10 luglio 1943: che 'bella' sorpresa! Gli alleati in Sicilia
Dopo l’occupazione di Tunisi gli alleati prepararono lo sbarco in Sicilia.
In realtà gli americani lo avevano già preparato minuziosamente vari mesi
prima; ce lo dice Salvatore Francesco Romano, nel suo libro Storia della
Mafia:
“Si potrebbe dire che nel complesso si sia invertito il rapporto fra gruppi
delinquenziali e gruppi politici ed economici, quali si presentava nell’antica
mafia siciliana, dove i gruppi delinquenziali avevano di continuo bisogno di
tutela e di protezione da parte dei gruppi di potere economico e politico, per
poter aprirsi la strada ed inserirsi nel ceto economico e politico dominante,
mentre, come mostrano apertamente i risultati dell’inchiesta Kefauver, è la
posizione di forza raggiunta dai capi-gangster che spesso costringe o comunque
induce o consiglia, ai gruppi di potere economico e di potere politico, non di
subire, ma di unirsi e di cooperare con i gruppi delinquenziali. E' questo
particolare rapporto che caratterizza la nuovissima mafia gangsteristica
americana, che non ha più come base i gruppi etnici d’immigrati, ma si può dire
l’intera società statunitense, avendo assorbito e unificato le varie
associazioni delinquenziali, diventando un gruppo e un organo di potere
americano anche sul piano internazionale. A questo riguardo sia l’inchiesta
della commissione del senato americano, sia le rivelazioni dello scrittore
americano Fredric Sondern, concorrono a mostrare, quasi senza ombra di dubbio,
il ruolo importante che la mafia gangsteristica avrebbe avuto in certe azioni
politico-militari della II guerra mondiale, specialmente in relazione allo
sbarco in Sicilia”.
Nel febbraio del 1943 agenti americani dell’OSS (Office of Strategic
Service, servizio segreto statunitense, che poi cambiò il nome in CIA),
d’origine siciliana, diretti da Earl Brennan, tra i quali Max Corvo, Victor
Anfuso e Vincent Scamporino, prepararono ad Algeri i piani per la collaborazione
coi mafiosi in Sicilia, in previsione dello sbarco, con la collaborazione in
particolare di Lucky Luciano, e inviarono agenti speciali a stabilire contatti
diretti ‘in loco’.
Infatti uno dei personaggi chiave fu Lucky Luciano (in realtà si chiamava
Salvatore Lucania), che si convertì in una specie di “arbitro internazionale
della mala vita”, il quale “aveva reso servizi preziosi” agli agenti segreti
americani in America e in Sicilia.
In America era stato riconosciuto colpevole di aver indotto alla
prostituzione 63 ragazze e gli fu appioppata una condanna di 50 anni di
prigione.
Norman Lewis nel suo libro The Honoured Society scrisse: “Su
richiesta del dipartimento della Marina fu trasferito dal carcere di Stato a
Dannemara (conosciuta come ‘la Siberia’), a quella di Great Meadows, più
accessibile a certi incontri discreti con ufficiali della Marina militare, che
indossavano abiti civili, molto interessati ad aver colloqui con lui.
Luciano, a febbraio del 1943, cinque mesi prima dell’invasione della
Sicilia, fece richiesta, per mezzo del suo avvocato George Wolf, di una
riduzione della condanna in considerazione ‘ai servizi resi alla Nazione’”.
Quali furono quei "preziosi servizi"? Da varie fonti risulta che furono
quelli di aver liberato, per mezzo dei suoi uomini nei sindacati e nei servizi
portuali, i porti americani dai frequenti sabotaggi delle navi, compiuti da spie
o agenti dell’Asse. Infatti nel marzo del 1942 l’OSS lo contattò a tale scopo.
