L'ORIGINE DELLA CRISI PALESTINESE


Nel maggio 1947, alla tribuna della commissione speciale dell'Assemblea generale dell'ONU per la Palestina, il capo della delegazione sovietica, A. Gromiko, affermò che in Palestina arabi ed ebrei avrebbero potuto convivere in pace a condizione di costituire uno Stato democratico binazionale, unitario e indipendente, che riconosca pari diritti alle due popolazioni, oppure, in alternativa a questa soluzione giudicata impraticabile dalle stesse popolazioni, a condizione di suddividere la Palestina in due Stati distinti e indipendenti, uniti però sul piano economico. Da allora la posizione sovietica è rimasta sostanzialmente immutata.

All'ONU tuttavia la questione non venne sollevata dall'URSS ma dal governo inglese, che aveva ammesso la propria incapacità a risolvere i problemi accumulatisi nel corso del suo mandato semi-coloniale. Le popolazioni arabe ed ebraiche non sopportavano più la presenza dei 100.000 militari inglesi. La repressione della guerriglia veniva a costare troppo alla corona, anche perché essa era appoggiata non solo dalle forze comuniste delle due popolazioni, ma anche dai sindacati e dagli ambienti liberali, nonché dal partito sionista Hashomer Hatzair.

In qualità di potenza mandataria, la Gran Bretagna deve essere considerata, per quel periodo, la maggiore responsabile del conflitto palestinese. La sua politica, in quella regione, venne dettata unicamente dall'interesse a sfruttare i giacimenti petroliferi mediorientali, evitando, in ciò, che gli USA acquisissero un'influenza troppo grande. Nel 1945, con il governo laburista di C. Attlee, l'Inghilterra allargò la cooperazione con alcune monarchie arabe, soprattutto con Transgiordania, Irak ed Egitto. Malgrado le forti pressioni di Stati Uniti ed Europa occidentale, il governo Attlee riuscì a bloccare totalmente l'immigrazione ebraica in Palestina. Gli ebrei che venivano presi dalle navi da guerra inglesi, stazionate sul litorale, venivano deportati in campi profughi a Cipro (in un caso furono addirittura spediti in Germania!).

Stessa politica di rigore (almeno in apparenza) veniva applicata nei confronti dei leaders delle organizzazioni sioniste operanti in Palestina. Nel giugno 1946 venne decretata la legge marziale e le sedi dell'Agenzia ebraica (1), del Consiglio nazionale e di altri centri operativi furono occupate. Per circa due settimane si moltiplicarono perquisizioni ed arresti (si arrivò sino a 2.700) nei quartieri ebraici e presso le colonie agricole; un mandato di cattura venne spiccato contro Ben Gurion e altri dirigenti sionisti che all'epoca vivevano negli USA; tre membri del comitato esecutivo dell'Agenzia ebraica, il segretario del Consiglio nazionale ebraico di Palestina e altre personalità di rilievo vennero imprigionate.

Tuttavia, le misure volte a frenare l'immigrazione si rivelarono ben presto inefficaci. Nel 1946 le organizzazioni sioniste avevano già fatto entrare clandestinamente circa 10.000 uomini in grado di armarsi. Quando fallirono tutti i tentativi di disarmare le formazioni para-militari ebraiche, che agivano in semi-clandestinità, gli inglesi revocarono lo stato d'emergenza e scarcerarono i sionisti. L'ala dominante degli attivisti di Ben Gurion era riuscita a convincere i sionisti che la presenza britannica era l'ostacolo principale all'acquisizione di una propria indipendenza politica. Di qui la richiesta dell'appoggio statunitense.

L'importanza strategica della Palestina era aumentata per gli inglesi in misura proporzionale alla decisione che avevano preso di evacuare da Egitto, Siria, Libano e Irak, a partire dal 1946, le loro forze militari. Essi avevano addirittura impiantato dei campi permanenti nella striscia di Gaza, elaborando un piano di ridistribuzione delle forze nel loro impero mediorientale. In tal senso erano perfettamente consapevoli che per poter conservare il regime mandatario occorreva che i sionisti rinunciassero all'indipendenza politica, e che comunque il mandato sarebbe finito se i sionisti avessero cercato l'appoggio americano. Lo stesso presidente Truman aveva già messo sull'avviso gli inglesi che se avessero usato la forza contro i sionisti, gli USA non avrebbero concesso loro né viveri né nuovi crediti.

Essendo dunque escluso l'uso della forza, le autorità inglesi cercarono la via del compromesso. Nel luglio 1946 fu reso pubblico il progetto MORRISON-GRADY di ripartizione della Palestina in quattro zone: una provincia ebraica, una araba (dotate entrambe di una certa autonomia), un distretto di Gerusalemme e uno del Negev (entrambi sotto il potere diretto inglese). In pratica il progetto serviva per costruire una sorta di "ponte" fra Egitto e Transgiordania (e quindi verso i giacimenti petroliferi d'Irak e Kuwait).

