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Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), nasce nel 1944 con gli accordi di
Bretton Woods (1) che sancirono la supremazia economica, politica
e militare degli USA i quali assunsero formalmente in quella data il ruolo
di paese imperialista guida all'interno del mondo capitalista: se a
Bretton Woods furono esaminati e discussi tanto il piano
dell'amministrazione statunitense (elaborato da H.D.White) quanto quello
dell'amministrazione inglese (elaborato da J.M.Keynes), gli statuti del
FMI furono di fatto il riconoscimento giuridico a livello mondiale di
questo ruolo che gli USA erano venuti ad assumere già prima della guerra
(e del resto la conferenza fu voluta in particolar modo dagli USA per
regolare con precisi accordi i prestiti che avrebbero dovuto concedere ai
paesi europei il cui deficit, anche per quelli vincitori, si prospettava
immenso).
La funzione monetaria del FMI (che poi di fatto si è esaurita
con la crisi del dollaro, agli inizi degli anni '70 - vedi Scheda sistema
monetario internazionale) fu quella di imporre il dollaro come unità di
misura negli scambi internazionali ("gold exchange standard").
La funzione finanziaria è tuttora quella di estendere il mercato
capitalista a livello globale attraverso una politica di prestiti concessi
prima alla condizione dell'abolizione delle tariffe doganali (per
permettere una più facile penetrazione del capitale USA nelle ex colonie
europee e la costruzione dello spazio di mercato vitale per l'imporsi del
capitale multinazionale) e poi alla condizioni sempre più esplicita
dell'inserimento del paese debitore nella sfera di influenza
dell'imperialismo e dell'adozione di politiche interne capitaliste.
A Bretton Woods erano presenti i
rappresentanti di 45 paesi (2), di questi 30 hanno ratificato gli
accordi divenendo membri originari; altri 14 sono i membri entrati in
tempi successivi; l'URSS, che era presente, non li ha mai ratificati.
Nel 1981 gli stati aderenti erano 141, praticamente tutti gli stati
capitalisti (tranne la Svizzera) e buona parte degli altri; non aderiscono
i paesi del socialismo reale tranne la Jugoslavia (membro originario), la
Polonia, la Romania (dal 1972) e la Cina (dal 1980).
Organi di gestione del FMI sono:
- il Consiglio dei Governatori al cui interno sono rappresentati
tutti i paesi membri e che svolge riunioni annuali in cui si discute tanto
del FMI quanto della BIRS;
- il Consiglio dei Direttori Esecutivi cui è delegata la maggior
mole di lavoro e i cui membri sono 22 di cui 6 nominati rispettivamente da
USA, Francia, Giappone, Germania Occidentale, Regno Unito e Arabia Saudita
e gli altri 16 eletti da un'assemblea che raggruppa un certo numero di
paesi membri;
- il cosiddetto Staff del Presidente del Consiglio dei Direttori
Esecutivi.
La caratteristica singolare della procedura decisionale del FMI è il
sistema del voto ponderato per cui l'importanza di ogni voto è
proporzionale al peso relativo della quota detenuta dal paese votante,
quota che deve essere versata nel Conto Generale del FMI per il 25% in oro
e per il restante 75% nella valuta del paese membro (nel 1944 gli USA
detenevano una quota superiore al 20% del totale dei depositi nel Conto
Generale ed erano quindi in grado di vincolare ogni decisione del
consiglio dei governatori dal momento che queste devono essere prese con
una maggioranza
dell'80% (3)).
Funzioni istituzionali del FMI sono:
1) garantire il rispetto di un determinato codice di comportamento al
quale i paesi membri devono attenersi nei rapporti commerciali
internazionali;
2) fornire risorse finanziarie ai paesi membri che ne necessitano con
transazioni ufficiali sul mercato dei cambi.
Il codice di comportamento che disciplina il commercio
internazionale è contenuto nello statuto del FMI (per quanto riguarda le
regole relative ai pagamenti) e nell'Accordo
Generale sulle Tariffe ed il Commercio (GATT) (4) (per quanto riguarda
le regole relative al commercio); questi due accordi condannano (con poche
eccezioni) l'applicazione di tariffe protezionistiche e di restrizioni
quantitative al commercio estero: anche in caso di gravi problemi
economici (alta disoccupazione, deficit di bilancio...) del paese che ha
sottoscritto gli accordi. Eventuali contromisure che comportino limiti
alle importazioni o vincoli ai pagamenti devono ricevere l'approvazione
dei Direttori Esecutivi del FMI.
Con la conferenza di Kingston in Giamaica nel 1976 questa
funzione del FMI è stata messa in discussione (5) con il
riconoscimento dell'impossibilità di mantenere il dollaro come unità di
misura per gli scambi internazionali (vedi scheda sistema monetario
internazionale).
A tutt'oggi, quindi, la funzione principale del FMI è quella di
controllare i finanziamenti ai paesi in via di sviluppo; essi
avvengono con le seguenti modalità: lo scambio della cosiddetta tranche in
oro (cioè il 25% della quota) con valuta nazionale non viene considerato
debito, al contrario dei successivi prelievi, pari sempre al 25% della
quota, che vengono chiamati tranche di credito o diritti normali di
prelievo e di norma possono arrivare ad un massimo di quattro: i prelievi
sono quindi consentiti fino a che lo stock di valuta del paese membro
detenuto dal Fondo ammonta al 200% della rispettiva quota.
