LA RIFORMA PROTESTANTE

Dalla riforma della chiesa
alla nascita del capitalismo


LA RIFORMA IN INGHILTERRA - ANGLICANESIMO

Enrico VIII Tudor

Generalmente si ritiene che la Riforma protestante in Inghilterra non sia stata il frutto di un movimento religioso popolare, ma che abbia avuto origini politico-istituzionali (Parlamentary Transaction). In realtà essa poté avere tali origini solo perché era stata preparata per alcuni secoli da un vasto movimento popolare e intellettuale. Basti pensare alle teorie di John Wycliffe e al movimento dei Lollardi che prese le mosse dalla sua predicazione.

Le disposizioni di Edoardo III (1327-1377)

Nel 1353 re Edoardo III emana una legge con cui vieta il trasferimento alla curia pontificia di Roma degli affari esaminati dai tribunali religiosi: è una grave perdita per l'erario papale.
Rifiutò di pagare al papa il tributo di mille marchi d'argento imposto dalla curia di Roma ai tempi del re Giovanni Senzaterra (1199-1216).
Il re il parlamento cominciarono a confiscare alcune terre ecclesiastiche inglesi, a motivo del fatto che la chiesa inglese non pagava le imposte statali.

Lo scisma di Enrico VIII (1491-1547)

La causa scatenante dello scisma anglicano va ricollegata al fatto che Enrico VIII non riuscì ad ottenere dalla Chiesa di Roma lo scioglimento del suo matrimonio, che era stato richiesto perché non aveva avuto un figlio maschio cui lasciare il trono. Il re, approfittando del malcontento che serpeggiava nelle file del clero e del laicato cattolico inglese contro Roma, si rivolse all'arcivescovo Cranmer di Canterbury (cui praticamente erano stati trasferiti i poteri papali) e riuscì ad ottenere il divorzio da Caterina d'Aragona. Subito dopo la scomunica fece approvare dal Parlamento (1533) una serie di leggi che rompevano i legami con Roma e sottomettevano interamente il clero inglese alla corona (ad es. impedì che si pagassero le "annate" al papato, cancellò la sua giurisdizione, sciolse i monasteri, confiscò i beni della chiesa, stroncando ogni resistenza interna). Non solo, ma egli stesso si autoproclamò "capo della chiesa inglese" con l'Atto di supremazia (all'Irlanda fu imposto nel 1541).

Nel 1539 pubblica i 6 articoli della dottrina anglicana, che non si differenziava di molto da quella cattolica. Infatti Enrico VIII aveva respinto la richiesta di introdurre la Riforma in Inghilterra, comminando la pena di morte a chiunque negasse la transustanziazione, pretendesse la comunione dei fedeli sotto entrambe le specie e il matrimonio del clero. Aveva anche fatto giustiziare William Tyndale, traduttore della Bibbia in inglese.

Naturalmente il divorzio fu solo un pretesto: la causa profonda va vista nel generale processo di rivendicazione della sovranità regia contro ogni interferenza, soprattutto se proveniente dall'esterno. Il sorgere dei rapporti capitalistici nell'Inghilterra del XVI sec. aveva reso urgente la costituzione di una monarchia assoluta, che accelerasse la disgregazione del regime feudale. Un importante mezzo di centralizzazione dei poteri fu appunto la riforma della chiesa, con la quale il re riuscì a secolarizzare circa 1/3 di tutta la proprietà terriera inglese: il che peraltro risollevò l'erario dalle spese belliche sostenute durante i Cento Anni di guerra con la Francia, in cui il papato non prese mai le parti degli inglesi. Ad acquistare questi terreni furono quei proprietari terrieri (gentry), che assumeranno un ruolo fondamentale nella storia dell'Inghilterra capitalistica.

Da notare che in genere i papi non opponevano alcun veto ai principi e ai re che volevano separarsi dalle loro consorti. In questo caso però il rifiuto fu determinato dal timore di scontentare il parente più importante di Caterina d'Aragona, l'imperatore Carlo V, che rappresentava in quel momento un valido baluardo contro la diffusione del luteranesimo.

