Dal canto suo Hitler, già dall’ottobre del 1941 aveva fatto i suoi piani per occupare militarmente l’Italia, in previsione d’una sua caduta e, dopo la perdita della Sicilia, era sicuro che sarebbe successo qualcosa di grosso… Aveva così dato ordine che se l’Italia si fosse arresa avrebbe eliminato, con un colpo di mano, tutti i membri di Casa Savoia, Re incluso, i generali monarchici, il governo al completo; avrebbe imposto il disarmo dell’esercito italiano, l’isolamento del Vaticano e la costruzione d’una linea di fortificazioni nel nord Italia, difesa dalle truppe tedesche. Se invece l’Italia non si fosse arresa agli alleati, i tedeschi avrebbero cercato, con l’aiuto dell’esercito italiano, di difendere anche il Mezzogiorno.
L’importante per lui era o che gli italiani combattessero per la Germania, o che la Germania combattesse da sola in Italia, affinché gli alleati restassero il più lontano possibile dalle frontiere tedesche.
Allo stesso tempo mandava le sue spie a cercare Mussolini, che era stato spostato da un luogo ad un altro, precisamente per timore che i tedeschi lo liberassero.
Finalmente seppero che era rinchiuso in un albergo in cima al Gran Sasso, a Campo Imperatore e inviarono dei paracadutisti, con degli alianti, al comando del capitano Skorzeny che, il 12 settembre, lo liberò e se lo portò in Germania.
Hitler lo accolse come un ‘amico’ e mentre lui voleva ritirarsi a vita privata, lo ‘convinse’ che non ne valeva la pena, doveva invece formare un nuovo governo di una novella Repubblica Sociale Italiana e risuscitare il fascismo, il tutto sotto stretto controllo e vigilanza tedesca, quindi formare un nuovo esercito, che si sarebbe occupato di mantenere l’ordine pubblico ed eliminare qualsiasi oppositore.
Non ci volle molto per ricattare il maresciallo Graziani, filotedesco e nemico acerrimo di Badoglio, affinché accettasse di essere nominato comandante del nuovo esercito; in caso contrario l’Italia sarebbe stata considerata preda bellica tedesca e sarebbe stata trattata come la Polonia. Graziani accettò, e l’Italia, in ogni modo, fu trattata quasi come la Polonia, come terra di rapina, di bottino militare.
Con un altro inganno alla tedesca convinsero Ciano e famiglia a confidare in Hitler, che li avrebbe, come era loro desiderio, fatti trasportare in Spagna, ma una volta saliti sull’aereo furono portati a Monaco di Baviera e ospitati in una villa strettamente vigilata dalle SS.
I tedeschi avevano già 17 divisioni in Italia, più due brigate ed altri 15 mila uomini di unità diverse. Altre quattro divisioni arrivarono dalla Germania,
Nell’Alto Adige cominciarono ad emettere una loro moneta d’occupazione, sequestrarono le rimesse dei lavoratori italiani in Germania e bloccarono i crediti italiani.
Le divisioni italiane, nella penisola italiana erano 18, come sempre incomplete, male armate e abbandonate al loro destino dal Re, da Badoglio e dallo stato maggiore e anche dagli alleati.
E ancora con altre promesse fraudolenti, parole d’onore mai mantenute o facendo uso della forza, i tedeschi cominciarono a disarmare l’esercito italiano, che non aveva ricevuto ordini di sorta, con la promessa che avrebbero permesso ad ogni soldato di tornarsene a casa. Ma una volta disarmati furono catturati, chiusi in carri bestiame e inviati nei campi di concentramento tedeschi.
Hitler (1) li marchiò di traditori e di ‘badogliotruppen’, proprio lui che aveva tradito tutta l’Europa, l’Italia compresa, senza dar loro le garanzie riconosciute ai prigionieri di guerra, secondo la convenzione di Ginevra. Infatti 700 mila furono catturati con false promesse, dei quali 33 mila morirono nei lager di fame, di stenti o di malattie. (Peggior sorte toccò all’esercito italiano d’occupazione fuori d’Italia, del quale ci occuperemo nel prossimo capitolo).
Due dei più eroici esempi di resistenza degli italiani che non si lasciarono ingannare furono: la tentata difesa di Roma e le cinque giornate di Napoli.
A Monterotondo la divisione ‘Piave’ annientò un battaglione di paracadutisti, nella zona di Bracciano; ‘l’Ariete’ combatté contro la 3ª divisione corazzata tedesca, a Roma, a Porta San Paolo; la divisione ‘Granatieri di Sardegna’, e civili armati si opposero, combattendo arditamente, all’invasione di una divisione di paracadutisti. Si ebbero oltre 200 morti e 400 feriti, di cui 241 civili.