Continua Lewis: "Più tardi, nel 1945, fu ascoltato dalla commissione di
libertà condizionale dello Stato, nella quale gli ufficiali di marina, chiamati
come testimoni in suo favore, si mostrarono abbastanza reticenti. Su quale fosse
la promessa che avevano fatto a Luciano, per la sua collaborazione, lui affermò
che si trattava della sua libertà, ma le autorità navali lo negarono. Il fatto
che successivamente Luciano fosse liberato e trasferito in Italia si dovette,
ufficialmente, all’interesse e influenza del comandante Haffeenden, ufficiale di
marina che aveva partecipato attivamente ai colloqui ed era l’autore d’una
lettera confidenziale ai membri del comitato di libertà condizionale".
(L’ordine di liberazione fu firmato dallo stesso giudice che lo aveva
condannato e dal governatore Dewey. In Italia, come libero cittadino, continuò i
suoi affari mafiosi, finché un bel giorno morì d’infarto).
Che altro servizio aveva reso alla Nazione? Aveva fornito agli americani
nomi di decine e decine di mafiosi siciliani, ‘uomini d’onore’, sicuri
antifascisti, da nominare sindaci delle città e paesi ‘liberati’ e che, allo
stesso tempo, avrebbero fatto propaganda disfattista tra i nostri militari,
specialmente quelli siciliani, affinché disertassero o s’arrendessero.
Le cosche mafiose e gli ufficiali americani e agenti segreti d’occupazione,
che dipendevano dal colonnello Charles Poletti, poi nominato capo dell’AMGOT in
Sicilia (governo militare alleato dei territori occupati), si sarebbero
riconosciuti per mezzo d’un fazzoletto giallo con la lettera "L" (Lucky
Luciano).
Cosicché gli americani, nella maggioranza (per non dire tutte) delle città
siciliane ‘liberate’, nominarono come sindaci i capi mafiosi locali. Uno dei
casi più conosciuti fu quello di don Calogero Vizzini, nominato sindaco di
Villalba dal tenente americano Beeher, e nella cerimonia ufficiale fu invitato
anche il vescovo di Caltanissetta, che mandò un suo rappresentante.
Infatti gli alleati affidarono alla mafia e al clero il mantenimento
dell’ordine interno. Don Calogero aveva inoltre dei fratelli sacerdoti e due zii
vescovi.
E ancora Lewis: “Una delle prime disposizioni emesse dall’AMGOT fu il
congelamento di tutti i prezzi… la misura non fu in nessun modo realista,
giacché allo stesso tempo la lira fu svalutata d’una quarta parte del suo valore
precedente; inoltre la Sicilia, e poi l’Italia, fu inondata da una moneta
d’occupazione speciale (le am-lire, con una delle quattro libertà di Roosevelt
ad ogni angolo della banconota: freedom of speach - freedom for fear – freedom
from want - freedom of religion), che, finita la guerra, s’obbligò il governo
italiano a pagarle interamente. Quattro libertà per uso d’esportazione, non
certamente per i negri, ed altre minoranze, negli Stati Uniti.
… fu allora impossibile per qualsiasi cittadino, malgrado le sue migliori
intenzioni, evitare di ricorrere al mercato nero”.
(E don Calò se ne approfittò pagando l’olio a 25 lire il litro e
rivendendolo al mercato nero a 500 lire, con la collaborazione dei suoi amici
dell’AMGOT - in particolare d’un gangster americano, Vito Genovese -, al quale
dettero tutti i permessi che voleva per trasportare, a volte anche con camion
militari americani, l’olio in tutta la Sicilia ed anche nel continente).
E ancora Romano puntualizza: "accanto a questa posizione ufficiale di notori
capi mafiosi, stava poi quella ufficiosa, e non meno importante, poiché più
direttamente vicina al governo militare alleato, di mafiosi minori e maggiori e
perfino di noti criminali, assunti, tra il personale di fiducia, come interpreti
al comando alleato, come Damiano Lumìa, nipote di don Calogero, in Sicilia, e
Vito Genovese…". O Max Mugnani, noto trafficante di stupefacenti, che fu
nominato depositario dei magazzini farmaceutici americani in Italia.