Oltre ai diritti normali di prelievo il FMI ha istituito altre forme di
prestito:
- i crediti stand by, introdotti nel 1952 e che hanno
praticamente soppiantato i diritti normali di prelievo e sono una forma di
credito con scadenza annuale e rinnovabili fino ad un tempo massimo
concordato;
- i finanziamenti compensatori istituiti nel 1963 a favore dei
paesi produttori di materie prime per fronteggiare le fluttuazioni dei
prezzi di tali beni. Non a caso, visto il rischio politico per i paesi
capitalisti di un rincaro generalizzato delle materie prime eventualmente
deciso dai paesi produttori, questa forma di credito è quella che ha
maggiori facilitazioni;
- i diritti speciali di prelievo (DSP), una forma di
finanziamento diretto del FMI, una vera e propria moneta emessa dal FMI e
distribuita gratuitamente ai paesi membri in quantità proporzionale alle
relative quote (sulle implicazioni monetarie della creazione dei DSP vedi
scheda sistema monetario internazionale).
- le oil facilities, finanziamenti istituiti nel '74 in seguito
alla crisi petrolifera e diretti a sostenere le economie dei paesi
consumatori di petrolio con prestiti raccolti tra i paesi produttori.
Il paese che vuole accedere al credito deve discutere la sua proposta
con lo Staff Direttivo (prima di sottoporla agli altri organi del FMI)
esponendo non solo il piano di utilizzo del prestito, ma concordando anche
tutte quelle misure di politica interna che possano facilitare un rientro
(il più veloce possibile) del deficit di bilancio e quindi una
restituzione del prestito. Verranno quindi imposte di fatto scelte precise
in fatto di politica fiscale, monetaria, salariale, creditizia...
Chiaramente i parametri cui il FMI fa riferimento per accordare il
prestito sono più flessibili per la prima tranche di credito dei diritti
normali di prelievo, mentre lo sono assai meno per le tre successive e per
le altre forme di finanziamento: in questi casi funzionari del FMI si
installano nel paese debitore con la funzione di supervisori, non solo
delle modalità di utilizzo del prestito, ma anche dell'intero bilancio del
paese; in genere le prime misure consigliate riguardano la drastica
riduzione della spesa pubblica in servizi e assistenza, il taglio dei
salari, la svalutazione della moneta locale... per dare un idea delle
dimensioni che assume questo controllo economico basti pensare che nel
quinquennio 1967/1972 il FMI inviò 260 esperti in 67 diversi paesi.
Per quanto riguarda la valuta con cui viene effettuato il prestito essa
deve essere quella di un paese membro che non sia nella condizione di
debito; ciò ha significato che fino al 1962 tutti i prelievi e i rimborsi
sono stati effettuati in dollari statunitensi, successivamente anche in
altre valute, ma sempre e comunque con il risultato di legare la moneta
dei paesi debitori alla valuta di un paese industrializzato e quindi anche
di scaricare
sull'economia del primo la crisi di quella del secondo (6).
NOTE a Fondo Monetario Internazionale
1) "United Nation Monetary and Financial
Conference" Bretton Woods (New Hampshire, USA), 1/22 luglio 1944; questa
conferenza vide anche la nascita della Banca Internazionale per la
Riscostruzione e lo Sviluppo (BIRS) correntemente chiamata Banca
Mondiale. [torna al testo]
2) Australia, Belgio, Bolivia, Brasile, Canada,
Cecoslovacchia, Cile, Cina, Colombia, Costa Rica, Cuba, Danimarca, Egitto,
Salvador, Equador, Etiopia, Filippine, Francia, Grecia, Guatemala, Haiti,
Honduras, India, Iran, Irak, Islanda, Juogoslavia, Liberia, Lussemburgo,
Messico, Nicaragua, Norvegia, Nuova Zelanda, Olanda, Panama, Paraguay,
Perù, Polonia, Regno Unito, Repubblica Dominicana, Sud Africa, USA, URSS,
Uruguay, Venezuela. Polonia, Cecoslovacchia e Cuba si sono ritirate dal
FMI rispettivamente nel 1950, 1954, 1964. L'Italia è entrata nel FMI il
27/3/47. [torna al testo]
3) All'1/1/76 gli USA detenevano una quota pari
al 22,93% del totale dei depositi nel Conto Generale, il Regno Unito il
9,58%, la Germania il 5,48%, la Francia il 5,13%, il Giappone il 4,11%, il
Canada il 3,77%, l'Italia il 3,42%; quindi oltre il 54% dei voti nel
Consiglio dei Governatori erano riservati ai 7 paesi imperialisti!
[torna al testo]
4) General Agreement on Tariffs and Trade
costituito nel 1947 e con sede a Ginevra, esercita la sua funzione
attraverso negoziati su base multilaterale tra i paesi partecipanti; il
GATT controlla circa l'80% del commercio mondiale.
