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Cade e 'risorge' Mussolini: le due Italie
Gli aerei anglo-americani cominciarono a gettare sull’Italia meridionale i
volantini seguenti:
"Perché morire per Hitler? Tu, soldato italiano, non hai nessun interesse a
combattere questa guerra. Come te milioni di uomini, donne e bambini italiani,
cioè l’Italia, hanno tutto da perdere se questa guerra continua. Questa è la
guerra di Hitler. Nessuno ha provocato l’Italia; nessuno ha aggredito l’Italia;
nessuno dichiarò guerra all’Italia. Hitler si fa scudo dell’Italia contro la
superiorità schiacciante delle Nazioni Unite, riconosciuta dagli stessi
bollettini dell’Asse. Questo significa la morte, la rovina e la desolazione per
gli italiani. Ieri Hitler condannò al sacrificio gli italiani d’Africa. Oggi
sacrifica gli italiani d’Italia.
La Germania combatterà fino all’ultimo… italiano. Nessuno ti ha chiesto se
volevi questa guerra. Ma ti hanno mandato a morire. Ti hanno detto: ‘Credere,
Obbedire, Combattere’. Perché? Per chi? Per quanto?"
***
Non solo negli alti comandi militari, ma anche nelle gerarchie del fascismo,
inclusi i più stretti collaboratori di Mussolini, da vari mesi s’era diffusa
la convinzione che la guerra fosse perduta, che bisognava attuare un cambio
radicale, persino, se necessario, deporre il duce, che già era un uomo finito. I
fascisti ed anche certi grandi industriali volevano il cambio, però salvando il
fascismo. I monarchici e gli antifascisti volevano ridare al Re i suoi poteri
costituzionali, affinché decidesse sul da farsi.
La maggioranza, preoccupata essenzialmente per i destini della Patria,
voleva chiedere un armistizio e rompere l’alleanza coi tedeschi; i filotedeschi
volevano restar fedeli agli impegni presi e continuare la guerra agli ordini di
Hitler.
Già nella primavera del 1943 anche nelle piccole città, senza sapere perché
e cosa sarebbe successo, si percepiva che qualcosa stava cambiando, che si stava
alterando la normalità, come uno sfasamento e un rilassamento delle autorità.
A Roma Mussolini, all’oscuro, o incurante, degli intrighi e dei contrasti
tra i punti di vista dei suoi seguaci, e in particolare dei loro complotti, aveva
detto ai suoi collaboratori che si faceva presto a dire chiediamo l’armistizio,
ma i tedeschi ce lo avrebbero permesso? Quale sarebbe stata la reazione e la
vendetta di Hitler? Era molto facile poterselo immaginare.
Finalmente i gerarchi si decisero di chiedere a Mussolini che convocasse il
gran consiglio del fascismo (che s’era riunito l’ultima volta il 7 dicembre del
1939), per decidere a maggioranza di voti che pesci pigliare. (Infatti i pesci
erano le poche cose che ci restavano ancora). Il duce acconsentì.
E la sera del 24 luglio, alle 17, si riunirono a palazzo Venezia, oltre al
duce, De Bono, De Vecchi, Ciano, Grandi, Suardo, De Marsico, Acerbo, Biggini,
Pareschi, Polverelli, Federzoni, Tringali-Casanova, Balella, Frattari, Gottardi,
Cianetti, Bignardi, Albini, Galbiati, Bastianini, De Stefani, Marinelli,
Alfieri, Rossoni, Farinacci, Bottai, Buffarini-Guidi e Scorza. La riunione durò
fino alle 3 del mattino del 25 (1).
Mussolini prese la parola, fece una breve relazione, a modo suo, delle
sventure belliche, distribuì le colpe un po’ a tutti, anche al destino, meno a
lui e a Hitler.
Il primo a interloquire fu De Bono il quale affermò che prima d’incolpare
l’esercito era necessario chiedersi se era stato posto in condizione di
affrontare una guerra mondiale, lui ne dubitava. Si chiese se si avevano i mezzi
per continuare la guerra, e se valeva la pena di continuarla, dato che non si
potevano attendere aiuti dai tedeschi.
Interruppe Farinacci in difesa dei tedeschi. Seguì Bottai che era sicuro che
gli alleati sarebbero sbarcati sul continente, dove il nostro apparato militare
era impotente e il comando inetto.
Intervenne Grandi: disse che il popolo italiano era stato tradito da
Mussolini il giorno in cui l’Italia era stata obbligata a germanizzarsi, affermò
che si era detto alla nazione che tutto andava bene, mentre le sconfitte
seguivano una dopo l’altra. Non era sufficiente che il duce s’accollasse la
responsabilità, c’erano di mezzo anche loro, c’era di mezzo tutto il Paese. Si
spesero molti miliardi, ma entrammo in guerra coi fucili modello 1891, con la
fanteria insufficientemente armata e con artiglierie antiquate.
