STORIA DEL MEDIOEVO
Feudalesimo e Cristianesimo medievale


DALL'ANARCHIA FEUDALE ALLA NASCITA DEI COMUNI

Dalla fine dei Franchi alla fine dei Sassoni

I Franchi

La struttura politico-istituzionale del sistema feudale voluta da Carlo Magno si sbriciolò con un fondamentale provvedimento: il Capitolare di Quierzy, nell'877, che riconosceva ai grandi feudatari il diritto di trasmettere ai figli l'eredità dei propri feudi, che fino a quel momento essi avevano ricevuto in beneficio (in comodato d'uso, diremmo oggi), cioè in maniera condizionata al comportamento che dovevano tenere nei confronti dell'imperatore.

La successiva Constitutio de feudis, del 1037, diede il colpo di grazia al centralismo imperiale, che si vide costretto, allo scopo di smorzare le ribellioni dei vassalli italiani, a concedere lo stesso diritto di successione per i feudi minori.

Il primo provvedimento minò l'autorità del potere Carolingio, il secondo quella del potere sassone. Entrambi i provvedimenti furono concessi dagli imperatori nella speranza di poter salvaguardare la loro autorità già vacillante, ma gli effetti ottenuti furono esattamente opposti. Infatti col primo provvedimento il sovrano pensò di garantirsi la fiducia dei grandi feudatari mentre egli era assente per assistere militarmente il pontefice Giovanni VIII, assediato dai saraceni; col secondo si cercò d'impedire che il vescovo milanese Ariberto d’Intimiano, alleato dei grandi feudatari laici ed ecclesiastici, si rendesse indipendente dall'imperatore.

La progressiva autonomizzazione dei feudatari avvenne sulla base dei seguenti passaggi: il feudo da vitalizio ad ereditario, la concessione delle immunità (esenzione dalle imposte), il diritto ad esercitare pubbliche funzioni (potere di giurisdizione). Il beneficio tradizionale si era trasformato in feudo indipendente vero e proprio.

Praticamente si era passati da un rapporto fiduciario tra due persone di potere, di cui una decisamente superiore all'altra (in titoli e mezzi), a una gestione del tutto autonoma dei propri possedimenti, in cui la persona che prima rappresentava la parte più debole del rapporto, era diventata forte come l'altra, se non de jure, certamente de facto, in quanto il "titolo" alla sovranità imperiale restava formalmente riconosciuto.

Ora, per quale ragione questa regolamentazione dei rapporti di potere determinò l'anarchia feudale in Europa occidentale? In una trattazione a parte si dovrebbe dimostrare perché non ebbe un equivalente nel mondo bizantino e slavo.

Anzitutto dobbiamo ricordare che al tempo dell'anarchia feudale l'Europa occidentale era stata invasa, a nord, dai Vikinghi (o Normanni), a est dagli Ungari e a sud proseguiva, quasi indisturbata, la penetrazione saracena. Non si era riusciti a fermare l'avanzata di tribù o compagini di pirati relativamente esigue nel numero dei componenti (l'Europa allora aveva circa 20-30 milioni di abitanti), sebbene molto agguerrite.

I grandi feudatari, che avevano appena ottenuto l'indipendenza nell'877, pensarono anzitutto a difendere i loro feudi e non i confini dell'impero: non avevano o non volevano avere una visione dell'insieme ma solo del loro particolare. Da tempo abituati dai sovrani Carolingi a concepire le relazioni umane solo in termini di rapporti di forza, erano giunti alla conclusione che gli ideali cristiani dell'impero fossero un semplice accessorio d'importanza relativa.

Normanni, Ungari e Saraceni non erano di religione cristiana, ma questo non sembrava preoccuparli minimamente; anzi, l'attacco ai danni dell'impero veniva visto di buon occhio, poiché esso inevitabilmente andava a indebolire le sue fondamenta, permettendo ai grandi feudatari di consolidare il loro potere sul piano regionale.