[torna al testo]
5) La funzione di coordinare le politiche
economiche dei diversi stati imperialisti viene assolta comunque anche da
altri organismi sovranazionali come per es. l'OCSE. Nata come OECE
(organizzazione europea per la cooperazione economica) nel '48 per
stabilire la suddivisione degli aiuti del piano Marshall, si trasformò in
seguito in OCSE (organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo
economico); vi partecipano Austria, Australia, Belgio, Canada, Danimarca,
Francia, Finlandia, Germania federale, Giappone, Grecia, Lussemburgo,
Irlanda, Islanda, Italia, Jugoslavia, Norvegia, Olanda, Portogallo, Regno
Unito, Svezia, Svizzera, Turchia e USA. [torna al testo]
6) Ad afferrare la portata di questo meccanismo
basti pensare che negli anni '70, quando il dollaro si svalutava nei
confronti dell'oro, gli USA riuscirono a convincere il FMI a vendere le
proprie riserve d'oro in cambio di dollari per difenderne il cambio,
ottenendo su questa operazione il consenso degli altri paesi che vedevano
perdere di valore i dollari custoditi nelle loro Banche Centrali.
[torna al testo]
SISTEMA MONETARIO
INTERNAZIONALE
Le teorie che fanno da supporto all'operare degli organismi monetari,
tanto a livello nazionale (Banche Centrali, come la Banca d'Italia nel
nostro paese), quanto a livello internazionale (FMI, BIRS...) sono tutte
incentrate sul problema della liquidità necessaria alla realizzazione dei
profitti: nel ciclo dell'accumulazione capitalista (D-M-D') si produce
infatti maggior valore di quello impiegato per attivare il ciclo e ciò a
ritmi sempre più incalzanti a mano a mano che esso si estende a livello
globale.
Ma se questo chiaramente rappresenta la contraddizione classica del
sistema capitalista e non è riducibile ad una questione puramente
monetaria, gli organismi di cui sopra chiaramente rifiutano una simile
affermazione e interpretano la crisi come sola crisi di liquidità
elaborando quindi risposte sempre provvisorie e sempre superate dalla
realtà; risposte che si possono riassumere nella tendenza a sganciare il
corso della moneta dall'oro (che è pur esso una merce prodotta in quantità
limitata) e a studiare sistemi monetari tali da essere accettati dalla
maggior parte dei paesi e da garantire i capitali dell'effettivo valore
della moneta con cui vengono effettuati i pagamenti.
Nei mercati nazionali l'oro non è più moneta da oltre un secolo, né
esiste una prefissata convertibilità in oro delle valute dei singoli
paesi: il corso forzoso della carta-moneta circolante è di fatto garantito
dalla autorità politica, economica e militare dei singoli stati nazione a
cui, d'altra parte, permette non solo il controllo dell'import-export, ma
anche il controllo della ridistribuzione della ricchezza tra le classi
attraverso manovre di politica monetaria.
A livello internazionale, invece, non si è mai verificato, prima di
Bretton Woods, nessun tentativo di garantire il corso forzoso di una
valuta unica.
A cavallo tra il XIX e il XX secolo gli scambi internazionali
(che del resto avevano un volume infinitamente più piccolo di quello
attuale) avvenivamo nella valuta del paese esportatore: nelle Banche
Centrali di ogni paese doveva essere depositata una quantità di oro di
pari valore della moneta circolante come reciproca assicurazione tra i
diversi paesi che si rifornivano di valuta estera per effettuare i
pagamenti delle importazioni.
Chiaramente nel momento in cui è la moneta stessa ad essere venduta e
acquistata il suo prezzo è anche determinato dalla domanda e dall'offerta:
più un paese esporta, più la sua valuta è richiesta all'estero e il valore
di questa può quindi superare quello fisso legato all'oro. Ad esempio
all'inizio della I guerra mondiale il Regno Unito è il paese
economicamente più efficiente, quello che esporta di più, e la Sterlina
inglese è la moneta dominante e progressivamente rivalutata.
Dopo la I guerra mondiale l'indebitamento dei paesi legato alle
spese di guerra è tale da far saltare ogni possibilità di conversione in
oro dell'enorme quantità di carta moneta che era stata stampata.
Si instaura di fatto un doppio sistema monetario in cui la valuta
circolante all'interno del territorio nazionale non è garantita dal cambio
in oro (corso forzoso della carta-moneta), mentre le riserve auree delle
Banche Centrali servono a rimborsare in oro la valuta ceduta a paesi terzi
nei pagamenti delle importazioni (pagamenti nella valuta del paese
importatore).
I paesi che importano un valore di merci superiore di quelle esportate
sono costretti a farsi prestare oro per i pagamenti e quindi a svalutare
la propria valuta.
Si trattò comunque, in questo periodo tra le due guerre, di un sistema
monetario tutt'altro che regolamentato, segnato da una parte dal conflitto
sociale dispiegato di quegli anni e dai suoi risvolti internazionali
(rivoluzione russa, terza internazionale...) e, dall'altra, dalla crisi
capitalistica e dai suoi effetti (politiche protezionistiche dei mercati
interni, premi alle esportazioni).