Lo scisma anglicano non incontrò in Inghilterra alcuna forte resistenza da parte ecclesiastica (fanno eccezione alcuni religiosi francescani e certosini, nonché il vescovo Fisher). La vittima più illustre fu il Gran cancelliere del re, Thomas More, che pur essendo disposto a firmare l'Atto per la successione della discendenza di Anna Bolena (la seconda moglie), rifiutava il modo in cui Enrico VIII si era proclamato "capo della chiesa" (e gli opponeva la convocazione di un concilio nazionale).

Non vi fu resistenza semplicemente perché i torti di una sede pontificia esosa, corrotta e retriva quanto mai, apparivano ai sudditi inglesi sufficienti a legittimare la costituzione di una monarchia assolutistica e scismatica. Peraltro Enrico VIII aveva garantito al clero e a tutti i fedeli che nulla del tradizionale cattolicesimo sarebbe stato modificato, a livello sia dogmatico che sacramentale e rituale. In precedenza, lo stesso re aveva scritto, in collaborazione con Moro, alcuni pamphlet antiluterani.

L'opposizione del Moro fu interessante anche per un'altra ragione. Per la prima volta nella storia egli si appellò ufficialmente al principio dell'obiezione di coscienza. Chiese cioè di poter dissentire, per motivi personali (di natura religiosa), dall'atto d'imperio di Enrico VIII, senza che in questo si dovesse per forza vedere un'opposizione politica alla monarchia. Naturalmente se il re l'avesse lasciato libero, egli si sarebbe ritirato a vita privata. Cosa che però non avvenne in quanto il re rifiutò di distinguere nel Moro l'uomo dal cittadino, ovvero il credente dal politico.

Dunque la chiesa anglicana nasce come chiesa cattolica scismatica, conservando del cattolicesimo l'organizzazione e la successione episcopale, nonché i sacramenti, il cerimoniale, i testi canonici. Se vogliamo, la chiesa anglicana è la sintesi di tendenze abbastanza diverse tra loro: l'assolutismo della monarchia, il nazionalismo della borghesia inglese emergente, che sapeva promuovere rapporti sociali di tipo capitalistico, il moderato riformismo di tipo erasmiano (di cui lo stesso Moro si sentiva rappresentante). Le influenze luterane e calviniste del continente europeo si fecero sentire immediatamente dopo. L'Inghilterra era arrivata alle stesse conclusioni della Germania, prendendo non la strada della speculazione teologica ma quella più prosaica, che alla lunga si rivelerà anche più efficace, della lenta trasformazione borghese dei rapporti sociali.

Le nuove dottrine, tendenti al calvinismo (42 articoli), furono introdotte sotto Edoardo VI (1547-53), che Enrico VIII aveva avuto da un terzo matrimonio. Re Edoardo approvò nel 1549 il Libro delle preghiere pubbliche che l'arcivescovo Cranmer e altri teologi avevano realizzato (lo stesso Cramner introdusse in Inghilterra la Bibbia in volgare). Il Book of Common Prayer, in uso ancora oggi, comprende, dopo aver eliminato ogni elemento superstizioso, la liturgia della domenica e delle feste, l'ufficio del mattino e della sera per ogni giorno, il rituale dei sacramenti. Nel 1552 il libro venne modificato alla luce della dottrina di Zwigli, grazie alle testimonianze dirette di Martin Butzer e d Pier Vermigl.

A questa situazione cercò di reagire la cattolica Maria Tudor (1553-58), detta "la sanguinaria", figlia di Caterina d'Aragona, ma senza ottenere validi risultati, anche se gli anglicani condannati sotto il suo regno risultarono più numerosi dei cattolici messi a morte dagli anglicani durante tutto il secolo seguente. Fu in questa occasione che molti protestanti emigrarono oltre oceano. Vi furono almeno 800 roghi e ben 12.000 sacerdoti che si erano sposati sotto il regno di Edoardo, vennero deposti. Tra i giustiziati persino il vescovo Cranmer, il predicatore Hugh Latimer e il vescovo di Londra Nicholas Ridley.

