati o distrutti, 15 aerei abbattuti. Il comando americano dichiarò che la sconfitta fu dovuta al fatto che le sue truppe erano sotto comando inglese. Gli inglesi abbozzarono, gli americani erano i padroni del… ‘pallone’, e senza il pallone non si poteva giocare. Dovranno ingoiare altri rospi, negli anni seguenti.
Il 10 marzo del 1943 Rommel segretamente ritornò in Germania per ordine di Hitler, e gli alleati, fino alla fine della campagna, credettero che stavano combattendo contro di lui.
Messe dispose le sue truppe sulla linea Mareth (dove erano schierate le divisioni ‘Trieste’, ‘Pistoia’, ‘la Spezia’ e ‘Giovani Fascisti’), gli inglesi attaccarono frontalmente e furono respinti grazie all’eroismo italiano, in particolare della divisione ‘Giovani Fascisti’ (che realmente era una normale divisione di fanteria, che includeva l’8º reggimento bersaglieri su tre battaglioni, dei quali due erano formati da ex-giovani fascisti, già incorporati nell’esercito, con ufficiali e sottufficiali dell’esercito regolare). Allora Montgomery inviò la divisione neozelandese, affinché aggirasse la linea difensiva. Messe si ritirò su Akarit, quindi su Enfidaville. Gli erano rimasti una novantina di carri armati contro i 620 inglesi: quanto all’aviazione la superiorità di quest'ultimi era schiacciante.
Il 21 aprile la divisione tedesca ‘Herman Göring’ attaccò ed entrò per alcuni chilometri nello schieramento angloamericano, catturando prigionieri e mezzi meccanici, ma il nemico reagì violentemente e in poco tempo obbligò la divisione tedesca a fuggire, lasciando nelle sue mani, oltre a numerosi prigionieri e una quantità di materiali, anche il carteggio del comando (come afferma Messe nel suo libro “La mia Armata in Tunisia”).
Nel frattempo il generale Patton, col 2º corpo americano, entrò a Biserta il 5 maggio, catturando 5 mila tedeschi.
Uomini rana italiani entrarono nel porto di Algeri, e collocarono mine sotto le navi americane.
Butcher nel suo libro ‘I miei tre anni con Eisenhower’ narra: “Barney Fawkes, il comandante di una delle navi, disse: ‘Catturammo uno di loro che aveva collocato una mina e quando lo facemmo salire a bordo rifiutò di dirci quale era il luogo esatto dove l’aveva collocata. Sicché gli mettemmo una corda al collo e lo spenzolammo fuori bordo, finché si decise a dircelo’.
Sembra che questo modo di fare sia molto usato dal nemico nel Mediterraneo, e perfino a Gibilterra hanno usato tale metodo...’.
Il 7 maggio gli inglesi entrarono a Tunisi e presero alle spalle la Ia armata italiana che ormai era accerchiata a Capo Bon, al nord di Enfidaville.
L’11 i tedeschi di von Arnim s’arresero. Messe continuò a combattere finché ricevette l’ordine dal duce di cessare i combattimenti, così il 13 mattina s’arresero gli ultimi veterani italiani della campagna d’Africa.
Lord Strabolgi nel suo libro “La Conquista d’Italia” scrive: ‘alla fine, quando era chiaro che la battaglia era già persa per l’Asse, gli italiani combatterono meglio dei tedeschi’.
Negli ultimi dieci giorni 275 mila italiani e tedeschi caddero prigionieri.
Apparvero in Italia numerosi manifesti di propaganda antialleati: tra i quali uno che rappresentava un italiano schiavizzato dallo zio Sam che gli lucidava le scarpe, un altro una vecchia signora in gramaglie, con la medaglia d’oro sul petto; sotto, la scritta: ‘non tradite mio figlio’, altri con le mani rapaci del comunismo, della massoneria e del giudaismo che ghermivano un bambino che piangeva, un altro con un soldato tedesco che allungava una mano per stringerla, sotto, la scritta: ‘La Germania è veramente vostra amica’.
Inoltre si fece molta pubblicità, con foto di bimbi insanguinati, o con le dita mutilate, causate dalle ‘supposte’ matite, penne, sigari di varie fogge, lampadine elettriche tascabili, temperini di similoro, bambolette, rossetti ed altri oggetti esplosivi fatti cadere appositamente dagli aerei angloamericani su Roma, Civitavecchia ed altre città per uccidere o mutilare chi li raccoglieva.
