IL CANTO DELLA SCHIERA DI IGOR
L'epopea russa medievale


CANTO DELLA SCHIERA DI IGOR
DI IGOR FIGLIO DI SVJATOSLAV, NIPOTE DI OLEG

Appello ai principi

  1. Gran principe Vsevolod! Non dovresti accorrere da lontano solo col pensiero a difendere il trono d'oro del padre! Tu solo puoi battere coi remi la Vol'ga e attingere con l'elmo l'acqua del Don! Se tu fossi stato qui, o principe, a un soldo si venderebbero le schiave e uno schiavo un centesimo! Perché tu puoi lanciare vive lance di fuoco, con gli arditi figli di Gleb!
  2. O tu, impetuoso Rjurik, e tu, Davyd! Non sono stati i vostri ardenti guerrieri a nuotare nel sangue fino agli elmi d'oro? Non sono stati i vostri valorosi eserciti a ruggire come tori selvaggi, straziati da sciabole temprate, in terra straniera? Salite, o signori, sulla staffa dorata, per vendicare l'offesa di questo tempo, per la terra di Rus', per le ferite di Igor, valoroso figlio di Svjatoslav!
  3. Jaroslav dall'ottuplice pensiero, principe di Galizia! Alto siedi sul tuo trono dorato e reggi i monti ungheresi con le tue schiere ferrigne, e al re magiaro sbarri la strada, chiudendo le porte al Dunaj, scagliando macigni oltre le nubi, amministrando la giustizia fino al Dunaj. Scorrono le tue minacce per le terre, tu apri le porte di Kiev; dall'aureo trono paterno tu frecci i sultani oltre le terre; folgora dunque, o signore, anche il pagano Končak! Per la terra di Rus', per le ferite di Igor, valoroso figlio di Svjatoslav!
  4. E tu impetuoso Roman, e tu Mstislav! Ardimento e passione conducano la vostra mente all'impresa!
  5. In alto levato nell'intrepida impresa, come falco che si libra sui venti, quando nel suo furore attacca gli altri uccelli. Avete corazze di ferro sotto gli elmi latini. Per esse tremò la terra e molti popoli: Unni e Lituani, Jatvinghi e Deremeli, Finni e Polovesiani: gettarono i loro giavellotti e chinarono il capo sotto queste spade d'acciaio.
  6. Ma ormai, o principe, per Igor si è spenta la luce del sole mentre all'albero tristi son cadute le foglie: lungo la Ros' e la Sulà i nemici si son spartiti le città, ma più non risorgerà l'ardita schiera di Igor!
  7. Il Don ti invoca, o principe, e chiama i principi alla riscossa. Ma la valorosa schiatta di Oleg non è più sul piede di guerra...
  8. Ingvar e Vsevolod, e tutti e tre voi, figli di Mstislav! Serafini dalle sei ali di non ignobile nido! Non per vittorie fratricide diventaste signori dei vostri domini! Dove sono i vostri elmi dorati e le spade polacche e gli scudi? Sbarrate le porte alla steppa con le frecce puntute, per la terra di Rus', per le ferite di Igor, valoroso figlio di Svjatoslav!
  9. Più non scorre la Sulà coi suoi flutti d'argento per la città di Perejaslavl', né la Dvinà paludosa per la città di Polock, ma sotto il grido di guerra pagano! Solo Izjaslav figlio di Vasil'ko fece risuonare le spade affilate contro gli elmi lituani superando la gloria dell'avo Vseslav!
  10. E cadde egli stesso sotto gli scudi scarlatti, falciato sull'erba insanguinata dalle spade lituane. E disse, come con la sposa sul letto nuziale: «La tua družina, o principe, coprirono gli uccelli con le ali e le fiere ne leccarono il sangue.»
  11. Né c'era colà il fratello Brjačislav, né l'altro fratello Vsevolod. Da solo, l'anima di perla esalò dal fiero corpo, attraverso l'aurea collana. Divennero meste le voci, venne meno la gioia. Piangono le trombe a Gorodec.
  12. O figli di Jaroslav e voi tutti nipoti di Vseslav! Tempo è di abbassare le insegne e di riporre nel fodero le logore spade. Già vi siete allontanati dalla gloria degli avi! Voi, con le vostre contese, cominciaste a far venire i pagani nella terra di Rus', sui possedimenti di Vseslav. Per le lotte intestine si scatenò la violenza dalla terra cumana!

