EPOCA MODERNA (1640-1871)
PREMESSA
I primi elementi di produzione capitalistica appaiono già in seno alla precedente struttura feudale, nel suo ultimo periodo, benché la versione "commerciale" non "industriale" del capitalismo sia già presente agli albori del Mille, con la nascita dei Comuni italiani e nelle primissime esperienze borghesi nelle Fiandre.
Con la vittoria della rivoluzione politica borghese tale produzione diventa dominante e si trasforma prima in società poi in civiltà capitalistica, i cui tratti fondamentali sono: la proprietà privata dei capitalisti su tutti i principali mezzi di produzione, la divisione della società in due fondamentali classi antagonistiche (borghesia e proletariato industriale). La principale legge economica del capitalismo è la creazione, per mezzo del lavoro degli operai, del plusvalore, cioè di lavoro non pagato, di cui si appropria, in varie forme, la borghesia.
I confini cronologici della storia moderna sono definiti dalla rivoluzione borghese in Inghilterra della metà del secolo XVII secolo, che ha segnato l'inizio del trionfo del capitalismo in Europa, e dalla rivoluzione socialista del 1917 in Russia, che ha aperto nella storia dell'umanità l'epoca del socialismo (inizio dell'epoca contemporanea).
La sua prima vittoria sull'ordine feudale il capitalismo l'ottenne alla fine del XVI secolo in Olanda. Gli altri paesi subirono un'influenza solo nella sfera del credito, del commercio internazionale e della politica coloniale.
Invece la rivoluzione inglese del XVII secolo fu la prima di significato europeo e decisiva per le sorti del feudalesimo. Tutti i movimenti rivoluzionari esistenti in Francia, Spagna e Italia in quel periodo furono influenzati dalla rivoluzione inglese (che si realizzò sotto la bandiera religiosa del puritanesimo). Questa rivoluzione attirò nel capitalismo sotto forma di colonie anche molti extra-europei che si trovavano nel feudalesimo o a livello di tribalismo.
L'età moderna ha anche altre date significative: la nascita della manifattura (XVII secolo), la vittoria della rivoluzione borghese in Francia (1789-1794) e della rivoluzione industriale in Inghilterra (1750).
Il primo periodo del capitalismo è caratterizzato dal rapido sviluppo delle forze produttive, dall'introduzione della nuova tecnica meccanizzata, che porranno le fondamenta di tutti i moderni e contemporanei disastri ambientali.
IL PERIODO DELLA MANIFATTURA
In questo periodo la borghesia deve dividere il potere con la nobiltà e il clero. Soprattutto la nobiltà continuava a detenere le cariche militari, amministrative e diplomatiche. Nell'Europa centrale e orientale fortissima era la rendita feudale, specie in Russia.
Nelle zone europee più evolute la più importante condizione comune del passaggio al sistema capitalistico di produzione era la cosiddetta "accumulazione originaria" (secoli XVII-XVIII): formazione di grandi capitali investiti nella produzione e, insieme, separazione forzata del produttore diretto (contadino, piccolo artigiano cittadino) dai propri mezzi di produzione. Questi espropriati formano i primi quadri degli operai salariati dell'industria manifatturiera, sparsa o centralizzata.
La manifattura era basata sulla tecnica manuale e, come tale, essa non era in grado di entrare in possesso di tutto il processo produttivo e di mutarlo radicalmente; a tale scopo occorrerà la fabbrica capitalistica vera e propria, sorta in Inghilterra nella seconda metà del secolo XVIII.
LA NUOVA SERVITU' DELLA GLEBA
I paesi feudali dell'Europa centrale e orientale, sollecitati dalla domanda stabile e sempre crescente di prodotti alimentari e di derrate agricole da parte degli Stati più avanzati dell'Europa occidentale, allargano la loro propria area coltivabile, secondo i metodi e criteri feudali, alla ricerca di eccedenze cerealicole; e fanno questo a scapito degli appezzamenti dei contadini, aumentando le prestazioni gratuite di lavoro, portando lo sfruttamento della servitù della gleba a limiti estremi. La seconda servitù della gleba si manifestò nei grandi latifondi della Germania nord-orientale, in alcune zone dell'impero asburgico, del Baltico, della Polonia e della Russia.