Naturalmente l'autonomia delle due suddette province sarebbe stata alquanto relativa (Londra, ad es., si riservava il diritto di designare un alto commissario che amministrasse difesa, affari esteri, dogana, ecc.). Ecco perché i capi sionisti e palestinesi respinsero subito il progetto. Ed ecco perché, in risposta a tale rifiuto, il governo Attlee propose la creazione di uno Stato indipendente unico, dopo un "periodo transitorio" di cinque anni nel corso del quale il potere legislativo ed esecutivo sarebbe rimasto nelle mani degli inglesi. Al secondo rifiuto gli inglesi decisero di rivolgersi all'ONU. Il loro "doppio impegno" nei confronti degli arabi e degli ebrei li aveva praticamente portati a un vicolo cieco.

* * *

La politica americana in Medioriente è nata allo scopo di sostituire la propria influenza a quella inglese. Non avendo in questa regione, allora, né basi militari né accordi preferenziali, gli USA avevano tutto da guadagnare nell'usare una politica di forza. Di qui l'alleanza coi capi del Sionismo internazionale, che ufficialmente data a partire dal rapporto HARRISON del 1945. Earl Harrison, funzionario del Dipartimento di Stato, aveva pensato che la soluzione migliore per gli ebrei che erano stati internati nei lager nazisti era quella di trasferirli in Palestina, utilizzandoli in funzione anti-araba e anti-inglese.

Pressata dall'esigenza suscitata dagli USA in Europa occidentale di concertare le azioni in vista di una guerra fredda contro l'URSS, l'Inghilterra non oppose una seria resistenza a questo rapporto. E così, nei primi mesi del '46 era già in funzione una commissione anglo-americana per la Palestina. Nel maggio un suo rapporto prevedeva la modifica delle restrizioni inglesi imposte agli immigrati e la possibilità per 100.000 ebrei di entrare immediatamente in Palestina. Londra naturalmente, per assicurarsi che la crescita numerica della popolazione ebraica non comportasse alcuna rivendicazione d'indipendenza, chiese lo scioglimento di tutte le formazioni para-militari ebraiche, ma gli USA si opposero.

* * *

La posizione della direzione sionista, a livello internazionale e nell'ambito della Palestina, cominciò a delinearsi chiaramente verso la fine della II guerra mondiale. A quell'epoca i due centri maggiori d'influenza erano gli USA e la Palestina. Nel dopoguerra essi appoggiarono tutte le proposte di dividere la Palestina per crearvi un autonomo Stato ebraico. A tale scopo sfruttavano bene i sensi di colpa che provava l'opinione pubblica di molti paesi in relazione allo sterminio ebraico da parte dei nazisti. In effetti gli ebrei avevano sopportato immani sofferenze anche per la mancanza di qualsiasi intervento da parte degli Stati occidentali in loro difesa: questo poteva spiegare il loro desiderio di lasciare l'Europa.

Sfruttando proprio questo desiderio, i sionisti seppero creare ingegnose piste per il traffico di nuovi immigrati in Palestina. Già durante il viaggio verso la "patria storica" veniva loro propinata l'idea che per avere un proprio Stato bisognava prendere la terra agli arabi locali, cioè a quegli arabi che nel '47 costituivano i 3/4 della popolazione palestinese e che trent'anni prima erano il 90%, a quegli arabi che, nella guerra contro l'impero turco, si erano fidati della promessa inglese di poter ottenere una nazione libera.

Il congresso sionista del 1946 prevedeva chiaramente l'annessione della striscia di Gaza, limitandosi a concedere allo Stato arabo l'accesso al mare da Giaffa, nonché le regioni a est di Tel Aviv (che in seguito divennero parte d'Israele) e tutta Gerusalemme. I sionisti, pur di poter costituire uno Stato autonomo con relativa facilità, erano anche disposti a rinunciare (almeno temporaneamente) all'idea di inglobare l'intera Palestina.

Essi infatti avevano il problema di fare una buona impressione, mostrandosi realisti, al cospetto dell'ONU. Era d'altra parte difficile sostenere l'idea che con 700.000 ebrei o poco più si poteva costituire uno Stato alternativo a quello arabo. Ciò tuttavia non impedì loro di annullare quelle risoluzioni congressuali che garantivano i diritti degli ebrei su tutta la Palestina (vedi ad es. il programma BILTMORE, adottato nel maggio 1942 dai sionisti americani).

In ogni caso per i sionisti non esisteva più il dilemma di scegliere fra il mandato britannico o la divisione della Palestina. Al loro congresso del 1946 gli esponenti delle organizzazioni ebraiche americane approvarono a maggioranza assoluta la mozione che prevedeva la fine del mandato e Ch. Weizmann, il capo dell'ala filo-britannica, non venne riconfermato alla presidenza dell'Organizzazione Sionista Mondiale.

