IL PANE IN ROMAGNA

Signorini : Sobborgo di Porta Adriana in Ravenna


Camille Pissarro: "Giovane contadina che fa colazione"
  • La farina veniva conservata in una madia: la "matra", e la vigilia del giorno in cui si doveva fare il pane se ne toglieva la quantità occorrente che veniva ben setacciata. Nelle case dei benestanti invece del setaccio si usava il "buratto", un cassone con più vagli e una manovella che si teneva fra i mobili della cucina.
  • Se la famiglia era numerosa il pane doveva durare sette o otto giorni, allora per ben impastarlo occorreva la "gramola" che di solito veniva azionata da un uomo. Quando l'impasto era ben dimenato la donna procedeva alla confezione delle tiere, i "tirùn" e, a volte, anche di pagnottelle abbinate a somiglianza di due finocchi, dette per questo "fnuceli".
Chardin, Ritorno dal mercato (part. del pane)

Rubens, Il ritorno dal lavoro (part.)

  • Nei primi anni di questo secolo il pane, specie in campagna, non era mai di farina ben setacciata, ma mista a "e runzol", il cruschello, e spesso si ricorreva perfino a farine di grano misto con quella di granoturco: la "farena d'amstura".