Con estrema franchezza affermò che data la situazione attuale l’unico
cammino era quello di restituire al Re l’effettivo comando di tutte le forze
armate, secondo l’articolo 5º dello Statuto del Regno. La sua mozione fu firmata
da Federzoni, De Bono, De Vecchi, Suardo, De Marsico, Acerbo, Pareschi,
Cianetti, Ciano, Bottai, Balella, Bignardi, De Stefani, Rossoni, Alfieri,
Albini, Bastianini e lo stesso Grandi.
Quest’ultimo voleva fornire al Re un appiglio legale per far cadere
Mussolini? Il Re si stava servendo di lui per far cadere il fascismo? Ancora non
si sa con certezza. Tutti i firmatari erano convinti, in buona fede, che era
l’unico cammino possibile per cercar di salvare l’Italia.
Mussolini avrebbe potuto farli arrestare tutti (e vari di loro se lo
aspettavano), ma poi si convinse che non valeva la pena di causare tanto
scandalo e tanti problemi; il Re gli avrebbe riconfermato la sua fiducia, come
aveva già fatto molte altre volte, e insieme avrebbero riso della richiesta di
Grandi e compagni.
In effetti alle 15 del 25 luglio il duce fu ricevuto dal Re, il quale, già
messo precedentemente al corrente di quanto era avvenuto nella riunione, aveva
ordinato al comandante generale dell’arma dei carabinieri di preparare una
scorta armata ed arrestare Mussolini, alla sua uscita dal palazzo reale, e
consegnarlo in una delle caserme della città.
Il duce riconobbe che la situazione dell’Italia era grave, che dopo la
riunione di Feltre pensò di sganciarsi dalla Germania non oltre il 15 settembre,
chiedendo a Hitler la sua comprensione. Il Re fu breve, gli disse che
attualmente era l’uomo più odiato d’Italia e che doveva prender atto della
decisione del gran consiglio del fascismo. Mussolini si difese dicendo che si
trattava di un consiglio e non di una deliberazione. Ma il Re rispose che era un
organo riconosciuto dallo Stato con precise attribuzioni sul piano
costituzionale, come lui stesso aveva sempre insistito.
Mussolini rispose: ‘Allora ciò significa che me ne devo andare’.
‘Precisamente – rispose il Re –, il maresciallo Badoglio vi succederà, quindi vi
prego di mettervi a sua disposizione’.
E il duce, già agli arresti in una caserma romana, s’affrettò a scrivere a
Badoglio: “Desidero ringraziare il maresciallo d’Italia Badoglio per le
attenzioni che ha voluto riservare alla mia persona. … Desidero assicurare il
maresciallo Badoglio, anche in ricordo del lavoro in comune svolto in altri
tempi, che da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma
sarà data ogni possibile collaborazione. Sono contento della decisione presa di
continuare la guerra con i nostri alleati, così come l’onore e gli interessi
della Patria in questo momento esigono, e faccio voti che il successo coroni il
grave compito al quale il maresciallo Badoglio si accinge per ordine di Sua
Maestà il Re, del quale durante vent’anni sono stato fedele servitore e tale
rimango. Viva l’Italia’.
La segreteria del partito fascista inviò telegrammi ai segretari federali di
star calmi, di attendere gli eventi. E non ci fu un solo fascista che prese le
armi per difendere il fascismo e Mussolini. Le decine di migliaia di militi
della MVSN (milizia volontaria per la sicurezza nazionale), ricevettero l’ordine
di togliersi i fasci dalle mostrine nere della giacca e sostituirli con le
stellette.
La stessa sera, dopo il cinguettio dell’uccellino della RAI, e dopo che
erano state prese tutte le misure della polizia per mantenere l’ordine pubblico,
si annunciò al pubblico:
“Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di
capo del governo, primo ministro e segretario di stato, presentate da sua
Eccellenza il cavaliere Benito Mussolini ed ha nominato capo del governo, primo
ministro e segretario di stato sua Eccellenza il cavaliere maresciallo d’Italia
Pietro Badoglio”.
Il 26 il ‘Corriere della Sera’ usciva con questo titolo: “Le dimissioni di
Mussolini – Badoglio Capo del Governo – un Proclama del Sovrano” – ‘Il Re assume
il comando delle Forze Armate. – Badoglio agli italiani: "Si serrino le file
intorno a Sua Maestà, vivente immagine della Patria’.
Seguivano altri proclami: ‘Italiani, Assumo da oggi il comando di tutte le
Forze Armate. Nell’ora solenne che incombe sui destini della Patria ognuno
riprenda il suo posto di dovere, di fede e di combattimento: nessuna deviazione
deve essere tollerata, nessuna recriminazione può essere consentita. Ogni
italiano s’inchini dinanzi alle gravi ferite che hanno lacerato il sacro suolo
della Patria. L’Italia, per il valore delle sue Forze Armate, per la decisa
volontà di tutti i cittadini, ritroverà nel rispetto delle istituzioni che ne
hanno sempre confortata l’ascesa, la via della riscossa.