"Quando un indiscreto agente della divisione criminale investigativa
dell’esercito, O.E. Dickey, venne a conoscenza dei precedenti criminosi di Vito
Genovese, interprete di fiducia a Nola del capo del governo militare alleato, il
colonnello Charles Poletti, cercò d’incriminarlo e ne chiese l’arresto, ma
incontrò delle resistenze. L’agente Dickey non era solo informato delle
precedenti attività del Genovese, ma seppe anche che la banda al servizio del
Genovese rubava gli autocarri dell’esercito americano nei magazzini del porto di
Napoli, e li riempiva di farina e di zucchero (che presumibilmente il governo
americano regalava alla popolazione), e poi li rivendeva nelle città vicine.
Lo stesso agente venne a sapere che Genovese controllava, almeno
parzialmente, la centrale elettrica di Nola e rifiutava l’energia agli
industriali che non erano compiacenti con lui. Non fu facile per Dickey ottenere
la cattura del Genovese, per poi trasferirlo nel carcere di Napoli, come poi
avvenne nell’agosto del 1944. (Più tardi il Genovese fu rispedito negli Stati
Uniti e dopo poco fu scarcerato…).
Il Genovese, al momento dell’arresto, aveva lettere di ufficiali americani
che ne lodavano i ‘servizi disinteressati’, come li chiamava il maggiore E.N.
Holmgreen, addetto agli affari civili. ‘Degno di fiducia, leale e di sicuro
affidamento per il servizio’, lo definiva il maggiore Young. Il capitano Charles
Dunn lo elogiava addirittura come ‘profondamente onesto e infatti aveva
denunciato per casi di corruzione di mercato nero parte del personale civile
cosiddetto di fiducia’.
Ma dopo l’arresto le difficoltà di Dickey non erano terminate. Gli fu dato
l’ordine di trasferire il Genovese dal carcere della polizia militare a quello
civile d’Avellino e gli fu detto che ciò era stato richiesto in certe sfere,
dopo che era apparso coinvolto nella faccenda il nome d’un generale".
E questo mentre la mafia, grazie all’occupazione militare americana,
dilagava per tutta la penisola italiana.
Ma non è tutto: in certi circoli inglesi ed americani si vide di buon occhio
la separazione della Sicilia dall’Italia, cosicché il 90% dei comuni siciliani
si schierarono a favore d’una certa indipendenza, sotto protettorato inglese,
mentre altri anelavano l’unione con gli Stati Uniti (formando la… 49ª stella
della bandiera americana), e assoldarono un esercito proprio al comando del
bandito Salvatore Giuliano.
Era già nato nel 1942 un movimento indipendentista di sinistra il cui capo
fu Antonio Canepa, e un altro di destra i cui promotori erano i latifondisti e
la mafia.
Più tardi gli inglesi si disinteressarono del progetto e cercarono di
rafforzare il movimento cattolico fedele all’unione con l’Italia.
Dopo la firma del trattato di pace l’esercito italiano in Sicilia dovette
combattere vari anni per por fine al separatismo e al banditismo, ma
la mafia non fu mai completamente debellata.
Nel libro di Don Frasca: Vito Genovese: King of Crime, si legge: “Il
nome di William O’Dwyer, che aveva lasciato il suo studio d’avvocato nel
distretto di Brooklyn per arruolarsi nell’esercito come generale di brigata, fu
incluso nelle testimonianze di Dickey. Quando O’Dwyer fu congedato rinunciò
all’incarico di pubblico ministero per candidarsi come candidato a sindaco. Il
governatore E. Dewey nominò allora a Beldock come avvocato del distretto. O’Dwyer
fu eletto sindaco nel 1945 e, poco tempo dopo, un gran giurato di Brooklyn lo
accusò di ostacolare la giustizia durante la sua professione d’avvocato del
distretto. Il giurato accusò O’Dwyer ed uno dei suoi assistenti Edward A.
