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1945 - I campi di concentramento
Anche i dittatori muoiono
Quando gli alleati, russi compresi, giunsero a liberare i primi lager (o
campi di concentramento), nei quali s'imbatterono durante le loro avanzate, si
trovarono di fronte ad uno spettacolo raccapricciante: migliaia di esseri umani,
sia uomini e donne, sia vecchi e bambini, vi erano stati imprigionati e
barbaramente assassinati dai tedeschi. Nei lager vi furono internati 7.820.000
esseri umani, dei quali 7.125.000 furono assassinati o morirono per malattie o
sevizie (1).
I nomi di Auschwitz, Dachau, Buchenwald, Treblinka, Mauthausen, Flossenburg,
Rawensbrück, Bebel, Sobibòr, Chelmo, Birkenau, Sachsenhausen, Belsen,
Flossenburg, Nordhausen, Neuengamme, Natzweller, Maidanek e tanti altri per un
totale di circa 200, disseminati in Germania, Austria, Polonia e Cecoslovacchia,
cominciarono ad essere tristemente conosciuti in ogni parte del mondo. Molte
persone sapevano ciò che accadeva in questi lager, incluso in Germania, ma la
maggioranza dei popoli e dei soldati lo cominciarono a sapere solo allora.
Ironicamente all'entrata di ogni campo c'era scritto a lettere cubitali 'Arbeit
Makt Frei' (Il Lavoro rende liberi).
Hitler con un decreto presidenziale, del febbraio del 1933, introdusse la 'Schutzhaft'
(custodia preventiva) per tutti coloro che opponevano una pur minima resistenza
alle idee naziste.
D'altronde aveva già scritto nel suo libro 'Mein Kampf': "Una razza forte
scaccerà le deboli, perché lo slancio vitale, nella sua forma definitiva,
abbatterà le assurde barriere della cosiddetta umanità degli individui per l
'umanità della natura, la quale distrugge il debole per dare il suo posto al
forte".
Le antiche baracche militari situate vicino a Oswiecim (o Auschwitz in
tedesco), convertite in campo principale, ricevettero i loro primi internati nel
giugno del 1940, erano 728 polacchi, cattolici in maggioranza, prigionieri
politici dei movimenti di resistenza. Appena arrivati il comandante del campo
Karl Fritsch disse loro: "Non siete venuti in un sanatorio, ma in un campo di
concentramento tedesco dove l'unica forma di poter uscire è attraverso le
ciminiere. Se non vi piace potete cercar di scappare scavalcando il filo spinato
ad alta tensione che circonda il campo. Se ci sono ebrei tra voi, essi non hanno
diritto di vivere più di due settimane, i sacerdoti un mese, e gli altri tre
mesi".
Ogni prigioniero aveva sul fronte della casacca un triangolo che variava di
colore: nei politici era rosso; nei delinquenti comuni, verde; negli inferiori
(zingari, pervertiti, espulsi dal partito), nero; negli ebrei, giallo.
Il campo fu creato inoltre per eliminare le categorie più importanti della
società polacca: gli intellettuali, i dirigenti, i professionisti, la nobiltà.
In totale furono 150 mila i prigionieri polacchi ad Auschwitz, dei quali 70 mila
morirono.
Con l'invasione tedesca dell'Unione Sovietica, nel giugno del 1941, giunsero
numerosi i prigionieri russi, cosicché si creò, a tre chilometri di distanza, un
altro campo, quello di Birkenau, dove i russi erano trattati peggio dei polacchi
e dove si cominciarono a far funzionare le camere a gas (ciclone B).
Però molti prigionieri erano utilizzati per esperimenti 'scientifici', come
i congelamenti artificiali, i prelievi di organi vitali, la sterilizzazione, le
amputazioni senza anestesie, le castrazioni; le loro ceneri ed ossa erano poi
utilizzate come concimi per l'agricoltura e se restava ancora qualche lembo di
carne era usato per farne del sapone.