Intervenne il comando tedesco minacciando di bombardare Roma (come avevano già fatto con Amsterdam, che tra l’altro s’era previamente arresa, e con Belgrado), se non s’interrompevano i combattimenti; in cambio avrebbero dichiarato Roma città aperta (accordo scritto e firmato e, come al solito, poi violato sistematicamente dai tedeschi che, tra l’altro s’impossessarono di 71.098 chilogrammi d’oro della riserva italiana). (leggi questa pagina)
Altri episodi notevoli di resistenza armata ebbero luogo a Trieste, Gorizia, Cuneo, Savona, nelle Marche, al passo della Futa, a Salerno, a Piombino dove furono uccisi 600 tedeschi e 200 catturati, in Sardegna, che fu abbandonata dai tedeschi, in Corsica dove le divisioni ‘Friuli’ e ‘Cremona’, insieme ai francesi degaullisti, obbligarono i tedeschi a un rimbarco precipitoso, dopo aver perduto 3 mila uomini tra morti e feriti, mentre nell’Alto Adige soldati e popolazione d’origine teutonica cominciarono ‘con inumana ferocia’ a dar la caccia ai soldati italiani.
Dopo una breve insurrezione a Matera la resistenza si propagò a Napoli, città semidistrutta da 110 bombardamenti alleati (che causarono 20 mila morti), saccheggiata dai tedeschi, che incendiarono l’Università, la biblioteca, l’archivio storico, il palazzo reale, che distrussero i quartieri verso il porto, obbligando i cittadini al servizio obbligatorio, altri alla deportazione in Germania, altri infine fucilati sommariamente e pubblicamente, mentre i generali responsabili, Del Tetto e Pentimalli, raccomandavano la calma, ordinavano la resa della truppa e quindi scappavano da Napoli.
La città senza viveri né acqua, con 200 mila persone senza tetto (nei quartieri popolari si viveva in undici persone per stanza), giunta ai limiti estremi di sopportazione, scoppiò come una bomba di odio e di collera da tempo represse: il 28 settembre, 3 mila italiani, soprattutto popolani e qualche soldato, dal Vomero al centro, s’armarono come potettero e insorsero, contro i 12 mila tedeschi.
Il primo episodio avvenne a Santa Brigida dove i soldati tedeschi, giunti con un camion, intimarono a un carabiniere di consegnare il mitra che aveva a tracolla, ma lui, riparandosi all’angolo di un palazzo, cominciò a sparare, in pochi minuti dalle finestre e balconi si lanciarono sedie, materassi e tavoli, mentre un gruppo di giovani armati cominciò una sparatoria obbligando i tedeschi ad arrendersi.
A piazza del Plebiscito popolani e marinai si scontrarono con una pattuglia tedesca, ci furono morti da entrambe le parti e dopo due ore di combattimenti i tedeschi s’arresero.
Il famigerato colonnello Scholl, comandante della piazza, ordinò il coprifuoco e minacciò di fucilare cento italiani per ogni tedesco ucciso o ferito.
Si obbligò la folla a inginocchiarsi presso l’entrata dell’Università, per assistere alla fucilazione d’un giovane marinaio catturato, quindi le si ordinò di rialzarsi e di inneggiare a Hitler e a Mussolini.
Ma nessuno si lasciò intimidire, moltissimi furono gli ‘scugnizzi’, di 11, 12 anni, che con le bombe-molotov si lanciarono contro le autoblinde tedesche, che si ritirarono al Vomero, bombardando da lì la città. I tedeschi poi scesero a saccheggiare e a rubare nelle case e nei negozi, uccidendo i prigionieri, uomini e ragazzi, facendo saltare le industrie cittadine, il porto, le varie installazioni, gli alberghi del lungomare e della stazione, gli uffici pubblici, il tutto secondo un piano prestabilito metodicamente, consigliato dai fascisti locali. La lotta si frammentò in cento episodi diversi, molti dei quali restarono sconosciuti. Si stampò perfino un giornale ‘La Barricata’, qualcuno trovò un cannone e lo usarono contro i carri armati distruggendone cinque e obbligando vari altri a fuggire.
Napoli fu la prima città europea che insorse contro la soldataglia tedesca, che si comportò come una banda di ladri e assassini che distrusse (incendiò persino gli asili per i poveri, gli ospedali e il manicomio) e massacrò, prima di scappare precipitosamente, portandosi dietro 8 mila napoletani, catturati per farli lavorare ‘da schiavi’ in Germania.