In sé la frantumazione dell'impero non era una cosa negativa. Gli storici infatti parlano di "anarchia" in rapporto a un'istanza di centralizzazione politica di tutti i poteri imperiali. In realtà i due suddetti provvedimenti costituivano un passo avanti rispetto a quel centralismo autoritario voluto da Carlo Magno col pieno appoggio della chiesa romana, che voleva sbarazzarsi in Italia dei Longobardi e dei Bizantini.

Purtroppo i feudatari, abituati a obbedire, quando poterono assaporare la loro libertà non furono capaci di coalizzarsi per far fronte al nemico comune. D'altra parte i Capetingi erano subentrati ai Carolingi con un colpo di stato, così come avevano fatto i Carolingi nei confronti dei Merovingi.

Il cattolicesimo-romano poneva sempre in primo piano l'esigenza del potere politico, e subito dopo quella di natura ideologica. I feudatari si comportavano esattamente come da sempre avevano visto fare le autorità religiose. I conti (p.es. il duca di Aquitania e il re di Borgogna) volevano fare gli imperatori in casa propria.

Sotto i Carolingi le immunità costituirono un fenomeno generale e chi le riceveva diventava sempre più potente. Gli stessi vescovi avevano ottenuto da Carlo Magno il privilegio di non poter essere controllati dai funzionari statali all'interno dei territori che erano stati loro assegnati.

Questo per dire che l'impero Carolingio non si era frantumato a causa dei rapporti di dipendenza personale, ch'erano senza dubbio migliori di quelli statali dell'impero romano, il cui centralismo era miseramente fallito proprio a causa del suo autoritarismo (in fondo la dipendenza personale, nel Medioevo, era reciproca, poiché l'uno non poteva sussistere senza l'altro; cosa che in epoca romana non era possibile neanche immaginare); ma l'impero feudale si era frantumato in quanto non s'era riusciti ad anteporre alle questioni politiche quelle ideali (cosa che invece si poté fare nell'area bizantina e slava, dove la chiesa svolgeva un ruolo politico solo in maniera indiretta, senza porsi in antagonismo coi poteri costituiti, a meno che questi non interferissero con le questioni religiose). P.es. se si fosse dato più peso alle questioni ideali, si sarebbe dovuta impedire la legge del maggiorascato, secondo cui il feudo passava in eredità al primogenito, a prescindere dalle sue qualità etico-politiche (e che dire di quella Salica, che impediva alle donne di ereditare e di governare?).

I Sassoni

Al fine di ricostituire il passato sacro romano impero, i nuovi sovrani Sassoni (ch'erano stati cattolicizzati dai Carolingi) provvidero a fare una cosa molto particolare nei loro rapporti con la chiesa romana: si riservarono il potere d'interferire nella elezione del pontefice (Privilegium Othonis).

In sostanza la dinastia degli Ottoni aveva capito che se voleva ristabilire le forme dell'impero Carolingio nel territorio della Sassonia, doveva anzitutto subordinare a sé la chiesa romana, pur riconoscendole, contraddittoriamente, le proprietà acquisite sotto i Franchi. Cosa che poi porterà alla drammatica ed estenuante lotta per le investiture.

Una volta sancito il "privilegio" di sindacare sulla elezione pontificia, gli Ottoni provvidero a istituire la figura del vescovo-conte, cui assegnarono in uso, non in proprietà, vari feudi di piccola-media estensione, ruotanti attorno alle città del loro impero. Essendo contrario il papato al matrimonio dei sacerdoti, i vescovi non potevano avvertire l'esigenza di far ereditare i loro beni ai figli, sicché alla loro morte tutto tornava automaticamente al sovrano. Il quale così poteva contare su persone fidate (spesso di sua nomina) e per di più acculturate, come non lo erano mai stati i conti al tempo dei Carolingi. Attraverso i vescovi-conti i Sassoni potevano controllare tutte le abbazie rurali e i vescovati urbani: la chiesa, nel loro impero, diventava un mero organo statale.