Quando a Birkenau cominciarono a funzionare le camere a gas la maggioranza
degli ebrei polacchi era già morta nei campi di Treblinka, Sobibor e Belzec,
però c'era ancora spazio per altri 300 mila ebrei polacchi ad Auschwitz, e
nell'estate del 1944 per 484 mila ebrei ungheresi.
Quando il lager di Buchenwald [2]
fu liberato, gli alleati obbligarono gli abitanti della vicina città di Weimar a
vedere di persona gli orrori commessi. Uomini e donne tedesche videro 32.705
cadaveri e 20 mila altri prigionieri, in bilico tra la vita e la morte, che
erano i 'sopravvissuti' degli ultimi 80 mila internati. Tra questi c'erano
medici, professori, scienziati, statisti, ufficiali dell'esercito, diplomatici
ed anche contadini e negozianti di ogni parte d'Europa. Gli abitanti di Weimar
si scusarono dicendo che non avevano mai creduto al nazismo, che non ne sapevano
nulla di ciò che era accaduto in quel luogo. Eppure vissero per otto anni con il
lager dietro casa.
***
Tornando in Italia il 'povero' Mussolini, già succube dei tedeschi, era
stato sistemato in una villa a Salò, sul lago di Garda, strettamente sorvegliato
dalle SS.
Poche furono le persone che lo visitavano; del resto lasciava fare tutto ai
fascisti incaricati degli affari della repubblica. Passava i suoi giorni facendo
la spola tra la villa Feltrinelli, dove viveva con la sua famiglia, e la villa
delle Orsoline, dove aveva il suo studio, percorrendo in macchina gli 800 metri
tra l'una e l'altra. Passava il tempo leggendo e scrivendo articoli periodistici.
Poco distante, a Gardone, viveva Claretta Petacci, la sua amante, in una
villa tutta per lei.
Il duce raramente faceva qualche rapido viaggio, sempre spiato e seguito
dalle SS tedesche. La sera prima di dormire faceva il solitario di Napoleone. A
volte s'entusiasmava, credendo alle promesse di Pavolini, di riunire dai venti
alle cinquanta mila brigate nere nella Valtellina e morire in bellezza
nell'ultima resistenza agli invasori, altre volte credeva, o fingeva di credere,
alle promesse di Hitler e alle sue armi segrete che avrebbero cambiato
completamente le sorti della guerra; la maggior parte delle volte accettava
passivamente gli avvenimenti come un destino inesorabile e inevitabile. In
realtà era un uomo finito, in balia degli eventi e dei tedeschi. Non risulta che
si sia sentito responsabile della morte di tanti italiani, di una guerra
sciagurata e assurda, come più assurdo ancora l'essersi gettato in braccio di un
tedesco, e per giunta squilibrato.
Il 17 aprile Mussolini decise improvvisamente di raggiungere Milano, senza
chiedere il permesso ai tedeschi.
Il 23 aprile gli alleati avevano liberato Parma ed erano già sul Po. Il 24
il duce, seguito da qualche fedele, cercò di prender contatto col generale
Raffaele Cadorna, comandante del Comitato di Liberazione Nazionale e si combinò
un incontro all'Arcivescovato. Il 25 aprile vi giunse accompagnato dal prefetto
Bassi, dai sottosegretari Zerbino e Barracu, dal maresciallo Graziani,
dall'industriale Cella e da altri, tra cui il sottotenente delle SS Fritz Birzer,
partito da Salò con trenta soldati di scorta, che doveva seguire il duce senza
perderlo mai di vista. Il cardinale Schuster li ricevette, fece preparare una
camera per lui nel caso si fosse arreso al C.L.N., promettendo che sarebbero
state date le garanzie della convenzione dell'Aia, per consegnarlo poi agli
alleati e sottrarlo alla condanna a morte che i più estremisti del Comitato di
Liberazione, tra cui Sandro Pertini, esigevano.