Italiani, sono oggi più che mai indissolubilmente unito a voi dalla
incrollabile fede nell’immortalità della Patria. Vittorio Emanuele".
"Italiani, per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumo il Governo
militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L’Italia, duramente
colpita nelle sue province invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede
alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le
file intorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria,
esempio per tutti. La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente
eseguita, e chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento, o
tenti di turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito. Viva l’Italia.
Viva il Re. Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio".
Oltre al monito per qualche fascista male intenzionato, del quale non ce ne
fu bisogno, perché già nessuno era più fascista attivo, per lo meno per il
momento, alcuni – molti anni dopo – si ricordarono di esserlo stati, e tornarono
ad esserlo, per qualche convenienza personale…; il fatto di passare i pieni
poteri al governo militare creò l’illusione di poter sfuggire alla vendetta
tedesca, e quando essa giunse fulminea s’abbandonò l’esercito alla divina
provvidenza.
Intanto in tutta l’Italia il popolo scendeva nelle piazze formando imponenti
cortei, con cartelli improvvisati, con bandiere tricolori, esprimendo la sua
allegria, cantando l’inno di Mameli, quello del Piave, quelli del Risorgimento,
e distruggendo i simboli fascisti e i monumenti, i busti e le fotografie del
dittatore (2).
Si sparse la voce che un solo fascista s’era suicidato all'udire la notizia.
In tutta Italia cominciarono a circolare commenti burloni: il fascismo era
caduto per inesperienza, dato che era minorenne, non aveva compiuto ancora i 21
anni; si disse anche che era da meravigliarsi come il fascismo avesse potuto
dominare l’Italia durante tanti anni se, su 45 milioni d’abitanti, di fascisti
ce n’erano solo due: colui che s’era suicidato e Mussolini.
Si annunciò l’abolizione delle leggi razziali.
Infinite polemiche suscitò, nel dopoguerra, la frase del Re ‘la guerra
continua’, suggerita da Vittorio Emanuele Orlando, che si difese affermando che,
in quel momento, era l’unica forma possibile, dato che truppe italiane
combattevano fianco a fianco a quelle tedesche nel sud d’Italia e che questi
ultimi, inoltre, avrebbero sopraffatto quelle italiane nel resto d’Italia, nei Balcani, in Grecia, in Albania e in Francia (come poi avvenne).
Successivamente egli dichiarò che aveva consigliato di mettersi in contatto, entro
le 24 ore, con l’ambasciatore tedesco, per dirgli chiaramente che l’Italia non era
più in condizioni di combattere e che avrebbe chiesto un armistizio, dando ai
tedeschi il tempo necessario affinché abbandonassero l’Italia, dopodiché si
sarebbe comunicata la notizia via radio, affinché tutto il mondo ne fosse
informato. Se
Hitler non avesse accettato ci sarebbero stati conflitti, ma si sarebbe trattato
di una giusta ribellione italiana ai suoi soprusi.
Teoricamente era l’unico cammino onesto, ma Orlando non conosceva Hitler…
che, tra l’altro, si era rifiutato di aver un colloquio con il Re.
Badoglio e gli altri generali lo conoscevano bene, cosicché cercarono di
guadagnar tempo, di mettersi in contatto con gli alleati segretamente e per
diverse vie, anche non ufficiali; cercarono di far attenuare le
regole della resa incondizionata; avrebbero desiderato che gli alleati
sbarcassero molte divisioni nel nord d’Italia per imbottigliare
i tedeschi.
Nacquero così incomprensioni, dubbi,
timori, sfiducie da entrambe le parti, italiana e americana: gli italiani furono sospettati di machiavellismo
e, mentre il tempo stringeva, Hitler, che aveva rifiutato di dare a
Mussolini delle divisioni per la difesa della Sicilia e dell’Italia
continentale, dette l’ordine di farle scendere senza preavviso, di occupare
tutti i punti nevralgici della penisola e di circondare le truppe italiane.
Gli alleati, che il 3 settembre erano già sbarcati in Calabria, si
stancarono: ‘O firmate o si continua la guerra’; così il generale Castellano,
inviato da Badoglio, firmò l’armistizio.
Ma anche allora sorsero altre incomprensioni, interpretazioni errate,
cosicché l’8 settembre il generale Eisenhower annunciò per radio la
capitolazione dell’Italia. Badoglio, preso contropiede, s’affrettò a fare
altrettanto:
“Il Governo Italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari
lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare
ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al
generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La
richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le
forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.
Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza. Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio’.