Note

Vsevolod Jur'evič (1154-1212), nipote di Vladimir Monomach e principe di Vladimir-Suzdal', fu il primo, tra i sovrani della città, a ricevere il titolo di «gran principe», con dignità pari, dunque, a quella del signore di Kiev. Nonostante manifestasse solo a parole molte buone intenzioni, non intervenne a dare man forte al gran principe Vsevolod. Con «soldo» e «centesimo» rendiamo due antiche monete kievane: la nogata (ventesima parte di una grivna) e la rezana (cinquantesima parte di una grivna).

Rjurik Rostislavič (+ 1212) e Davyd Rostivlavič (+ 1197) sono figli di Rostislav Mstislavič e nipoti di Vladimir Monomach. Rjurik era co-reggente, con Svjatoslav, del principato di Kiev, e dopo la morte di questi divenne unico sovrano di Kiev (1194). Davyd era signore di Smolensk: sua moglie era una principessa cumana e per questo egli non aveva partecipato alla spedizione del 1183 contro i Polovesiani.

Jaroslav di Galizia (1153-1187) era signore di una regione che, addossata ai Carpazi, confinava con l'Ungheria. L'autore del Canto lo definisce «dall'ottuplice pensiero», in quanto aveva fama di essere saggio e accorto. I suoi antenati avevano a lungo lottato contro gli Ungheresi, ma Jaroslav, nonostante il Canto affermi il contrario, rimase in pace con i suoi vicini, anzi, sposò una figlia di Stefano III re d'Ungheria. «Aprire le porte di una città» voleva dire conquistarla: infatti, nel 1159, Jaroslav di Galizia e Mstislav di Volinia avevano conquistato Kiev, cacciandone il principe Izjaslav.

Roman e Mstislav erano probabilmente due principi minori della Volinia, parenti del principe Igor. Vi sono tuttavia altre possibili identificazioni.

L'elenco dei popoli contro cui Roman e Mstislav combatterono sembra riferirsi a popoli che abitavano lungo la costa baltica. Jatvinghi e Deremeli erano tribù baltiche che entrarono poi nella nazione lituana. Per Unni si intendono probabilmente i Finni o gli Estoni. Soltanto i Polovesiani sono turanici.

La valorosa schiatta di Oleg è quella dei principi che hanno accompagnato Igor nella sua impresa.

Passo oscuro e tormentato il 79. Sembra che ci si riferisca ai fratelli Ingvar Jaroslavič (+ 1202) e Vsevolod Jaroslavlič (+ 1185), principi di Volinia, cugini del Roman sopra ricordato. Discendenti di Mstislav Vladimirevič (figlio di Vladimir Monomach), si divisero i loro feudi mediante un sorteggio e non combattendo tra loro. L'epiteto «dalle sei ali», proprio degli angeli Serafini, in certi poemi slavo-meridionali viene attribuito anche a guerrieri ed eroi.

Di questo Izjaslav Vasil'kovič le cronache non dicono nulla: tutto ciò che sappiamo di lui deriva da questo passo del Canto della schiera di Igor: principe di Polock e forse in seguito di Gorodec (o Grodno), avrebbe combattuto e sarebbe stato ucciso combattendo contro i lituani.

Il motivo del letto di morte associato al letto nuziale è tipico della poesia popolare. Bazzarelli ricorda un canto ucraino in cui il cosacco morente manda il suo cavallo ad avvertire la madre della sua morte: «Tu di', cavallo, che io mi sono sposato, / che ho preso in moglie una bella ragazza / nel campo aperto, nella terra» (Bazzarelli 1991). L'immagine delle ali degli uccelli e delle belve che leccano il sangue ha riscontri nella poesia e nelle saghe scandinave (nelle kenningar la battaglia è chiamata «festino dei lupi» o «dei corvi»).

Se nulla si sa di Izjaslav Vasil'kovič, nulla evidentemente si può aggiungere dei suoi fratelli, Brjačislav e Vsevolod.

Jaroslavli «figli di Jaroslav» è una correzione, accettata dai maggiori studiosi del poema, al posto dell'originale Jaroslave. Molte sono state le congetture e le ipotesi, ma Jaroslavli risolve molti problemi. I figli di Jaroslav il Saggio furono infatti sempre in contesa con i figli di Izjaslav, che qui sono ricordati come «nipoti di Vseslav» (Bazzarelli 1991).

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Traduzione e note: Holger Danske e Koščej Vessmertij

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Storia - Medioevo
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Aggiornamento: 01/05/2015