Il mercato globale era basato per la maggior parte su rapporti tra
capitale privato dei paesi industrializzati e istituzioni pubbliche dei
paesi in via di sviluppo. Rapporti pieni di incognite: in quel periodo
molti paesi dichiararono la loro inadempienza riguardo ai debiti e alcuni
(specie dell'America Latina) giunsero a dichiarare bancarotta.
Gli accordi di Bretton Woods nel 1944 rispondono quindi
all'esigenza di parte capitalistica (non solo USA) di aprire un mercato
globale cautelandosi nello stesso tempo con l'imposizione di precise
regole del gioco (vedi Scheda FMI).
Il sistema monetario che viene definito in questi accordi è basato
sull'uso del Dollaro USA come valuta internazionale. Quindi neppure qui
viene teoricamente definita una moneta di corso forzoso a livello
internazionale, ma semplicemente gli USA, paese economicamente e
militarmente dominante, impongono la propria valuta al mondo intero
garantendone la convertibilità in oro (gold exchange standard) nella
misura di 35 dollari per un'oncia (31,1 grammi) d'oro; quindi gli USA in
questo secondo dopoguerra vengono a svolgere il ruolo privilegiato di chi
può stampare moneta teoricamente senza alcun limite, senza pericolo di
creare inflazione all'interno (la moneta circola a livello mondiale) e
senza dover subire alcuna svalutazione in caso di eventuali deficit della
propria bilancia commerciale; non solo, i prestiti internazionali
effettuati dagli USA in carta e non in oro rendono pure in interessi e
legano sempre più le economie dei diversi paesi agli interessi
statunitensi .
Ma alla lunga vengono al pettine i nodi di questo sistema monetario
internazionale del tutto artificiale che avrebbe dovuto sancire
all'infinito il predominio USA all'interno del quadro capitalista ed
imperialista: con l'industrializzazione di Europa e Giappone le merci USA
divengono meno competitive, la bilancia dei pagamenti va in deficit e
l'oro della riserva USA non è più sufficiente a convertire tutti i dollari
in circolazione.
Nel 1960 ad un valore di 10 miliardi in oro depositati nelle
riserve USA corrispondono oltre 100 miliardi di dollari in banconote
circolanti.
Per alcuni anni le Banche
Centrali di otto paesi cercano di sostenere il dollaro (3) (di cui i
loro forzieri erano stracolmi) vendendo oro sul mercato di Londra per
farne abbassare il costo e per mantenere il rapporto 35 dollari/oncia.
Poi, nel 1965, la Francia cessa di sostenere la valuta
statunitense e cambia in oro 704 miliardi di dollari. Italia, Germania,
Belgio e Olanda seguono immediatamente l'esempio pur cambiando quantità
minori di dollari.
Il dibattito interno allo schieramento imperialista è incentrato a
questo punto su due ipotesi:
1) mantenere il dollaro come unità di misura per gli scambi
internazionali con pesanti conseguenze: per aumentare la liquidità
internazionale occorre aumentare il volume dei dollari in circolazione,
d'altra parte a questo stadio dello sviluppo economico l'aumento di
liquidità non è affatto proporzionale all'effettivo aumento dei profitti
delle multinazionali statunitensi, ma piuttosto a quello del sistema
globale, quindi l'aumento di liquidità si traduce in un deficit della
bilancia dei pagamenti USA, in inflazione che viene scaricata alla fine
dei conti sulle valute degli altri paesi.
2) definire una nuova moneta di corso forzoso (cioè non legata
alla convertibilità in oro) a livello internazionale. E' in quest'ultima
direzione che va la creazione da parte del FMI (conferenza di Rio de
Janeiro nel 1967) dei Diritti Speciali di Prelievo (DSP) a conclusione di
un dibattito che aveva avuto origine ancora nel '44 e che ebbe questa
conclusione obbligata con la crisi di venti anni dopo.
I DSP avevano anch'essi all'inizio un valore in oro (lo stesso del
dollaro), ma dalla conferenza di Kingston (Giamaica 1976) risultano invece
completamente sganciati dall'oro (demonetizzazione dell'oro) e fissati
invece rispetto ad un paniere di
16 valute (4), ognuna con un peso percentuale diverso e
prestabilito.
Di fatto il peso dei DSP nel mercato internazionale è tuttora assai
modesto e si può dire che tutto questo dibattito non giunse a nessuna
conclusione se non quella di creare artificialmente un doppio mercato
dell'oro: quello libero per le transazioni tra privati e quello ufficiale
con la quotazione fissa di 35 dollari/oncia, in seguito modificato con
aggiustamenti a sfavore del dollaro.
All'inizio degli anni '70 il capitale statunitense si trova
quindi nella convenienza e nella necessità di investire a ritmo serrato
nelle economie trainanti, prima fra tutte in quella tedesca; la situazione
arriva ad un punto tale che la Germania chiude il mercato dei cambi
rifiutandosi di accettare dollari in cambio dei marchi richiesti.
Germania, Olanda, Belgio e Svizzera ottengono quindi una rivalutazione
delle proprie monete nei confronti del dollaro.