Giunse finalmente il generale Cadorna accompagnato da altri membri del
Comitato. Il cortile dell'Arcivescovato era pieno di tedeschi e fascisti con
auto e mitragliatrici.
Alla presenza di Mussolini, e dei suoi fedeli, i membri del C.L.N. chiesero
la resa incondizionata. Mussolini si sorprese, affermò che gli avevano
assicurato che le famiglie dei gerarchi avrebbero potuto radunarsi a Varese e
che la milizia si sarebbe concentrata in Valtellina. Si sentì rispondere che
quelle erano le modalità della resa, sulle quali si sarebbe trattato una volta
accettata la resa.
"Allora possiamo discutere" - rispose Mussolini. A questo punto intervenne
Graziani, dicendo che sarebbe stato sleale iniziare trattative di pace senza
aver consultato i loro alleati germanici. Allora l'avvocato Marazza del C.L.N.
rispose: "Ma forse il governo della repubblica sociale e il suo ministro della
guerra non sanno che i tedeschi stanno trattando la resa con noi da oltre dieci
giorni".
A Mussolini sembrò d'aver ricevuto una scarica elettrica. Né il generale
Wolff, capo delle SS in Italia e suo gentile 'carceriere', né l'ambasciatore
Rahn, incontrati entrambi quattro giorni prima, gli avevano detto nulla in
proposito.
Uno dei presenti affermò che effettivamente le truppe tedesche, quella
stessa mattina, avevano consegnato le armi simbolicamente nelle mani del
cardinale e s'erano rinchiusi nelle caserme.
Mussolini s'alzò di scatto indignato: "Ci hanno sempre trattato come servi e
alla fine ci hanno tradito!" E dopo aver ricordato tutte le umiliazioni e i
tradimenti avuti dai tedeschi, aggiunse: "Vado dai tedeschi e tra un'ora
ritorno".
Mussolini tornò alla Prefettura, investì un generale tedesco tacciando tutti
i suoi concittadini di traditori e di sleali. Quindi si calmò e ordinò di
partire tutti per Como.
In testa era la macchina di scorta coi tedeschi di Birzer, quindi quella di
Mussolini che aveva un mitra a tracolla, seguiva un camion pieno di tedeschi, e
poi una trentina di vetture coi ministri, gregari e giornalisti di varie
organizzazioni. Pavolini era in una di queste, ma i suoi 20-50 mila brigatisti
neri non apparvero mai, spariti come fantasmi, in coda c'era l'auto di Marcello
Petacci e famiglia, che accompagnava la sorella Claretta.
Ad un certo punto il duce lasciò che il seguito continuasse per Cadenabbia e
lui con Bombacci giunse a Menaggio e se ne andò a dormire in casa del podestà.
Con lui c'era Claretta, che lo aveva raggiunto, e Buffarini Guidi che lo
convinse a cercar di passare la frontiera svizzera, cosicché se ne andarono a
Gràndola, dove consumarono un rancio nella caserma dei vigili di confine.
Buffarini-Guidi ed altri s'avviarono verso la frontiera per vedere se si poteva
passare facilmente, ma poco dopo tornò indietro solo, gli altri erano stati
catturati dalle guardie di finanza, passate agli ordini del C.L.N.
Mussolini cambiò idea e disse che voleva raggiungere Merano, quindi Monaco,
ma il tenente Birzer lo convinse d'aspettare l'indomani, dato che era già tardi.
Durante la notte giunsero a Menaggio una trentina di camion con 170 tedeschi
della Flak (contraerea), al comando del tenente Fallmeyer. Cosicché tutti
presero la decisione d'accodarsi a loro.