La monarchia assolutistico-feudale appoggiò il processo di accumulazione del capitale, nella convinzione di poterlo controllare o comunque di poter trarre da esso un qualche interesse materiale. Sistema tributario, prestiti statali, monopoli commerciali e industriali, politica mercantilistica, protezionismo, guerre coloniali e di conquista dei mercati: tutto era in funzione del commercio estero e del passaggio dalla piccola produzione mercantile alla grande manifattura capitalistica.
Lo Stato nobiliare cercava di aumentare i propri profitti e la propria potenza politico-militare, servendosi della borghesia. Negli anni '60 e '80 del XVIII secolo i monarchi di molti paesi europei intrapresero delle riforme politiche a favore della borghesia, ma esse risultarono di scarsa efficacia.
COLONIALISMO
Termine con cui si designa la politica di conquista di territori d’oltremare d'Asia, Africa e America Latina e lo sfruttamento di risorse (materiali e umane) da parte delle potenze europee a partire dal XV secolo. Indica inoltre l'insieme dei principi a sostegno di tale politica e, infine, l'organizzazione del sistema di dominio.
Lo sviluppo del colonialismo può essere distinto in due fasi: una prima, che parte dal XV secolo per giungere fino alla metà del XIX secolo; una seconda, che parte dagli ultimi decenni del XIX secolo e termina a metà degli anni Settanta del Novecento con il crollo del sistema coloniale portoghese.
NASCITA DEL COLONIALISMO
Il colonialismo si sviluppò a partire dal XV secolo, a seguito delle esplorazioni geografiche, e coinvolse soprattutto i territori asiatici e americani, fondando in Africa, in un primo tempo, solo delle stazioni commerciali (per l'approvvigionamento di oro, avorio e schiavi) e portuali, di supporto per le spedizioni marittime verso l'Asia. Nella prima fase, l'Europa occidentale, guidata da Spagna e Portogallo, attuò una politica espansionistica nelle Indie Orientali e in America centrale e meridionale. Nella seconda, la Gran Bretagna e la Francia guidarono l'espansione europea in America settentrionale, Asia, Africa e nel Pacifico.
Questa politica di conquista nasce dal fatto che in Europa occidentale non erano state risolte le contraddizioni feudali relative alla gestione della terra, la cui proprietà era nelle mani di pochi latifondisti, mentre i contadini non erano altro che servi della gleba. A queste contraddizioni si aggiunsero quelle provocate dallo sviluppo capitalistico, la cui industrializzazione si opponeva all'autoconsumo del mondo rurale e all'artigianato manuale e corporativo. Grandi masse rurali e artigiane si trovarono disoccupate, non potendo essere completamente assorbite dai nuovi metodi produttivi.
Infine il capitalismo poté nascere grazie anche al forte impulso culturale delle nuove ideologie religiose, accomunate sotto la denominazione di "protestantesimo". Queste ideologie si scontrarono assai duramente contro quella tradizionale del cattolicesimo-romano, determinando quel fenomeno di massa chiamato "emigrazione transoceanica" che vide coinvolti soprattutto, inizialmente, i protestanti verso l'America del Nord, l'Oceania ecc.
LA SECONDA FASE DEL COLONIALISMO
Durante la seconda metà del XIX secolo iniziò la seconda fase dell'espansione coloniale. La spinta venne sia dagli interessi europei già radicati nelle periferie degli imperi – dove i coloni volevano penetrare più profondamente nell'entroterra alla ricerca di terre coltivabili e di nuove risorse – sia dalle esigenze poste dallo sviluppo del sistema industriale, cioè quelle di trovare materie prime a buon mercato e sbocchi per le merci.