Il 15/8/71 il governo USA decide con un'azione di forza di
adottare misure protezionistiche per difendere la propria economia
(tariffa doganale del 10%), in aperta violazione degli accordi GATT, e di
sospendere la conversione del dollaro in oro, cosa che, anche se era già
da tempo una realtà di fatto, nel momento in cui veniva ufficialmente
dichiarata si poneva in aperta violazione degli accordi di Bretton Woods
sancendo la fine di un periodo storico.
Nel dicembre dello stesso anno gli USA riescono a salvare il salvabile
degli accordi di Bretton Woods: concedono una svalutazione del dollaro e
un riallineamento dei cambi e, una volta ottenuto il mantenimento del FMI
ritirano pure le tariffe
doganali (5).
Il dollaro rimane la moneta centrale degli scambi internazionali anche
se sganciato di fatto da qualsiasi convertibilità con l'oro: si parla di
dollar standard e non più di gold exchange standard.
Con soli quattro mesi di bufera nel Sistema Monetario Internazionale
gli USA hanno ottenuto una mozione di fiducia, a questo punto
incondizionata, sulla loro moneta.
La crisi del '73, due anni più tardi, non fa che accelerare questo
passaggio al dollar standard.
In ogni caso, se il dollaro continua ad essere la prima moneta di
scambio, il marco tedesco e lo yen giapponese diventano anch'essi unità di
misura nel mercato internazionale e moneta-riserva.
La proposta viene riformulata diverse volte con fortune alterne, fino a
giungere nel '79 alla nascita dello SME (Sistema Monetario Europeo).
E' stata così fissata, per ogni moneta, un rapporto di cambio con la
moneta ideale europea, l'European Currency Unit (ECU) o scudo
europeo.Questa moneta europea è quindi, per adesso, solo un rapporto di
cambio, una moneta non coniata.
Sui mercati dei cambi il valore di ogni moneta può oscillare entro
limiti prestabiliti, per la lira nel '86 la parità è di 1496,21 lire per 1
Ecu.
Se una moneta va oltre i limiti di cambio consentiti le autorità
monetarie del paese si impegnano ad intervenire per far rientrare il corso
del cambio nei limiti prefissati. Qualora non ne fosse in grado esso deve
rivalutare o svalutare la propria moneta in accordo con gli altri paesi
membri.
Scopo dello SME è quindi quello di garantire la massima stabilità
monetaria possibile nell'area europea per permettere lo sviluppo della
attività produttiva e degli scambi internazionali, ma rappresenta anche
senza dubbio un salto nella responsabilizzazione del capitale
multinazionale europeo nei confronti di un sistema economico globale che
non può essere più retto esclusivamente dal capitale USA.
NOTE a Sistema Monetario Internazionale
1) E' da ricordare, tra le esigenze politiche che
spinsero i paesi capitalisti ad accettare la proposta USA, il fatto che
uno dei maggiori produttori di oro a livello mondiale è l'URSS e che
quindi mantenendo l'oro come unità di misura, moneta, negli scambi
internazionali ci si sarebbe trovati nel paradosso di un controllo
sovietico sugli scambi tra paesi capitalisti. [torna al testo]
2) Tra il 1964 e il 1974 la composizione delle
riserve ufficiali dei paesi aderenti al FMI vede l'oro diminuire da 40 a
35 miliardi di dollari, il dollaro aumentare da 20 a oltre 100 miliardi e
le altra valute "forti" aumentare da 5 a oltre 20 miliardi.
[torna al testo]
3) Accordi di Basilea del 1961 e del 1962 tra
USA, Regno Unito, Francia, Italia, Germania, Belgio, Olanda e Svizzera,
decaduti poi nel marzo del 1968. [torna al testo]
4) Dollaro Usa, Marco Tedesco, Sterlina Inglese,
Franco Francese, Yen Giapponese, Dollaro Canadese, Lira Italiana, Fiorino
Olandese, Franco Belga, Corona Svedese, Dollaro Australiano, Corona
Danese, Corona Norvegese, Peseta Spagnola, Scellino Austriaco, Rand
Sudafricano. [torna al testo]
5) Accordo Smithsoniano, dal nome dell'istituto
di Washington dove fu tenuta la conferenza. [torna al testo]
6) CEE: Comunità Economica Europea, accordo
stipulato il 25 marzo '57 a Roma, frutto di precedenti trattati (CECA), ha
dato vita anche alla CEEA o Euratom (Comunità Europea dell'Energia
Atomica), alla ESA (Agenzia Spaziale Europea). Ha come scopi l'abolizione
dei dazi doganali e dei contingenti all'esportazione tra i paesi membri;
l'adozione di un'unica tariffa doganale per gli scambi con i paesi non
aderenti; l'attuazione di una politica economica comune; l'uniformazione
delle legislazioni degli stati membri; la liberalizzazione nella
circolazione tra gli stati aderenti delle persone, dei capitali e dei
servizi. La CEE si configura come persona giuridica di diritto
internazionale; i suoi organismi sono: la Commissione (esecutivo), il
Parlamento, il Consiglio dei Ministri, la Corte di Giustizia. La CEE con
circa 320 milioni di abitanti ed un economia fortemente industrializzata
rappresenta la prima potenza commerciale del mondo dal punto di vista