Ottone puntò sui vescovi anche perché essi avevano una tradizione di governo superiore a quella stessa dei conti. Infatti, già quando erano a capo delle diocesi (durante le prime invasioni barbariche), esercitavano il potere giudiziario, amministravano le proprietà della chiesa e vivevano in un lusso che offuscava persino quello dei più ricchi proprietari laici. Con la decadenza dell’amministrazione autonoma delle città e con l’indebolimento dell’apparato statale in occidente, questi vescovi (che provenivano generalmente dalle famiglie nobili e che godevano di grande prestigio) erano diventati le personalità più eminenti nelle città e nei distretti.

Tuttavia, nonostante i Sassoni riuscissero ad allargare il loro confini, conquistando altri territori slavi, non poterono imporsi né sui saraceni in Italia e neppure sull'aristocrazia romana, che anzi ebbe la meglio persino sul controllo della elezione del pontefice. Non solo, ma i vescovi-conti, col tempo, si metteranno a capo di un rinnovamento delle autonomie cittadine, che porterà alla fondazione di Comuni indipendenti dalla volontà imperiale. Né i Franchi né i Sassoni riusciranno mai a imporre il loro impero su tutta la penisola italiana.

La rinascita della città

E' stata la progressiva individualizzazione del rapporto uomo/terra che ha portato alla rinascita delle città intorno al Mille: cosa che, senza Capitolare di Quierzy e Constitutio de feudis, sarebbe stata impossibile.

Quei due provvedimenti legislativi, infatti, togliendo alla figura dell'imperatore il suo carattere di sacralità e di equidistanza, rispetto agli opposti interessi particolari, avevano in un certo senso reso "prosaica" la vita della comunità medievale. Se a livello locale la comunità era gestita da un signorotto che fino a poco tempo prima aveva avuto un rapporto di dipendenza nei confronti del proprio sovrano e che ora invece si comportava come se nel proprio feudo egli fosse una sorta di imperatore minore, allora tutti potevano agire nei suoi confronti com'egli aveva agito nei confronti del suo sovrano, e cioè strappandogli progressivamente il potere politico.

Già il passaggio dal Capitolare di Quierzy alla Constitutio de feudis aveva dimostrato questa tendenza in rapporto alla classe nobiliare. Ora la tendenza poteva estendersi sul piano dei rapporti tra classe feudale e borghesia, e i documenti che sancivano questa tendenza all'esproprio dei poteri politici erano senza dubbio gli Statuti comunali. Non poteva esistere un documento unico, come appunto i due già citati, poiché non esisteva più un'autorità unica, il cui riconoscimento non andasse al di là della pura forma, ma esistevano tante autorità locali (conti, visconti, marchesi, duchi, baroni...), il cui potere non era solo formale ma molto reale.

Le città borghesi, appoggiate dai vescovi-conti voluti dagli Ottoni di Sassonia, tolsero potere ai signorotti locali e cominciarono a ridimensionare ulteriormente quello degli stessi sovrani imperiali. La chiesa romana infatti voleva porsi come unico sovrano imperiale e, per poterlo diventare, doveva prima, con l'aiuto delle città (che nell'Alto Medioevo costituivano l'anello debole del sistema agrario feudale), eliminare progressivamente le pretese del sovrano concorrente.

Da notare che al momento di concedere l'ereditarietà dei feudi, prima ai grandi feudatari, poi a quelli piccoli, gli imperatori non trovarono mai la chiesa romana disponibile a impedire questa frantumazione del potere centrale. La chiesa infatti, essendo essa stessa centralistica, dapprima pretendeva la frantumazione dei poteri forti che le erano concorrenti, dopodiché mirava a imporre il proprio centralismo autoritario. Questo atteggiamento sarà una costante in tutte la sua storia.

Fu così infatti ch'essa nel corso dell'Alto Medioevo s'inventò la figura di un grande imperatore universale da opporre al basileus bizantino, legittimato a quella carica; finito questo compito nell'area occidentale dell'Europa cristiana, essa appoggiò le rivendicazioni della feudalità contro gli stessi imperatori cattolici, finché iniziò ad appoggiare la borghesia urbana per avere potere sufficiente con cui opporsi alla feudalità locale. In tal senso la guerra per le investiture non avrebbe mai potuto essere vinta dagli imperatori, proprio perché essi avevano come nemici sia i feudatari, sia la borghesia, sia la stessa chiesa.