Come noto, l'ipotesi di spartire la Palestina era piaciuta ai sionisti sin dalla fine degli anni '30, allorché la commissione inglese PEEL, insediatasi in Palestina dal novembre 1936 al gennaio 1937, pubblicò un rapporto in cui proponeva di dividere la Palestina in due Stati, lasciando Gerusalemme e il corridoio da Gerusalemme a Giaffa in mano agli inglesi. Naturalmente si prevedeva l'espulsione di tutti gli arabi dal futuro Stato ebraico (in conformità peraltro ai postulati teorici del fondatore del sionismo politico, Theodor Herzl). All'inizio del '47 la politica sionista poteva contare sull'Haganà (l'organizzazione militare ebraica in Palestina) che disponeva già di 60.000 uomini, di cui almeno 12.000 avevano combattuto nel corso della II guerra mondiale a fianco di inglesi o americani; poi vi erano altre organizzazioni militari clandestine che svolgevano azioni terroristiche e campagne politiche estremistiche, sia contro gli inglesi che contro gli arabi.

* * *

Nel giugno 1946 la risoluzione del consiglio della Lega araba, riunitosi a Bludan, rifiutava categoricamente l'idea di dividere la Palestina in due Stati. Ciononostante alcune monarchie arabe entrarono ufficiosamente in contatto con i sionisti per timore di perdere il controllo delle rivendicazioni socio-politiche del movimento di liberazione arabo e di quello nazionale palestinese.

Queste monarchie cercarono l'appoggio degli husseinisti, i seguaci del muftì estremista di Gerusalemme Haj Amin el-Hussein, che durante la II guerra mondiale si era schierato a favore del nazi-fascismo. Nel novembre 1945 il consiglio della Lega araba inviò a Gerusalemme una delegazione guidata dal presidente della Lega, Jamil Bey el-Mardam, che impose ai partiti palestinesi un Alto comitato (organo amministrativo del settore arabo-palestinese) in cui la maggioranza veniva assicurata al partito filo-husseinista. In tal modo il muftì era diventato il leader dei palestinesi!

Nel gennaio 1946 l'Alto comitato rifiutò il compromesso britannico sulla fissazione di una quota d'immigrazione a 1.500 persone al mese. Le funzioni del muftì sembravano quelle di un "agente provocatore" al servizio di qualche potenza imperialista. Egli anzi non ebbe difficoltà a scatenare una campagna terroristica contro le forze progressiste e i politici moderati del settore arabo.

Dal novembre 1946 al febbraio 1947 sei personalità arabe favorevoli ad una soluzione realista del problema palestinese, furono assassinate. Il re di Transgiordania, Abdallah Ibn Husayn, intavolò negoziati segreti con i leaders sionisti, elaborando, all'inizio del 1947, un piano di coordinamento delle azioni denominato "Divisione e Anessione", che prevedeva, in caso di divisione della Palestina in due Stati, l'ulteriore spartizione dei territori arabi tramite annessioni da parte dello Stato ebraico e della Transgiordania.

Dunque imperialismo, sionismo e reazione araba, nonostante la differenza degli obiettivi, facevano fronte comune. L'importante per loro era di far salire al massimo la tensione fra ebrei ed arabi, rendendo impossibile qualunque soluzione negoziata. Peraltro il mondo intero era già d'accordo su un punto fondamentale: la "soluzione" doveva includere una restrizione dei diritti nazionali degli arabi in Palestina.

L'unica, in pratica, che sosteneva la possibilità di una coesistenza pacifica tra nazioni diverse nell'ambito di un unico Stato, era l'URSS, ma anch'essa si rendeva conto che le pressioni anglo-americane e sioniste rendevano inevitabile la spartizione. I palestinesi avevano combattuto contro l'amministrazione militare britannica già negli anni pre-bellici, sia per la liberazione nazionale che per impedire la realizzazione della minacciosa "dichiarazione di Balfour" del 1917, secondo cui uno Stato d'Israele in terra di Palestina, appoggiato dagli inglesi, avrebbe impedito agli arabi, traditi dal Trattato di Sevrès del 1920 sulla spartizione dell'ex-impero turco, di compiere delle insurrezioni. Ma i palestinesi non avevano la forza sufficiente per opporsi a questo progetto, né potevano contare sull'appoggio di qualche potenza occidentale o delle monarchie arabe, ancora incapaci di reagire alle pesanti ingerenze colonialistiche dell'occidente.

Nell'autunno 1947 la delegazione sovietica all'ONU chiese la soppressione del mandato britannico a partire dal 1o gennaio 1948 e il ritiro progressivo di tutte le truppe inglesi, nonché l'istituzione di due Stati, ebraico ed arabo, sovrani e indipendenti, che per un periodo transitorio sarebbero stati amministrati da una speciale commissione dell'ONU, composta dai rappresentanti dei paesi-membri del Consiglio di sicurezza. Commissione, questa, che avrebbe anche dovuto controllare la legalità delle elezioni delle assemblee costituenti e sorvegliare l'attività delle formazioni militari dei due futuri Stati.

USA e Inghilterra si opposero a questa proposta, anche se disposero di conservare il mandato britannico fino al maggio 1948 e di affidare l'amministrazione transitoria della Palestina a una commissione di delegati di 11 paesi-membri, senza poteri reali. Il 29 novembre 1947 fu presa dall'ONU la decisione di costituire due Stati indipendenti legati da un'alleanza economica, con Gerusalemme avente uno status internazionale specifico. I paesi arabi votarono contro.