LE COLONIE AFRICANE
Con l'abolizione della schiavitù (s'iniziò nel 1791, a seguito della rivoluzione francese: l'ultimo Stato ad abolirla fu quella brasiliano nel 1888) si aprì il periodo del commercio cosiddetto "legittimo", che da una parte vide l'esportazione di manufatti dai paesi industrializzati verso le colonie, dall'altra lo sfruttamento di risorse (minerali, legno, cotone ecc.) indispensabili alla produzione industriale. In questo periodo le postazioni commerciali stabilite nel corso dei secoli precedenti furono utilizzate dalle potenze coloniali come basi per la conquista militare dei territori interni e si andò definendo il sistema amministrativo coloniale.
In seguito al congresso di Berlino (1884-85) l'Africa fu suddivisa tra Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Portogallo. Nel 1914 la rete coloniale racchiudeva tutto il globo. Quello britannico era di gran lunga l’impero più vasto, ma altri paesi – tra cui Francia, Belgio, Germania, Stati Uniti e Giappone – erano diventati ragguardevoli potenze coloniali.
LE CAUSE DEL COLONIALISMO
Le ragioni della corsa alle colonie sono molteplici e controverse. Per quanto riguarda la prima fase del fenomeno, quella avviatasi nel XV secolo in seguito alle grandi esplorazioni, i motivi sono vari: il prestigio delle monarchie e delle nazioni; la possibilità di impadronirsi, attraverso il controllo di territori vergini, di immense risorse; l'intento di diffondere la propria civiltà (le leggi, i costumi, la religione) tra popoli considerati "selvaggi".
Il colonialismo sviluppatosi alla fine del XIX secolo conservò alcune di queste istanze, ma vi prevalsero le motivazioni economiche e strategiche delle potenze europee e delle due nuove potenze internazionali, gli Stati Uniti e il Giappone. Per i paesi che stavano vivendo un grosso sviluppo industriale diventò infatti vitale proteggere i mercati interni dalla penetrazione di merci straniere e conquistare altri mercati per le proprie, costituendo aree di sottomissione prevalentemente economica.
GLI EFFETTI DEL COLONIALISMO
I costruttori di imperi del XIX secolo erano spesso convinti che i popoli "civilizzati" avessero la responsabilità morale di guidare i popoli "arretrati" e di recare loro i frutti della cultura occidentale.
È evidente che il possesso di un vasto impero coloniale arrecò alle potenze imperialiste numerosi benefici, tra cui opportunità di emigrazione, espansione del commercio, possibilità di accedere a risorse strategiche a basso costo, enormi profitti. Allo stesso tempo però i colonizzatori dovettero provvedere all'amministrazione, all'assistenza tecnica, alla difesa delle colonie.
Per chi lo subì, il colonialismo ebbe da una parte indiscutibili effetti negativi: i modi di vita tradizionali furono cancellati, le culture distrutte e interi popoli soggiogati o sterminati. Anche il bilancio economico e politico non è positivo, perché il colonialismo lasciò delle economie che producevano ciò che non consumavano e consumavano ciò che non producevano, restando quindi totalmente dipendenti dal mercato mondiale. Inoltre lasciò degli Stati autoritari, diretti da élite autocratiche e corrotte (spesso ancora feudali), che non furono capaci o non vollero trasformare in senso democratico le istituzioni ereditate.
PROTEZIONISMO
Politica adottata da un governo per contrastare la concorrenza estera a sostegno dell'intera produzione nazionale o di particolari settori di essa, scoraggiando le importazioni e incoraggiando le esportazioni. A tal scopo, le misure praticate possono essere di vario tipo: dall'applicazione di severe tariffe doganali per i prodotti stranieri, all'incentivazione fiscale per le aziende nazionali, dal conferimento di premi alle esportazioni fino all'assorbimento, da parte dello Stato, degli oneri derivanti alle imprese nazionali da una politica di prezzi particolarmente aggressiva sui mercati esteri.