Solo che quest'ultima aveva fatto i conti senza l'oste. Nel senso cioè che non aveva previsto che la stessa borghesia, una volta acquisito il sufficiente potere economico, le si sarebbe rivoltata contro, per avere il corrispondente potere politico.

E' assurdo pensare che la mentalità borghese intorno al Mille emerse dal nulla, solo perché erano migliorate le condizioni lavorative, ambientali o perché era aumentata la popolazione. La mentalità borghese è nata proprio in seguito a un'affermazione sempre più diffusa del principio della proprietà privata della terra. La figura del borghese s'innesta in quella del nobile, il quale riconosceva il proprio sovrano solo formalmente.

Il borghese può pretendere l'autonomizzazione del proprio lavoro, così come il signorotto locale l'aveva pretesa a livello di proprietà della terra nei confronti del proprio sovrano. E in questo processo di gestione individualistica della propria vita (in cui il momento collettivistico era riservato ai soli contadini), la chiesa romana ebbe una parte rilevante, benché essa si ponesse come chiesa gerarchica e feudale. Avendo interessi eminentemente politici (di gestione di un proprio Stato territoriale), detta chiesa conosceva bene l'arte del compromesso per acquisire potere.

* * *

La risposta allo strapotere della grande feudalità altomedievale, sancito dal Capitolare di Quierzy (877), è stata sostanzialmente di due tipi (nell'Europa occidentale del Mille):

  1. dare più potere ai vescovi-conti, nominati direttamente dall'imperatore per governare le città, che avrebbero dovuto costituire un'alternativa al feudo (o meglio, avrebbero dovuto essere un feudo imperiale contro il feudo agrario dei grandi nobili);
  2. fare in modo, con la Constitutio de feudis (1037), che i feudatari minori potessero spezzare i grandi patrimoni terrieri, rivendicando il diritto all'ereditarietà dei piccoli feudi.

La nascita del mercantilismo (capitalismo commerciale) fu in un certo senso gestita politicamente dal ceto urbano vescovile e da quei nobili di basso rango che preferivano vivere in città, gestendo da qui i loro affari, acquisendo progressivamente una mentalità borghese.

Allo strapotere dei grandi feudatari (laici ed ecclesiastici: si pensi ai tanti ordini regolari, proprietari di immense fortune) non si rispose con una riforma agraria che spezzasse il latifondo a favore della piccola proprietà contadina o a favore di una proprietà comune gestita in maniera cooperativistica, né si rispose abolendo il servaggio e permettendo ai contadini di sentirsi dei cittadini liberi sopra le terre che lavoravano (quando si farà questo, nell'Italia comunale e signorile, qui prima che altrove, i contadini si troveranno sì liberi ma senza terra). Si rispose soltanto ridistribuendo il potere nell'ambito delle sfere istituzionali più elevate.

La chiesa cercò di favorire l'esodo dei contadini dalle campagne verso le città, ma qui essi trovarono ad attenderli gli imprenditori borghesi, pronti a sfruttarli in tutte le maniere. La chiesa romana s'era fatta promotrice della disgregazione della grande feudalità laica, in quanto era convinta, illudendosi, di aver trovato negli ambienti urbani della borghesia un valido alleato.

Fonti

Testi

  • A. Schiavone, Il mondo tardoantico
  • P. Guglielmotti, I franchi e l'Europa Carolingia
  • P. Corrao, Regni e principati feudali
  • Marc Bloch, La società feudale, Einaudi, Torino 1987
  • Robert Boutruche, Signoria e feudalesimo, Il Mulino, Bologna 1971-1974
  • Giovanni Tabacco, Egemonie sociali e strutture del potere nel medioevo italiano, Einaudi, Torino 1979
  • Storia medievale, Donzelli editore, Roma 2003

SitiWeb


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Storia - Storia medievale
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Aggiornamento: 03/11/2010