Tra le tante pubblicazioni su riviste e giornali d’allora ‘Il Messaggero’ del 18 maggio del 1943 riportava una foto d’una donna con un bambino in braccio, dalle dita d’una mano mutilate, sotto il titolo: “Odiare il nemico dalla mattina alla sera. La maledizione delle madri italiane perseguiterà i massacratori dei nostri bambini”. Quindi, sotto la foto: “Un bimbo d’Italia. Si chiama Francesco Romeo. Ha cinque anni, è nato a Reggio Calabria. Gli aviatori americani, i ‘liberators’, gli hanno dato un giocattolo, un gingillo di loro invenzione. Una di quelle matite che esplodono e lacerano le carni. Il bambino l’ha trovata sulla strada della sua vita tenera, innocente, ignara. L’ha raccolta curioso e trepidante, i doni degli aviatori di Roosevelt ai bambini italiani non sbagliano il colpo. L’ordigno è scoppiato stroncando le dita della mano sinistra al ragazzo. Ecco in che stato mostruoso è ridotto l’arto… ma si osservi attentamente anche l’altra fotografia, quella in cui il ferito è, con la mano fasciata, in braccio alla mamma. La osservino per mettere a punto le loro cognizioni anche i terroristi venuti da oltre Oceano. Quanta fierezza, quanta risolutezza, quale fiamma di odio nello sguardo fermo della popolana di Reggio, che par levi il suo bimbo dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini la bestiale barbarie del nemico… il bimbo sa a chi deve la criminosa mutilazione. Egli ricorderà. Tutti gli italiani ricorderanno”.
Tutto questo ‘fiorito’ racconto, quasi un brano d’una ‘telenovela’ imbastita sulle foto. E noi ci credevamo. Non ci venne in mente neppure per un secondo di chiederci che interesse avevano i nemici, ora che stavano vincendo, di rendersi odiosi così stupidamente alla popolazione civile.
In Italia già stavano cadendo molte illusioni, s’erano tolte le carte geografiche dalle pareti e tutte le bandierine erano finite nel cestino della carta straccia. Ma ancora si credeva, soprattutto la gioventù, forse per incoscienza o forse perché eravamo stati abituati a credere a Mussolini, cui non restava rimedio alcuno che credere a Hitler e alle sue consuete menzogne.
Nel frattempo Hitler dava ordine ai suoi generali di preparare segretamente il piano ‘Alarico’ per l’occupazione dell’Italia.
Aumentarono le spese, aumentarono le tasse e le imposte, si limitò l’uso della carta, i giornali uscirono a 4 pagine, si ridusse l’energia elettrica per uso domestico e l’illuminazione delle città al 25%, si sospesero i telegrammi ordinari, si ridussero i treni viaggiatori, si abolirono i vagoni letto, i vagoni ristorante e la prima classe, si proibì la vendita delle autovetture e la fabbricazione delle radio, cominciò la requisizione di rame, alluminio, piombo, zinco e legname, si vietò la vendita di tessuti di seta e di oggetti confezionati con pelle, si stabilì l’orario unico nelle scuole e negli uffici, si proibì la pasticceria: per i dolci fatti in casa si dovette usare la farina di castagne invece del cioccolato, il miele invece dello zucchero. Iniziò il blocco dei prezzi e degli affitti.
Il consumo medio delle calorie scese a 2 mila. Non si poteva comprare più di 150 grammi di pane al giorno (200 per i ragazzi dai 7 ai 18 anni, 250 per i lavoratori in generale, e 300, 450 e 500 grammi rispettivamente per le tre categorie di operai che facevano lavori medio pesanti, pesanti, e pesantissimi), si razionalizzarono le patate, 15 chilogrammi semestrali per persona, il latte, negli esercizi pubblici, si ridusse al solo cappuccino, si proibirono le caramelle, i liquori e la birra.
A marzo cominciarono gli scioperi degli operai nel nord d’Italia.
Il primo gennaio il generale Ambrosio, monarchico, sostituì il generale Cavallero, troppo filotedesco, come capo di stato maggiore.
Dal 14 al 24 gennaio a Casablanca Roosevelt affermò che dai nemici si accetterà solo la ‘resa incondizionata’. Churchill l’accettò di mala voglia, Stalin non l’accettò: infatti ebbe un certo occhio di riguardo con la Finlandia e con i Balcani.
La Romania e l’Ungheria avvisarono segretamente Mussolini che stavano cercando d’uscire dal conflitto.
Mussolini trattò, ancora una volta inutilmente, di convincere Hitler di fare una pace separata con la Russia.