NAZIONALISMO
Ideologia che esalta lo Stato nazionale, considerato come ente indispensabile per la realizzazione delle aspirazioni sociali, economiche e culturali di un popolo. L'ideologia nazionalistica segue l'affermazione dell'idea di nazione. Quest'ultimo termine dal XV secolo comincia a essere usato in riferimento allo Stato e generalmente è causa di conflitti bellici tra nazioni e di espansionismo coloniale (in quest’ultimo caso è spesso associato al termine di razzismo).
IL NAZIONALISMO NELL'OTTOCENTO
Nel corso dell'Ottocento il nazionalismo assunse un duplice aspetto: da un lato si identificò con i moti rivoluzionari e patriottici europei del 1848, dando voce alle istanze autonomistiche e democratiche di molti popoli; dall'altro, il nazionalismo cominciò ad assumere tratti maggiormente aggressivi (soprattutto a partire dalla costituzione del Reich tedesco che, essendo privo di colonie significative, a motivo del ritardo con cui si era attuata la rivoluzione industriale e l'unificazione nazionale, trovava necessario mostrarsi aggressivo nell'ambito europeo, contro le nazioni rivali che si erano già spartite il mondo). L'accettazione del principio dell'autodeterminazione dei popoli si unì all'esaltazione della virtù e degli interessi nazionali a scapito dei diritti delle altre nazioni. Esso fornì così un sostegno al colonialismo, stimolando i contrasti tra le grandi potenze nazionali che sfociarono poi nella prima guerra mondiale.
IMPERIALISMO
S'intende la tendenza di un popolo o di una nazione a esercitare un'influenza o un controllo sopra popoli o nazioni più deboli. Il colonialismo implica il controllo politico, l'annessione del territorio e la perdita della sovranità dello Stato o del popolo sottomesso; l'imperialismo, secondo molti studiosi, può invece fare a meno di colonie e si manifesta attraverso un controllo o un'influenza esercitati, direttamente o indirettamente, formalmente o informalmente, con mezzi politici, economici e anche ideologici.
E' evidente che l'imperialismo si basa sul colonialismo e che s'intende una spartizione dell'intero globo terrestre in zone d'influenza, quindi si può parlare d'imperialismo globale solo a partire dalla fine dell'Ottocento e, in tal senso, le due guerre mondiali possono essere definite "guerre imperialistiche", in quanto volte a mettere in discussione (da parte soprattutto della Germania e del Giappone, ma anche dell'Italia) le ripartizioni delle colonie decise dai paesi occidentali dominanti (Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti...).
Tuttavia, essendovi stato dopo il secondo dopoguerra, un forte processo di decolonizzazione, protrattosi fino agli anni Settanta, non è più possibile parlare di "imperialismo" negli stessi termini di un secolo prima. Oggi l'imperialismo esercitato da Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone si manifesta con mezzi e metodi più finanziari e commerciali che militari, proprio perché le ex-colonie pretendono un'autonomia di tipo politico.
Il neo-imperialismo o neo-colonialismo si esprime p.es. attraverso il credito internazionale gestito da banche e istituti occidentali, che sono disposti a concedere prestiti ai paesi del Terzo Mondo a condizioni molto onerose, che arrivano persino a costituire una forma di pressione politica; vi è inoltre la politica monetaria che impone l'uso del dollaro o dell'euro negli scambi internazionali; per non parlare del fatto che tutti i prezzi delle merci vengono decisi in borse finanziarie occidentali; le stesse conoscenze scientifiche e tecnologiche vengono cedute, in parte, ai paesi in via di sviluppo a costi proibitivi; infine l'occidente conserva immutato il dominio militare degli oceani e dello spazio, aereo e cosmico, nonché quello delle telecomunicazioni... Questi sono tutti fattore che impediscono letteralmente alle nazioni del cosiddetto Terzo Mondo di fruire di una qualunque forma di autonomia economica, il che rende molto precaria la loro indipendenza politica.
LE RIVOLUZIONI BORGHESI E LE RIVOLTE CONTADINE
Le prime due grandi rivoluzioni borghesi furono quella inglese del XVII secolo e la rivolta delle colonie americane contro la dominazione inglese, che si concluse con la formazione della repubblica borghese degli Usa.