Hofferman, di aver assolto un amico di Genovese, il ‘conosciutissimo’ Albert
Anastasia, sebbene avessero avuto tutte le prove per condannarlo.
Esistevano prove sicure che O’Dwyler e Hofferman erano in possesso di evidenze legali che Anastasia era colpevole d’assassinio di primo grado e
di vari altri crimini… ma Anastasia non fu mai accusato, né incarcerato.
O’Dwyler, terminato il suo periodo di sindaco fu nominato ambasciatore in
Messico".
Genovese continuò durante 40 anni ad arricchirsi trafficando in narcotici e
riuscì anche a farsi candidare dal partito repubblicano come governatore, ma
disgraziatamente per lui vinse Nelson Rockefeller.
Ritornando a Norman Lewis si legge: "Il 10 luglio 1943 gli eserciti alleati
sbarcarono in Sicilia… una delle posizioni basilari era difesa da cannoni
catturati ai russi, ma che non si potevano utilizzare dato che nessuno sapeva
come funzionavano. Una volta la fanteria italiana entrò in combattimento con
armi automatiche d’emergenza, ma senza munizioni. Malgrado ciò, e malgrado il
suo pessimo armamento e la sua inferiorità numerica di cinque contro uno, senza
contare che stava combattendo contro i veterani della campagna d’Africa, gli
italiani combatterono con coraggio e a volte disperatamente".
E Lewis conclude affermando: "Un’altro capitolo non ancora completamente
rivelato è quello dei delitti commessi contro popolazioni filocomuniste in
Italia per accordi presi tra democrazia cristiana, CIA, FBI e mafia…".
Marlon Brando aveva detto: "La mafia è stata un regalo del capitalismo".
In aprile il generale Eisenhower dette l’incarico al generale inglese
Alexander di comandare il 15º gruppo d’armata, che comprendeva l’VIII armata
inglese, comandata dal generale Montgomery e la VII americana, comandata dal
generale Patton e di prepararsi per l’invasione della Sicilia, denominata
operazione ‘Husky’.
Dal 9 giugno erano cominciati i bombardamenti sull’isola di Pantelleria,
quindi un attacco navale di cinque incrociatori e sei cacciatorpedinieri che fu
respinto dalle batterie costiere. L’isola di 6 chilometri e mezzo per 10 e mezzo
fu bombardata in varie ondate, per un totale di 5 mila tonnellate di bombe. La
popolazione civile di 10 mila persone fu costretta a vivere in grotte naturali,
insieme agli 11 mila soldati, al comando dell’ammiraglio Pavesi. I paesi erano
stati tutti distrutti, l’acqua si estraeva dai pozzi.
Martin Blumenson, nel suo libro Sicily whose Victory scrisse: "I
bombardamenti alleati – telegrafava Pavesi a Roma – hanno investito l’isola in un
uragano di fuoco e fumo, la situazione è disperata, ogni possibilità di una
resistenza efficace è esaurita".
"... malgrado le affermazioni contrarie della propaganda fascista, l’isola era
difesa da soldati anziani e senza esperienza, molti dei quali avevano le loro
famiglie nell’isola… in ogni caso, contro la potenza delle navi e degli aerei
alleati essi potevano fare ben poca cosa con armi insufficienti e antiquate".
Effettivamente l’isola era diventata un colabrodo. Tutti gli aerei che la
difendevano erano stati abbattuti, le munizioni cominciarono a scarseggiare, dei
180 cannoni la metà era stata distrutta dai bombardamenti.
L’11 giugno giunse una flotta alleata che cominciò un altro bombardamento: i
difensori non risposero al fuoco. Allora sbarcarono i soldati inglesi e gli 11
mila italiani e i 70 tedeschi dell’isola cominciarono ad arrendersi. I morti
furono 250.
Due giorni dopo cadde Lampedusa, dove s’arresero 400 soldati, e Linosa con
altri 250.