A maggio, durante la conferenza di Washington, si decise lo sbarco in Italia, aprendo un altro fronte per accontentare Stalin. Churchill insistette per lo sbarco nei Balcani, voleva impedire ai russi di dilagare nell’Europa orientale, e al comunismo di ampliare il suo ferreo e crudele dominio su varie nazioni, tra le quali la stessa Polonia, per la libertà della quale era scoppiata la guerra, ma non fu ascoltato da Roosevelt.
Il 19 luglio Mussolini s’incontrò con Hitler a Feltre ed aveva l’intenzione di dire chiaramente a Hitler, data l’insistenza dello stato maggiore italiano, che l’Italia non poteva più resistere, ma non ne ebbe il coraggio. Hitler non lo lasciò nemmeno aprir bocca, parlò lui, come era sua abitudine, rifacendo per l’ennesima volta la storia delle vittorie tedesche, dei piani futuri, della nuova sistemazione mondiale.
Lo stesso giorno 500 aerei alleati sganciarono 700 tonnellate di bombe su Roma: 1.900 morti, 6 mila feriti.
Era scoccata l’ora della vendetta inglese: ‘The British whose capital London had been bombed by Italian planes did not wishes to renounce the responsability of bombing tha Italian capital’, disse Cordell Hull.
Sul ‘Corriere della Sera’ del 20 luglio il bollettino n. 1150 annunciava tra l’altro: ‘nel tardo mattino di ieri formazioni di apparecchi avversari hanno sganciato numerose bombe su Roma, causando danni in corso d’accertamento’.
Orio Vergani aggiungeva: ‘Luoghi sacri, templi, cimiteri, istituti universitari, case del popolo sono stati colpiti, distrutti. Il sangue di Roma, il sangue degli inermi, è stato versato. Sono state sconvolte le pietre delle sacre memorie: le sedi della cristianità, basti nominare la basilica antichissima di San Lorenzo, il tempio augusto della prima cristianità che sorge alle soglie del Campo Verano…’
Altri titoli: ‘I Sovrani visitano le località colpite. La basilica di San Lorenzo ridotta a scheletro di mura e travi, quartieri popolari presi di mira. Donne e bambini mitragliati per le strade’.
‘Il Pontefice s’inginocchia sulle macerie di San Lorenzo. Dopo la benedizione di Pio XII, dalla folla si eleva altissimo il grido di ‘Viva l’Italia’.
Il 21 ‘Il Messaggero’ comunicava: ‘I gangsters accampano il diritto di bombardare Roma’ e ‘I siciliani si battono al fianco dei soldati con coraggio e accanimento ammirevoli – Gli invasori, i cui promessi rifornimenti non sono mai giunti, requisiscono e saccheggiano tutto quello che trovano’.
Le principali città italiane continuarono ad essere bombardate quasi ogni giorno. Si decretò il coprifuoco e l’obbligo di consegnare tutte le armi che si aveva in casa, inclusi i fucili da caccia, incluse le scoppiette ad avancarica dei nonni cacciatori.
Nuovi slogan di propaganda apparvero: ‘Taci. Il nemico ti ascolta’ e ‘I tedeschi sono i tuoi amici’.
Severamente proibito l’ascolto delle radio nemiche. Ma si ascoltavano lo stesso, rischiando la galera, nelle cantine o nelle case isolate dei contadini, di sera. Sicuramente molti credevano ciò che comunicavano, la maggioranza no, era solo per curiosità ed anche perché era proibito. Si conobbero così le voci ed anche le promesse quasi mai mantenute del colonnello Stevens da ‘qui radio Londra’, di Candidus, e il ‘tum-tum-tum, qui è la voce dell’America che parla, una delle nazioni unite’ dei nostri ex-paesani, Fiorello la Guardia sindaco di New York e di Umberto Calosso.
Mentre dal lato fascista, oltre Mario Appelius, apparve la voce del poeta americano Ezra Pound, che si trovava in Italia dal 1925. Più tardi catturato dai partigiani e consegnato e processato dagli americani, fu rinchiuso durante sei mesi a Pisa in un campo internati, insieme a 3.600 soldati criminali. Quindi fu esibito in una gabbia di ferro (lived on execution row six feet square). Più tardi fu inviato a Wahington dove fu giudicato ed inviato ad un ospedale di malati mentali. 12 anni dopo fu amnistiato, grazie alle firme di Hemingway, T.S. Eliot, R. Frost, Clare Boothe Luce, e molti altri. Liberato in aprile del 1958, volle ritornare in Italia dove trascorse gli ultimi 15 anni della sua vita.
- Stampa pagina Aggiornamento: 14/09/2014 |