Nel dicembre dello stesso anno si tenne a Tel Aviv la riunione del comitato esecutivo dell'Histadrut (2) (Federazione generale dei lavoratori) dedicata all'esame dei risultati del voto dell'ONU. David Ben Gurion, il futuro primo ministro israeliano, presentò il rapporto principale. Egli apprezzò la risoluzione dell'ONU e propose un programma in cinque punti, attorno al quale avrebbe dovuto articolarsi tutta l'attività dei dirigenti sionisti:

  1. favorire l'immigrazione in Palestina di almeno un milione di ebrei,
  2. creare un regime democratico basato su: libertà della persona, suffragio universale, sottomissione della minoranza alla maggioranza, amicizia ebraico-araba,
  3. assicurare l'egemonia e l'unità degli operai aventi una coscienza di classe e desiderosi di costruire uno Stato indipendente,
  4. considerare Gerusalemme "cuore della nazione ebraica",
  5. opporsi alla propaganda estremista che reclama conquiste territoriali in nome della indivisibilità del paese. Il programma venne accolto con entusiasmo dalla grande maggioranza della popolazione ebraica della Palestina. Da esso risultava chiaramente che i capi sionisti non avevano pretese territoriali aldilà delle frontiere del futuro Stato ebraico tracciate dall'ONU, né avevano intenzione di provocare conflitti armati contro gli arabi. La definizione relativa a Gerusalemme andava considerata più come una concessione formale agli ambienti confessionali che non come una violazione della risoluzione dell'ONU.

Tuttavia le intenzioni non fanno la realtà, meno che mai poi quando esse si suddividono in "ufficiali" e "ufficiose". Era chiaro infatti che i sionisti avevano accettato la spartizione della Palestina solo perché uno Stato unico sarebbe stato a maggioranza araba. Loro scopo principale, in realtà, era quello di espellere dallo Stato ebraico tutti gli arabi, e senza una guerra, tollerata dall'occidente, ciò sarebbe stato impossibile.

A favore invece di questa possibilità giocava il fatto che il controllo degli avvenimenti in Palestina era stato affidato dall'ONU a una commissione costituita da rappresentanti di piccoli paesi privi dell'autorità o della forza militare per assicurare l'applicazione della risoluzione votata. Dal canto suo, Londra sapeva che in caso di guerra civile sia gli arabi che gli ebrei avrebbero avuto bisogno del suo appoggio, per cui essa poteva ancora nutrire speranze di veder ripristinare il mandato o di vedere la comunità mondiale disposta a riconoscerle un ruolo-chiave nella soluzione del problema palestinese.

Ben Gurion dunque poteva contare su queste cose e anche sull'estremismo del muftì di Gerusalemme, che si alienava le simpatie delle masse arabe, nonché sul fatto che gli arabi avevano una forza militare insufficiente rispetto a quella ebraica: gli ebrei ricevevano aiuti sostanziali dall'occidente, i palestinesi solo promesse. Gli arabi erano superiori numericamente, ma non per il numero degli uomini in grado di combattere, e non disponevano di una forza adatta ad azioni di tipo offensivo.

La tattica araba al massimo poteva prevedere la mobilitazione della popolazione locale per assalire un villaggio ebraico o per compiere un'imboscata sulle strade. Le formazioni semi-regolari degli arabi contavano non più di 6.000 uomini, divisi peraltro in due gruppi privi di un comandante unico: Abd el-Kader Husseini obbediva al Consiglio superiore arabo di Gerusalemme, mentre Fawzi Kawkij dell'Esercito della salvezza obbediva alla Lega araba.

Nel dicembre 1947 il C.C. del MAPAI (partito del lavoro d'Israele) mise all'ordine del giorno lo stesso problema affrontato dal sindacato Histadrut, ma offrendo soluzioni ben diverse. Due proposte vennero messe ai voti:

  1. saccheggiare i campi d'agrumi in cui i gruppi armati trovavano ordinariamente rifugio e impedire così gli attacchi a sorpresa,
  2. minare il sistema dei trasporti e i pozzi artesiani della popolazione civile araba.

Si scelse la seconda soluzione. Ciononostante, Ben Gurion era convinto che per realizzare uno Stato ebraico al 100%, bisognava ricorrere ad azioni armate ancora più aggressive, come ad es. distruggere un villaggio palestinese e cacciarne gli abitanti. E. Sasson, personaggio in vista dell'Agenzia ebraica, la pensava allo stesso modo. Le sue proposte erano quelle di disorganizzare il commercio arabo, a livello nazionale, minacciare la viabilità ferroviaria, far cadere il corso delle monete siriane ed egiziane usate nel settore arabo. Queste idee vennero ben presto accolte.