Ci furono polemiche in Italia su queste rese ‘lampo’ e, secondo alcuni
ingiustificabili, e su delle altre, come si vedrà in seguito.
Dopo la guerra uscirono anche libri accusando i ‘compiacenti’ ammiragli
comandanti, come quelli di Trissino: “Navi e Poltrone”.
Il 1º luglio cominciò l’attacco alla Sicilia: 280 navi da guerra, 2.275 navi
da trasporto, 1.800 mezzi da sbarco, 160 mila uomini, 600 carri armati, 1.800
cannoni, più 4 mila aerei, 14 mila veicoli.
La VII americana (3 divisioni e ‘rangers’) sbarcò tra Licata e Maddalena,
l’VIII inglese (3 divisioni e una brigata) tra Capo Passero e Capo Ognina, sotto
Siracusa.
In quel giorno ci furono 500 attacchi aerei italo-tedeschi contro le navi
alleate.
Secondo il libro del generale Emilio Faldella (sottocapo di stato
maggiore di Guzzoni, schietto militare e retto professionista), L’Italia e la
Seconda Guerra Mondiale, il generale comandante in capo Alfredo Guzzoni,
energico e capace, aveva una forza italo-tedesca tra i 170 mila e i 200 mila
uomini, 1.400 aerei, 500 cannoni, 155 carri armati tedeschi, più un centinaio
dei soliti carri italiani.
La difesa costiera era irrisoria: “4 cannoni, di gittata inferiore a quella
della navi da guerra, collocati uno ogni 9 chilometri, un mortaio ogni 4
chilometri, 3.6 mitragliatrici e 36 uomini per ogni chilometro. Esistevano solo
batterie di grande gittata nei principali porti e nelle piazze militari, come
Augusta e Siracusa”.
Le divisioni mobili (ma appiedate) erano ‘Assietta’ ed ‘Aosta’, con le
artiglierie trainate da cavalli, che presidiavano la Sicilia occidentale, al comando
del generale Arisio, sostituito poi da Zingales; la ‘Napoli’ e la ‘Livorno’ (quest’ultima semi-motorizzata, al comando del generale Carlo Rossi) erano collocate al centro e centro-sud dell’isola, insieme alle due divisioni tedesche.
Lo stato maggiore italiano sapeva che la difesa dell’isola serviva solo per
guadagnare un po’ di tempo, ma che mai avrebbe potuto respingere un'invasione
alleata così poderosa.
Solo noi civili continuammo a credemmo alle ‘ridicole’ parole
del duce che l’avanzata l'avrebbe fermata sul ‘bagnasciuga’, e i nemici che si fossero
azzardati a pestare le nostre terre sarebbero rimasti ‘orizzontali’, stesi al
suolo…
Dopo accaniti ma brevi combattimenti delle divisioni ‘Göring’ e ‘Livorno’
contro le teste di sbarco americano a Gela, risolti dai cannoni delle navi da
guerra alleate, Guzzoni richiamò le divisioni ‘Assietta’ e ‘Aosta’ concentrando
tutte le forze sulla piana di Catania. Gli americani così senza colpo
ferire poterono occupare tutta la Sicilia orientale ed entrarono a Palermo il
22 luglio acclamati dalla popolazione, che vedeva terminato l’incubo della
guerra, dei bombardamenti, delle violenze e vessazioni tedesche.
Alcuni scrittori americani scrissero che i siciliani erano più affabili con
loro che i francesi e gli arabi in Africa, altri si meravigliarono che i
siciliani, ai quali chiedevano informazioni o di aiutarli in qualche lavoro, non
accettavano mai del danaro, a differenza degli arabi che non muovevano un dito
se non si pagava loro in anticipo.
Nel frattempo gli inglesi occupavano quasi senza colpo ferire le basi navali di
Augusta e di Siracusa.