Di qui la forte contro-reazione della regina Elisabetta (1558-1603), figlia di Anna Bolena, che volle approvare l'Atto di Supremazia e l'Atto di Uniformità e il Prayer Book voluti da Cramner. Nel 1562 appoggia i "39 articoli per fede" dell'arcivescovo Parker (una riformulazione dei "42 articoli" di Edoardo VI), che, approvati dal Parlamento nel 1571, diedero un volto definitivo all'anglicanesimo. Papa Paolo IV la scomunicò in quanto figlia illegittima di un divorziato.

Fu appunto Elisabetta I che assunse il titolo (tuttora esistente) di "supremo reggente" (Supreme Governor), cioè di "protettrice della chiesa" e "suprema governatrice nelle cause sia ecclesiastiche che civili del regno". Con l'Atto di Uniformità del 1559 venne affermata l'indipendenza dal papa romano, venne mantenuta la continuità con la chiesa antica attraverso l'adesione alle confessioni di fede e alle decisioni dei primi quattro concili ecumenici, vennero accettati i principi fondamentali della Riforma (specie gli articoli sulla giustificazione per fede, sulla chiesa, sulle opere buone della Confessione luterana di Augusta del 1530), venne solennemente dichiarata la Bibbia come suprema norma di fede, affermando che non si può pretendere da alcuno di accettare come articolo di fede quello che non può essere approvato con la Bibbia. I sacerdoti, come tutti i funzionari pubblici, erano obbligati a prestare giuramento sui vangeli alla regina e alla sua autorità: chi si rifiutava perdeva il posto o la carica, senza essere accusato di alto tradimento.

I "39 articoli" prevedevano una struttura ecclesiastica centrata sia sui vescovi, nominati dal re, che sulla successione apostolica; cerimonie, riti, liturgia e paramenti di tipo cattolico; la teologia di tipo calvinista moderato (ad es. la tradizione non è negata ma subordinata alla Bibbia, la "forza salvifica" della chiesa non è negata ma si considera più importante la fede personale. Netto invece il rifiuto di ogni culto per Maria, i santi, le reliquie, le icone e di ogni forma di suffragio per i defunti. Respinto il dogma della transustanziazione. Forti simpatie vanno al concetto di assoluta predestinazione dei calvinisti, ma anche all'umanismo di Erasmo).

Altre caratteristiche sono analoghe a quelle di tutte le confessioni protestanti: il matrimonio dei preti, il rifiuto delle indulgenze e del purgatorio, il servizio liturgico nella lingua locale. Questa chiesa, oggi, non ha alcuna difficoltà ad ammettere divorzio, aborto, contraccezione, rapporti prematrimoniali e le donne al sacerdozio.

La differenza più sostanziale rispetto alle altre chiese riformate sta nel fatto che la Chiesa anglicana è una "chiesa di stato" a tutti gli effetti (viene anche chiamata "chiesa stabilita", cioè protetta dalle leggi). Le cose ecclesiastiche sono ritenute affari di Stato. In teoria il capo di questa chiesa potrebbe anche non essere un anglicano. I due arcivescovi più importanti sono quelli di Canterbury (cui spetta un primato onorifico) e di York. E' appunto il primo che riconosce il re come supremo governatore visibile della chiesa, con poteri politico-giuridici non dottrinali.

Con la bolla Regnans in Excelsis del 1570 papa Pio V scomunica Elisabetta, esonerando i suoi sudditi dall'obbedienza. Dura fu la reazione della regina, che fece approvare, nel 1571, l'Act against Bulls from Rome, con cui si ribadiva che nessuno nel regno avrebbe più dovuto riconoscere, far riferimento, rispettare e divulgare tutte quelle leggi che in passato erano servite a mantenere in vita il potere usurpato di Roma in Inghilterra. Da notare che proprio sotto Elisabetta furono chiusi tutti i monasteri e secolarizzati i loro beni, per quanto si continuasse a conservare l'inviolabilità dei possessi terrieri dei vescovi (e quindi la facoltà di richiedere la decima) e degli istituti ecclesiastici: l'episcopato era di origine nobiliare e, di regola, appoggiava la corona.