A capo di queste rivoluzioni stava la borghesia imprenditrice, ma la forza principale era costituita dalle masse contadine, dalla piccola borghesia e dagli elementi plebei urbani. I maggiori vantaggi ottenuti dalla liquidazione del feudalesimo li ottenne la grossa borghesia. La rivoluzione inglese infatti portò alla trasformazione dei contadini in proletari e alla soppressione della proprietà contadina.
La rivoluzione americana, che fu vinta grazie alla partecipazione dei farmers, degli artigiani cittadini, dalle masse diseredate delle città e dagli schiavi negri, portò alla formazione di una repubblica borghese, dove il potere era detenuto dalla classe mercantile-industriale e dei piantatori schiavisti.
Quanto alle rivolte contadine, vanno ricordate quelle in Russia nei secoli XVII e XVIII (Pugaciov), in Polonia, Ucraina, Boemia e Ungheria, e anche in Cina. La lotta di liberazione nazionale dei popoli balcanici contro i feudatari turchi fu guidata dal movimento contadino. Tutti questi movimenti erano spontanei, con programmi politici confusi e spesso limitati ad interessi locali o contaminati da forti illusioni monarchiche, per cui fu inevitabile la loro sconfitta.
Le prime rivoluzioni borghesi, cui parteciparono in maniera organizzata anche i contadini, riuscirono invece a determinare la liquidazione del sistema feudale, con la completa o parziale espropriazione della proprietà feudale-terriera, con l'eliminazione della servitù della gleba, dei privilegi di casta, dell'assolutismo politico.
Tuttavia, già negli anni '60 e '70 del secolo XVIII avevano inizio in Inghilterra le prime manifestazioni del proletariato delle fabbriche e delle officine.
LA FORMAZIONE DELLE NAZIONI
La borghesia di Francia e Inghilterra, nella lotta antifeudale, agiva come rappresentante di tutta la nazione e sosteneva il principio dell'unità nazionale (economica, politica e culturale). Le lingue nazionali si sostituivano nella letteratura scientifica al latino, che nel XVI secolo era già una lingua morta anche nella letteratura artistica.
LA CULTURA MATERIALISTICA BORGHESE
La vittoria della rivoluzione borghese favorì il sorgere di una nuova filosofia borghese, caratterizzata dal materialismo. Hobbes e Locke in Inghilterra, Spinoza in Olanda, Lomonosov in Russia sono gli esponenti più importanti.
La nuova filosofia laica raggiunge il vertice nel XVIII secolo in Francia con la rivoluzione. Il materialismo militante degli illuministi francesi fa a pezzi l'ideologia religiosa, monarchica e aristocratica: Montesquieu, Voltaire, Rousseau e gli enciclopedisti creano l'illuminismo ateo e razionalista.
IL NUOVO ASSETTO MONDIALE NEL SECOLO XVIII
I mutamenti provocati dalla borghesia determinarono la completa disfatta del sistema politico d'equilibrio scaturito dalla guerra dei Trent'anni e caratterizzato dall'egemonia della Francia e della Svezia in Europa. Questa guerra (1618-48) si concluse con la pace di Westfalia, segnando la fine della potenza degli Asburgo d'Austria. Con la pace dei Pirenei (1659) ebbe fine anche la potenza degli Asburgo di Spagna.
Tre Stati, che nel secolo XVII avevano dimostrato di essere i più forti, e cioè Spagna, Olanda e Svezia, alla fine dello stesso secolo e all'inizio del successivo erano decaduti dalla loro posizione. La Spagna perse i suoi possedimenti in Italia e nei Paesi Bassi (1714). L'Olanda cedette all'Inghilterra le sue posizioni commerciali e coloniali. La Svezia uscì sconfitta nella guerra del Nord, benché appoggiata da Inghilterra e Olanda: chi le sottrasse il dominio del Baltico fu la Russia (1720), che occupò anche il mar Nero, battendo i turchi.