della dimensione del mercato e della capacità di produzione. Nel 1992
con l'apertura delle frontiere si costituirà ancora più palesemente questa
unicità di mercato con ripercussioni su tutti gli aspetti della vita
civile ed istituzionale (unificazione di alcuni contingenti delle Forze
Armate francesi e tedeschi, adozione delle patente europea, Spazio
Giuridico Europeo ecc...). [torna al testo]
FMI E
"PAESI IN VIA DI SVILUPPO" Se gli intenti dichiarati delle politiche di organismi come il FMI o la
Banca Mondiale dovrebbero essere quelli di favorire lo sviluppo dei paesi
del Sud, in realtà questo sistema contempla un solo possibile sviluppo e
cioè quello capitalistico a livello globale e non certo quello del singolo
paese sottosviluppato; le teorie dello sviluppo che supportano questo tipo
di politiche si riducono alla falsità grossolana secondo cui lo sviluppo
economico è un qualcosa di totalmente astorico che si può determinare oggi
nei paesi sottosviluppati e in un mondo dominato dal capitale
multinazionale alla stessa maniera in cui si è determinato nel corso di
secoli in quelli che oggi sono i paesi capitalisti ed imperialisti
Nello specifico del secondo dopoguerra funzione precisa di questi
organismi è stata quella di centralizzare i flussi finanziari a livello
globale per difendere rigidamente una divisione internazionale del lavoro
in cui da una parte si rafforzava la base industriale dei paesi sviluppati
e dall'altra si relegavano i paesi in via di sviluppo (da qui PVS) al
ruolo di produttori di materie prime. Una funzione quindi di consiglio
d'affari del capitale collettivo globale in grado di controllare
eventuali interessi dei capitali singoli che andassero in direzioni
diverse fondando la propria autorità sul rischio concreto del ritorno ad
una situazione di caos finanziario ed economico come quella che si era
venuta a determinare tra le due guerre.
All'interno dei PVS si determinarono quindi due tipi di sviluppo
differente.
Uno che potremmo definire di sviluppo autonomo, che
corrispondeva politicamente all'area del Non Allineamento e che si
basava sulla creazione di industrie manufatturiere locali che servissero
il mercato interno o comunque mercati regionali di PVS (il primo è il caso
dell'India, il secondo è quello del Sistema Economico Latino Americano,
del Mercato Comune Centro Americano, dell'Associazione delle Nazioni del
Sud Est asiatico, della Comunità dell'Africa Orientale, del Patto Andino
etc.).
Un altro che possiamo definire di sviluppo dipendente che è
quello di paesi come Hong Kong, Singapore, Malaysia, Taiwan, Filippine e,
in tempi successivi, Indonesia, Thailandia, Brasile, Argentina e Cile;
paesi in cui, perché ex-colonie o perché erano stati attraversati da
tentativi rivoluzionari, la borghesia locale abbandona qualsiasi riserva
nazionale, apre incondizionatamente il mercato ai capitali stranieri, si
sottomette totalmente alle direttive del FMI e accetta uno sviluppo
industriale per l'esportazione, uno sviluppo quindi determinato altrove
per quantità e qualità della produzione, uno sviluppo centrato sulle
filiali locali dei grandi complessi multinazionali e basato su uno
sfruttamento bestiale della forza lavoro: questi paesi sono i primi a
divenire Periferia della Metropoli Imperialista e ad essi, dalla divisione
internazionale del lavoro, è assegnato il ruolo di produttori
manifatturieri, e non solo di materie prime, solamente a condizione del
basso costo della forza lavoro e solamente di quelle produzioni che sono
state rese economicamente non convenienti nell'Occidente a causa del
conflitto di classe degli anni '60 e '70.
Chiaramente i flussi di finanziamento anche privato verso i PVS si sono
indirizzati a questo punto per la stragrande maggioranza verso i paesi a
sviluppo dipendente: questi ultimi, infatti, oltre ad essere
politicamente affidabili vengono considerati anche
economicamente sicuri dal momento che il primo indice a cui si
guarda in questa valutazione è quello del rapporto tra importazioni ed
esportazioni (che significa possibilità per le Banche di rientrare in
possesso dei loro crediti operando sui pagamenti delle esportazioni del
paese debitore).
Il FMI, quindi, non solo lascia (al contrario che nell'immediato
dopoguerra) maggiori margini di discrezionalità al flussi di credito di
istituzioni finanziarie private verso i PVS, ma anche appoggia ed
incentiva questi flussi ponendo come condizione politica dei propri
finanziamenti l'abolizione di qualsiasi ostacolo a questi da parte del
paese debitore: una quantità enorme di capitale si sposta dai paesi del
Centro verso quelli della Periferia: l'area del Non Allineamento si
disintegra sotto questa spinta e il totale cedimento alle imposizioni
dell'economia capitalistica da parte dell'Egitto di Sadat o della Cina di Hua
Kuo Feng (1) non sono che i due esempi più eclatanti di questa
disintegrazione.