Churchill non voleva che l’Italia diventasse alleata, gli inglesi avevano
avuto 232 mila morti nella guerra contro di essa, e ‘soprattutto perché si
potrebbe pensare che il suo territorio sarebbe restato intatto a fine guerra’;
infatti determinati circoli inglesi pensavano in una frammentazione dell’Italia,
e pertanto non permisero il ritorno dell’amministrazione italiana in Sicilia,
drante la guerra.
In cambio Roosevelt disse: ‘America had always been friendly with Italians -
…e si deve fare una differenza entre loro e i tedeschi e i giapponesi’.
Sicuramente pensava che i voti degli italo-americani erano molto importanti
per la sua rielezione…
Stalin dichiarò: ‘Siccome l’Italia ha causato gravi danni alla flotta
sovietica, chiedo una corazzata, un incrociatore, cinque cacciatorpediniere e
quattro sottomarini, inoltre varie tonnellate di navi mercantili’.
Roosevelt non solo accettò ma era disposto a dargli una terza parte di tutta
la flotta italiana, ma Cordel Hull gli fece capire che non era conveniente,
soprattutto perché ne avevano bisogno per la guerra nel Pacifico.
A Québec i capi dei vincitori pensarono di dividere la Germania in due stati
indipendenti, quello del sud avrebbe avuto Trieste e Fiume. Roosevelt affermò
che il Belgio era una nazione artificiale, cosicché di sarebbe potuto separare
la parte di lingua francese e unirla all’Alsazia e Lorena e al Lussemburgo in un
solo stato.
Anche De Gaulle si fece avanti : volle ed ottenne Briga, Tenda, dei ritocchi
di frontiera sul Monte Bianco. Voleva la Valle d’Aosta ed anche Ventimiglia
(come lui stesso scrive nelle sue memorie), ma gli alleati non gli permisero di
toccare Ventimiglia, e nella Valle d’Aosta dovette accontentasi con l’obbligo
del bilinguismo.
E il bilinguismo fu obbligato anche nell’Alto Adige, mentre nel Texas, a
Miami e nella California, dove predomina lo spagnolo, è permesso ufficialmente
solo l’inglese.
A Franco le cose comunciavano ad andar male, gli americani gli vendevano la
benzina al doppio per affamare la Spagna ed obbligarla a separarsi dalla
Germania e, viste come stavano le cose, cominciò a corteggiare gli alleati e
ritirò la divisione azzurra dal fronte russo.
Gli alleati iniziarono a far pressioni sulla Svezia, Svizzera, Cile,
Argentina, Turchia, Irlanda e sul Vaticano affinchè non dessero rifugio ed aiuti
ai criminali di guerra. L’Argentina, il Vaticano, la Turchia e l’Irlanda
risposero che non avrebbero promesso nulla.
Vari gerarchi del 25 luglio restarono nascosti a Roma, altri, come
Farinacci, seguito da Pavolini, si rifugiarono nell’ambasciata tedesca, altri
ancora, come Grandi, fuggirono all’estero, e altri ancora furono imprigionati
dal risorto partito fascista. Ciano, genero del duce, ebbe l’ingenuità si
chiedere aiuto ai tedeschi…e, come c’era da aspettarselo, fu ingannato.
[1] Tra i libri consultati sul 25 luglio segnaliamo:
Vitantonio Napolitano “25 Luglio”, Gianfranco Bianchi “25 Luglio, Crollo d’un
Regime”, Emilio Faldella “L’Italia nella Seconda Guerra Mondiale”, Luigi
Salvatorelli “Storia d’Italia nel Periodo Fascista”. (torna
su)
[2] La mattina del 27 ricevemmo una telefonata da mia zia,
che ci dava la notizia della caduta di Mussolini. Io andai in piazza per
rendermi conto di ciò che stava accadendo. Avevo all’occhiello il distintivo
della GIL (gioventù italiana del littorio), mi si avvicinò un signore che non
conoscevo e mi disse: ‘E' meglio che ti togli quel distintivo’, me lo tolsi e me
lo misi in tasca. Arrivato nella piazza principale di Fabriano la trovai piena
zeppa di gente e un uomo che con una lunga scala era riuscito ad arrivare fin
sopra l’arco gotico del palazzo municipale e, con un martello, stava facendo
cadere in pezzi il grande fascio ivi collocato, tra le ovazioni del pubblico.
Io ero sempre stato per il Re più che per Mussolini, anche perchè mio padre
era stato nazionalista, che più tardi questo partito fu assorbito dal fascismo.
Ma, in ogni modo, non mi sentivo di condividere tanta gioia, non so perché,
forse perché era una parte della storia d’Italia che se ne andava, l’unica
storia che avevo vissuto fin dalla nascita.
Data la giovane età non potevo pensare che i veri guai per tutti dovevano
ancora arrivare. (torna su)
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