Lo stesso E. Danin, capo del Dipartimento arabo dell'Agenzia ebraica, aveva assicurato Ben Gurion che gli arabi non costituivano un pericolo serio sul piano militare, dal momento che:

  1. il partito del muftì era sostenuto solo dai fanatici religiosi e dal sottoproletariato, non dagli operai arabi delle città né dalla maggioranza dei contadini,
  2. i legami tra le città arabe erano praticamente interrotti,
  3. le famiglie ricche arabe emigravano in Egitto e in Libano. La completa impreparazione militare dei palestinesi era dimostrata dal panico con cui avevano reagito agli atti di terrorismo compiuti dagli ebrei a Giaffa. Naturalmente la direzione sionista non accolse il documento redatto da Danin e da altri specialisti dell'Agenzia ebraica sullo stato delle forze armate arabe, coll'intenzione di rinunciare alla guerra, ovvero pensando di potersi imporre sugli arabi mediante l'uso di semplici minacce e provocazioni. L'obiettivo strategico delle forze sioniste era quello di scatenare una guerra su ampia scala.

Già nella seconda metà del 1947, prima della risoluzione 181 dell'ONU, l'Agenzia ebraica aveva arruolato in massa degli ufficiali che avevano combattuto negli eserciti inglesi o americani, rafforzando così le divisioni operative dello stato maggiore e le unità speciali dell'Haganà.

Agli inizi del dicembre Ben Gurion aveva comunicato al governatore britannico della Palestina l'intenzione di creare in modo accelerato delle forze armate ebraiche, chiedendo il permesso di costituire delle riserve strategiche di viveri e di combustibile. A quell'epoca le società petrolifere straniere avevano ridotto la vendita di carburante alla Palestina, ma l'Agenzia ebraica s'era accordata con delle compagnie americane affinché l'Haganà potesse acquistare grandi quantità di combustibile.

Ben Gurion chiese anche, e ottenne, che l'Haganà potesse disporre dei beni civili dell'esercito britannico in procinto di evacuare. Infine ricevette l'assicurazione che le autorità inglesi non avrebbero ostacolato la militarizzazione della guardia civile. 15.000 soldati, di cui 3.000 posti nelle colonie ebraiche del Negev, per lo stato maggiore dell'Haganà sarebbero stati sufficienti per vincere la guerra contro i palestinesi. Anche l'Italia contribuì ad armare l'Haganà.

Naturalmente i sionisti non avrebbero potuto aprire le ostilità se non avessero condotto per decine di anni, soprattutto a Londra, una massiccia propaganda politico-ideologica a favore del ritorno degli ebrei in Palestina. Alla fine del 1947 la direzione sionista disponeva di una potente macchina propagandistica con ramificazioni in molti paesi occidentali. In virtù di essa i sionisti speravano di convincere l'opinione pubblica mondiale:

  1. che con i negoziati non si sarebbe potuta risolvere la questione palestinese,
  2. che l'instabilità della Palestina andava attribuita all'intolleranza degli arabi,
  3. che il partito del muftì era una forza capace di impedire l'applicazione della risoluzione dell'ONU,
  4. che la comunità mondiale non aveva bisogno di ricorrere a forze dell'ordine internazionali, in quanto sarebbe stato sufficiente l'intervento militare ebraico,
  5. che le autorità inglesi sostenevano solo gli arabi -e via di questo passo. La propaganda sionista arrivò persino a far credere ai seguaci del muftì e ai regimi arabi reazionari che una vittoria sugli ebrei sarebbe stata relativamente facile (il che appunto doveva servire per stimolare un'azione aggressiva da parte araba).

La propaganda fu così efficace quando scoppiò la guerra che fino al marzo 1948 la stampa occidentale era convinta che si trattava unicamente di atti isolati di terrorismo e di sabotaggio dei trasporti. Non solo, ma i sionisti erano riusciti a far passare l'idea che il "Golia" arabo combatteva per avere tutta la Palestina, per impedire la creazione di uno Stato ebraico indipendente, mentre "l'ultimo resto d'Israele" lottava per l'identità nazionale e a favore dell'ONU.

Gli arabi furono ingannati anche dal fatto che la propaganda sionista non smentì mai le dichiarazioni del muftì e di altri leaders estremisti secondo cui la Lega araba vantava una schiacciante superiorità militare. Con l'aiuto degli americani, i sionisti riuscirono persino a organizzare una fuga di notizie relative alla possibilità che l'Haganà usasse armi chimiche contro i villaggi arabi. Si sparse anche la voce, del tutto infondata, che gli ebrei possedevano l'atomica.

Anche la politica militare era sottomessa alla propaganda. Pur potendo facilmente avere la meglio sulle truppe male equipaggiate di Abd el-Kader Husseini, l'Haganà preferì fingere la propria debolezza, sperando di portare l'avversario a uno scontro frontale in grande stile. L'Haganà infatti non voleva solo una vittoria militare ma anche l'espulsione in massa dei palestinesi, con il benestare degli occidentali, per i quali gli ebrei risultavano gli "aggrediti" e gli arabi gli "aggressori".