Certi gerarchi fascisti, a cui fecero eco alcuni libri angloamericani,
annunciarono che i comandanti delle due piazzeforti s’erano arresi senza
combattere. Lo stato maggiore della marina li difese apertamente. Non sapremo
mai la pura verità.
Dopo la guerra si sparse la voce che i cannoni delle due piazze potevano
sparare in direzione del mare e non del retroterra, da dove furono attaccate, ma
non era vero, c’erano fortificazioni abbastanza solide e moderne da ogni lato.
Aerei italo-tedeschi riuscirono a colpire varie imbarcazioni e navi da
guerra, ma migliaia di aerei nemici mitragliarono e bombardarono continuamente
le nostre truppe che cercavano di limitare le teste di ponte avversarie.
Gli alleati commisero errori madornali; i loro servizi segreti furono
pessimi, le comunicazioni peggio ancora. Nel giorno dello sbarco 144 aerei
americani con più di 2 mila paracadutisti, per ordine di Patton, giunsero dalla
Tunisia sul cielo di Gela e, malgrado gli avvisi e le assicurazioni, le
mitragliatrici di terra, quindi l’antiaerea delle navi, cominciarono a sparare
contro di loro, credendoli nemici: 6 ne caddero in mare, vari paracadutisti
morirono dentro gli alianti, colpiti o abbattuti, o mentre discendevano coi
paracaduti ed altri ancora una volta giunti al suolo; in totale 83 vennero
uccisi, 16 dispersi e 131 feriti. L’investigazione che ne seguì per giudicare i
colpevoli dette come risultato che ci fu uno ‘scaricabarile’ tra l’esercito, la
marina e l’aviazione.
Due giorni dopo gli inglesi ordinarono un altro lancio di paracadutisti,
trasportati da 108 aerei, la metà dei quali fu colpita dal fuoco antiaereo delle
navi alleate disseminate tra Malta e la Sicilia: due precipitarono, nove
tornarono indietro, altri furono bersaglio delle antiaeree italo-tedesche, una
decina tornò indietro, i restanti riuscirono a lanciare i loro paracadutisti
sparpagliandoli in un’ampia zona, e un centinaio fu catturato, l’equipaggio d’un
solo aliante atterrò nella zona prestabilita occupando il ponte Grande, alle
porte di Siracusa.
Dopo una strenua resistenza tedesca, e dei resti delle divisioni ‘Livorno’ e
‘Napoli’, sulla piana di Catania, durata dal 16 luglio al 1º d’agosto, e delle
divisioni ‘Aosta’ a Troina e della “Assietta’ lungo la costa nord, tra Palermo e
Messina, i tedeschi, senza avvisare gli italiani, ricevettero l’ordine di
ritirarsi su Messina e raggiungere il continente.
Le divisioni tedesche sbarcarono al completo in Calabria: 40 mila uomini
circa, 9.605 veicoli, 47 carri armati, 94 cannoni, mille tonnellate di
munizioni, 970 tonnellate di benzina e 15.700 tonnellate di materiali vari,
tedeschi ed italiani.
Gli italiani trasportarono dai 70 mila ai 75 mila uomini, 500 veicoli, un
centinaio di cannoni e 12 muli (…in mancanza di carri armati).
Il colonnello tedesco von Bonin offrì alcune motozattere per trasportare
veicoli e cannoni italiani e una volta imbarcati se ne impadronì con la forza.
Il 17 agosto, in una ‘ridicola’ corsa ‘ad ostacoli’, Patton al nord, con i
suoi americani, Montgomery al sud, con i suoi inglesi e canadesi, fecero a gara
a chi arrivava primo a Messina, già sgomberata dall’asse. Quando arrivò
Montgomery con le sue cornamuse, Patton era già nella piazza principale della
città, con le sue truppe schierate, che lo stava aspettando.
Bilancio finale dopo 38 giorni dallo sbarco: 5.187 morti anglo-americani,
3.348 dispersi e 9.018 feriti. 4.278 morti italiani e 4.325 tedeschi. 96 mila italo-tedeschi furono catturati dal nemico.