Nel 1581 una nuova legislazione penale, determinata dal nuovo pericolo dei cosiddetti “preti del seminario” (o “Seminary Priests”), entrò in vigore. In effetti nel 1580 sbarcarono in Inghilterra i primi gesuiti allo scopo di riportare il popolo alla vecchia fede. Il fenomeno era collegato a quel movimento dei “Seminary Priests” che trovava origine nel lontano 1568, allorquando un certo William Allen, uno dei più abili cattolici del suo tempo, aveva aperto un seminario nella città universitaria di Douay, nelle Fiandre. Inizialmente si trattava solo di una scuola per l’educazione della gioventù cattolica inglese esiliata, ma a poco a poco esso si trasformò in un seminario in cui un corpo di preti veniva istruito allo scopo di prestare assistenza per la restaurazione, qualora le circostanze lo avessero permesso in futuro, del cattolicesimo in Inghilterra. Il movimento dei seminaristi divenne quindi pian piano un simbolo dell’unione delle potenze cattoliche contro la riforma anglicana, rinnovando i sospetti di una Lega Santa contro l’Inghilterra. La risposta del governo fu quella di combattere tenacemente quei religiosi e di punirli come traditori.

Questa invasione di preti fu molto pericolosa principalmente perché era fatale per la politica elisabettiana di pacifico assorbimento nella Chiesa Anglicana: i seminaristi, infatti, riuscirono, almeno per un po’, a fermare quell’opera di omogeneizzazione che la regina stava cercando di portare a termine fra i protestanti ed i cattolici. Nel 1581, viene così approvato l'Act against reconciliation to Rome.
Esso nasce principalmente per rendere più difficile e più pericolosa l’opera svolta dai seminaristi allo scopo di ricondurre individui e famiglie al cattolicesimo. Con questo documento vengono infatti stabilite multe salatissime per chi non aderiva alla Chiesa riformata frequentando le chiese parrocchiali e per chi cercava di aizzare le masse contro il legittimo potere della regina.

Importantissimo è anche l'Act against Jesuits and seminary priests, del 1585, che stabilisce che tutti quegli ecclesiastici che erano stati ordinati o avevano ricevuto una qualche nomina o investitura da Roma non potevano più risiedere in nessuno dei domini d’Inghilterra, e, di conseguenza, dovevano abbandonare il regno. In caso contrario, sarebbero stati accusati di alto tradimento e
perciò sottoposti a tutte le pene e le conseguenze previste dalla vigente legislazione in merito al reato di “high treason”. Coloro che avessero invece nascosto o protetto, volontariamente e consapevolmente, questi ecclesiastici, sarebbero stati additati come “Felon” e, senza poter usufruire di beneficio alcuno, avrebbero sofferto tutte le pene previste dal reato di “Felony”. La colpa di alto tradimento si configurava infine anche per quanti, in futuro, avessero frequentato seminari o studiato presso scuole di gesuiti all’estero e, tornando poi in Inghilterra, avessero rifiutato di prestare giuramento di sottomissione alla Corona ed alle sue leggi.

Molti protestanti inglesi, che durante il regno di Maria Tudor erano fuggiti nel continente e avevano appreso le dottrine calviniste, ritornati in Inghilterra pretesero una chiesa più coerente con la Riforma, senza episcopato né cerimonie religiose vetero-cattoliche. Essi diedero origine alla setta dei "puritani" (1580), che già negli ultimi anni del regno di Elisabetta chiedeva la "purificazione" da ciò che anche esteriormente ricordava il culto cattolico e che sotto il regno di Giacomo I (1603-25) ottenne la traduzione della Bibbia in inglese.