Ma al di là della volontà politica di imporre questa divisione
internazionale del lavoro e di distruggere ogni tentativo di sviluppo
autonomo, sono gli stessi meccanismi concreti indotti dai finanziamenti
(che qualcuno chiama anche aiuti) e i loro effetti distruttivi nei
confronti dell'economia dei PVS a mettere comunque questi paesi e questi
popoli nelle mani del capitale multinazionale.
Quando i prestiti non sono semplicemente una tangente pagata
dall'imperialismo alla cricca dominante del paese debitore (vedi ad
esempio i tesori accumulati da Somoza o dallo Scià), il risultato primo
del finanziamento è quello di sostituire le riserve della Banche Centrali
dei PVS con valuta dei paesi imperialisti il cui potere d'acquisto è
legato alla salute dell'economia del paese creditore e le cui fluttuazioni
hanno effetti diametralmente opposti nel paese creditore ed in quello
debitore: per esempio una caduta del cambio del dollaro nei confronti del
marco o dello yen negli USA stessi è ripagata da una maggior
concorrenzialità dei propri prodotti sul mercato, ma nei paesi debitori
degli USA ha come unico effetto quello di svuotarne le casse.
I prestiti e gli "aiuti", in una situazione di crisi economica
globale, sono una forma di finanziamento dei paesi capitalisti a danno di
quelli sottosviluppati.
I programmi economici concordati tra il paese che accede al credito e
le autorità monetarie (FMI, Banca Mondiale...) sono semplicemente lo
studio dei possibili itinerari di penetrazione del capitale imperialista
nel paese debitore, cosa che nulla ha a che vedere con il reale sviluppo
di un paese.
Pochi finanziamenti sul totale riguardano lo sviluppo dell'agricoltura,
ma quei pochi bastano a produrre un effetto devastante: la vendita
sottocosto di trattori e macchinari agricoli arricchisce grandi e medi
proprietari terrieri che hanno il denaro liquido necessario ad
acquistarli, costringe la grande massa dei contadini poveri e dei
braccianti divenuti inutili ad abbandonare i campi e ad emigrare verso le
città; ciò significa non solo l'annullamento delle conquiste ottenute dai
movimenti contadini, ma anche l'aumento verticale della disoccupazione, la crescita
incontrollata di enormi bidonvilles (2), l'affamamento della
popolazione: i proprietari terrieri tendono, infatti, a produrre
monoculture pregiate per l'esportazione per raccogliere valuta dei paesi
capitalisti e ripagare i macchinari, quindi molti paesi prima
autosufficienti sono costretti, dopo lo sviluppo agricolo, ad importare
derrate alimentari come ad esempio è successo
nelle Filippine (3).
I progetti di finanziamento per lo sviluppo industriale, in questo
contesto, non risolvono il problema della disoccupazione: si tratta o di
industria pesante, di produzione di mezzi di produzione, o, più
recentemente, di industria che produce beni di consumo su macchinari
dimessi dalle imprese occidentali: in entrambi i casi produzioni ad alta
intensità di capitale fisso relativamente a quello che è il grado di
sviluppo reale dei PVS e che quindi non sono in grado di assorbire la
disoccupazione.
A questo punto il paese è pronto per la penetrazione da parte delle
multinazionali: l'ulteriore proposta dei funzionari del FMI per frenare la
disoccupazione è quella di instaurare politiche di ulteriore contenimento
del costo della forza lavoro per favorire l'investimento diretto del
capitale multinazionale dei paesi industrializzati!
Attualmente per quanto riguarda l'uso dei crediti del FMI, i PVS che ne
hanno richiesti di più (in termini di percentuale sulla propria "quota"
nel Conto Generale del FMI) sono stati, fino al 1979, Nicaragua,
Filippine, Giamaica, Sri Lanka, Sudan, Cile e Perù e, dopo questa data,
Thailandia, Turchia, Jugoslavia, numerosi stati africani, Brasile e
Messico (fino al 1983): tutti paesi ad alta conflittualità e tutti posti
di fronte all'alternativa tra sbocco rivoluzionario e propria
trasformazione da PVS a Periferia Imperialistica; chiaramente infatti per
la borghesia di questi paesi ottenere credito da parte del FMI e accettare
i piani di sviluppo da esso proposti è una specie di credenziale da
giocare in termini di credibilità nel mondo capitalistico.
Esemplare il caso della Turchia a cui il FMI ha posto condizioni
talmente pesanti per accedere al credito che il governo turco le ha tenute
segrete.
In questa nuova fase dello sviluppo imperialista, dunque il FMI, da
centralizzatore che era dei flussi finanziari verso i PVS e da promotore
dello sviluppo ineguale diviene sempre più esplicitamente poliziotto
del sistema finanziario globale e agente della trasformazione dei PVS
in Periferia.
L'intervento del FMI si articola in diversi gradi di ingerenza
nell'economia di un paese (dall'intervento hard come nel caso dello Zaire,
a quello più soft come nel caso della Yugoslavia).
Schematicamente possiamo distinguere tre gradi di ingerenza:
1) Subordinazione: controllo diretto del FMI nelle posizioni
chiave dell'apparato statale; è il caso appunto dello Zaire dove
funzionari del Fondo controllano la Banca Centrale, il Ministero delle
Finanze, quello del Commercio estero e la Agenzia per la
pianificazione.