Dopo la guerra ci furono polemiche in Gran Bretagna e negli USA perché si
considerò uno sbaglio enorme quello di non essere sbarcati direttamente a
Messina e aver bloccato e quindi catturato tutto l’esercito italo-tedesco in
Sicilia.
Nel libro di Ezio Costanzo, Sicilia 1943, si legge: "Anche in Sicilia, in quell’estate di sessant’anni fa, sono accaduti episodi incresciosi che solo la
crudeltà della guerra spiega.
Nelle campagne di Acate, un piccolo paese nell’entroterra dell’isola, il 14
luglio vengono uccisi a sangue freddo 73 prigionieri italiani, alcuni dei quali
in abiti civili, da parte di un capitano e di un sergente della 45 Divisione
americana. Il massacro fu portato a conoscenza del comandante del Corpo
d’Armata, Bradley, il quale a sua volta informò Patton. Quest’ultimo cercò di
minimizzare l’accaduto, suggerendo a Bradley di dire che gli uomini uccisi erano
cecchini o che avevano tentato la fuga, aggiungendo anche che ormai erano morti
e non c’era più niente da fare. Bradley fece esattamente il contrario e deferì i
due uomini alla Corte marziale, con l’accusa di omicidio premeditato di 73
prigionieri di guerra. La Corte dichiarò innocente il capitano mentre punì il
sergente. Quest’ultimo venne condannato all’ergastolo, ma scontò pochi mesi di
prigione.
I tedeschi, dal canto loro, il 12 agosto, durante la ritirata verso Messina,
uccisero sedici civili in un paesino a nord dell’Etna, Castiglione di Sicilia".
Il “Corriere della Sera” del 23 giugno del 2004 riportò un articolo di
Gianluca Di Feo, dal titolo ‘Sicilia 1943, l’ordine di Patton: Uccidete i
prigionieri italiani’ - I massacri dimenticati compiuti dai fanti americani tra
il 12 e il 14 luglio: "In tre giorni i soldati usa spararono a sangue freddo
contro prigionieri italiani e tedeschi in cinque diverse occasioni. A Biscari
(oggi Acate) il sergente Horace West uccise 36 soldati, il plotone del capitano
John Compton, altri 37, a Comisso 60 italiani e, poco dopo, 50 tedeschi furono
uccisi. Il capitano Compton radunò gli italiani che si erano arresi; saranno
stati più di quaranta. Quindi domandò: ‘Chi vuole partecipare all’esecuzione?’
Raccolse due dozzine di uomini e fecero fuoco tutti insieme sugli italiani. A
Canicattì gli americani sparano contro la folla: almeno sei morti. Tre mesi dopo
gli eccidi, Compton e West furono processati da una corte marziale. Il 23
ottobre Compton si difese così: ‘Ho soltanto obbedito a Patton’.
Questo,
secondo molti testimoni, l’ordine del generale: ‘Se si arrendono solo quando gli
sei addosso, ammazzali’. Il capitano viene assolto. West invece è condannato
all’ergastolo, ma la sentenza non viene eseguita. Per sei mesi viene trattenuto
in un carcere nel Nord Africa. Poi il ministero della guerra americano invia al
comando alleato di Caserta una sollecitazione: ‘Questa storia non può essere
pubblicizzata. E il sergente viene rilasciato".
In Italia continuavamo a cantare, il nuovo inno era ‘Battaglioni Emme’ (Per
vincere ci vogliono i leoni, di Mussolini armati di valor…). Ma neppure i leoni
sarebbero stati sufficienti contro i carri armati e gli aerei nemici.
(In quei mesi, mentre si combatteva in Sicilia, volli anch’io far qualcosa
per difendere la Patria e scrissi una lettera al ministero della guerra
chiedendo di essere arruolato, (… bel momento avevo scelto); mi giunse la
risposta: ringraziandomi mi si diceva che la domanda non poteva essere accettata
dato che non avevo compiuto 17 anni, e per arruolarsi era necessario averne 18
compiuti).