I sionisti avevano più difficoltà a convincere gli inglesi ad accettare la spartizione della Palestina decisa dall'ONU. L'aspirazione massima di Londra infatti era quella di veder fallire la risoluzione 181. Cosa che sarebbe potuta accadere solo ad una condizione, che Londra riuscisse a convincere arabi ed ebrei dell'importanza decisiva del proprio esercito ai fini della soluzione della questione palestinese. Secondo il governo inglese, ebrei ed arabi non avrebbero potuto né coabitare né avere una propria indipendenza politica al di fuori del mandato britannico.

A tale scopo Londra faceva di tutto perché nel conflitto nessuna parte prendesse un vantaggio decisivo sull'altra. D'altro canto Londra rifiutava categoricamente di concedere qualche potere alla commissione dell'ONU per il periodo di transizione, né tollerava che si applicasse, prima della fine del mandato, alcuna azione ai fini della ripartizione, come ad es. il tracciato delle linee di frontiera, la creazione di formazioni militari, l'immigrazione, ecc. Peraltro il governatore della Palestina informò Ben Gurion e il dr. Haldi, in rappresentanza del consiglio arabo, che i territori lasciati liberi dalle truppe inglesi progressivamente evacuate, sarebbero appartenuti a chi per primo li occupava: il che non faceva che alimentare il conflitto.

Tuttavia, le autorità inglesi compresero ben presto che se volevano conservare un qualche controllo sulla Palestina, dovevano per forza scendere a compromessi con i sionisti, i quali non avrebbero mai rinunciato a un proprio Stato indipendente. Le forze arabe e israeliane erano troppo disuguali perché fosse possibile convincere entrambe che la presenza permanente degli inglesi era indispensabile. Peraltro il clan husseinista era del tutto incapace di accattivarsi le simpatie popolari degli arabi. I sionisti non avevano che da attendere l'evacuazione inglese prima di sferrare un colpo decisivo agli arabi.

Ecco perché gli inglesi, ad un certo punto, si convinsero che dovevano giocare le loro carte altrove e, più precisamente, nel regime più filo-britannico della regione, quello del re Abd-Allah di Transgiordania. Gli inglesi cercarono subito di elevare il livello di combattività della Legione araba, al cui comando si erano posti. I sionisti risposero immediatamente assicurando al re Abd-Allah che avrebbe potuto allargare i propri confini annettendosi la maggior parte del territorio attribuito dall'ONU ai palestinesi. Naturalmente Ben Gurion pretendeva che questo accordo restasse segreto; egli non voleva che l'ONU ridisegnasse i confini arabo-ebraici appunto perché sperava di accorpare, con la guerra civile, quanti più territori possibili.

Nel novembre 1947 erano stati recensiti sul territorio attribuito allo Stato d'Israele dalla risoluzione dell'ONU, 219 villaggi arabi e 4 città con una popolazione in maggioranza araba.

Alla fine del mese di maggio seguente, 180 villaggi erano stati "liberati" dalla presenza araba, e così pure le città di Tiberiade, Safed e Beisan; ad Haifa gli arabi erano già meno del 10%. Su 342.000 abitanti, 239.000 erano diventati profughi. Praticamente, prima ancora della proclamazione dello Stato d'Israele e della prima guerra arabo-israeliana, era nato il problema dei profughi palestinesi.

La prima ondata migratoria si verificò alla fine del gennaio 1948, a causa delle operazioni belliche degli ebrei e anche a causa degli attacchi incessanti dei terroristi dell'Irgùn e del Lehi a Giaffa e Haifa e nei villaggi posti sulla strada Tel Aviv-Gerusalemme; la seconda ondata si verificò in aprile, la terza nella prima metà di maggio.

Gli arabi che avevano deciso di lasciare la Palestina, dirigendosi soprattutto verso il Libano, non avevano neppure aspettato gli appelli dei loro leaders ad andarsene. Il fatto poi che fossero prevalentemente dei contadini attaccatissimi alla loro terra, lascia capire quanto grande dovevano essere la paura e la disperazione.

I palestinesi avevano chiaramente perduto ogni fiducia nella loro direzione nazionale e nell'aiuto dei paesi arabi. Essi, in pratica, avevano lasciato agli ebrei tutti i territori dell'odierno Stato d'Israele, meno una parte del deserto, a sud, e le regioni centrali della Galilea, che vennero annesse un po' più tardi. Naturalmente i sionisti non avevano intenzione di prendersi la responsabilità della deportazione. Ecco perché sottolinearono fortemente nella loro versione ufficiale (che poi venne accolta dalla maggior parte degli storici occidentali) l'appello arabo all'esodo.

* * *

Nel primo periodo della guerra civile (dicembre 1947-marzo 1948) la tensione era stata relativamente debole. Le formazioni ebraiche disponevano di una superiorità su quelle palestinesi di tre a uno, ma non s'impegnavano a fondo: temevano infatti che le truppe dell'Inghilterra avrebbero potuto privarle del frutto delle loro vittorie (esigendo, eventualmente, una spartizione dei territori conquistati). Inoltre se i partigiani del muftì, che reclamavano la creazione d'una Palestina araba unita, fossero stati subito sconfitti, nulla avrebbe potuto impedire che si applicasse la risoluzione 181, mentre i sionisti -si sa- volevano estendere le loro frontiere il più possibile, deportando in massa i palestinesi.