Alle otto del mattino, all'uscita del paese di Musso la colonna fu bloccata
dai partigiani della 52ª brigata garibaldina, i cui comandanti: Pedro (Pier
Bellini delle Stelle) e Bill (Urbano Lazzaro) dissero che avrebbero lasciato
passare i tedeschi che rientravano in Germania, ma non gli italiani. In caso
contrario avrebbero distrutto la colonna. I tedeschi pensarono, come ultimo
possibilità di far indossare a Mussolini un cappotto e un elmetto tedesco e
quindi farlo salire su uno dei camion della Flak, insieme agli altri soldati
teutonici. I partigiani ispezionarono i camion e le macchine, il duce fu
riconosciuto e fu fatto scendere e portato al municipio di Dongo. Gli altri
italiani tentarono una breve difesa sparando da una vecchia autoblindo, poi
s'arresero. I tedeschi lo abbandonarono alla sua sorte. Mussolini, poi raggiunto
da Claretta, fu portato a dormire nella cascina di Lia de Maria, a Bonzanigo.
Nel frattempo erano giunti a Dongo alcuni membri del C.L.N. di Milano, tra i
quali il colonnello Valerio che, come un invasato, ordinò che gli si
consegnassero Mussolini e gli altri fascisti. Quindi andarono a prendere
Mussolini e la Petacci che furono uccisi poco distante, presso il cancello di
una villa a Giulino di Mezzegra.
Valerio tornò a Dongo, compilò una lista coi nomi di 15 gerarchi (lo stesso
numero dei partigiani fucilati dai nazi-fascisti a Piazzale Loreto vari mesi
prima), [3] che furono subito fucilati, nella piazza del paese,
contro il parapetto del lungolago. Era il 28 aprile. I corpi di Mussolini e
della Petacci furono trasportati a Milano, il giorno seguente, ed appesi per i
piedi a un distributore di benzina del Piazzale Loreto, affinché la numerosa
folla accorsa li potesse ben vedere e riconoscere.
I documenti, i preziosi per 600 miliardi di lire del 1945 (tra i quali due
damigiane di fedi d'oro donate dagli italiani alla Patria), che i gerarchi si
portavano appresso, in parte scomparvero. Il partito comunista s'appropriò dell'oro e delle valute che investì in sedi del partito a Roma. Il
mistero dell'oro di Dongo continuò per anni ad attrarre la curiosità degli
italiani, e restano ancora molti misteri, che costarono la vita a dei partigiani
comunisti (il capitano Neri e la partigiana Gianna) che vollero scoprire la
verità.
Il 28 aprile 'Il Popolo' annunciava a lettere cubitali: "Mussolini e la sua
banda catturati - La fuga verso la Svizzera interrotta a Como - Anche Farinacci
e Graziani sono nelle mani dei patrioti - la vana resistenza dei pretoriani di
Pavolini - 3500 patrioti dell'Emilia consegnano le armi".
'Il Popolo' del primo maggio riportava: "10 giugno 1940 - 30 aprile 1945 -
La guerra in Italia è finita -Inquietudine del popolo italiano per la sorte di
Trieste - si attende di ora in ora la capitolazione della Germania - La
punizione dei fascisti assunta nel Nord dai tribunali ordinari - Gli alleati
hanno occupato Torino Alessandria e Treviso.
177 cadaveri di fascisti giustiziati sono esposti all'obitorio di Milano
- Rachele Mussolini arrestata a Como con i due figli minori. Quantunque una dura
ed ingrata vicenda bellica avesse ormai per anni martoriato il corpo della
nazione, lo spirito reagì indomito. Il contributo dell'Italia alla guerra
sarebbe stato anche superiore se gli assurdi impedimenti frapposti
dall'armistizio, se l'equivoca condizione di cobelligeranza, e soprattutto il
rifiutato rimpatrio dei prigionieri non avessero in parte paralizzato il nobile
slancio della guerra nazionale contro l'invasore tedesco".