Questa pagina è stata commentata da un lettore con le seguenti osservazioni:
(Fonti: "Time" e "Air Force Magazine") Per la conquista di Pantelleria, nome
in codice "Operazione Corkscrew" (Cavatappi), fu messa a punto e praticata per
la prima volta la tecnica dei bombardamenti massicci per fiaccare il morale
delle truppe e dei civili ed arrivare alla resa del nemico senza impiego delle
forze da sbarco. Eisenhower era perfettamente a conoscenza del fatto che
l'isola, per la sua conformazione, non si prestava ad uno sbarco. E si ricordava
che nelle Filippine i bombardamenti a tappeto con i cannoni delle navi avevano
dato ottimi risultati. Decise di applicare la tecnica alle forze aeree e ordinò
a Doolittle (il pilota che nel 1945 portò la bomba atomica su Hiroshima) di
reperire ogni forza aerea disponibile nel nord Africa per sottoporre l'isola a
massicci bombardamenti. Dalla fine di maggio al 6 giugno, i bombardamenti
sarebbero stati gradualmente intensificati. Nella seconda fase, dal 7 all'11
giugno Pantelleria sarebbe stata attaccata in modo crescente. Il giorno 11
furono effettuate 1.500 missioni. I bombardieri americani (i pesanti B17, ed i
medio-leggeri P38 e P40) attendevano il proprio turno volando in cerchio
sull'isola ... Nell'arco di soli sei giorni furono sganciate su Pantelleria
7.000.000 di libbre di bombe (6.500 tonnellate), più della somma delle bombe
sganciate su Tunisia, Sardegna, Sicilia e penisola italiana in tutto il mese di
aprile 1943. Le sporadiche azioni di disturbo tentate dai Me-109 e Focke W.-90 e
dai pochi caccia italiani non crearono alcun problema e alla fine furono
distrutti dalla caccia alleata oltre 50 aerei.
I bombardamenti distrussero buona parte delle fortificazioni. I mistificatori
che parlarono di "attrezzature intatte lasciate al nemico" ignorano
(deliberatamente o meno) che le bombe distrussero oltre 80 aerei ricoverati
negli hangar, tutte le batterie contraeree del porto e, cosa più importante e
decisiva per la resa, le uniche 4 autobotti per la distribuzione dell'acqua
potabile ai 12.000 uomini della guarnigione e ai 10.000 civili. Le poche perdite
subite tra civili e militari si spiegano col fatto che l'isola dispone di
numerose caverne in cui trovarono rifugio gli occupanti dell'isola.
Ma la situazione non era sostenibile Due volte tra il 6 e il 10 giugno l'Amm.
Pavesi rifiutò la resa. Alla fine, resosi conto dell'impossibilità di opporre
una minima resistenza, senza acqua potabile, sottoposto a continui
bombardamenti, inviò un cablo cifrato urgente a Supermarina alle 10 di sera del
10 giugno. Inspiegabilmente ricevette risposta solo alle 11.00 del giorno
successivo. Altrettanto inspiegabilmente, nessuno informò il Duce della
situazione.
La storia si svolge solo in un modo ma può essere raccontata in molti modi. La
realtà è che un uomo fu lasciato solo nel momento del bisogno come troppe volte
è accaduto nelle nostre forze armate.
La decorazione dell'Amm. Pavesi fu revocata nei giorni successivi e il Duce lo
fece condannare a morte in contumacia.
Negli anni '50 dovette subire le offese di Antonino Trizzino che per soldi e
fama non esitò a gettare fango sulla Regia Marina. Trizzino fu condannato per
vilipendio delle Forze armate e poi prosciolto dalla Corte d'Assise. Restano le
sue pagine infamanti e prive di ogni fondamento storico.