L'OPPOSIZIONE POLITICA E SOCIALE


Nell'ultimo ventennio del secolo l'azione teorica e pratica di Andrea Costa, Antonio Labriola e Filippo Turati portò anche in Italia alla formazione delle prime organizzazioni operaie socialiste. Nel 1881 nacque in Romagna un Partito socialista rivoluzionario, nell'82 in Lombardia il Partito operaio italiano. Circa dieci anni più tardi, nel 1892, il movimento operaio si dette una organizzazione a carattere nazionale con la costituzione del Partito dei Lavoratori Italiani (poi Partito Socialista Italiano).

Quasi contemporaneamente, papa Leone XIII imprimeva una spinta determinante al cattolicesimo sociale con l'enciclica “Rerum novarum” (1891) che, fra l'altro, si soffermava sulla condizione degli operai. Da essa prendeva l'avvio un movimento di giovani cattolici, laici ed ecclesiastici, la cui azione si venne svolgendo secondo un programma formulato dall'economista Giuseppe Toniolo. Il movimento si chiamò “democrazia cristiana”, ma non ebbe carattere di partito politico, perché conservò quello di movimento sociale, non agguerrito sul piano delle riforme, ma importante perché portava avanti una visione dinamica del mondo cattolico.

Ma in questo periodo il movimento di protesta che più preoccupò i ceti dirigenti fu quello dei Fasci dei lavoratori, affermatosi in Sicilia nel 1893. Il movimento dei Fasci, nato spontaneamente tra le masse contadine del Meridione, aveva una ispirazione socialista, grazie all'attività di un gruppo di socialisti meridionali. Per la prima volta la protesta contadina assunse un indirizzo politico preciso ed ebbe una capacità di coinvolgimento rispetto a ceti piccolo - borghesi, artigianali ed operai.

Il movimento si sviluppò specialmente dopo le dimissioni di Crispi, sostituito al governo, prima, per breve tempo, dal conservatore Antonio di Rudinì, e poi, dal maggio del 1892 al dicembre del 1893, da Giovanni Giolitti, un uomo di cui avremo modo di parlare successivamente perché imprimerà un nuovo corso alla politica italiana nel primo ventennio dei nuovo secolo.

Giolitti aveva una concezione diversa da quella crispina riguardo ai rapporti tra il governo ed i movimenti sociali di protesta. Riteneva cioè che bisognasse dare libertà d'espressione politica ai lavoratori, le cui istanze dovevano ormai entrare nel libero esercizio dell'attività politica del Paese.

Contrario quindi a misure repressive, non intervenne nel movimento dei Fasci sperando che i contadini e gli operai riuscissero ad arrivare ad un accordo. Ma lo scoppio dei moti dei minatori della Lunigiana accrebbe nella classe dirigente la paura della sovversione sociale. Giolitti venne accusato di debolezza e dovette dimettersi, anche perché coinvolto nello scandalo della Banca Romana. Questa, per le pressioni fatte da finanzieri privi di scrupolo su alcuni uomini politici, aveva concesso crediti eccessivi nel campo dell'edilizia, provocandone il grave dissesto finanziario.


Contatto - Homolaicus - Storia - Dal Congresso di Vienna all'Unificazione nazionale