I puritani erano contrari a ogni ornamento, immagine sacra, altare, drappi, vetrate colorate, organi, messale, riti, segno di croce, genuflessione... officiavano esclusivamente in case private. L'attività commerciale e industriale era per loro una sorta di "vocazione divina"; l'accumulazione, i profitti, un segno di particolare "elezione divina". Tra gli esponenti più significativi, John Ponet (Breve trattato sul potere politico), Edmund Spenser, George Buchanan, Henry Parker.

Essi si dividevano in alcune correnti:
- presbiteriani, che chiedevano la sostituzione dei vescovi anglicani coi sinodi dei presbiteri (anziani), scelti dai fedeli tra i più ricchi, dopodiché si poteva anche accettare un rapporto di tipo organizzativo con gli anglicani;
- separatisti o indipendenti, che rifiutavano qualunque rapporto con gli anglicani e anche coi sinodi presbiteriani. La loro chiesa era organizzata in una confederazione di unità autonome e indipendenti tra loro, amministrate secondo il volere della maggioranza.

Il puritanesimo, in sostanza, predicava la necessità di un contratto sociale tra corona e società, con possibilità d'insurrezione armata quando la corona trasgrediva i patti. Infatti, durante il regno di Carlo I (1625-49) insorsero con le armi insieme ai presbiteriani scozzesi (i calvinisti più radicali, guidati da John Knox), instaurando il calvinismo della Confessione di Westminster, dopo aver ucciso lo stesso Carlo I e l'arcivescovo Laud.

In Scozia il calvinismo s'era trincerato molto saldamente e, poiché un territorio non poteva avere che una religione, il conflitto con gli anglicani fu inevitabile. Il conflitto verteva più che sulla teologia sulla liturgia e soprattutto sull'organizzazione ecclesiastica. Gli scozzesi vedevano l'espressione fondamentale di una religione nella confessione di fede, perché sapevano che in questo modo avrebbero potuto continuare a rimanere autonomi rispetto al governo di Londra; per gli anglicani invece era sufficiente accettare un manuale liturgico. John Knox era cappellano d'una banda assediata, responsabile dell'uccisione del cardinale cattolico Beaton. Era un radicale che propugnava l'aperta ribellione contro i governanti cattolici che ostacolavano la diffusione del calvinismo.

Con il re Carlo II (1660-85) si ristabilì l'anglicanesimo, seppure a una condizione, che il re prestasse giuramento contro la dottrina della transustanziazione (quest'uso restò in vigore sino all'inizio del XX sec.). In cambio il re pretendeva che tutti gli impiegati statali (e quindi anche i ministri di religione) accettassero il Prayer Book. Molti puritani perseguitati furono costretti a emigrare in Olanda e Stati Uniti.

Giacomo II (1685-88) promulgò la Dichiarazione d'indulgenza, in forza della quale tutti i sudditi inglesi erano ritenuti uguali di fronte alla legge, senza distinzione di religione, e fu sospeso il giuramento contro la transustanziazione. Di quest'Atto di tolleranza beneficiarono in verità i principali quattro gruppi dissidenti: presbiteriani, congregazionalisti, battisti e quaccheri. Ne furono invece esclusi la minoranza cattolica e i sociniani antitrinitari (o chiesa unitaria). Ma con la rivoluzione del 1688, che vide al potere Guglielmo III (1689-1702), il calvinismo riprese vigore. Il calvinismo si adattava perfettamente alla nuova mentalità borghese che andava affermandosi in Inghilterra: erano piuttosto la potente aristocrazia terriera e la monarchia a porre degli ostacoli.