A tale scopo Ben Gurion e gli altri leaders ebraici utilizzarono i primi mesi della guerra per dimostrare all'opinione mondiale che gli "estremisti arabi" costituivano in Palestina una minaccia molto seria. Non a caso la tattica husseinista, che consisteva in sortite male organizzate, fu battezzata dai media coll'espressione "guerra di strada". In realtà, in poco più di tre mesi si ebbero solo una ventina di azioni, la maggior parte delle quali senza risultati, in quanto i legami fra tutte le località ebraiche rimasero sempre intatti. Ovviamente i dirigenti sionisti non incoraggiavano i terroristi ebrei, in quel periodo, ma neppure li ostacolavano: semplicemente permettevano che le loro azioni contribuissero a seminare panico e insicurezza nel settore arabo.

La situazione mutò nel marzo 1948, in concomitanza al ritiro delle truppe britanniche. Le regioni strategiche ch'esse non controllavano più divennero subito teatro di aspri conflitti tra l'Haganà e le forze del muftì. L'Inghilterra, consapevole di non essere più in grado di influire su questi conflitti, cercò di con
vincere Truman che la regione si sarebbe sottratta al controllo occidentale.

In effetti, il 19 marzo la delegazione americana al Consiglio di sicurezza propose di sospendere l'applicazione della risoluzione 181, al fine di porre la Palestina sotto il mandato dell'ONU (che poi in pratica sarebbe stato quello britannico). I leaders sionisti, per dimostrare ch'erano capaci di controllare la situazione, risposero immediatamente con delle azioni militari, ben sapendo che in caso di guerra la linea di demarcazione dei confini sarebbe stata stabilita non più in conformità alla risoluzione dell'ONU, ma dalle forze che avrebbero partecipato ai negoziati per la fine delle ostilità. Per loro era dunque necessario che l'Haganà scatenasse una forte offensiva e che si proclamasse lo Stato d'Israele.

All'inizio del marzo 1948 la direzione operativa dell'Haganà mise a punto il Piano D, ch'essa propose alla direzione politica. L'obiettivo del piano era quello di controllare non solo tutti i territori attribuito allo Stato d'Israele, ma anche tutte le località poste al di fuori dei confini nazionali. Esso inoltre contemplava l'evacuazione di tutti i villaggi arabi (o quartieri urbani) in cui gli ebrei incontrassero una resistenza armata. Il detonatore che fece scoppiare la bomba di questo piano lo si trovò il 14 marzo 1948, allorché le formazioni dell'Haganà colpirono il villaggio di Faluja, distruggendo tutte le case della strada principale. Quattro giorni dopo essi attaccarono una colonna di camion arabi presso Kyriat-Matzkin.

Gli arabi reagirono rendendo precari i trasporti sulla strada di Gerusalemme che attraversava i loro territori. Il settore ebraico di Gerusalemme rischiava il blocco. Il 1o aprile Ben Gurion propose ai dirigenti sionisti di occupare totalmente il corridoio di Gerusalemme e tranquillizzò quanti temevano un intervento inglese affermando che esisteva un accordo di neutralità.

Nel corso di sei settimane il grosso delle forze husseiniste venne liquidato e il settore arabo di Gerusalemme posto sotto controllo. La più grande azione di genocidio anti-arabo fu consumata il 9 aprile 1948 dai terroristi dell'Irgùn e dello Stern, presso Gerusalemme, nel villaggio di Deir Yassin, il quale aveva stipulato un accordo di non-aggressione con l'Haganà nel tentativo di conservare le proprie terre.

Proprio in seguito agli avvenimenti di Deir Yassin (in cui morirono circa 300 persone), la maggioranza degli arabi cessò la resistenza. Verso la fine del '49 il numero dei profughi fu quasi di 750.000, circa la metà della popolazione palestinese indigena. L'Haganà, in seguito, non ebbe difficoltà a cacciare gli arabi dai villaggi situati sul territorio dello Stato ebraico. A sud di Haifa, il fallito attacco dell'Esercito della salvezza di Kawukij contro il kibbutz di Mishmar-Haemek (l'unico tentativo arabo, in tutta la guerra civile, d'impadronirsi d'un agglomerato ebraico) servì da pretesto. In undici giorni l'Esercito della salvezza venne sbaragliato.

Alla metà di aprile cominciò l'espulsione di 60.000 arabi dai villaggi della bassa e dell'alta Galilea. Nello stesso mese l'Haganà, comandata da Moshé Dayan, occupò Haifa, saccheggiandola in lungo e in largo. In nessun momento le truppe britanniche presero le difese degli arabi. A Giaffa l'Haganà pensò che, dopo la partenza degli inglesi e qualche mese di terrorismo da parte dell'Irgùn e del Lehi, la popolazione si sarebbe facilmente arresa, e così fu. In seguito, con l'operazione Ben-Ami, l'Haganà mise sotto controllo la fascia costiera della Galilea.