'La Ricostruzione' di Ancona, del 2-3 maggio dava la notizia della morte di
Hitler, trasmessa da radio Brema. 'Caduto al suo posto di comando, nel Palazzo
della Cancelleria (sic!). Il suo successore è l'ammiraglio Dönitz, il quale ha
annunciato che la guerra continua'.
'Il Popolo' del 3 maggio comunicava: 'Attacchi ingiuriosi del governo
jugoslavo contro l'Italia - le sue truppe hanno occupato
la Venezia Giulia fino all'Isonzo, liberando il loro territorio. Ci sono stati
scontri a Trieste tra italiani e jugoslavi'.
Mentre a Roma Vittorio Emanuele III abdicò al trono e gli successe suo
figlio Umberto II che, in data 9 maggio, lanciò un proclama alla Nazione:
"Italiani, il mio Augusto Genitore, effettuando il proposito manifestato da
oltre due anni, ha oggi abdicato al trono nella fiducia che questo Suo atto
possa contribuire a una più serena valutazione dei problemi nazionali nella pace
imminente. Nell'assumere da Re quegli stessi poteri che già esercitavo come
Luogotenente Generale, ho la piena consapevolezza della responsabilità e dei
doveri che mi attendono. Fiero e commosso ricordo i caduti della lunga guerra, i
morti nei campi di concentramento, i martiri della liberazione e rivolgo il mio
primo pensiero agli italiani della Venezia Giulia e delle terre d'oltremare che
invocano di rimanere cittadini della Patria comune, ai prigionieri di cui
aneliamo il ritorno, ai reduci a cui dobbiamo riconoscenza, a tutte le
incolpevoli vittime della immane tragedia della Nazione. La volontà del popolo
espressa nei comizi elettorali determinerà la forma e la nuova struttura dello
Stato, onde non solo garantire la libertà dei cittadini e l'alternarsi delle
parti al potere, ma porre altresì la costituzione al riparo da ogni pericolo e
da ogni violenza. Nella rinnovata monarchia costituzionale, gli atti
fondamentali della vita nazionale saranno subordinati alla volontà del
Parlamento, dal quale verranno anche le iniziative e le decisioni per attuare
quei propositi di giustizia sociale che, nella ricostruzione della Patria,
unanimi perseguiamo. Io non desidero che di essere primo tra gli italiani nelle
ore dolorose, ultimo nelle liete e nelle une e nelle altre restare vigile
custode delle libertà costituzionali e dei rapporti internazionali che siano
fondato su accordi onorevoli e accettabili.
Italiani, mentre nel mondo sussistono divergenze e divisioni e
affannosamente si ricerca la via della pace, diamo esempio di concordia nella
nostra Patria martoriata, con quella tolleranza che ci è suggerita dalla nostra
civiltà cristiana. Stringiamoci intorno alla bandiera sotto la quale si è
unificata la Patria e quattro generazioni d'italiani hanno saputo laboriosamente
vivere ed eroicamente morire. Davanti a Dio giuro alla Nazione di osservare
lealmente le leggi fondamentali dello Stato che la volontà popolare dovrà
rinnovare e perfezionare. Confermo altresì l'impegno di rispettare come ogni
italiano le libere determinazioni dell'imminente suffragio che, ne sono certo,
saranno ispirate al migliore avvenire della Patria.
Roma, 9 maggio 1946 UMBERTO
La "Resistenza" di Torino, del 6 giugno del 1964 riportava: 'Tra un anno 24
mila assassini saranno liberi di venire tra noi. Tanti sono i criminali che si
nascondono in paesi dell'America Latina, in Spagna, Portogallo, Egitto e
sfuggono alla giustizia. Nel maggio del 1965 i loro orrendi delitti cadranno in
prescrizione; saranno liberi di tornare nei luoghi che furono teatro delle loro
atrocità. Si impedisca questa mostruosità giuridica, si abolisca la prescrizione
per i reati di genocidio!'