2) Convergenza (o meglio accordo di subordinazione): esistono
gruppi economici e politici all'interno del paese debitore che fanno
proprie le proposte del FMI o ne adattano la prospettiva alla situazione
concreta: è il caso del Messico, del Brasile, della Tanzania, del
Kenya.
3) Negoziazione e resistenza: il FMI negozia con il paese da
finanziare, ma la proposta è rifiutata o significativamente modificata
direttamente dal governo o in seguito a protesta popolare; l'esempio
storico delle conseguenze è il Cile di Allende, più recente (1985) quello
della Bolivia di Paz Estensoro in cui in risposta alla reintroduzione del
programma di austerità voluto dal FMI è stato proclamato lo sciopero
generale e... una giunta militare ha preso il posto del governo, di
destra, ma incapace di controllare la situazione.
Ma la percentuale più pesante di indebitamento dei PVS (oltre il 70%)
non è più oggi quella legata ai finanziamenti del FMI e della Banca
Mondiale ma quella per crediti contratti direttamente con il capitale
finanziario (sia privato, sia degli stessi stati industrializzati) e in
particolare per crediti al fornitore che sono poi prestiti ottenuti da una
banca occidentale per pagare l'acquisto di
beni o di servizi ottenuti da un paese o da un'impresa occidentale
(4).
In questo quadro l'impossibilità a saldare i debiti si traduce nella
necessità di contrarne di ulteriori per pagarne almeno gli interessi: già
all'inizio degli anni '70 il 75% dei nuovi prestiti erano concessi per
pagare gli interessi di quelli precedenti.
Nel 1985 i ministri degli affari esteri e dell'economia di dieci paesi
dell'America Latina (5) complessivamente indebitati per 368 miliardi
di dollari e impegnati a pagare 30 miliardi di interessi annui (pari
mediamente al 30% del valore delle esportazioni) chiedono di risolvere
questa situazione senza sbocco con una soluzione politica.
La proposta parte dal governo cubano ed è quella di una moratoria
generale dei debiti, è ripresa dal Perù che annuncia di non voler pagare
come interessi più del 10% dell'introito annuo delle esportazioni, contro
il 60% allora necessario e poi via via dagli altri stati dell'America
Latina.
Il FMI risponde con il "piano Baker" (ministro del tesoro USA):
nessuna deroga dalle leggi economiche, ma semplicemente la disponibilità
da parte delle maggiori banche private a concedere ulteriori finanziamenti
ai 15 paesi più indebitati per un ammontare di 20 miliardi di dollari da
restituirsi in tre anni!
NOTE a FMI e "Paesi in via di sviluppo"
1) il piano delle "quattro modernizzazioni"
(1979-1989) prevedeva un credito di 90 miliardi di dollari da parte dei
paesi capitalisti, i primi a rispondere positivamente furono Italia, Gran
Bretagna, Francia, Germania e Giappone. [torna al testo]
2) La crescita urbana nei paesi del Sud è il
doppio di quella dovuta alla sola natalità: in 20 anni (dal 1950 al 1970)
Lagos è aumentata da 250.000 a 1.500.000 abitanti, Seoul da 2.500.000 a 5
milioni, Banghok da 1 a 3 milioni, Bogotà da 650.000 a 2.500.000.
[torna al testo]
3) Oppure possono scatenarsi meccanismi perversi
come quello del "riso miracoloso": mentre milioni di persone morivano per
fame in Asia, a causa delle esportazioni delle eccedenze di riso dagli USA
andò in crisi l'economia dei paesi locali tradizionalmente esportatori di
riso come la Thailandia e la Birmania (tra il '69 e il '71 il prezzo del
riso passò da 155 a 92 dollari a tonnellata), paesi tradizionalmente
importatori come l'India e il Giappone si trovarono con eccedenze di riso
e convertirono le coltivazioni a foraggio, e gli USA vendettero tutte le
loro eccedenze ad un prezzo concorrenziale, ma che comunque era sempre
troppo alto per le masse di contadini disoccupati e affamati.
[torna al testo]
4) Stime della Banca Mondiale affermano che circa
la metà dei crediti nei confronti dei PVS è detenuta nei portafogli di
sole 30 banche occidentali, americane, ma anche inglesi, svizzere,
tedesche e giapponesi. Banche i cui consigli di amministrazione sono
sempre più politicizzati: H. Kissinger, per esempio, lasciata
l'amministrazione USA ha assunto la carica di vice presidente di una di
queste. [torna al testo]
5) Il "Gruppo di Cartagena" che riunisce i
seguenti paesi elencati in ordine alla grandezza del loro debito espresso
in milioni di dollari: Brasile (101.930), Messico (97.700), Argentina
(50.000), Venezuela (30.300), Cile (19.580), Perù (13.750), Colombia
(13.350), Ecuador (7.300), Uruguay (4.900), Bolivia (3.190) e Repubblica
Dominicana (2.760) [torna al testo]
QUADERNI DI
CONTROINFORMAZIONE N.1 - FEBBRAIO
1995
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