Divennero grandi potenze la Russia, la Prussia e l'Austria. Il regno di Prussia era in realtà il granducato di Brandeburgo, che nell'Europa centrale s'allargava a spese di Polonia, Svezia, principati tedeschi e persino Austria. L'ascesa della Prussia indebolì la posizione degli Asburgo in Germania, costretti a difendersi dai turchi e a rafforzare lo Stato plurinazionale. I più importanti interessi degli Asburgo erano in Ungheria, nelle terre slave tolte alla Turchia, nei Paesi Bassi meridionali, in Italia settentrionale (qui si stabilirono al posto della Spagna a partire dal 1714).
Verso la metà del secolo XVII l'Europa occidentale era passata dall'egemonia spagnola a quella francese, ma nella metà del secolo successivo la Francia doveva cedere le sue colonie agli inglesi (in America e in India), sicché verso la metà del secolo XVIII il primo posto fra gli Stati dell'Europa occidentale era detenuto dall'Inghilterra (la rivoluzione americana non intaccò tale primato).
Cina e Giappone si chiudevano nel loro isolamento feudale. In India gli inglesi, dopo aver eliminato i francesi, tolsero agli olandesi l'isola di Ceylon (Sri Lanka) e la città di Malacca. La compagnia delle Indie orientali inglese spadroneggiava anche nel sud dell'Iran.
Gli olandesi restavano in Sudafrica, mentre sul litorale occidentale di questo continente si sviluppavano le colonie portoghesi. Nell'America meridionale si forma la Guyana francese, il Surinam olandese, il Brasile portoghese. La Spagna invece dominava soprattutto nell'America centrale, in Messico e in Florida. Gli inglesi toglieranno il Canada ai francesi. I russi, verso la metà del '700, si annessero l'Alaska, che vendettero agli Usa un secolo dopo.
DALLA RIVOLUZIONE FRANCESE ALLA COMUNE DI PARIGI
Lo sviluppo capitalistico del primo periodo manifatturiero (XVI-XVIII secoli) procedeva lentamente. Infatti solo alla fine del secolo XVIII ci fu una vera e propria rivoluzione industriale e soltanto in Inghilterra.
Dopo il 1750 i progressi furono però travolgenti. Se all'inizio della rivoluzione industriale il lavoro manuale fu eliminato soltanto in un ramo industriale, nella filatura del cotone, in seguito il processo di sostituzione della lavorazione manuale con quella meccanica interessò tutti i rami. Verso il 1870 la grande industria meccanica instaurò il suo dominio nei paesi più avanzati d'Europa e degli Stati Uniti.
Il capitalismo trasformò radicalmente anche la produzione agricola, introducendo le macchine e i concimi chimici.
Nei campi dei trasporti si ebbe un enorme progresso grazie all'impiego del vapore. Verso il 1830 la costruzione delle ferrovie uscì dalla fase sperimentale. Lo sviluppo del commercio mondiale, l'espansione del capitalismo, la febbre dell'oro (in California e in Australia), la trasformazione dell'oceano Pacifico in una delle vie commerciali più importanti, resero necessaria una navigazione più veloce e più sicura: la ruota venne sostituita dall'elica, la vela dal vapore. Il perfezionamento dei trasporti a sua volta accelera gli scambi, la produzione e la divisione del lavoro. Cresce la domanda dei metalli (specie l'acciaio), che era preferito al ferro e alla ghisa. Cresce l'industria pesante.
Nei paesi capitalisti avanzati avviene il distacco definitivo della città dalla campagna, il mestiere come fatto individuale si sfalda, le grosse imprese industriali soppiantano il piccolo artigiano e la bottega, sorgono le grandi città industriali, si accentra il capitale, si afferma la borghesia industriale e finanziaria, compare il proletariato industriale, che farà sentire la sua voce soprattutto nel corso della Comune di Parigi (1871).