Con la regina Anna (1702-14) venne confermata la completa sottomissione della chiesa alla corona (Atto di uniformità, 1713; Atto dello scisma, 1714). Non mancarono tentativi di resistenza: alla fine del XVIII secolo la predicazione di Law e dei fratelli Wesley dette luogo al metodismo, mentre il partito evangelico, costituendo la cosiddetta Chiesa Bassa (Low Church) intendeva valorizzare la tradizione calvinista. Tuttavia alla morte della regina si giunse a un definitivo compromesso con la definizione delle tre tendenze che ancora oggi durano:

a) la Chiesa Alta, che raccoglie l'aristocrazia e l'alto clero, afferma la collaborazione fra chiesa e Stato, appoggiando i conservatori, accentua la sua continuità con la chiesa antica, ammette da 5 a 7 sacramenti, si considera una diramazione del cristianesimo, insieme a cattolicesimo e ortodossia, non rifiuta la vita monastica ed è sicuramente la più vicina alla chiesa cattolica. Infatti, dopo il 1860, per l'influsso del movimento liturgico, si è molto avvicinata a Roma sul piano del ritualismo, delle invocazioni a Maria e ai santi, della confessione auricolare e altre manifestazioni.

b) La Chiesa Bassa o movimento evangelico, che nato alla fine del XVIII sec., è sostanzialmente calvinista, benché accetti i sacramenti del battesimo e dell'eucarestia (quest'ultima ha valore più che altro simbolico). Altre caratteristiche sono la semplicità rituale, una spiccata azione missionaria e un forte impegno sociale a favore dei ceti più poveri, è poco interessata alla speculazione teologica. A loro si deve l'abolizione della schiavitù nel 1833, la legge sulle 10 ore di lavoro nel 1847 e la fondazione della maggiore società missionaria (1799). Questa chiesa considera l'anglicanesimo una corrente del Protestantesimo. Nel 1804 ha fondato la Società per la diffusione della Bibbia, che ha tradotto quest'ultima in oltre mille lingue e dialetti.

c) La Chiesa Larga, sorta all'inizio del XIX sec., è vicina al deismo razionalista, in quanto mira a esprimere la fede cristiana in modo comprensibile all'uomo moderno. In campo sociale afferma un socialismo cristiano che l'ha portata a contrasti con la Chiesa Alta. E' sempre stata minoritaria rispetto alle altre due. E' chiamata anche "modernista".

Naturalmente, a seconda che seguano l'orientamento ritualistico della Chiesa Alta o la semplicità di culto evangelico della Chiesa Bassa, le varie comunità anglicane hanno notevoli differenze liturgiche. In particolare, la Chiesa episcopale di Scozia, le Chiese di Galles e d'Irlanda fanno parte della "Comunione anglicana" ma sono separate dalla chiesa d'Inghilterra.

Ad Anna successe il ramo protestante degli Hannover, durante il cui regno l'anglicanesimo fu minacciato di soffocamento, soprattutto in seguito alla controversia di Bangor e anche a causa della sospensione delle convocazioni decennali dei vescovi, decisa da Giorgio I. L'avvento delle teorie razionaliste di Locke, di quelle antitrinitarie di Clarke e di quelle deiste di Toland (dalla metà del XVII sec. alla metà del XVIII) non fecero che acuire la crisi in atto.

La reazione contro questa crisi provocò la nascita del "metodismo", un movimento pietista fondato sulla esperienza mistica della certezza che si sarà salvati (oggi ha più di 30 milioni di fedeli nel mondo). E a partire dal 1833 si ebbe il cosiddetto "anglocattolicesimo", un movimento spirituale sorto a Oxford con l'intento di rivendicare l'indipendenza della chiesa dallo Stato, di ostacolare la secolarizzazione della chiesa e di favorire una riapertura verso il cattolicesimo romano in campo dottrinale e liturgico. Ebbe tra i suoi maggiori esponenti J. Newman, J. Keble e E. Pusey, che facevano parte della Chiesa Alta. Newman passò al cattolicesimo nel 1845; gli altri due fondarono appunto l'anglocattolicesimo, che effettivamente in molti punti dottrinali e liturgici è simile al cattolicesimo (ad es. nella valorizzazione dell'episcopato, del ritualismo e del monachesimo).