Resta misteriosa la fine che ebbero le 62 lettere del carteggio
Mussolini-Churchill. Quest'ultimo fece ricerche personalmente, in settembre,
sulle rive del Garda e incaricò anche agenti per rintracciarle. Finalmente
riuscì a ricuperarle, ma poi seppe che se ne erano state fatte tre copie.
Riuscì anche ad averne due delle copie, pagando un paio di milioni, ma la terza
copia non s'è ancora trovata. Alcuni affermano che fu consegnata a Stalin da un
comunista nostrano (Togliatti?, Longo?) ed anche il mitra Mas
7,65 che uccise Mussolini, che poi si seppe che era stato regalato a un
presidente comunista dell'Albania. Sembra che, per mezzo di quelle carte, Churchill
avesse offerto, nel 1939-40, a Mussolini territori a danno della Francia,
Jugoslavia e Grecia se fosse rimasto neutrale.
***
In Germania otto gruppi d'armate si lanciarono all'attacco finale. Il 9
aprile fu la volta di Berlino, già circondata dai russi. Il generale Guderian
concentrò 120 divisioni tedesche, di cui 30 panzer, alla difesa della città, ma
i generali Zhukov e Koniev attaccano con 22 mila cannoni, 4 mila carri armati e
5 mila aerei.
Hitler s'era ermeticamente rinchiuso nel bunker di Berlino, appositamente
fatto costruire a prova di bombe, per lui e i suoi fedelissimi, mentre i soldati
tedeschi morivano a migliaia per lui, inclusi i ragazzi di sedici anni, che
furono arruolati ed inviati sui fronti a farsi massacrare.
Fu impossibile per i dissidenti potersi sbarazzare di lui: dal 1933 al 1939
più di 200 mila tedeschi erano stati imprigionati o internati, dal 1933 al
1945 40 mila circa erano stati eliminati.
Tra le sue ultime volontà fece fucilare suo cognato, Hermann Fegelein,
generale delle SS che - senza chiedere il suo permesso - voleva raggiungere sua
moglie, fuori di Berlino, che aveva appena partorito; ordinò l'allagamento del metrò della città, dove si accalcavano migliaia di donne,
bambini e soldati in cerca di rifugio dai bombardamenti, cannoneggiamenti e
irruzione dei soldati russi, che avevano avuto carta bianca per vendicarsi di
ciò che i tedeschi avevano fatto nelle città e nei paesi russi; ed infine dettò,
alle sue segretarie, una specie di testamento-promemoria, ripetendo le assurde e
diaboliche idee, già esposte in altre sue ordinanze e libri.
Ma ancora non era soddisfatto: ordinò che Göring (che aveva nominato suo
eventuale successore), fosse preso e fucilato per tradimento, per il fatto di avergli mandato un memorandum dicendo che non
sapendo se ancora lui (Hitler) era in condizioni di dar ordini, gli facesse
sapere qualcosa, in caso contrario egli avrebbe preso decisioni appropriate in
quei frangenti. Solo per miracolo egli sfuggì alla cattura, fuggendo con 17 autocarri pieni di
quadri artistici e
mobili antichi, con molte valige piene zeppe di gioielli e valuta pregiata: il
tutto rubato ai musei, alle banche ed ai palazzi dell'Europa occupata.
Hitler commentò che solo due persone non l'avevano mai tradito: Eva Braun
e la sua cagna Blondi, alsaziana. Ma fu lui che al finale li tradì, dato che
fece prendere il veleno ad Eva e lo fece dare alla cagna.
Il 22 chiamò a rapporto il suo stato maggiore: il maresciallo Keitel e i
generali Jodl e Guderian accusandoli di tradimento; con la bava alla bocca e
gridando li insultò, li strapazzò dato che non erano stati capaci di fermare i
russi e nemmeno gli anglo-americani.