IL CROLLO DEL FEUDALESIMO E L'AVVENTO DELLA BORGHESIA
Alla fine del XVIII secolo permaneva ancora in Europa orientale la dipendenza feudale dei contadini. Lo sviluppo del capitalismo era qui ostacolato anche dall'accentramento del potere statale nelle mani della nobiltà e, in Europa centrale, soprattutto dal frazionamento politico dei territori. In assenza di rivoluzioni contadine che spezzassero il predominio del latifondo a favore della piccola proprietà rurale o della proprietà collettiva della terra (p.es. obscina), diventavano inevitabili le soluzioni di tipo borghese.
Le rivoluzioni borghesi avvennero, generalmente, con la partecipazione delle grandi masse popolari: contadini, bassa plebe, operai, persuasi dalla borghesia che, a rivoluzione compiuta, si sarebbero affermati per tutti gli ideali di giustizia e di libertà.
La rivoluzione francese del 1789 fu quella più risoluta ed energica, avanzando rivendicazioni politiche ed economiche di fondo. I suoi risultati non poterono essere annullati dal fugace trionfo della reazione aristocratica-monarchica che seguì al crollo dell'impero napoleonico. Le idee e i principi di quella rivoluzione influenzarono tutte le rivoluzioni borghesi d'Europa, che ebbero luogo in Italia e in Spagna nel 1820; in Russia nel 1825 (i decabristi); in Grecia la guerra di liberazione del 1821 fu contro i turchi. Nell'America Latina le colonie portoghesi e spagnole portarono avanti la lotta per l'indipendenza dalle rispettive madrepatrie. La rivoluzione del luglio 1830 in Francia determinò la cacciata dei Borboni e diede il via a moti rivoluzionari in Polonia, Belgio, Italia e Germania.
Nei paesi capitalisti più avanzati, degli anni '30 e '40 dell'Ottocento, si formano il cartismo (Inghilterra), l'insurrezione di Lione (Francia) e quella dei tessitori della Slesia (Prussia): questi sono tutti movimenti proletari. Con il marxismo si realizza il passaggio dal socialismo utopistico a quello scientifico.
Nelle rivoluzioni del 1848-49 (soprattutto in Francia) il proletariato si presenta in forma autonoma. La borghesia europea, impaurita dall'imponenza dei movimenti popolari e dall'avanzata del proletariato, non portò la sua battaglia antifeudale alle estreme conseguenze. Per questo motivo tradì la rivoluzione e scese a compromessi con la nobiltà, il clero e la monarchia. Di qui il fallimento dei moti democratici borghesi del 1848-49. In Germania gli junkers prussiani, legati al militarismo, conservano le funzioni dirigenziali nello Stato. In Russia si liquida la servitù della gleba solo dopo la sconfitta dello zarismo nella guerra di Crimea, ma il latifondo dei bojari resta.
La rivoluzione parigina del 1870, distruggendo l'impero di Napoleone III, rappresenta l'ultimo anello della catena delle rivoluzioni borghesi in Francia. L'occupazione di Roma da parte degli italiani nello stesso anno e la proclamazione imperiale a Versailles, l'anno successivo, del re di Prussia conclusero il processo di unificazione dell'Italia e della Germania. La borghesia di questi due paesi seppe impedire che le rivoluzioni nazionali raggiungessero gli esiti più democratici.
Se verso il 1871 l'occidente aveva concluso le proprie rivoluzioni democratico-borghesi, i paesi dell'Europa orientale si trovavano ancora alle soglie di queste stesse rivoluzioni. Infatti, anche le più modeste riforme erano fallite (in Turchia, Persia, Corea): passi significativi in direzione dello sviluppo borghese s'erano verificati solo in Giappone.
COLONIALISMO E IMPERIALISMO
Fra il 1850 e il 1870 il processo di formazione di un mercato mondiale capitalista era compiuto nelle sue linee generali. L'isolamento e la chiusura dei diversi paesi e popoli era stato superato. Tuttavia la barbarie congenita alla civiltà borghese si manifestò con tutta la sua forza proprio nelle colonie da essa conquistata.