Nel XIX secolo la reazione alla completa sottomissione della Chiesa alla corona provocò il recupero di molti elementi del cattolicesimo, a cui contribuì principalmente il movimento di Oxford, con la costituzione entro la Chiesa anglicana di un partito anglocattolico, detto della Chiesa alta (High Church), ma allorché papa Leone XIII sancì l'invalidità delle ordinazioni anglicane, l'anglocattolicesimo subì una grave crisi, che si protrasse fino all'impegno teorico e pratico di Lord Halifax e T. Eliot.

Nel 1852 furono nuovamente autorizzate le convocazioni dei vescovi, i quali così poterono riacquistare maggiore autonomia ai fronte al potere politico. A partire dal 1867 si è aggiunta una struttura molto elastica: la Conferenza di Lambeth, che raduna ogni 10 anni circa tutti i vescovi anglicani. E' un'assemblea priva di autorità giuridica, cioè le decisioni non hanno carattere vincolante. L'arcivescovo di Canterbury invita non convoca gli altri vescovi. Dal 1968 sono stati invitati alcuni cattolici come osservatori.

Tentativi privati per giungere a un accordo totale con la chiesa romana sono stati fatti dopo la I Guerra Mondiale (ad es. Conferenze di Malines, 1921-25), ma senza risultati significativi.

In seguito all'emigrazione di molti inglesi in vari continenti e grazie a un'intensa opera missionaria, l'anglicanesimo si è diffuso in tutto il mondo. Sono così sorte altre 16 chiese nazionali autonome che non dipendono dal governo inglese e che riconoscono all'arcivescovo di Canterbury un'autorità puramente morale. La più importante di queste chiese è la Protestante Episcopale degli USA, con 4 milioni di fedeli; poi vi è la Chiesa anglicana del Canada con 2,5 milioni di fedeli.

La Chiesa anglicana è molto attiva nel movimento ecumenico. Alla Conferenza di Lambeth del 1920 è stato presentato un Appello a tutto il popolo cristiano, col quale si è proposta la riunificazione di tutte le chiese cristiane sulla base della comune accettazione di quattro punti fondamentali: 1) la Bibbia come norma suprema di fede, contenente tutto ciò che è necessario alla salvezza; 2) il Credo di Nicea, come sufficiente esposizione della fede cristiana; 3) i sacramenti istituiti da Cristo: Battesimo ed eucarestia; 4) L'episcopato situato nella "successione apostolica" come garanzia di validità degli altri ministeri e come legame di continuità con la chiesa antica.

Gli anglicani nel mondo sono circa 50 milioni (di cui 30 in Inghilterra). Membri della Comunione anglicana sono stati 1/3 dei presidenti USA.

Anglocattolicesimo: Movimento spirituale sviluppatosi nel XIX secolo dentro la Chiesa anglicana, con l'intento di favorire una riapertura verso il cattolicesimo romano, mediante un sistematico riavvicinamento in campo dottrinale e liturgico. E' nato dal Movimento di Oxford (1833), che ebbe i suoi maggiori esponenti in John Henry Newman (1801-1890), il poeta John Keble (1792-1866) ed Edward Bouverie Pusey (1800-1882), che facevano parte della Chiesa alta e che intendevano reagire alla secolarizzazione della Chiesa.
Newman passò al cattolicesimo (1845), mentre Pusey e Keble rimasero nella Chiesa anglicana, dando origine all'Anglocattolicesimo che, sia in campo dottrinale (problema della grazia, comunione dei santi, istituzione e struttura della chiesa), sia in campo liturgico (celebrazione della messa, conservazione delle specie liturgiche, servizio divino secondo la liturgia tradizionale) segnò un certo avvicinamento alla chiesa cattolica.
L'Anglocattolicesimo subì però una grave crisi alla fine del XIX secolo, quando Leone XIII sancì l'invalidità delle ordinazioni anglicane; ma si riprese grazie alla guida di illustri personaggi, fra i quali Lord Halifax e Thomas Eliot.

Fonti

Sui Tudor

SitiWeb

Su Elisabetta I


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Storia - Moderna
 - Stampa pagina
Aggiornamento: 09/01/2013