Quindi si affrettò a distribuire fialette di veleno a tutti i fedeli che
restavano del bunker, oltre alle SS, alle segretarie, servitori, cuoca ed altri,
a Göbbels con la moglie e i suoi sei figli adolescenti, Borman che aspirava e
tramava per essere il successore di Hitler.
Il primo maggio fece avvelenare Blondi. Poi con la pistola uccise Borli,
uno scotch-terrier di Eva, regalò altre fiale di veleno alle segretarie, quindi
fece bere il veleno ad Eva e lui si sparò in bocca. Göbbels avvelenò i suoi sei
figlioletti, poi lo bevvero lui e sua moglie. I corpi di tutti furono bruciati
con benzina sullo spiazzale di fronte al bunker. Tutti gli altri, malgrado il
giuramento fatto e la loro devozione estrema, tirarono le fialette e cercarono
di scappare attraverso la città occupata e semidistrutta.
Il Reich nazista che avrebbe dovuto durare mille anni, terminò miseramente
dopo appena undici anni, ma lasciò dietro di sé 'montagne' di morti innocenti e
tante distruzioni che neppure la somma di tutte le antiche invasioni barbare lo
superavano.
Il 7 maggio s'arrendeva l'esercito tedesco su tutti i fronti.
Gli alleati, malgrado tutte le loro promesse, praticamente applicarono l'antico detto: 'Vae victis!'
S'impose la pace ai vinti, e riguardo alla Carta Atlantica non si
ascoltarono le opinioni dei piccoli paesi vinti o vincitori.
Si decise la divisione della Germania in tre zone d'occupazione. Furono liberati i 12 milioni di lavoratori-schiavi stranieri. Furono aperti i lager e
salvati quelli che ancora respiravano. Il resto d'Europa fu diviso in due zone
d'influenza tra la Gran Bretagna (sotto controllo americano) e la Russia.
La Russia restò con i tre stati baltici, con la Bessarabia e la Bucovina
rumene, con la Rutenia cecoslovacca, con la Finlandia le cui frontiere furono
riviste, con una metà della Prussia e con la parte ex-polacca che
Hitler gli aveva permesso di occupare nel 1940.
La Polonia fu compensata con
l'altra metà della Prussia e con i territori tedeschi della Slesia e della
Pomerania. I tedeschi di queste zone furono obbligati ad andarsene, portando con
loro il minimo indispensabile. Come del resto avevano fatto loro, a suo tempo,
coi cecoslovacchi dei 'sudeti' e i polacchi dei territori integrati alla
Germania.
I russi chiesero l'80% delle fabbriche tedesche, altre centinaia furono
smantellate. Gli alleati presentarono una lista di 682 fabbriche da
distruggere, alla quale i francesi ne aggiunsero altre 236. Solo 308 erano
fabbriche militari, le altre erano un 'surplus' che davano 'fastidio' alla
concorrenza alleata. Le proprietà tedesche all'estero, per un valore di 71
miliardi di dollari, furono confiscate. Solo il valore delle patenti confiscate
dagli Stati Uniti ammontò a cinque miliardi.
Il 20 novembre del 1945 a Norimberga iniziò il processo contro i 20
principali criminali di guerra tedeschi, dei quali undici furono condannati
all'impiccagione, altri all'ergastolo, o a vari anni di prigione, e tre assolti.
Himmler, capo delle SS, si avvelenò prima di essere catturato; Göring, condannato a
morte, si avvelenò prima dell'esecuzione.
***
Gli americani mobilitarono 14 milioni di soldati; l'impero inglese 12
milioni; la Russia 22 milioni.
La Germania ne mobilitò 17 milioni. In totale le nazioni dell'Asse
(Germania, Italia, Giappone, Finlandia, Romania, Ungheria, Bulgaria ed altre)
mobilitarono 30 milioni di soldati.
Morti e dispersi: gli U.S.A. 516 mila; la Gran Bretagna 350 mila; la Russia 12 milioni, ma più
del doppio furono le perdite civili. Ebbe 70 mila città e paesi distrutti, 30
mila fabbriche rase al suolo, 25 milioni di persone persero la loro casa.