Naturalmente i sionisti, nel mentre cacciavano gli arabi, cercavano anche di salvare la faccia agli occhi dell'opinione mondiale e degli stessi ebrei democratici della Palestina. Essi cioè dovevano dimostrare d'aver agito per autodifesa e che la fuga degli arabi era stata una decisione sproporzionata rispetto all'entità del pericolo. L'obiettivo insomma era quello di "cacciare senza cacciare", limitando l'uso della forza allo stretto indispensabile. Quegli ufficiali ebraici che non capivano quando era il momento di usare questa forza e quando non lo era, come ad es. S. Avidan, che comandava la brigata Givati presso il corridoio di Gerusalemme, e I. Galili, capo dello stato maggiore dell'Haganà, furono rimossi.

Solo verso la metà di maggio, alla conferenza dei "consiglieri per gli affari arabi" e dei dirigenti dei servizi segreti militari, che si tenne a Netanya, si decise ufficialmente, senza rendere pubblica la decisione, di incoraggiare l'espulsione degli arabi da tutti i territori sotto controllo ebraico. Anzi, alla vigilia della firma della Dichiarazione d'Indipendenza (14 maggio 1948), Ben Gurion si guardò bene dal chiarire la questione delle frontiere, ovvero evitò di ricordare che la risoluzione 181 riconosceva anche alla popolazione araba l'uguale diritto di creare un proprio Stato indipendente, e preferì invece riferirsi a un vago quanto incomprensibile "naturale diritto storico", per il quale gli arabi risultavano essere un popolo che aveva "occupato" la patria storica degli antichi ebrei. I leaders sionisti infatti già pensavano di annettersi nuovi territori arabi.

Essi ad es. sapevano bene che gli effettivi del re transgiordano, Abd-Allah, non superavano le 18.000 unità, mentre l'Haganà era in grado di opporre, come minimo, 30.000 uomini, dei quali almeno 24.500 con molta esperienza militare. Peraltro le forze transgiordane, che erano le meglio addestrate e che costituivano il nucleo del corpo arabo, non erano intenzionate che ad annettersi una parte del territorio riconosciuto allo Stato arabo dall'ONU.

Quanto al resto delle formazioni arabe coinvolte nelle operazioni belliche, esse non coordinavano le loro azioni e si limitavano ad eseguire i limitati compiti affidati dai paesi che le avevano inviate. I sionisti dunque potevano anche contare sulla debolezza e sulla divisione delle forze arabe. L'armistizio, stipulato nel '49, significò per Israele un aumento del suo territorio di quasi il 50%, compresa Gerusalemme ovest; tutto questo senza che fosse rimosso lo stato di guerra con gli arabi.

Il territorio palestinese della Cisgiordania divenne parte della Giordania, mentre il settore di Gaza passò sotto l'amministrazione dell'Egitto, restandovi sino alla "guerra dei sei giorni". Nel '49 Israele fu ammessa all'ONU, con la menzione della risoluzione 181 e della risoluzione 194 sul diritto dei profughi palestinesi di tornare nella loro terra.

Per concludere, nonostante la forte repressione: una guerra civile, cinque guerre "guerreggiate", centinaia di incursioni e di episodi bellici di varia natura, i palestinesi, in questi ultimi 40 anni, non hanno affatto perduto la loro identità, non si sono dispersi fra le altre popolazioni arabe dei paesi limitrofi. Essi continuano a porre all'ordine del giorno delle organizzazioni mondiali per la pace la questione del rispetto dei loro diritti e della loro sovranità.

Anche dopo l'aggressione del 1967, allorché Israele si annesse la Cisgiordania e la striscia di Gaza, i sionisti non sono riusciti a distruggere né a piegare la forza dei palestinesi. La resistenza continua nonostante la massiccia repressione. Anzi, oggi essa può contare sull'appoggio dei paesi arabi antimperialisti, della comunità socialista, dei paesi non-allineati, dell'opinione occidentale democratica e anche delle forze progressiste dello stesso Israele.


(1) L'Agenzia ebraica era l'organizzazione che rappresentava la comunità ebraica palestinese e quelle della diaspora presso il governo britannico e presso la Società delle Nazioni. (torna su)

(2) Fondata nel 1920, questa centrale sindacale unitaria a metà degli anni '80 riuniva 2.550.000 iscritti ebrei ed arabi. E' sempre stata governata da una maggioranza laburista. (torna su)


Bibliografia

- N. Garribba, Lo Stato d'Israele, Ed. Riuniti
- Giardina, Liverani, Scarcia, La Palestina, Ed. Riuniti
- B. Litvinoff, Lunga strada per Gerusalemme, Saggiatore
- A. Eban, Storia del popolo ebraico, Mondadori
- R. Balbi, Hatikvà. Il ritorno degli ebrei nella terra promessa, Laterza
- J. Tsur, Il sionismo, Mursia
- R. Segre, Israele e il sionismo, Nuova Milano
- M. Rodinson, Israele e il rifiuto arabo, Feltrinelli


Enrico Galavotti - Homolaicus.com - Storia - Storia contemporanea