Nel XVIII secolo i colonialisti avevano cercato di creare punti d'appoggio lungo i litorali, esercitando la tratta dei negri, rubando metalli pregiati, spezie e prodotti dell'artigianato locale. Alla fine del '700 i colonialisti pensano di sfruttare sistematicamente questi paesi sia come fonte di materie prime che come mercati di sbocco dei loro prodotti industriali.
Così nell'agricoltura vennero introdotte le monocolture, le materie prime furono acquistate a prezzi irrisori, molti settori dell'industria locale furono distrutti dalla concorrenza delle merci occidentali, anche la cultura locale fu soppiantata da quella europea. Le colonie dovevano diventare appendici agrarie delle metropoli capitalistiche. In una situazione semicoloniale vi erano anche quei paesi formalmente indipendenti, ma deboli militarmente ed economicamente, come Cina, Persia, Algeria, India, dove pur erano presenti dei movimenti anticolonialisti.
IL NUOVO ASSETTO EUROPEO
Nel 1815 il Congresso di Vienna cercò di annullare tutti i cambiamenti provocati dalle guerre rivoluzionarie borghesi e napoleoniche. Tuttavia dal regno di Olanda, creato dallo stessa Congresso, si staccò nel 1830 il Belgio, che divenne uno Stato indipendente. Nonostante che il Congresso volesse un'Italia divisa, essa raggiunse la propria unità nel 1870. Si unificò anche la Germania. La Polonia invece era sparita dalle carte geografiche. Nella penisola balcanica la lotta antiturca portò all'indipendenza della Grecia e della Serbia. Nel 1859 nasce la Romania. La Russia zarista si era notevolmente allargata. La Norvegia era passata sotto la Svezia.
In America Latina, approfittando dell'indebolimento delle metropoli europee durante le guerre napoleoniche, le colonie spagnole e portoghesi divennero indipendenti. Gli Usa acquistarono da Napoleone la Louisiana, dalla Spagna la Florida, e con la guerra tolsero alla stessa Spagna sia il Texas che la California. Gli indiani furono sterminati.
Nel 1830 la Francia conquista l'Algeria e nel 1850 il Senegal. L'Inghilterra occupa il Sudafrica, poi l'India. Negli anni '40 viene occupata la Cina da diverse nazioni europee in seguito alla guerra dell'oppio. Gli inglesi conquistano successivamente la Birmania, i Francesi invece il Vietnam.
In Oceania gli inglesi occupano la Nuova Zelanda, Taiti e altre isole; nel Mediterraneo otterranno l'isola di Malta. Conquistando infine Singapore, Honk Kong e Aden la Gran Bretagna avrà l'assoluto predominio dei mari.
BORGHESI E PROLETARI
La borghesia, lottando contro le rendite feudali, politiche ed economiche, difendeva la libertà degli imprenditori, il libero commercio, l'ampliamento dei diritti politici e la creazione dei regimi costituzionali, facendo nascere le istituzioni parlamentari democratiche.
Si ebbero notevoli successi nelle scienze naturali, nella fisica, nella chimica, nella matematica. Nel campo delle scienze sociali la borghesia difendeva teorie progressiste: quella del lavoro di Ricardo, quella degli storici francesi degli anni '20 dell'Ottocento sulla funzione della lotta di classe, gli studi filosofici di Hegel sulla dialettica, il materialismo naturalistico di Feuerbach...
Verso la fine degli anni '40 la borghesia comincia però a entrare a patti con la reazione, inducendo il proletariato a reagire in maniera rivoluzionaria. Il capitalismo industriale portò all'impiego disumano del lavoro, specie quello delle donne e dei bambini, alla disoccupazione cronica, al pauperismo. La produzione si svolgeva in modo anarchico ed era soggetta a crisi cicliche, periodiche, di sovrapproduzione. La prima fu quella del 1825 in Gran Bretagna. Le crisi del 1857, 1866 e 1874 furono di portata mondiale. La borghesia vietava gli scioperi e i sindacati, la riduzione della giornata lavorativa e l'introduzione della legislazione sul lavoro.
Enrico Galavotti - Homolaicus - Storia - Storia Moderna
- Stampa pagina
Aggiornamento:
11-09-2008