(Gli aiuti americani ai russi furono di 6.400 aerei, più 5.800 inglesi, di
3.734 carri armati, più 4.292 inglesi, ma le loro perdite totali furono di 30
mila carri armati e 23 mila aerei. La produzione russa in tre anni fu di 100 mila carri armati, 120 mila aerei,
360 mila cannoni e 1.300.000 mitragliatrici).
La Francia ebbe 125 mila morti, un milione e mezzo furono catturati dai
tedeschi. Altri 150 mila morirono durante la liberazione.
La Germania ebbe 3.750.000 uomini catturati dagli americani, 8 milioni dai russi,
7 milioni e mezzo dagli inglesi.
L'Italia perse 292 mila militari e 153 mila civili (di cui 54 mila furono
partigiani morti combattendo e civili fucilati per rappresaglia). Quasi 2
milioni di vani d'abitazione furono distrutti e 5 milioni danneggiati, inoltre
10 mila ospedali, cinema e teatri distrutti, migliaia di ponti, acquedotti,
linee elettriche, canali di bonifica fatti saltare o distrutti dai bombardamenti
o da operazioni belliche. Perdette 3.260.000 tonnellate di naviglio mercantile.
Il Giappone ebbe 1.500.000 di militari tra morti e feriti e 41 mila
prigionieri.
La Polonia ebbe un milione di militari e 5 milioni di civili morti (tra cui
3 milioni di ebrei).
Il costo totale della guerra fu di dollari 1.154 miliardi, di cui gli U.S.A.
spesero 310 miliardi, la Gran Bretagna 120 miliardi, la Russia 192 miliardi, la
Germania 272 miliardi, l'Italia 94 miliardi e il Giappone 56 miliardi.
[1] Rudolf Höss, comandante del Campo di Auschwitz, dal
giugno 1941 alla fine del 1943, dichiarò durante il suo processo, di aver
provveduto alla gassificazione di 2 milioni di esseri umani.
Inoltre i soldati tedeschi, secondo il calcolo più basso, trucidarono altri
12 milioni di uomini, donne e bambini nei territori europei che essi invasero e
occuparono, inclusi i prigionieri di guerra, in particolare i russi.
L'imperatore Guglielmo II aveva dettato un proclama, nel 1914, ai soldati in
questi termini: "Dio ci ha chiamati a civilizzare (sic!) il mondo, voi siete il
sale della terra, ed è per virtù tedesca che il mondo guarirà". (torna
su)
[2] Tra i prigionieri di Buchenwald ci fu anche la
principessa Mafalda di Savoia, figlia del re Vittorio Emanuele, catturata dai
tedeschi dopo l'8 settembre, ferita durante un attacco aereo il 24 agosto del
1944, fu praticamente lasciata morire. Una piccola e stupida vendetta di Hitler.
(torna su)
[3] Mentre gli alleati volevano che Mussolini fosse loro
consegnato vivo, come si era stabilito nel trattato di resa, i comunisti,
socialisti e del partito d'Azione Giustino Arpesani, Achille Marazza, Sandro
Pertini, Emilio Sereni e Leo Valiani firmarono il seguente decreto: "I membri
del Governo Fascista e i gerarchi del fascismo colpevoli di aver contribuito
alla soppressione delle garanzie costituzionali, di aver distrutto le libertà
popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del Paese, e
di averlo condotto all'attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e,
nei casi meno gravi, con l'ergastolo". Quindi i comunisti Luigi Longo, Pietro
Secchia ed Emilio Sereni, i socialisti Sandro Pertini e Riccardo Lombardi e i
membri del partito d'Azione Leo Valiani e Ferruccio Parri incaricarono il
colonnello Valerio di uccidere Mussolini e i gerarchi catturati. (torna
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