Ancora non pienamente sazi lasciarono bombe a scoppio ritardato: una di queste scoppiò nel palazzo delle poste, alcuni giorni dopo l’arrivo degli alleati, facendo morti e feriti tra la popolazione civile.
Il primo d’ottobre quando finalmente giunsero i ‘liberatori’, la città s’era liberata da se stessa.
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Nel frattempo i partiti politici italiani, risorti dopo i venti anni di fascismo, formarono a Roma, il 9 settembre, il Comitato di Liberazione Nazionale, chiamando alla resistenza contro i nazisti e il risorto fascismo.
Molti militari italiani che poterono sfuggire alla cattura, altri che non vollero arruolarsi nelle file dell’esercito della Repubblica Sociale, altri ancora che non potevano tornare alle loro case in Sicilia o nel sud d’Italia, cominciarono a rifugiarsi sui monti, formando i primi nuclei partigiani (che i tedeschi cominciarono a chiamare ‘banditi’).
I prigionieri alleati nei campi italiani furono liberati, aiutati dalla popolazione, molti raggiunsero le linee amiche, altri s’unirono ai partigiani.
Il 9 settembre la flotta italiana ricevette l’ordine di raggiungere Malta e di mettersi agli ordini degli alleati.
La corazzata ‘Roma’, fu colpita da una bomba magnetica di un aereo tedesco e scomparve, presso le Bocche di Bonifacio, con tutti i suoi 1352 marinai, ammiraglio Bergamini compreso. Anche ciò che restava dell’aviazione italiana, 400 aerei circa, si consegnò a Malta.
Gli angloamericani cominciarono a risalire la Calabria e la Puglia, puntando su Napoli, perché avevano bisogno di un porto grande, e su Foggia, per i suoi campi d’aviazione. Il 9 settembre, per tagliare la ritirata alle truppe tedesche della Calabria, gli alleati sbarcarono a Salerno, commettendo una serie di errori madornali che per poco non costò loro d’essere ributtati a mare. Scelsero un luogo con buone spiagge, ma circondato da montagne con una sola strada verso Napoli, facilmente controllata dai tedeschi, senza precedere lo sbarco da intensi bombardamenti navali ed aerei, confidando nella sorpresa.
Le forze sbarcate furono insufficienti, mentre il generale Kesselring fece affluire nella zona sei divisioni. Il generale Clark predispose di far sbarcare più a nord gli americani per rinforzare il corpo britannico. Fortunatamente gli intensi bombardamenti navali ed aerei salvarono la situazione.
Il generale Vietingoff ricevette l’ordine da Kesselring di ritirarsi, nonostante ciò gli angloamericani non erano riusciti ad aprirsi facilmente il cammino verso Napoli. Dovettero combattere altri 22 giorni per giungere a Napoli e altri nove mesi per liberare Roma.
In ogni modo l’alto comando alleato non si preoccupava troppo, poiché ciò rientrava nei suoi piani prestabiliti, che non erano quelli di liberare l’Italia dai tedeschi al più presto, ma di tener impegnate nella penisola il maggior numero di divisioni tedesche possibili, affinché ne restassero pochissime in Francia, in previsione dello sbarco progettato in Normandia (D-Day).
La famiglia reale, Badoglio e vari generali erano riusciti a fuggire da Roma, il 9 settembre, e a giungere a Brindisi, prima in auto, poi imbarcati ad Ortona sulla torpediniera ‘Baionetta’, scampati per un pelo alla vendetta nazista.
Il 13 ottobre, sotto la protezione alleata, formarono a Brindisi il nuovo governo italiano che dichiarò guerra alla Germania, invasore ed occupante, fregandosene del resto d’Italia e anche delle divisioni italiane d’occupazione nei Balcani.
[1] Hitler, gridò che l’Italia aveva tradito, però, anni prima, aveva scritto nel suo libro, La Mia Lotta: "Sarebbe un’ingenuità non servirsi d’espedienti, come patti d’amicizia, di non aggressione ed altri del genere per timore di dovere, un giorno, violare l’impegno formalmente assunto. Il trattato più solenne deve esser violato... Colui che s’imbarazza a consultare la propria coscienza per sapere se deve continuare ad osservare un patto, qualunque sia questo patto, e qualunque sia la situazione, è un imbecille". (testo completo Mein Kampf - pdf-zip)
Bismark lasciò detto: ‘Da nessuna nazione si può attendere il sacrificio della propria esistenza sull’altare della fedeltà ai trattati’.
L’ammiraglio Horty d’Ungheria chiese l’armistizio e fu subito imprigionato dai tedeschi, inoltre obbligarono l’esercito ungherese a combattere con loro fino alla fine. (torna su)
- Stampa pagina Aggiornamento: 14/09/2014 |